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Stories / Poems

Stories by agatha christie

il leone nemeo

italian

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I
– C’è qualcosa di interessante stamane, signorina Lemon? – domandò entrando nella stanza la mattina dopo.
Si fidava della signorina Lemon. Era una donna senza immaginazione, però aveva istinto. Qualsiasi cosa lei menzionasse come degna di considerazione, generalmente era degna di considerazione. Era una segretaria nata.
– Niente di particolare, signor Poirot. C’è solo una lettera che penso potrebbe interessarvi. L’ho messa in cima al mucchio delle altre.
– Ah! e di che si tratta? – disse Poirot muovendo un passo, pieno di interesse.
– La scrive un tale che vi chiede di investigare sulla scomparsa del cane pechinese di sua moglie.
Poirot si fermò con il piede a mezz’aria. Lanciò uno sguardo di rimprovero alla signorina Lemon. Questa non se ne accorse. Aveva cominciato a scrivere a macchina. Batteva sui tasti con la rapidità e la precisione di un carro armato munito di mitragliera.
Poirot era turbato: turbato e pieno di amarezza. La signorina Lemon, l’efficiente signorina Lemon lo aveva deluso! Un cane pechinese. Un cane pechinese! E dopo il sogno che aveva fatto quella notte: stava lasciando Buckingham Palace dopo essere stato ringraziato personalmente quando il suo domestico era entrato con la cioccolata della prima colazione!
Sulle labbra gli affiorarono alcune parole... parole pungenti e caustiche. Non le pronunciò perché la signorina Lemon, data la velocità e l’efficienza del suo modo di scrivere a macchina, non le avrebbe udite.
Con un grugnito di disgusto afferrò la lettera che si trovava in cima al mucchietto posato da un lato della sua scrivania.
Sì, era proprio come aveva detto la signorina Lemon. Un indirizzo di città, una richiesta concisa, meticolosa, senza finezze. L’argomento: il rapimento di un cane pechinese. Uno di quegli animaletti con gli occhi sporgenti dalle orbite, ultraviziati, che sono i coccoli delle donne ricche. Hercule Poirot arricciò le labbra mentre la leggeva. Niente di insolito in questo. Niente di fuori del comune oppure... Ma sì, sì, in un piccolo dettaglio la signorina Lemon aveva ragione. Un piccolo dettaglio: c’era qualcosa di insolito.
Hercule Poirot si mise a sedere. Lesse la lettera lentamente e accuratamente. Non era il genere di caso che lo interessava, non era il genere di caso che si era ripromesso di accettare. Non era in nessun senso un caso importante, anzi era supremamente privo di importanza. Non era, ed ecco il nocciolo della sua obiezione, non era una vera e propria Fatica di Ercole.
Ma, sfortunatamente, Poirot era un uomo curioso... Sì, curioso...
Alzò la voce per farsi sentire dalla signorina Lemon al di sopra del suo rumoroso dattilografare.
– Chiamate al telefono questo sir Joseph Hoggin, – le ordinò, – e fissatemi un appuntamento. Andrò a trovarlo nel suo ufficio, come mi propone.
Come al solito, la signorina Lemon aveva avuto ragione.
– Io sono un uomo semplice, signor Poirot, – disse sir Joseph Hoggin.
Hercule Poirot fece un gesto vago con la mano destra. Poteva esprimere (a piacer vostro) l’ammirazione per la solidità e il valore della carriera di sir Joseph e l’apprezzamento per la modestia dimostrata nel descriversi a quel modo. Avrebbe anche potuto essere inteso come un modo garbato di deprecare tale dichiarazione. In ogni caso non offriva nessun indizio su quello che era, al momento, il pensiero dominante nella mente di Hercule Poirot, e cioè che effettivamente sir Joseph era (a voler usare il termine nella sua accezione più corrente) un uomo comune e molto ordinario. Gli occhi di Hercule Poirot si soffermarono criticamente sulla mascella carnosa, sugli occhietti lascivi, sul naso bulboso e sulla bocca dalle labbra sottili.
L’effetto generale gli ricordava qualcuno o qualcosa... per il momento, però, non riusciva a ricordare di che si trattasse. Un ricordo gli affiorò confusamente nella memoria. Tanto tempo prima... in Belgio... qualcosa che aveva a che fare, di certo, con il sapone... Sir Joseph stava continuando.
– Non mi piacciono i fronzoli. Non meno il can per l’aia. Molta gente, signor Poirot, avrebbe lasciato correre. L’avrebbe tenuta in conto di un brutto debito e se ne sarebbe dimenticata. Ma le cose non vanno a questo modo con Joseph Hoggin. Sono ricco... e, in un certo senso, duecento sterline non contano molto...
Poirot interloquì rapidamente: – Mi congratulo con voi.
– Eh? – Sir Joseph fece una brevissima pausa. I suoi occhietti, già piccoli, lo diventarono ancora di più. E disse, tagliente: – Il che non vuol dire che ho l’abitudine di gettare il denaro dalla finestra. Quello che voglio, lo pago. Però lo pago al prezzo di mercato... non un soldo di più.
Hercule Poirot disse: – Vi rendete conto che il mio onorario è alto?
– Sì, sì. Ma questa, – sir Joseph lo occhieggiò con aria astuta, – è una faccenduola di poco conto.
Hercule Poirot si strinse nelle spalle. E disse: – Io non sto a contrattare. Sono un esperto. Per i servizi di un esperto si deve pagare.
Sir Joseph disse con franchezza: – Lo so che siete un uomo di prim’ordine nella vostra professione. Ho provato a chiedere in giro e mi è stato detto che siete il migliore disponibile sulla piazza. Voglio andare a fondo in questa storia e non starò lì a guardare a quello che spendo. Ecco perché vi ho fatto venire.
– Siete stato fortunato, – disse Hercule Poirot.
Sir Joseph disse ancora: – Eh?
– Straordinariamente fortunato, – ripeté Hercule Poirot con fermezza. – Sono, e posso dirlo senza falsa modestia, all’apice della mia carriera. Ho intenzione di ritirarmi molto presto... di vivere in campagna, di fare qualche viaggio di quando in quando per vedere il mondo... e anche, forse, di coltivare il mio giardino dedicandomi in particolare a migliorare la specie delle zucche. Vegetali magnifici... che però mancano di sapore. Ad ogni modo, non è questo il punto. Vorrei semplicemente spiegare che, prima di ritirarmi a vita privata, mi sono imposto un determinato compito. Ho deciso di accettare dodici casi, non uno di più, non uno di meno. Il vostro caso, sir Joseph, è il primo di questi dodici. Mi ha attratto, – sospirò, – per la sua singolare mancanza d’importanza.
– Importanza? – ripeté meccanicamente sir Joseph.
– Mancanza di importanza, ho detto. Sono stato convocato per i motivi più svariati: per indagare su assassinii e morti misteriose, furti di gioielli, estorsioni. È la prima volta che mi si chiede di rivolgere il mio talento a spiegare come e perché sia stato rapito un cagnolino pechinese.
