il toro cretese
italian
I
Hercule Poirot guardò pensieroso la visitatrice.
Vide una faccia pallida dal mento piuttosto deciso, occhi più grigi che azzurri e quei capelli corvini dai riflessi azzurri che si vedono così di rado – i riccioli di ametista dell’antica Grecia.
Notò l’abito in tweed di buon taglio, ma anche piuttosto frusto, la borsetta un po’ sciupata e l’arroganza istintiva di modi che si nascondeva dietro l’evidente nervosismo della ragazza. Pensò tra sé: "Ah sì: nobiltà di provincia... senza il becco d’un quattrino! Dev’essere proprio una questione fuori dal comune che l’ha spinta a venire da me."
Diana Maberly disse con la voce che le tremava leggermente: – Io... io non so se siete in grado di aiutarmi signor Poirot. È... è una situazione assolutamente fuori dal comune.
Poirot disse: – Ah, sì? Volete raccontarmela?
Diana Maberly disse: – Sono venuta da voi perché non so CHE COSA fare! Non so neanche se c’è qualcosa da fare!
– Permettete che sia io a giudicarlo?
La ragazza diventò rossa di colpo. E disse, parlando rapidamente, un po’ ansante: – Sono venuta da voi perché l’uomo con cui ero fidanzata da più di un anno, ha rotto il fidanzamento.
Tacque e lo squadrò con aria di sfida.
– Dovete pensare, – aggiunse, – che mi abbia dato completamente di volta il cervello.
Lentamente, Hercule Poirot scosse la testa. – Al contrario, mademoiselle, non ho alcun dubbio che siate estremamente intelligente. Non è certo il mio "métier" nella vita quello di rappattumare i litigi fra fidanzati e so benissimo che ne siete perfettamente al corrente. Quindi ci dev’essere qualcosa di insolito in questa rottura di fidanzamento. È così, o sbaglio?
La ragazza annuì. Poi disse a voce chiara e limpida: – Hugh ha rotto il nostro fidanzamento perché è convinto di diventare pazzo. E, secondo lui, chi è pazzo non deve sposarsi.
Le sopracciglia di Hercule Poirot si sollevarono leggermente. – E voi non siete d’accordo?
– Non lo so... Che cosa SIGNIFICA essere pazzo, in fondo? Lo siamo un po’ tutti.
– Così dicono – convenne Poirot con cautela.
– È soltanto quando uno comincia a pensare di essere un uovo affogato o qualcosa del genere che devono chiuderti in manicomio.
– E il vostro fidanzato non ha raggiunto questo stadio?
Diana Maberly disse: – Io non riesco a trovare niente che non vada in Hugh. È... la persona più sana mentalmente che io conosca. Sicuro... un uomo su cui si può fare affidamento...
– E allora perché lui crede di diventare pazzo? – Poirot si interruppe un momento prima di proseguire. – C’è forse un ramo di pazzia nella sua famiglia?
Con riluttanza, Diana annuì seccamente. Disse: – Suo nonno era malato di mente, credo... anche una prozia. Ma quello che sostengo è che in OGNI famiglia c’è qualcuno un po’ strambo. Un po’ corto di mente, o esageratamente intelligente o QUALCOSA DEL GENERE!
I suoi occhi erano supplichevoli.
Hercule Poirot scosse la testa con tristezza e disse: – Sono molto spiacente per voi, mademoiselle.
La ragazza alzò di scatto il mento ed esclamò: – Non voglio che siate spiacente per me! Voglio che facciate qualcosa!
– E cosa vorreste che facessi?
– Non lo so... ma c’è qualcosa che non mi suona giusto.
– Volete dirmi tutto quello che sapete sul vostro fidanzato, mademoiselle?
Diana cominciò a parlare con foga: – Si chiama Hugh Chandler. Ha ventiquattro anni. Suo padre è l’ammiraglio Chandler. Vivono a Lyde Manor, che appartiene alla famiglia dall’epoca di Elisabetta Prima. Hugh è figlio unico. È entrato in Marina... tutti i Chandler sono marinai... è una specie di tradizione... fin da quando sir Gilbert Chandler è salpato con sir Walter Raleigh nel millecinquecento-e-qualcosa... Hugh è entrato in Marina perché così doveva essere. Suo padre non avrebbe voluto sentirgli proporre nient’altro. Eppure... eppure è stato proprio SUO PADRE a insistere per farlo congedare!
– Quando è successo?
– Press’a poco un anno fa. Del tutto all’improvviso.
– Hugh Chandler era contento della sua professione?
– Contentissimo.
– Non c’è stato, per caso, qualche scandalo in cui è stato coinvolto?
– Chi? Hugh? Nessuno, assolutamente. Stava facendo una splendida carriera. Lui.. lui non è riuscito a capire suo padre.
– Qual è stata la ragione che l’ammiraglio Chandler ha fornito per questa sua decisione?
Diana disse lentamente: – Non l’ha mai data, in realtà. Oh! ha detto che Hugh doveva assolutamente imparare a amministrare le proprietà di famiglia... ma... ma era solo un pretesto. Perfino George Frobisher l’ha capito.
– E chi sarebbe George Frobisher?
– Il colonnello Frobisher. Il più vecchio amico dell’ammiraglio Chandler, il padrino di Hugh. Passa quasi tutto il tempo giù a Lyde Manor.
– E cos’ha pensato il colonnello Frobisher della decisione dell’ammiraglio Chandler che suo figlio dovesse lasciare la Marina?
– È rimasto di stucco. Non è riuscito a capirci niente. Nessuno ci è riuscito.
– Neanche Hugh Chandler in persona?
Diana non rispose subito. Poirot attese un minuto, poi continuò: – Al momento anche lui, forse, sarà rimasto sbalordito. Ma adesso? Non ha detto niente... proprio niente?
Diana mormorò con riluttanza: – Ha detto... press’a poco una settimana fa... che suo padre aveva ragione... che era l’unica cosa da fare.
– Gli avete chiesto il perché?
– Certo! Ma non me lo ha voluto dire.
Hercule Poirot rifletté per un minuto o due e poi disse: – Non è successo qualcosa di fuori dell’ordinario nella località dove abitate? Che potrebbe esser cominciato, magari, un anno fa o giù di lì? Qualche cosa che ha fatto nascere un mucchio di chiacchiere e di supposizioni fra gli abitanti locali?
Lei ribatté tagliente: – Non so a che cosa volete alludere!
Poirot disse a voce bassa, ma con una sfumatura di autorità: – Farete meglio a dirmelo.
– Non c’è stato niente... assolutamente niente di quello che pensate voi!
– Di qualche altro genere, allora?
– Vi trovo semplicemente insopportabile!
– Nelle fattorie di campagna succedono cose strane. Si tratta di una vendetta... oppure c’è di mezzo lo scemo del villaggio o roba simile. CHE COSA È SUCCESSO?
Lei rispose, riluttante: – C’è stato un gran scalpore per qualche pecora... Le hanno trovate sgozzate. Oh, è stata una cosa orrenda! Però erano tutte di un solo contadino, che è un uomo molto duro. La polizia ha pensato che fosse una specie di ripicca nei suoi confronti.
– Ma non hanno preso la persona che l’aveva fatto?
– No. – E aggiunse con aria focosa: – Ma se credete...
Poirot alzò una mano: – Voi non sapete affatto a cosa credo. – Poi aggiunse: – Piuttosto, ditemi, il vostro fidanzato ha consultato un medico?
– No, ne sono sicura.
– Non sarebbe stata la cosa più semplice da fare?
Diana disse lentamente: – Non lo farà. Lui... detesta i dottori.
– E suo padre?
– Non credo che l’ammiraglio abbia molta fiducia nei dottori. Dice che sono un branco di venditori di fumo.
– E l’ammiraglio, che aspetto ha? Sta bene, lui? È sereno?
Diana disse a bassa voce: – È invecchiato terribilmente in... in...
– In quest’ultimo anno?
– Sì. È un rudere... l’ombra di quello che era.
Poirot annuì pensieroso, poi disse: – Aveva approvato il fidanzamento del figlio?
– Oh, sì. Vedete, i possedimenti terrieri dei miei confinano con quelli dei Chandler. Sono generazioni che la mia famiglia risiede lì. È stato felicissimo quando Hugh e io abbiamo deciso di fidanzarci.
– E adesso? Che cosa dice del fidanzamento andato a monte?
La voce della ragazza ebbe un tremito quando disse: – L’ho incontrato ieri. Aveva un aspetto spaventoso. Mi ha preso una mano fra le sue. Ha detto: "È dura per te, figliola mia. Però il ragazzo sta facendo la cosa giusta – l’unica cosa che può fare".
– E così – disse Hercule Poirot, – siete venuta da me?
Lei annuì e domandò: – Potete fare qualcosa?
Hercule Poirot rispose: – Non lo so. Perlomeno posso venir giù a vedere di persona quel che sta succedendo.
II
Hercule Poirot restò impressionato dal magnifico aspetto di Hugh Chandler. Alto, proporzionato, un fisico stupendo, petto e spalle poderosi, una gran testa di capelli fulvi: dalla sua persona emanava una tremenda sensazione di forza e virilità.
Appena arrivati a casa di Diana, questa aveva telefonato all’ammiraglio Chandler ed erano ripartiti subito per Lyde Manor dove avevano trovato il tè ad aspettarli sulla lunga terrazza. C’erano anche i tre uomini.
L’ammiraglio Chandler, con i capelli bianchi, l’aspetto molto più vecchio dei suoi anni, le spalle curve come se fossero gravate da un peso eccessivo, gli occhi cupi e pensierosi. Il suo amico, colonnello Frobisher, che in netto contrasto con l’ammiraglio era un uomo rinsecchito, vigoroso, con i capelli rossicci che stavano diventando grigi alle tempie. Un uomo sempre in movimento, irascibile, brusco, vagamente simile a un "terrier" – ma dotato di due occhi estremamente penetranti. Aveva l’abitudine di avvicinare le sopracciglia e calarle sugli occhi e di abbassare la testa, spingendola un po’ avanti mentre gli occhi perspicaci studiavano a fondo l’interlocutore. Il terzo uomo era naturalmente il giovane Hugh.
– Un bel ragazzo, vero? – disse il colonnello Frobisher.
Aveva parlato sottovoce, dopo essersi accorto che Poirot stava scrutando attentamente il giovanotto.