Sir Joseph grugnì. Poi disse: – Mi lasciate stupito! Vi credevo assillato da una folla di donne che vi chiedevano aiuto per ritrovare i loro cagnolini!
– Questo è vero. Ma è la prima volta che vengo convocato dal marito in un caso del genere.
Sir Joseph socchiuse gli occhietti in segno di apprezzamento e stima.
Disse: – Comincio a capire perché mi siete stato raccomandato. Siete una persona molto perspicace, signor Poirot.
Poirot mormorò: – E adesso, se volete raccontarmi come sono avvenuti i fatti. Il cane è scomparso, quando?
– Esattamente una settimana fa.
– E devo presumere che, a quest’ora, vostra moglie sarà addirittura fuori di sé per la disperazione, vero?
Sir Joseph lo fissò ad occhi sbarrati. E disse: – Non avete capito. Il cane è stato restituito.
– Restituito? E allora, permettetemi di domandarvi cosa c’entro io in questa storia?
Sir Joseph diventò cianotico.
– Che mi venga un accidente se sono disposto a lasciarmi imbrogliare! Via, via, adesso, signor Poirot, vi racconto tutta la storia da cima a fondo. Il cane è stato rubato una settimana fa... rapito nei Kensington Gardens dove si trovava con la dama di compagnia di mia moglie. Il giorno dopo, mia moglie ha ricevuto una richiesta di duecento sterline. Mi avete sentito... duecento sterline! Per una dannatissima bestiola che non fa che abbaiare e si caccia sempre sotto i piedi!
Poirot mormorò: – Naturalmente, non vi sarete mostrato d’accordo di pagare una somma simile, vero?
– Certo che non ero d’accordo... o non lo sarei stato, se ne fossi stato al corrente. Milly (mia moglie) lo sapeva fin troppo bene. E non ha detto niente a me. Si è semplicemente limitata a spedire i soldi, in banconote da una sterlina come era richiesto, all’indirizzo indicato.
– E il cane è stato restituito?
– Si. Quella sera si è sentito suonare il campanello e c’era la sciagurata bestiola seduta sul gradino della porta. Lì, in giro, naturalmente, non si vedeva anima viva.
– Perfetto. Continuate.
– Allora, naturalmente, Milly ha confessato quello che aveva fatto e io mi sono un po’ arrabbiato. Comunque, dopo, un po’ mi sono calmato... tanto, ormai le cose erano andate così e non ci si può aspettare da una donna che si comporti con un briciolo di buon senso... anzi, oso dire che avrei lasciato correre e ci avrei messo una pietra sopra se non mi fosse capitato di incontrare il vecchio Samuelson al club.
– Si?
– Accidentaccio, deve trattarsi di un giro di ricatti organizzati, sapete! Perché la stessa precisa disavventura era capitata anche a lui. TRECENTO sterline sono riusciti a spillare a sua moglie! Be’, mi è sembrato un po’ troppo. E ho preso la decisione di far cessare il giochetto. Così vi ho convocato.
– Però, a ben pensarci, sir Joseph, la cosa migliore (e, oltre a tutto la meno costosa) non sarebbe stata quella di chiamare la polizia?
Sir Joseph si sfregò il naso.
Disse: – Siete sposato, signor Poirot?.
– Purtroppo non ho questa fortuna – disse Poirot.
– Uhm! – Borbottò sir Joseph. – Quanto a fortuna, è da vedere, ma se foste sposato, dovreste sapere che le donne sono strane creature. Mia moglie ha avuto un attacco isterico al solo sentir nominare la polizia... si era cacciata in testa che sarebbe successo qualcosa al suo adorato Shan Tung se fossi andato alla polizia. Non ne ha voluto sentir parlare... e devo aggiungere che non ha accolto neppure favorevolmente l’idea che veniste chiamato VOI in causa. Però io non ho ceduto su questo punto e, alla fine, si è rassegnata. Ma, badate bene, non le va affatto a genio.
Hercule Poirot mormorò: – Mi pare di capire che la situazione è delicata. Avreste niente in contrario se avessi un colloquio con la vostra consorte per ottenere ulteriori particolari sulla faccenda e rassicurarla, al tempo stesso, per quel che riguarda la futura sicurezza del suo cane?
Sir Joseph fece segno di sì e si alzò in piedi. Disse: – Vi conduco subito da lei, in automobile.
II
In un ampio salotto, surriscaldato e lussuosamente arredato, erano sedute due donne.
All’ingresso di sir Joseph e Hercule Poirot, un piccolo pechinese si precipitò verso di loro, abbaiando furiosamente e girando intorno alle caviglie di Poirot con aria minacciosa.
– Shan... Shan... vieni qui. Vieni dalla mamma, tesorino... Prendetelo, signorina Carnaby.
La seconda donna si precipitò e Hercule Poirot mormorò: – Un autentico leone, davvero.
Un po’ ansante, colei che aveva catturato Shan Tung si trovò d’accordo. – Sì, proprio, è un cane da guardia così bravo. Non si spaventa di niente e di nessuno. Eccolo qui, carino.
Terminate le presentazioni necessarie, sir Joseph disse: – Ebbene, signor Poirot, io vi lascio, – e con un rapido cenno di saluto, uscì dalla stanza.
Lady Hoggin era una donna corpulenta, con l’aria petulante e i capelli tinti di rosso all’henné. La sua compagna, la trepidante signorina Carnaby, era una creatura amabile e paffuta fra i quaranta e i cinquant’anni. Trattava lady Hoggin con la massima deferenza e non faceva niente per nascondere il fatto che costei doveva spaventarla a morte.
Poirot disse: – E ora raccontatemi dettagliatamente, lady Hoggin, in quali circostanze si è svolto questo abominevole atto delittuoso.
Lady Hoggin arrossì. – Sono molto lieta di sentirvi parlare così, signor Poirot. Perché è stato veramente un atto delittuoso. I pechinesi sono terribilmente sensibili... esattamente come sono sensibili i bambini. Il povero Shan Tung avrebbe anche potuto morire di spavento, a parte tutto il resto.
La signorina Carnaby interloquì, facendole eco, sempre con quel tono un po’ ansante: – È stata una perfidia... sì, UNA PERFIDIA!
– Per piacere, raccontatemi i fatti.
– Ecco, le cose sono andate così. Shan Tung era fuori, per la sua passeggiata nel parco con la signorina Carnaby...
– Oh, povera me, sì, è stata tutta colpa mia... – intervenne di nuovo la sua compagna. – Come ho potuto essere tanto stupida... tanto trascurata...
Lady Hoggin disse acida: – Non voglio farvi rimproveri, signorina Carnaby, però io penso effettivamente che avreste potuto stare un po’ più ALL’ERTA.
Poirot spostò lo sguardo sulla dama di compagnia.
– Cosa è successo?
La signorina Carnaby proruppe in una spiegazione disordinata e lievemente agitata.