Hercule Poirot aveva annuito. Lui e Frobisher sedevano vicini. Gli altri tre avevano preso posto all’estremità più lontana del tavolo da tè e stavano chiacchierando animatamente ma senza spontaneità.
Poirot mormorò: – Sì, è splendido... splendido. È il giovane toro... sì, potremmo dire il toro dedicato a Poseidone... Un esemplare perfetto di sana virilità.
– Sembra abbastanza in forma, eh? – Frobisher sospirò. I suoi occhietti penetranti osservarono di sottecchi Hercule Poirot, soppesandolo. Infine disse: – Sapete, io so chi siete.
– Oh, ma non è un segreto!
Poirot fece un gesto regale con la mano. Non viaggiava in incognito, pareva che volesse dire quel gesto. Ma con il proprio nome e cognome.
Dopo uno o due minuti, Frobisher domandò: – Vi ha fatto venir giù la ragazza... per quella faccenda?
– La faccenda?
– La faccenda del giovane Hugh... Sì, mi accorgo che siete al corrente di tutto. Però non riesco bene a capire perché sia venuta da voi... Pensavo che non vi occupaste di questi casi... sembrerebbero più inerenti alla medicina.
– Io mi occupo di fatti d’ogni genere... Rimarreste sorpreso!
– Voglio dire che non riesco a immaginare che cosa si aspetta che possiate FARE.
– La signorina Maberly è una lottatrice – disse Poirot.
Il colonnello Frobisher assentì calorosamente.
– Già, proprio così, una lottatrice. Una brava figliola. Non rinuncerà. Con tutto ciò, sapete, ci sono cose contro le quali non SI PUO’ lottare...
La sua faccia apparve improvvisamente vecchia e stanca.
Poirot abbassò ancora di più la voce. Mormorò con aria piena di discrezione: – Mi pare di aver capito, o sbaglio... che nella famiglia c’è un ramo di pazzia?
Frobisher annuì. – Si manifesta solo di tanto in tanto – mormorò. – Salta una generazione o due. Il nonno di Hugh è stato l’ultimo.
Poirot lanciò una rapida occhiata in direzione degli altri due. Diana sosteneva bene la conversazione, ridendo e canzonando Hugh. Si sarebbe detto che, quei tre, non avessero una preoccupazione al mondo.
– Qual è la forma che prende questa pazzia? – domandò sommessamente Poirot.
– Il vecchio verso la fine era diventato molto violento. È stato bene sino ai trent’anni... normale, come chiunque altro. Poi ha cominciato a diventare un po’ strano. C’è voluto un bel po’ di tempo prima che la gente se ne accorgesse. Allora sono cominciate le chiacchiere, i pettegolezzi, e poi la gente si è messa a dirlo apertamente. Sono successi vari episodi che si è cercato di far passare sotto silenzio. Ma... ecco – e alzò le spalle, – è finito pazzo da legare, poveraccio! Mania omicida! Hanno dovuto farlo dichiarare malato di mente e rinchiudere in una casa di cura. – Una pausa e poi aggiunse: – È vissuto a lungo, è diventato vecchio, mi pare... Ecco di che cosa ha paura Hugh, naturalmente. Ecco perché non vuole vedere un dottore. Ha paura di essere rinchiuso e di vivere in un manicomio per anni e anni. Non posso dargli torto. Agirei anch’io come lui.
– E l’ammiraglio Chandler, cosa ne pensa?
– È completamente distrutto – rispose Frobisher, asciutto.
– Molto affezionato al figlio?
– Lo adora, quel ragazzo. Vedete, sua moglie è morta annegata durante una gita in barca quando il ragazzo aveva solo dieci anni. Da allora non vive che per lui.
– Era molto affezionato alla moglie?
– L’adorava. Tutti la adoravano. Era... era la donna più adorabile che io abbia mai conosciuto. – Fece una pausa e poi disse, con voce carica di emozione: – Volete vedere il suo ritratto?
– Mi farebbe un grandissimo piacere.
Frobisher spinse indietro la sedia e si alzò. Poi disse a voce alta: – Vado a far vedere al signor Poirot un paio di cose, Charles. È un uomo che se ne intende parecchio.
L’ammiraglio alzò una mano in un gesto distratto.
Frobisher percorse a passo di marcia tutta la terrazza e Poirot lo seguì.
Per un attimo, dalla faccia di Diana cadde la maschera di allegria e la ragazza assunse un’aria interrogativa, poi piena d’angoscia. Anche Hugh levò la testa e fissò attentamente il piccolo uomo dai folti baffi neri.
Poirot seguì Frobisher nella villa. All’inizio, venendo dall’esterno dove splendeva il sole, gli parve tanto buia da non riuscire a distinguere, se non a fatica, un oggetto dall’altro, ma si rese subito conto che la casa era piena di bellissimi oggetti antichi.
Il colonnello Frobisher lo precedette nella galleria dei ritratti. Alle pareti rivestite di legno pendevano i ritratti di tanti Chandler ormai morti e sepolti. Facce severe e gaie, uomini in alta tenuta da cortigiani o in uniforme navale. Donne in raso e perle.
Alla fine Frobisher si fermò davanti a un ritratto in fondo alla galleria.
– Dipinto da Orpen – disse burbero.
Restarono a contemplare una donna alta, con la mano posata sul collare di un levriero. Una donna con i capelli ramati e un’espressione di vitalità radiosa.
– Il ragazzo assomiglia a sua madre – disse Frobisher. – Non trovate?
– Per alcuni tratti, sì.
– Non ha la sua delicatezza... la sua femminilità, naturalmente. È l’edizione maschile... ma in tutto ciò che c’è di essenziale... – si interruppe. – Peccato che abbia ereditato dai Chandler l’unico elemento di cui avrebbe potuto fare a meno...
Restarono in silenzio. C’era tanta malinconia nell’aria intorno a loro, come se i Chandler morti e sepolti sospirassero per quella tara che si portavano nel sangue e che, spietatamente, ogni tanto, passavano ai discendenti...
Hercule Poirot girò la testa a osservare il suo compagno. George Frobisher stava ancora contemplando la bella donna sulla parete sopra di lui.
E Poirot disse sottovoce: – La conoscevate bene...
Frobisher parlò a scatti. – Siamo cresciuti insieme. Io sono partito per l’India come ufficiale subalterno quando lei aveva sedici anni... Quando sono tornato, aveva sposato Charles Chandler.
– Conoscevate bene anche lui?
– Charles è uno dei miei più vecchi amici. È il mio migliore amico... lo è sempre stato.
– Li avete visti molto... dopo il loro matrimonio?
– Avevo l’abitudine di passare qui quasi tutti i miei periodi di licenza. Questo posto è come una seconda casa per me. Charles e Caroline tenevano sempre la mia camera... pronta ad aspettarmi... – raddrizzò le spalle, spingendo avanti la testa improvvisamente, con aria bellicosa. – Ecco perché mi trovo qui adesso a prestar man forte in caso fosse necessario. Se Charles ha bisogno di me... sono pronto.
Di nuovo l’ombra della tragedia calò su di loro.
– E cosa ne pensate... di tutto questo? – domandò Poirot.
Frobisher si irrigidì. Le folte sopracciglia corrugate gli nascondevano gli occhi. – Ecco quello che penso: meno se ne parla, meglio è. A essere franchi, signor Poirot, non vedo cosa ci entrate voi in questa storia. E non vedo perché Diana vi ha interpellato e trascinato qui da noi.
– Eravate al corrente del fatto che il fidanzamento di Diana Maberly con Hugh Chandler è stato rotto?
– Sì, lo sapevo.
– E ne sapete anche la ragione?
Frobisher rispose asciutto: – Di questo, non so niente. I giovani se la sbrigano fra loro in queste faccende. Non sono affari miei quindi non ho motivo di occuparmene.
Poirot disse: – Hugh Chandler ha confessato a Diana che non gli sembra giusto sposarla perché sta diventando pazzo.
Vide la fronte di Frobisher coprirsi improvvisamente di gocce di sudore. Poi disse: – Dobbiamo proprio parlare di questa maledetta storia? Cosa credete di poter fare, VOI? Hugh si comporta in modo corretto, povero diavolo. Non è colpa sua, è una forma ereditaria... batteri nel plasma... cellule cerebrali... Non appena L’HA SAPUTO, cos’altro poteva fare se non rompere il fidanzamento? Non c’era nessun’altra alternativa!
– Se potessi esserne convinto...
– Credete a quello che vi dico!
– Ma non mi avete detto niente.
– Vi dico che non voglio parlarne.
– Perché l’ammiraglio Chandler ha obbligato suo figlio a lasciare la Marina?
– Perché era l’unica cosa da fare.
– Perché?
Frobisher scosse la testa con aria piena di ostinazione.
Poirot mormorò sommessamente: – Non c’è una relazione, per caso, con qualche pecora sgozzata?
L’altro rispose stizzito: – Così, avete saputo anche quello?
– È stata Diana a parlarmene.
– Quella ragazza farebbe meglio a tenere la bocca chiusa.
– Secondo lei, non si tratta di una prova conclusiva.
– La ragazza non sa niente.
– Cos’è che non sa?
Malvolentieri, parlando con frequenti interruzioni, Frobisher disse: – Se proprio ci tenete... Quella notte Chandler sentì un rumore e pensò che poteva essere qualcuno entrato in casa di soppiatto. Così uscì dalla sua stanza e andò a vedere. C’era luce nella camera del ragazzo. Chandler è entrato. Hugh era a letto, dormiva... dormiva come un masso... vestito da capo a piedi. C’era sangue sui vestiti. Un catino, nella camera, era pieno di sangue. Suo padre non è riuscito a svegliarlo. La mattina dopo ha saputo che erano state sgozzate quelle pecore. Ha interrogato Hugh. Ma il ragazzo – niente – non ne sapeva niente. Non ricordava nemmeno di essere uscito. Le sue scarpe, trovate vicino alla porta di servizio, erano incrostate di fango. Non è riuscito a spiegare perché c’era sangue nel catino. Non ha saputo spiegare niente. Quel poveraccio non ne sapeva niente, capite? Charles è venuto da me, abbiamo parlato. Cosa poteva fare? Poi è successo di nuovo – tre notti più tardi. Dopo, insomma... lo capite da solo. Era meglio che il ragazzo lasciasse la carriera militare. Se rimane qui, sotto i nostri occhi, Charles lo può sorvegliare. Non era il caso di correre il rischio di uno scandalo nella Marina. Sì, non c’era altro da fare.