– Be’, è stata una cosa assolutamente incredibile! Avevamo appena finito di percorrere il sentiero dei fiori... Shan Tung era al guinzaglio, naturalmente... aveva già fatto la sua corsettina sull’erba... e io stavo per tornare indietro e riprendere la strada di casa quando la mia attenzione è stata attratta da un bambino in carrozzina... un pupetto adorabile... mi ha sorriso... con quelle guancette paffute e rosee e CERTI RICCIOLINI! Non ho resistito alla tentazione di scambiare qualche parola con la bambinaia, di chiederle quanto tempo aveva e lei ha detto diciassette mesi... sono certa di essere rimasta a parlare solo un minuto o due e poi d’un tratto abbasso gli occhi e Shan non c’è più. Il guinzaglio era stato tagliato di netto...
Lady Hoggin disse: – Se aveste prestato la dovuta attenzione ai vostri doveri, nessuno si sarebbe avvicinato di soppiatto a tagliare quel guinzaglio.
La signorina Carnaby sembrava sul punto di scoppiare in lacrime.
Poirot disse in fretta: – E dopo, cos’è successo dopo?
– Be’, naturalmente ho guardato DAPPERTUTTO. E l’ho CHIAMATO! E ho chiesto al guardiano del parco se non aveva visto un uomo che portava via un pechinese ma lui non aveva notato niente del genere... e io non sapevo cosa fare... così ho continuato a cercarlo, ma alla fine, naturalmente, HO DOVUTO rientrare a casa...
La signorina Carnaby si fermò di colpo.
Poirot poteva immaginare senza troppa difficoltà la scena che era seguita. Domandò: – E poi avete ricevuto una lettera?
Lady Hoggin riprese il racconto.
– Con la consegna della prima posta la mattina dopo. Diceva che se volevo rivedere Shan Tung vivo avrei dovuto spedire duecento sterline, in banconote da una sterlina, in un pacchetto non raccomandato al capitano Curtis, Bloomsbury Road Square, trentotto. Diceva che se avessimo preso nota del numero dei biglietti di banca o se la polizia fosse stata informata, allora... allora... AVREBBERO TAGLIATO... le ORECCHIE E LA CODA A SHAN TUNG!
La signorina Carnaby cominciò a tirar su col naso.
– Una minaccia talmente ORRIBILE! – mormorò. – Pare impossibile che esistano persone così CRUDELI!
Lady Hoggin continuò: – Diceva che se mandavo il denaro immediatamente, Shan Tung sarebbe stato restituito quella sera stessa, sano e salvo, ma che... se... se dopo io andavo alla polizia, sarebbe stato Shan Tung a farne le spese...
La signorina Carnaby mormorò con voce lacrimosa: – Oh, poveri noi, ho tanta paura che ancora adesso... d’accordo che il signor Poirot non è esattamente la polizia...
Lady Hoggin disse in tono ansioso: – Quindi vedete, signor Poirot, che dovrete fare molta ATTENZIONE.
Hercule Poirot si affrettò a lenire la sua ansia.
– Non faccio parte della polizia! Le mie indagini saranno condotte con la massima discrezione, in segreto. Potete star certa, lady Hoggin, che Shan Tung non correrà il minimo pericolo. Questo, ve lo GARANTISCO.
Le due signore parvero sollevate a sentire questa parola magica.
Poirot continuò: – Avete qui la lettera?
Lady Hoggin scosse la testa in segno di diniego.
– No, le istruzioni dicevano che dovevo spedirla insieme al denaro.
– E così avete fatto?
– Sì.
– Peccato!
La signorina Carnaby disse con vivacità: – Però ho ancora il guinzaglio del cane. Devo andare a prenderlo?
Uscì dalla stanza. Hercule Poirot approfittò della sua assenza per fare qualche domanda che la riguardava.
– Amy Carnaby? Oh, SU DI LEI non si può dir niente. Una brava creatura, per quanto sia un po’ sciocca, naturalmente. Ho avuto parecchie dame di compagnia e TUTTE si sono rivelate delle complete cretine. Però Amy adorava Shan Tung ed è rimasta profondamente sconvolta da tutta questa faccenda... com’era logico fosse... a fermarsi intorno alle carrozzine trascurando il mio tesorino! Queste vecchie zitelle sono tutte uguali, perdono la testa per i bambini! No, sono sicurissima che lei non c’entra assolutamente.
– In realtà, non sembra probabile – ammise Poirot. – D’altra parte, visto che il cane è scomparso mentre era stato affidato a lei, bisogna assicurarsi anche della sua onestà. È molto tempo che l’avete con voi?
– Quasi un anno. Ha eccellenti referenze. È stata con lady Hartingfield finché questa è morta... per una decina di anni, credo. Dopo, si è occupata di una sorella inferma per un certo tempo. È un’ottima persona, davvero... ma una vera sciocca, come ho già detto.
A questo punto Amy Carnaby rientrò, appena un poco più ansante del solito, e mostrò il guinzaglio che consegnò a Poirot con gran solennità, guardandolo speranzosa, piena di aspettativa.
Poirot lo osservò attentamente.
– "Mais, oui", – disse. – Questo guinzaglio è stato tagliato, non c’è dubbio.
Le due donne continuarono ad aspettare, piene di fiducia.
Lui disse: – Questo, lo tengo io. – E se lo infilò solennemente in tasca.
Le due donne si lasciarono sfuggire un sospiro di sollievo. Evidentemente aveva fatto proprio quello che ci si aspettava da lui.
III
Poirot aveva l’abitudine di controllare sempre tutto. Quindi, per quanto le apparenze concordassero nel confermargli che la signorina Carnaby era proprio quella che sembrava essere, una donna un po’ stupida e alquanto confusionaria come lasciava intendere di essere, Poirot riuscì ugualmente ad avere un colloquio con una gentildonna dall’aspetto piuttosto minaccioso e severo che era la nipote della defunta lady Hartingfield.
– Amy Carnaby? – disse la signorina Maltravers. – Ma certo che me la ricordo perfettamente. Era una brava donna e andava benissimo per la zia Julia. Adorava i cani ed era bravissima nella lettura ad alta voce. Piena di tatto, anche: non contraddiceva mai un’inferma. Cosa le è capitato? Spero che non si trovi in qualche difficoltà. Un anno fa le ho fornito le referenze per una certa... si chiamava... un nome che cominciava con H...
Poirot si affrettò a spiegare che la signorina Carnaby occupava ancora quel posto. C’era stato un piccolo guaio, disse, a causa di un cagnolino perduto.
– Amy Carnaby stravedeva per i cani. Mia zia aveva un pechinese che lasciò alla signorina Carnaby quando morì. La signorina Carnaby lo considerava la pupilla dei suoi occhi. Mi pare di ricordare che si disperò quando il cagnolino morì. Oh, sì, una gran brava persona. Non proprio una "intellettuale", naturalmente.
Hercule Poirot convenne con lei che, forse, la signorina Carnaby non poteva essere definita una intellettuale.
La sua mossa successiva fu quella di andare a ricercare il guardiano del parco con cui la signorina Carnaby aveva parlato nel pomeriggio fatale. E la fece senza incontrare difficoltà. L’uomo ricordava l’incidente in questione.