Poirot domandò: – E da allora?
Frobisher rispose furioso: – Non rispondo ad altre domande. Non credete che Hugh sappia quello che deve fare meglio di chiunque altro?
Hercule Poirot non rispose. Detestava sempre di dover ammettere che ci potesse essere qualcuno che sapeva qualcosa di più di Hercule Poirot.
III
Mentre tornavano nell’atrio, incontrarono l’ammiraglio Chandler che rientrava. Questo si fermò un momento e la sua figura scura rimase stagliata contro la vivida luce che proveniva dall’esterno.
Disse con una voce bassa, burbera: – Ah, eccovi! Signor Poirot, vorrei dirvi due parole. Venite nel mio studio.
Frobisher uscì dalla porta spalancata e Poirot seguì l’ammiraglio.
Provava quasi la sensazione di esser stato convocato sul cassero di poppa a difendersi.
L’ammiraglio fece cenno a Poirot di accomodarsi in una delle due ampie poltrone e lui prese posto nell’altra.
Mentre era in compagnia di Frobisher, Poirot era rimasto colpito dall’inquietudine, dal nervosismo e dalla irritabilità del suo interlocutore – tutti segni di profonda tensione mentale. L’ammiraglio Chandler invece gli comunicava un senso d’impotenza, di disperazione controllata e profonda...
Con un profondo sospiro Chandler disse: – Non posso fare a meno di rammaricarmi che Diana vi abbia coinvolto in tutto questo... Povera bambina, capisco che dev’essere duro per lei. Ma... ecco... si tratta di una nostra tragedia privata e credo che capirete, signor Poirot, che non vogliamo estranei.
– Posso capire quello che provate, certo.
– Diana, poverina, non riesce a crederci... Anch’io non ne ero capace all’inizio. Probabilmente non ci crederei neanche adesso, se non sapessi...
Tacque.
– Se non sapeste che cosa?
– Che è nel sangue. La tara, voglio dire.
– Eppure avete acconsentito al fidanzamento?
L’ammiraglio Chandler arrossì. – Volete dire che avrei dovuto impedirlo? Ma a quell’epoca non immaginavo... Hugh assomiglia a sua madre... non c’è niente in lui che ricordi i Chandler. Speravo che le avrebbe assomigliato in tutto e per tutto. Fin dall’infanzia, non c’è mai stata traccia di qualcosa di anormale in lui, solo adesso... Non riesco a capire cosa... maledizione, c’è sempre un ramo di pazzia in ogni antica famiglia!
Poirot chiese con voce pacata: – Avete consultato un medico?
Chandler ruggì: – No, e non ho la minima intenzione di farlo! Il ragazzo è abbastanza al sicuro qui, con me che lo sorveglio. Non me lo rinchiuderanno fra quattro mura come un animale selvaggio....
– È al sicuro qui, dite. Ma sono al sicuro anche GLI ALTRI?
– Cosa intendete dire?
Poirot non rispose. Fissò gli occhi tristi e cupi dell’ammiraglio Chandler.
L’ammiraglio disse con amarezza: – Ognuno fa il suo mestiere. Voi state cercando un criminale! Il mio ragazzo NON È un criminale, signor Poirot.
– Non ancora.
– Cosa volete insinuare con questo "non ancora"?
– In genere questi malati peggiorano... Quelle pecore...
– Chi vi ha parlato delle pecore?
– Diana Maberly. E anche il vostro amico, colonnello Frobisher.
– George avrebbe fatto meglio a tener la bocca chiusa.
– È un vostro amico di antica data, no?
– Il mio miglior amico – ribatté burbero l’ammiraglio.
– Ed è stato amico... anche di vostra moglie?
Chandler sorrise. – Sì. Credo che George fosse innamorato di Caroline. Quando lei era giovanissima. George non si è mai sposato. Credo che sia questa la ragione. Sono stato io il fortunato... o così credevo. Me la sono portata via... ma solo per perderla.
Sospirò ed ebbe l’aria sempre più accasciata.
Poirot disse: – Il colonnello Frobisher era con voi quando vostra moglie... annegò?
Chandler annuì. – Sì, c’era anche lui in Cornovaglia con noi, quando successe la disgrazia. Eravamo fuori in barca insieme, io e lei... per un caso, quel giorno lui era rimasto a terra. Non ho mai capito come ha fatto a rovesciarsi la barca... probabilmente una falla si è aperta all’improvviso. Eravamo proprio fuori, al largo della baia... e la corrente era forte. L’ho sorretta, con la testa fuori dall’acqua finché ho potuto... – gli si spezzò la voce. – Il suo corpo venne buttato a riva due giorni dopo. Grazie a Dio non avevamo portato con noi il piccolo Hugh! Almeno è ciò che pensavo allora. Adesso... non so più... forse sarebbe stato meglio per Hugh, poverino, SE CI AVESSE accompagnato quella volta. Se tutto fosse successo e finito, allora... – Di nuovo gli uscì dalle labbra quel sospiro profondo, disperato. – Siamo gli ultimi dei Chandler, noi, signor Poirot. Quando CE NE SAREMO ANDATI, non ci saranno più Chandler a Lyde. Quando Hugh si era fidanzato con Diana, avevo avuto la speranza... inutile parlarne adesso. Grazie a Dio, non si sono sposati. È tutto quello che posso dire.