– Una signora di mezza età, piuttosto rotondetta... era fuori di sé, mi dovete credere... aveva perduto il suo cane pechinese. La conoscevo bene di vista... viene qui con il cane quasi tutti i giorni. L’ho vista entrare nel parco con la bestiola. E quando non l’ha più trovata, è stata presa da un’agitazione spaventosa! È arrivata qui di corsa a domandarmi se avevo visto qualcuno con un pechinese! Ma insomma, dico io! Cosa volete! Il parco è pieno di cani... di ogni genere... pechinesi, pastori tedeschi, bassotti... perfino Borzoi ci sono... ne abbiamo di ogni tipo. Un po’ difficile che potessi notare un pechinese più di un altro.
Hercule Poirot annuì con aria pensierosa.
Andò al 38 di Bloomsbury Road Square. I numeri 38, 39 e 40 erano stati conglobati sotto la denominazione comune di Balaclava Private Hotel. Poirot salì i gradini e spinse con la mano la porta. Lo accolse una cupa penombra nella quale all’odore del cavolo bollito si univa il vago effluvio delle aringhe della colazione del mattino.
Alla sua sinistra c’era un tavolo di mogano sul quale si trovava una pianta di crisantemo dall’aria triste. Sopra il tavolo un grande pannello diviso in scomparti, in fustagno verde, dove venivano messe le lettere. Poirot lo fissò meditabondo per qualche minuto. Poi aprì una porta alla sua destra. Conduceva in una specie di salone con tavolini e poltroncine rivestite di un cretonne dal motivo deprimente. Tre anziane signore e un vecchio dall’aria corrucciata, alzarono la testa e occhieggiarono l’intruso con sguardi velenosi e micidiali. Hercule Poirot arrossì e si ritirò.
Proseguì per il corridoio ed arrivò a una scala. Alla a destra, un altro corridoio ad angolo retto si staccava da quello che aveva appena percorso, e conduceva a quella che, evidentemente, doveva essere la sala da pranzo.
Un po’ più in giù, su quest’ultimo corridoio, c’era una porta con la scritta: UFFICIO.
Fu su questa che Poirot bussò. Non ricevendo risposta, la aprì e guardò dentro. Nella stanza c’era una scrivania enorme, coperta di carte, ma non si vedeva anima viva. Si ritirò, richiudendo la porta. E si infilò in sala da pranzo.
Una ragazza dall’aria avvilita, avvolta in un grembiule sudicio, vi si aggirava strascicando i piedi, con una cesta di coltelli e forchette che le servivano per apparecchiare i tavoli.
Hercule Poirot disse in tono di scusa: – Mi spiace disturbarvi, ma potrei vedere la direttrice?
La ragazza lo contemplò con occhi spenti.
Disse: – Be’, non saprei, veramente.
Hercule Poirot disse: – Nell’ufficio non c’è nessuno.
– Be’, ecco, veramente io non saprei dove può essere.
– Forse potrebbe cercare di saperlo? – chiese Hercule Poirot, paziente e persistente.
La ragazza sospirò.
La sua giornata, già abbastanza tetra, adesso veniva a complicarsi ulteriormente per colpa di questo nuovo peso scaricato sulle sue spalle.
Disse in tono triste: – Vedrò quello che posso fare.
Poirot la ringraziò e si spostò di nuovo nell’atrio d’ingresso non avendo il coraggio di affrontare le occhiate malevole delle persone che occupavano il salone. Stava fissando il pannello rivestito di fustagno verde sul quale venivano infilate le lettere quando un fruscio e un intenso profumo di violette del Devonshire proclamarono che la direttrice era arrivata.
La signora Harte si mostrò piena di garbo e cortesia. Esclamò: – Sono spiacentissima di non essere stata in ufficio. Cercavate una stanza?
Hercule Poirot mormorò: – Non esattamente. Mi stavo chiedendo se un mio amico ha alloggiato qui da voi, negli ultimi tempi. Un certo capitano Curtis.
– Curtis – esclamò la signora Harte. – Capitano Curtis? Vediamo un po’... dove ho sentito questo nome?
Poirot non fece niente per aiutarla. E la donna scosse la testa, seccata.
Lui disse: – Dunque non avete un certo capitano Curtis qui fra i vostri clienti?
– Be’, ecco, di recente, no di sicuro. Eppure, sapete che questo nome ha qualcosa di familiare per me? Non potreste descrivermi questo vostro amico?
– Mi è difficile farlo – disse Hercule Poirot. Poi continuò: – Immagino che, qualche volta, possa capitare di veder arrivare qualche lettera per una persona la quale, in realtà non alloggia da voi, vero?
– Naturalmente. Sì, può capitare.
– E cosa ne fate, di lettere simili?
– Ecco, le conserviamo per un po’ di tempo. Vedete, potrebbe significare che la persona in questione sta per arrivare. Certo che, se le lettere o i pacchi restano qui per un certo tempo senza che nessuno venga a ritirarli, li restituiamo all’ufficio postale.
Hercule Poirot annuì, pensoso. E disse: – Capisco. – Poi aggiunse: – Per la verità, io ho scritto una lettera al mio amico, e gliel’ho indirizzata qui.
La faccia della signora Harte si rischiarò.
– Ecco la spiegazione. Devo aver notato il nome su una busta. D’altra parte abbiamo un tal numero di signori ex militari che alloggiano stabilmente qui o si fermano quando sono di passaggio... lasciatemi controllare. E occhieggiò verso il pannello di fustagno verde.
Hercule Poirot disse: – Adesso non c’è.
– Allora suppongo che sia stata restituita al postino. COME MI DISPIACE! Niente di IMPORTANTE, spero?
– No, no, di nessuna importanza.
Mente si avviava alla porta, la signora Harte, avviluppata dal suo penetrante profumo di violetta, lo inseguì.
– Qualora il vostro amico dovesse arrivare...
– È molto improbabile. Devo aver fatto uno sbaglio...
– I nostri prezzi sono molto modesti, – disse la signora Harte. – Il caffè dopo cena è incluso. Vorrei farvi vedere una o due delle nostre camere–da–letto–salotto...
Hercule Poirot riuscì a prendere il largo con qualche difficoltà.
IV
Il salotto della signora Samuelson era più spazioso, arredato più lussuosamente e favorito da un calore, irradiato dall’impianto centrale di riscaldamento, più soffocante di quello di lady Hoggin. Hercule Poirot si fece strada, quasi stordito dal capogiro, fra consolle dorate e grandi gruppi marmorei.
La signora Samuelson era più alta di lady Hoggin, e aveva i capelli ossigenati. Il suo pechinese, di nome Nanki Poo, squadrò Hercule Poirot dalla testa ai piedi con arroganza. La signorina Keble, dama di compagnia della signora Samuelson, era tanto magra e rinsecchita quanto la signorina Carnaby era paffuta e rotondetta, ma anche lei appariva loquace e lievemente ansante. Lei pure era stata rimproverata per la scomparsa di Nanki Poo.