IV
Hercule Poirot era seduto su una panchina, nel roseto. Di fianco a lui sedeva Hugh Chandler. Diana Maberly li aveva appena lasciati.
Il giovanotto rivolse al suo compagno un bel volto devastato dall’angoscia. Disse: – Dovete farglielo capire, signor Poirot. – Fece una pausa di un attimo e poi continuò: – Vedete, Di è una donna forte. Non vuole arrendersi. Non vuole accettare quello che, purtroppo, deve assolutamente accettare. Lei... lei CONTINUERA’ a credere che io sono... sano di mente.
– Mentre voi siete sicurissimo di essere... perdonatemi... malato?
Il giovanotto trasalì e disse: – Non sono ancora del tutto fuori di senno... ma vado peggiorando. Diana, che Dio la benedica, non lo sa. Mi ha visto soltanto quando sono... quando sto bene.
– E quando state... male, cosa succede?
Hugh Chandler sospirò profondamente e poi disse: – Tanto per cominciare... SOGNO. E quando sogno, sono PAZZO. Ieri notte, per esempio... non ero più un uomo. Prima ero un toro... un toro inferocito... che correva all’impazzata qua e là sotto il solleone... con un sapore di polvere e di sangue in bocca... E poi ero un cane... un grosso cane con la bava alla bocca. Ero idrofobo... i bambini si disperdevano scappando al mio arrivo... gli uomini cercavano di uccidermi a fucilate... qualcuno mi metteva davanti una grande ciotola d’acqua ma non potevo bere. NON POTEVO BERE... – Fece una pausa. – Mi sono svegliato. E HO CAPITO CHE ERA LA VERITA’. Sono andato al lavabo. Avevo la gola secca... le fauci tremendamente aride... e asciutte. Avevo sete. Ma non sono riuscito a bere, signor Poirot... Non riuscivo a inghiottire... Oh, mio Dio, non potevo bere...
Hercule Poirot mormorò qualcosa di sommesso.
Hugh Chandler continuò. Aveva le mani strette a pugno sulle ginocchia, la faccia china in avanti, gli occhi socchiusi come se vedesse qualcosa che gli veniva incontro.
– E poi ci sono altre cose che non appartengono ai sogni. Cose che vedo quando sono sveglio. Spettri, figure dalla forma orrenda. Mi fanno sogghigni e smorfie. Qualche volta, poi, sono capace di volare, lascio il letto e volo nell’aria, galoppo cavalcando i venti... e i demoni mi tengono compagnia!
– Tssh, tssh, – disse Hercule Poirot.
Era un mormorio garbato, di deprecazione.
Hugh Chandler si voltò verso di lui. – Oh, non ci son dubbi. È nel mio sangue. È l’eredità della famiglia. Non posso sfuggirle. Grazie a Dio, me ne sono accorto in tempo! Prima di sposare Diana. Ma, immaginate un po’ se avessimo avuto un figlio al quale passare questa terribile eredità!
Posò una mano sul braccio di Poirot.
– DOVETE FARGLIELO CAPIRE. Dovete dirglielo. Riuscirà a dimenticare. Deve dimenticare. Troverà qualcun altro, un giorno. C’è il giovane Steve Graham... è un bravissimo ragazzo, innamorato pazzo di lei. Sarà felice con lui... e al sicuro. Io voglio... che sia felice. Graham non nuota nell’oro, certo, e neanche la famiglia di Diana, ma saranno a posto quando io me ne sarò andato.
La voce di Hercule lo interruppe. – Perché saranno "a posto" quando voi ve ne sarete andato?
Hugh Chandler sorrise. Fu un sorriso dolce, adorabile, il suo. Disse: – Ci sono i soldi della mamma. Era un’ereditiera, lei, sapete. E sono venuti a me. Li ho lasciati tutti a Diana.
Hercule Poirot si abbandonò contro lo schienale della panchina e si limitò a lasciarsi sfuggire: – Ah! – Poi aggiunse: – Ma voi potreste vivere a lungo, signor Chandler.
Hugh Chandler scosse la testa. Disse aspro: – No, signor Poirot. Non vivrò fino a diventare vecchio.
Poi trasalì, scosso con un brivido improvviso.
– Mio Dio! Guardate! – E fissò qualcosa al di sopra della spalla di Poirot. – ECCO, LA’... vicino a voi... è uno scheletro... con le ossa che tremano. Mi chiama... mi fa cenno... – Gli occhi del giovanotto, dalle pupille straordinariamente dilatate, fissavano la luce del sole. D’un tratto si accasciò su un fianco, come se stesse per svenire. Poi voltandosi verso Poirot, disse con voce quasi infantile: – Non avete visto... NIENTE?
Lentamente, Hercule Poirot fece segno di no con la testa.