– Credete, signor Poirot, è stata una cosa assolutamente straordinaria. È successo tutto in un attimo. Appena fuori da Harrods, sapete, il grande negozio del centro, una bambinaia che mi ha domandato l’ora... E che tesoro di bambino, era il suo. Un cosino adorabile con certe guancette rosee! Dicono che i bambini di Londra hanno l’aria malaticcia, eppure io sono convinta...
Ellen la richiamò all’ordine la signora Samuelson.
La signorina Keble arrossì, balbettò e ammutolì.
La signora Samuelson disse acida: – E mentre la signorina Keble stava chinata su una carrozzina con la quale non aveva niente a che fare, questo sfacciato briccone ha tagliato il guinzaglio di Nanki Poo e se l’è squagliata con lui.
La signorina Keble mormora con voce piena di lacrime: – È successo tutto in un secondo. Mi sono guardata in giro e il nostro piccolo tesoro era sparito... non rimaneva che un pezzo di guinzaglio, quello che stringevo in mano. Vorreste vederlo, forse, signor Poirot?
– No, assolutamente no, – si affrettò a rispondere Poirot. Non aveva nessuna voglia di far collezione di guinzagli da cane, tagliati. – Mi pare di capire, – continuò – che poco tempo dopo avete ricevuto una lettera, vero?
La storia era identica all’altra: la lettera, le minacce di violenza alla coda e alle orecchie di Nanki Poo. Due elementi soltanto erano differenti: la somma di denaro richiesta, trecento sterline, e l’indirizzo al quale dovevano essere spedite: questa volta si trattava del comandante Blackleigh, Harrington Hotel, 76, Cloumel Gardens, Kensington.
La signora Samuelson proseguì: – Quando Nanki Poo è tornato a casa sano e salvo, mi sono recata IO PERSONALMENTE in quel posto, signor Poirot. In fondo, trecento sterline sono trecento sterline.
– Certamente!
– La prima cosa che ho visto è stata la mia lettera, contenente il denaro, in una specie di casellario per la posta che si trovava nell’ingresso. Mentre aspettavo la proprietaria, me la sono fatta scivolare nella borsetta. Sfortunatamente...
Poirot disse: – Sfortunatamente, quando l’avete aperta, vi siete accorta che conteneva soltanto dei fogli di carta bianca.
– Come fate a saperlo? – la signora Samuelson gli rivolse la domanda con aria intimorita e ammirata.
Poirot si strinse nelle spalle. – È evidente, "chère madame", che il ladro si è fatto premura di recuperare i soldi prima di restituire il cane. Poi ha sostituito alle banconote quei fogli di carta bianca e messo di nuovo la lettera fra l’altra corrispondenza in caso la sua sparizione dovesse essere notata.
– In quell’albergo non ha mai alloggiato nessuno che rispondesse al nome di comandante Blackleigh.
Poirot sorrise.
– E, naturalmente, mio marito è rimasto molto irritato di tutta questa faccenda. Anzi, era livido... assolutamente LIVIDO!
Poirot mormorò con una certa cautela: – Non lo avevate... ehm... consultato prima di spedire il denaro?
– No di certo – rispose la signora Samuelson con aria decisa.
Poirot prese un’espressione interrogativa. E la signora gli fornì la spiegazione.
– Non c’era da pensarci, a correre un rischio simile... ma neanche per un momento! Gli uomini sono così strani quando è questione di "soldi". Jacob avrebbe insistito per andare alla polizia. E io non me la sentivo di rischiarlo. Il mio povero, adorato Nanki Poo. Chissà cosa poteva succedergli! Naturalmente, "sono stata costretta" a raccontare tutto a mio marito, "dopo", perché dovevo spiegargli come mai il mio conto alla banca era in rosso.
Poirot mormorò: – Certamente... certamente...
– Credetemi, non l’ho mai visto così furioso. Gli uomini, – disse la signora Samuelson, sistemandosi meglio al polso il bel braccialetto di brillanti e girando e rigirando gli anelli che portava alle dita, – non pensano che ai soldi.
V
Hercule Poirot prese l’ascensore e salì fino all’ufficio di sir Joseph Hoggin. Gli fece consegnare il proprio biglietto da visita e si sentì comunicare che sir Joseph, al momento, era impegnato, ma l’avrebbe visto di lì a poco. Finalmente una bionda dall’aria altezzosa uscì incedendo maestosamente e senza fretta dallo studio privato di sir Joseph, con un fascio di carte fra le mani. Passando, lanciò all’ometto un’occhiata sdegnosa.
Sir Joseph era seduto dietro l’immensa scrivania di mogano. Aveva un baffo di rossetto sul mento.
– Ebbene, signor Poirot? Sedetevi. Che notizie avete per me?
Hercule Poirot disse: – L’intera faccenda è di una gradevole semplicità. In ognuno dei casi il denaro è stato mandato in uno di quegli alberghetti o pensioncine dove non c’è né un portiere né una particolare sorveglianza all’ingresso e dove c’è sempre un grande andirivieni di ospiti, inclusa una discreta preponderanza di militari in pensione. Niente di più facile per chiunque di entrare, togliere una lettera dal casellario della posta e portarla via oppure tirarne fuori il denaro, e sostituire le banconote con fogli di carta bianca. Quindi, in ognuno di questi casi, la pista finisce bruscamente contro un muro.
– Volete dire, con questo, che non immaginate chi possa esserne l’autore?
– Ho un’idea, sì. Ma ci vorrà qualche giorno per metterla a fuoco.
Sir Joseph lo occhieggiò incuriosito. – Un buon lavoro. Allora, quando avrete qualcosa da riferirmi...
– Verrò a farvi rapporto a casa.
Sir Joseph disse: – Se riuscirete ad andare in fondo a questa storia, farete davvero un’opera meritoria.
Hercule Poirot rispose: – Un insuccesso è impossibile. Hercule Poirot non sbaglia mai.
Sir Joseph Hoggin guardò l’ometto e scoppiò a ridere. – Siete ben sicuro di voi stesso, eh? – domandò.
– Sicurissimo: e ho i miei buoni motivi per esserlo.
– Bene, bene. – Sir Joseph Hoggin si appoggiò contro lo schienale della poltroncina. – Ma ricordatevi che dagli altari si può finire nella polvere!
VI
Hercule Poirot, seduto di fronte al radiatore elettrico (e provando un’intima soddisfazione nel contemplare il preciso disegno geometrico) era intento a dare istruzioni al suo domestico, e "factotum" in genere.
– Mi hai capito, Georges?
– Perfettamente, signore.
– Molto probabilmente si tratta di un appartamentino, di un piccolo alloggio. E si troverà certo situato entro limiti ben precisi: a sud del parco, a est della chiesa di Kensington, a ovest della caserma di Knightsbridge e a nord di Fulham Road.
– Capisco perfettamente, signore.
Poirot mormora: – Un piccolo caso curioso. Non mancano le prove di una evidentissima capacità organizzativa. Non solo, ma bisogna prendere anche in considerazione, naturalmente, il fatto singolare che il protagonista, il divo, insomma, il leone nemeo in persona, se così possiamo definirlo, resta invisibile. Sì, un piccolo caso davvero interessante. Vorrei sentirmi in una disposizione d’animo migliore nei confronti del mio cliente... ma, per disgrazia, assomiglia a un fabbricante di sapone di Liegi che avvelenò la moglie per sposare una bionda segretaria. Uno dei miei primi successi.
Georges scosse la testa. Poi disse in tono grave: – Le bionde, signore, sono sempre responsabili di un mucchio di guai.
VII
Fu tre giorni dopo che l’inestimabile Georges disse: – Ecco l’indirizzo, signore.
Hercule Poirot prese il pezzo di carta che gli veniva consegnato.
– Eccellente, mio bravo Georges. E, quale giorno della settimana?
– Il giovedì, signore.
– Il giovedì. E, oggi, per un caso fortunatissimo, è proprio giovedì. Quindi non bisogna perder tempo.
Venti minuti più tardi Hercule Poirot stava salendo le scale di un caseggiato anonimo, diviso in appartamenti, rintanato in una viuzza che sfociava su una strada molto più elegante. Il numero 10 di Rosholms Mansions si trovava al terzo e ultimo piano e non c’era ascensore. Poirot arrancò verso l’alto seguendo le curve della stretta scala a chiocciola.
Si fermò a riprendere fiato sull’ultimo pianerottolo e da dietro la porta del numero 10 un nuovo suono ruppe il silenzio: il latrato stridulo di un cane.
Hercule Poirot fece segno di sì con la testa, ed ebbe un lieve sorriso. Poi schiacciò il bottone del campanello.
I latrati raddoppiarono... un passo si avvicinò alla porta, e questa venne aperta...
La signorina Amy Carnaby indietreggiò, mentre si portava una mano al florido petto.
– Mi permettete di entrare? – disse Hercule Poirot, ed entrò senza aspettare risposta.
A destra c’era la porta spalancata di un salotto e la varcò. Alle sue spalle, la signorina Carnaby veniva avanti come in "trance". Il locale era piccolissimo e sovraccarico di roba. Fra tutto quel mobilio si riusciva a distinguere un essere umano: si trattava di una donna anziana distesa su un divano spinto vicino al fuoco a gas.
Mentre Poirot entrava, un cagnolino pechinese scese d’un balzo dal divano e venne avanti, prorompendo ancora in qualche latrato acuto e sospettoso.
– Aha! – disse Poirot. – Il primo attore! Io ti saluto, mio piccolo amico.
E si chinò tendendo una mano. Il cagnolino la annusò, con gli occhi intelligenti fissi sulla faccia dell’uomo.
La signorina Carnaby mormorò debolmente: – DUNQUE, VOI SAPETE?
Hercule Poirot annuì. – Sì, so tutto. – Guardò la donna sul divano. – Vostra sorella, immagino!
La signorina Carnaby disse meccanicamente: – Sì, Emily, questo... questo è il signor Poirot.
Emily Carnaby sussultò e disse, con voce rotta: – Oh!
Amy Carnaby disse: – Augustus...
Il pechinese la guardò, mosse la coda, poi riprese l’esame della mano di Poirot. Di nuovo, mosse debolmente la coda.
Con delicatezza, Poirot prese in braccio il cagnolino e si mise a sedere con Augustus sulle ginocchia. Disse: – Così, ho catturato il leone nemeo. Il mio compito è terminato.
Amy Carnaby disse con voce dura, secca: – Credete realmente di sapere tutto?
Poirot annuì. – Direi di sì. Siete stata voi a organizzare questa commedia... con l’aiuto di Augustus. Avete portato fuori il cagnolino della vostra padrona per la solita passeggiata, ma lo avete condotto qui e siete andata al parco con Augustus. Il guardiano del parco vi ha visto con un pechinese, come al solito. La bambinaia, se fossimo riusciti mai a trovarla, non avrebbe fatto che confermare che avevate un pechinese con voi quando vi siete fermata a parlarle. Poi, mentre stavate chiacchierando, avete tagliato il guinzaglio e Augustus, addestrato da voi, se l’è subito svignata tornando dritto dritto a casa. Pochi minuti più tardi davate l’allarme gridando che era stato rubato il cane.
Ci fu una pausa. Poi la signorina Carnaby si raddrizza sulla persona con una certa dignità patetica e disse: – Sì. E tutto verissimo. Io... io non ho niente da dire.
L’inferma sul divano comincia a piangere sommessamente.
Poirot disse: – Proprio niente del tutto, mademoiselle?
La signorina Carnaby disse: – Niente. Sono una ladra... e adesso sono stata scoperta.
Poirot mormorò: – Non avete niente da dire... a vostra difesa?
Sulle guance pallide di Amy Carnaby apparve all’improvviso una macchia rossa. Disse: – Non... non rimpiango quello che ho fatto. Sono convinta che siate un uomo gentile, signor Poirot, e che forse potreste capire. Vedete, ero spaventata in un modo terribile!
– Spaventata?
– Sì. Immagino che sia un po’ difficile da capire, per un signore, forse. Ma vedete, io non sono affatto una donna intelligente, non ho alcuna istruzione particolare e sto diventando vecchia... e sono talmente terrorizzata se penso al futuro! Non sono riuscita a mettere da parte neanche un po’ di risparmi... e come facevo, con Emily da curare? A mano a mano che divento più vecchia e meno capace mi accorgo che c’è sempre meno gente che mi vuole. Preferiscono una creatura giovane e vivace. Ho... ho conosciuto talmente tante donne come me... nessuno ti vuole e finisci per ridurti a vivere in una stanza e non hai caldo e neanche granché da mangiare, e alla fine non riesci più neanche a pagare l’affitto della stanza... Ci sono certi istituti benefici, naturalmente, ma non è molto facile riuscire a entrarci a meno che non si abbia qualche amicizia influente, e questo non è il mio caso. Ci sono molte altre che si trovano nella mia situazione... povere dame di compagnia... donne inutili, che non sanno far nulla, le quali non hanno che un’unica prospettiva, quella di un terrore mortale...
Le tremò la voce. E aggiunse: – Così... alcune di noi... si sono riunite... e io ho pensato a questo. A dire la verità, è stato Augustus a mettermelo in testa. Vedete, per molta gente, un pechinese è del tutto identico a un altro. (Esattamente come facciamo con i cinesi) In realtà, naturalmente, è ridicolo. Nessuna persona un po’ esperta potrebbe confondere Augustus con Nanki Poo oppure Shan Tung o qualche altro pechinese ancora. Lui è molto più intelligente, tanto per cominciare, e molto più bello, ma, come dicevo, per molta gente un pechinese è semplicemente un pechinese. È stato Augustus a farmelo venire in mente... insieme al fatto che molte donne ricche possiedono un cagnolino pechinese.