Hugh Chandler disse rauco: – Non che me ne importi molto di vedere... queste cose. È IL SANGUE CHE MI SPAVENTA. Il sangue nella mia camera... sui miei vestiti... Avevamo un pappagallo. "Una mattina, eccolo in camera mia con la gola tagliata"... e io ero a letto, disteso, con un rasoio nella mano bagnata del suo sangue! – Si chinò un poco di più verso Poirot. – E perfino in questi ultimi tempi c’è stata qualche altra bestia uccisa – sussurrò. – Qui nei dintorni... nel villaggio... fuori, sulle colline. Pecore, qualche agnello... un cane. Papà mi chiude in camera a chiave la sera ma qualche volta... qualche volta... la porta è aperta al mattino. Devo avere una chiave nascosta in qualche posto. NON LO SO. Non sono IO a compiere queste azioni... è qualcun altro che entra in me... che prende possesso di me... che mi trasforma da uomo in mostro delirante bramoso di sangue e che non può bere l’acqua... Di scatto si nascose la faccia fra le mani.
Dopo un minuto o due, Poirot domandò: – Continuo a non capire perché non siete andato a farvi visitare da un medico!
Hugh Chandler scosse la testa. Disse: – Ma non capite davvero? Fisicamente, sono forte. Forte come un toro. Potrei vivere per anni... anni... chiuso fra quattro pareti! E questa è una cosa che non sono capace di affrontare! Sarebbe meglio scomparire del tutto... Ci sono tanti modi, sapete? Una disgrazia, mentre si pulisce un fucile... cose di questo genere. Diana capirà... preferisco scomparire, eliminarmi a modo mio!
Guardò Poirot con aria di sfida ma Poirot non volle reagire alla sfida. Domandò, piuttosto, in tono garbato: – Cosa mangiate e bevete?
Hugh Chandler buttò indietro la testa e scoppiò in una risata scrosciante. – Incubi dovuti a un’indigestione? Sarebbe questa, la vostra idea?
Poirot si limitò a ripetere con dolcezza: – Cosa mangiate e bevete?
– Semplicemente quello che mangia e beve chiunque altro.
– Niente medicinali speciali? Capsule? Pastiglie?
– Santo cielo! no. Credete sul serio che qualche specialità farmaceutica potrebbe curare il mio male? – E citò con aria piena di derisione: – Dunque non sai curare una mente malata?
Hercule Poirot disse, secco secco: – È quello che sto cercando di fare. C’è qualcuno in casa che soffre di male agli occhi?
Hugh Chandler lo fissò sbalordito e disse: – Gli occhi di mio padre gli danno un sacco di fastidi. È costretto ad andare dall’oculista abbastanza spesso.
– Ah! – Hercule Poirot restò soprappensiero per un minuto o due e poi disse: – Immagino che il colonnello Frobisher abbia passato buona parte della sua vita in India, vero?
– Sì, era arruolato nell’esercito indiano. È sempre pieno di interesse per l’India, ne parla molto, le tradizioni locali, e via dicendo.
Poirot mormorò: – Ah! – di nuovo. Poi osservò: – Vedo che vi siete tagliato il mento.
Hugh alzò una mano a toccarlo. – Sì, proprio una brutta ferita. Papà, un giorno, mi ha fatto spaventare arrivando all’improvviso mentre mi facevo la barba. Sono con i nervi un po’ a fior di pelle in questi giorni, capite, e mi è venuto uno sfogo sul mento e sul collo. Così ho un po’ di difficoltà a radermi.
Poirot disse: – Dovreste usare una crema emolliente.
– Oh, certo. Me l’ha data zio George. – Scoppiò a ridere improvvisamente. – Stiamo parlando come se fossimo in un istituto di bellezza per donne. Lozioni, creme emollienti, specialità medicinali, male d’occhi. Ma a cosa serve tutto questo? Qual è lo scopo a cui mirate, signor Poirot?
Poirot rispose con la massima calma: – Sto cercando di fare del mio meglio per Diana Maberly.
L’umore di Hugh cambiò. La sua faccia diventò seria. Posò una mano sul braccio di Poirot. – Sì, fate quello che potete per lei. Ditele che deve dimenticare. Ditele che è inutile sperare... Raccontatele qualcuna delle cose che vi ho raccontato... Ditele... oh, ditele per amor di Dio, di starmi alla larga! È l’unica cosa che può fare per me, ormai. Che stia alla larga... e cerchi di dimenticare!
V
– Avete coraggio, mademoiselle? Molto coraggio? Ne avrete bisogno.
Diana gridò con vivacità: – Allora è vero? È proprio vero? È PAZZO?
Hercule Poirot disse: – Non sono uno specialista, mademoiselle. Non sta a me dire se quest’uomo è pazzo o se è sano di mente.
Lei gli si fece più vicino.
– L’ammiraglio Chandler è convinto che Hugh sia pazzo. George Frobisher è convinto che sia pazzo. Hugh stesso è convinto di essere pazzo...
Poirot la stava osservando. – E voi, mademoiselle?
– Io? IO DICO CHE NON È PAZZO! Ecco perché...
Tacque.
– È per questo che siete venuta da me?
– Sì. Quale altra ragione avrei potuto avere, altrimenti?
– È proprio quello che mi stavo domandando, mademoiselle! – disse Hercule Poirot.
– Non vi capisco.
– Chi è Stephen Graham?
Lei lo fissò con gli occhi sbarrati. – Stephen Graham? Oh, ecco... è uno qualsiasi. – Lo afferrò per un braccio. – Cosa state pensando? Cos’avete in mente? Ve ne state lì... dietro quei baffi... a sbattere gli occhi al sole, e non mi dite niente. Mi spaventate... mi spaventate terribilmente. PERCHÈ mi volete spaventare?