Poirot disse con un lieve sorriso: – Dev’essere stato un genere di ricatto organizzato molto lucroso! Quante persone fanno parte della... della banda? O forse farei meglio a chiedere quante volte le operazioni sono state coronate dal successo?
La signorina Carnaby disse con semplicità: – Shan Tung è stato il sedicesimo.
Hercule Poirot alzò le sopracciglia. – Mi congratulo con voi. La vostra doveva essere un’organizzazione davvero eccellente.
Emily Carnaby disse: – Amy è sempre stata brava a organizzare. Nostro padre... era il parroco di Kellington nell’Essex... ripeteva spesso che Amy era un genio per pianificare e progettare. Era lei a organizzare sempre tutto per le riunioni sociali, le vendite di beneficenza e via dicendo.
Poirot disse abbozzando un piccolo inchino: – Sono d’accordo. Come criminale, mademoiselle, siete assolutamente di prim’ordine.
Amy Carnaby esclamò: – Una criminale. Oh povera me! Già, eppure forse lo sono davvero. Ma... non ho mai avuto questa impressione.
– Quale impressione avevate, allora?
– Naturalmente, avete tutte le ragioni. Era un’infrazione alla legge. Ma vedete... come posso spiegarvi? Quasi tutte queste donne che ci assumono sono molto scortesi e sgradevoli. Lady Hoggin, per esempio, non sta mai attenta a quello che mi dice. L’altro giorno ha detto che il suo solito tonico aveva un sapore pessimo e mi ha praticamente accusato di averlo manipolato. Mi accusa sempre di sviste del genere.
La signorina Carnaby arrossì. – È davvero molto spiacevole. E il fatto di non poter dire niente e neanche rispondere, "inasprisce" ancora di più il carattere, se capite quello che voglio dire.
– Capisco quello che volete dire – rispose Hercule Poirot.
– E poi, vedere i soldi sperperati a quel modo, tutti quegli sprechi, è un’altra forma di ingiustizia che sconvolge. Sir Joseph, ha l’abitudine, di tanto in tanto, di raccontarci un colpo che ha fatto in Borsa o con altri uomini d’affari e vi assicuro che qualche volta erano colpi che a me sembravano (naturalmente io ho un cervello femminile e non capisco niente di finanza), sembravano profondamente "disonesti". Be’, capite, signor Poirot, tutto questo... tutto questo mi ha "sconvolto" e ho avuto l’impressione che portar via un po’ di soldi a questa gente che, in realtà, non ne sente affatto la mancanza e non è neanche stata troppo scrupolosa nel guadagnarli... be’, ecco, non mi sembrava quasi neppure un’ingiustizia.
Poirot mormorò: – Una moderna Robin Hood! Ditemi, signorina Carnaby, vi è mai capitato di dover mettere in atto le minacce di cui vi servivate nelle vostre lettere?
– Minacce?
– Non siete mai stata costretta a mutilare le bestiole nel modo che specificavate?
La signorina Carnaby lo guardò inorridita.
– Naturalmente non mi sarei mai sognata di fare qualcosa del genere! Quello era semplicemente... semplicemente un tocco artistico.
– Molto artistico. Funzionava.
– Naturalmente sapevo che avrebbe funzionato! Sapevo ciò che avrei provato io per Augustus, e naturalmente dovevo aver la sicurezza che queste donne avrebbero parlato ai mariti soltanto dopo. Il piano ha funzionato alla perfezione ogni volta. In nove casi su dieci, la lettera contenente il denaro è stata consegnata alla dama di compagnia perché la impostasse. Generalmente le aprivamo con il vapore, tiravamo fuori le banconote, e mettevamo un po’ di carta al loro posto. Una o due volte, la signora in questione è andata a imbucare la lettera personalmente. In questo caso, è naturale, la dama di compagnia era costretta ad andare all’albergo indicato a tirar fuori la lettera dalle caselle della posta. Ma anche quello, era facilissimo.
– E il tocco della bambinaia? Era sempre una bambinaia?
– Be’, vedete, signor Poirot, tutti sanno che le vecchie zitelle hanno la tendenza di essere scioccamente sentimentali con i bambini in carrozzella. Di conseguenza sembrava "naturalissimo" che restassero tanto assorte ad ammirarne uno da non accorgersi di nient’altro.
Hercule Poirot sospirò. E disse: – La vostra psicologia è eccellente, la vostra organizzazione di prim’ordine; non solo, ma siete anche un’ottima attrice. La vostra interpretazione, l’altro giorno, quando ho avuto quel colloquio con lady Hoggin, è stata perfetta. Non siate troppo modesta con voi stessa, signorina Carnaby. Potrete essere quel che chiamate una donna senza istruzione, ma non c’è niente che non funzioni nel vostro cervello o nel vostro coraggio.
La signorina Carnaby disse con un debole sorriso: – Eppure sono stata scoperta, signor Poirot.
– Soltanto da ME. Era inevitabile! Quando ho intervistato la signora Samuelson, mi sono reso conto che il rapimento di Shan Tung non era l’unico, ma faceva parte di una serie. Avevo già saputo che vi era stato lasciato in eredità un pechinese e che avevate una sorella inferma. Mi è bastato domandare al mio incomparabile cameriere di cercare un appartamentino, entro una certa zona, occupato da una signora invalida che avesse un pechinese e una sorella la quale veniva a trovarla una volta alla settimana nel suo giorno di libertà. È stato semplice.
Amy Carnaby si raddrizzò sulla persona. Disse: – Siete stato molto gentile. Tanto che mi faccio coraggio e vi chiedo un favore. So benissimo di non poter sfuggire alla punizione per quello che ho fatto. Suppongo che mi manderanno in prigione. Ma se fosse possibile, per mezzo vostro, signor Poirot, evitare che si facesse "pubblicità" intorno al mio nome! Una cosa tanto umiliante per Emily... e per chi ci conosceva ai vecchi tempi. Non sarebbe possibile andare in prigione sotto "un nome falso"? Oppure è "gravissimo" chiedervi un favore simile?
Hercule Poirot disse: – Credo di poter fare molto più di questo. Ma, prima di tutto, devo mettere in chiaro una cosa. Queste truffe devono smettere. Non devono esserci più cagnolini scomparsi. Tutto questo deve finire!
– Sì! Oh, sì!
– E i soldi estorti a lady Hoggin devono essere restituiti.
Amy Carnaby attraversò la stanza, aprì il cassetto di una scrivania e ritornò con un pacchetto di biglietti di banca che consegnò a Poirot.
– Stavo per versarli, oggi stesso, nella cassa comune.
Poirot prese le banconote e le contò. Poi si alza in piedi.
– Credo che mi sarà possibile persuadere sir Joseph a non denunciarvi.
– Oh, signor Poirot!
Amy Carnaby si strinse convulsamente le mani.
Emily si lascia sfuggire un grido di gioia.
Augustus abbaiò, dimenando la coda.
– Quanto a te, "mon ami", – disse Poirot rivolgendosi al cagnolino, – c’è una cosa che vorrei da te. È il tuo manto di invisibilità che mi occorre. In tutti questi casi nessuno è mai stato sfiorato, neppure per un momento, dal sospetto che ci fosse coinvolto un secondo cane.
Augustus possedeva quella pelle che dava al leone la capacità di essere invisibile.
– Ma certo, signor Poirot, secondo la leggenda, una volta i pechinesi ERANO leoni. E hanno ancora un cuore da leoni!
– Suppongo che Augustus sia il cane lasciato in eredità da lady Hartingfield, vero? Quello che poi era morto, secondo la voce corrente? Ma non avevate mai paura di lasciarlo tornare solo a casa in mezzo al traffico?
– Oh, no, signor Poirot, Augustus sta molto attento in mezzo al traffico. L’ho addestrato con la massima attenzione. Ha perfino afferrato il concetto delle strade a senso unico.
– In tal caso – disse Hercule Poirot, – è superiore alla maggioranza degli esseri umani!
VIII
Sir Joseph ricevette Hercule Poirot nel suo ufficio. Disse: – Ebbene, signor Poirot? Il fiuto di cui vi siete tanto vantato vi ha aiutato a risolvere il caso?
– Permettetemi, prima, di farvi una domanda, – disse Poirot mentre si sedeva. – So chi è il criminale e credo di poter produrre prove sufficienti a far mandare in carcere questa persona. Ma, in tal caso, non credo che riuscirete mai a rientrare in possesso dei vostri soldi.
– Non riavrò i miei soldi?
Sir Joseph era diventato paonazzo.
Hercule Poirot proseguì: – Io non sono un poliziotto. In questo caso agisco nel vostro solo interesse. Credo che potrei recuperare intatta la somma che avete speso se non verrà intentata una causa.
– Come? – esclamò sir Joseph. – Non fare accusare nessuno? Ci devo pensare!
– La decisione spetta interamente a voi. A rigor di termini, suppongo che potreste far causa a questa persona adducendo il motivo del pubblico interesse. Molta gente sarebbe di questa opinione.
– Lo credo bene, – rispose sir Joseph in tono asciutto. – Non è stato il loro denaro ad andarsene in fumo. Se c’è una cosa che detesto, è lasciarmi truffare. Non esiste persona che mi abbia truffato e sia riuscita a farla franca!
– Bene, allora, che cosa decidete?
Sir Joseph picchiò il pugno sulla scrivania. – Voglio le svanziche! Nessuno potrà mai dire di essersela squagliata con duecento sterline che erano mie!
Hercule Poirot si alzò, si avvicinò a uno scrittoio, compilò un assegno per la cifra di duecento sterline e lo consegno al suo interlocutore.
Sir Joseph mormorò con voce spenta: – Che mi venga un accidente, perbacco! Chi diavolo è il colpevole?
Poirot scosse la testa. – Se accettate i soldi, non dovete fare domande.
Sir Joseph piegò l’assegno e se lo cacciò in tasca. – Peccato. Ma i soldi sono la cosa più importante. A proposito, quanto vi devo, signor Poirot?
– Il mio onorario non sarà alto. Si trattava, come ho detto, di una faccenda estremamente poco importante. – Fece una pausa... e aggiunse: – Oggigiorno quasi tutti i casi di cui mi occupo sono delitti...
Sir Joseph ebbe un lieve sussulto. – Saranno molto interessanti? – disse.
– Qualche volta. È abbastanza strano, ma voi mi ricordate uno dei miei primi casi, in Belgio, molti anni fa... il protagonista assomigliava molto a voi di aspetto. Era un fabbricante di sapone, molto ricco. Avvelenò la moglie per essere libero di sposare la segretaria... Sì, la somiglianza è notevole...
Dalle labbra di sir Joseph uscì un flebile suono... erano diventate di uno strano colore azzurrino. E dalle sue guance era sparita la solita tinta rubizza. Con occhi che uscivano dalle orbite, fissò Poirot.
Intanto si era lievemente accasciato sulla seggiola.
Poi, con la mano che gli tremava, si frugò in tasca ne tira fuori l’assegno e lo fece in pezzi.
– Finito, dimenticato... vedete? Consideratelo il vostro onorario.
– Oh, ma... ecco, sir Joseph, il mio onorario non sarebbe stato così alto.
– Benissimo, non importa. Tenete ugualmente quella cifra.
– La manderò a un’opera di beneficenza che la meriti.
– Mandatela dove diavolo vi aggrada!
Poirot si sporse in avanti e disse: – Credo che non occorra farvi rilevare, sir Joseph, che nella vostra posizione fareste bene a stare estremamente attento.
Sir Joseph disse, e la sua voce era quasi impercettibile: – Non preoccupatevi. Starò attentissimo. Eccome!
Hercule Poirot uscì. E mentre scendeva i gradini, disse tra sé: "Dunque... AVEVO RAGIONE."
IX
Lady Hoggin disse al marito: – Buffo, ma questo tonico ha un sapore totalmente diverso. Non ha più quel gusto amaro di prima. Chissà perché?
Sir Joseph grugnì: – Il farmacista. Gente distratta. Ogni volta preparano le ricette in un modo diverso.
Lady Hoggin seguitò dubbiosa: – Suppongo che sia così.
– Naturale che è così. Come vuoi che sia, altrimenti?
– Quell’individuo ha scoperto qualcosa a proposito del rapimento di Shan Tung?
– Sì. Mi ha restituito i miei soldi.
– Chi è stato?
– Non me l’ha detto. Una persona molto misteriosa, Hercule Poirot. Ma non devi più preoccuparti.
– È un buffo, piccolo uomo, non ti pare?
Sir Joseph fu colto da un leggero brivido e lanciò un’occhiata di sbieco, verso l’alto, come se temesse l’invisibile presenza di Poirot dietro la propria spalla destra. Aveva una mezza idea che l’avrebbe sempre sentita lì in quel punto.
Disse: – È un demonio maledettamente intelligente!
E pensò tra sé: "Greta può andare ad impiccarsi! Io non ho la minima intenzione di rischiare l’osso del collo per una dannatissima bionda platinata!"
X
– Oh! – Amy Carnaby fissò con aria incredula l’assegno da duecento sterline e gridò: – Emily! Emily! Sta’ un po’ a sentire:
"Cara signorina Carnaby,
Consentitemi di contribuire con quanto troverete qui accluso al vostro meritevole Fondo prima che venga definitivamente chiuso.
Sinceramente, vostro
Hercule Poirot."
– Amy – disse Emily Carnaby, – sei stata incredibilmente fortunata. Pensa dove potresti essere adesso!
– Wormwood Scrubbs... oppure è Holoway? – mormorò Amy Carnaby. – Ma adesso è tutto finito... vero, Augustus? Niente più passeggiate nel parco con mammina o le amiche di mammina, e un paio di forbicine.
I suoi occhi presero un’espressione svagata e sognante. Sospirò: – Caro Augustus! Sembra perfino un peccato. È tanto intelligente... Gli si può insegnare qualsiasi cosa...
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