– Forse – disse Poirot, – perché sono spaventato io stesso.
I profondi occhi grigi si spalancarono, alzandosi a fissarlo. Disse in un sussurrio: – Di che cosa avete paura?
Hercule Poirot sospirò. Fu un sospiro molto profondo. Disse: – È molto più facile acchiappare un assassino che prevenire un assassinio.
Lei esclamò: – Assassinio? Non adoperate questa parola!
– E invece io l’adopero – insistette Hercule Poirot – a dispetto di tutto. – Cambiò tono e si mise a parlare rapidamente, con voce autorevole. – Mademoiselle, è necessario che passiamo la notte a Lyde Manor, tutti e due. Mi fido di voi: fate in modo di combinare tutto. Ne siete capace?
– Io... sì... immagino di sì. Ma perché...?
"Perché non c’è tempo da perdere".
– Mi avete detto di avere coraggio. Dimostratelo ora. Fate quello che vi chiedo senza fare domande.
Lei annuì senza una parola e se ne andò.
Poirot la seguì in casa dopo aver lasciato passare un paio di minuti. Sentì la sua voce in biblioteca, sentì anche le voci di tre uomini. Infilò l’ampia scalinata. Al piano superiore non c’era anima viva. Trovò senza difficoltà la camera di Hugh Chandler. In un angolo c’era un lavabo incassato nella parete con due rubinetti, uno per l’acqua fredda e l’altro per quella calda. Sopra, su un ripiano di vetro, svariati tubetti, barattoli e bottigliette.
Hercule Poirot si mise all’opera rapidamente, con destrezza... Non gli occorse molto tempo per quello che doveva fare. Era di nuovo nell’atrio quando Diana usci dalla biblioteca, rossa in faccia e con l’aria da ribelle.
– Tutto a posto, – disse.
L’ammiraglio Chandler chiamò Poirot in biblioteca e chiuse la porta. Disse: – Sentite un po’, signor Poirot. Questo non mi piace.
– Cosa c’è che non vi piace, ammiraglio Chandler?
– Diana ha insistito per passare qui la notte e ha chiesto che possiate rimanere anche voi. Non voglio sembrare poco ospitale...
– Non è una questione di ospitalità.
– Come dicevo, non mi piace passare per una persona inospitale... ma, francamente, non mi piace, signor Poirot. Io... non voglio. E non ne capisco la ragione. Che utilità volete che porti, si può sapere?
– Diciamo che voglio tentare un esperimento?
– Un esperimento? Di che genere?
– Questo, vogliate perdonarmi, è affar mio...
– Statemi a sentire, signor Poirot, tanto per cominciare non vi ho chiesto io di venir qui...
Poirot lo interruppe. – Credetemi, ammiraglio Chandler, capisco perfettamente e apprezzo il vostro punto di vista. Io sono qui soltanto e semplicemente per l’ostinazione di una ragazza innamorata. Mi avete raccontato determinati fatti. Il colonnello Frobisher me ne ha raccontati altri. Hugh stesso mi ha raccontato in parte ciò che gli sta accadendo. Adesso... voglio vedere con i miei occhi.
– Sì, ma vedere CHE COSA? Credetemi, non c’è niente da vedere! Chiudo a chiave Hugh nella sua camera ogni sera, e tutto finisce qui.
– Eppure... qualche volta... mi dice che, al mattino, la porta non è più chiusa a chiave, vero?
– Come sarebbe?
– Voi, personalmente, non avete mai trovato che la porta non era chiusa a chiave?
Chandler stava accigliandosi. – Ho sempre creduto che fosse stato George a riaprirla... cosa intendete dire?
– Dove lasciate la chiave... nella serratura?
– No, la metto sul cassettone che c’è appena fuori. Io, o George, o Withers, il cameriere, la prendiamo di lì al mattino. Abbiamo detto a Withers che facciamo così perché Hugh è sonnambulo... Temo che intuisca qualcosa di più... ma è un servitore fedele, e sta con me da anni.
– Esiste un’altra chiave?
– No, che io sappia.
– Però non è da escludere che ne sia stata fatta una copia.
– Ma chi...
– Vostro figlio è convinto di averne una, personale, nascosta in qualche posto anche se non sa dove possa trovarsi, quando è sveglio.
Il colonnello Frobisher, alzando la voce dall’estremità opposta della stanza disse: – Non mi piace, Charles... La ragazza...
L’ammiraglio Chandler disse pronto: – Proprio quello che stavo pensando. La ragazza non deve tornare con voi. Tornate da solo, se proprio volete.
Poirot disse: – Perché non avete piacere che la signorina Maberly venga qui a dormire stanotte?
Frobisher disse a bassa voce – È troppo rischioso. In questi casi...
Ma non finì la frase.
Poirot disse: – Hugh le vuole molto bene.
Chandler esclamò: – Proprio per questo! Dannazione, caro signore, quando c’è di mezzo un matto tutto va a rotoli. Hugh lo sa benissimo. Diana non deve venire.
– Quanto a questo – disse Poirot, – sarà Diana stessa a deciderlo.
Uscì dalla biblioteca. Diana lo aspettava fuori, già seduta in automobile. Gli gridò: – Andiamo a prendere quello che ci occorre per la notte, torneremo in tempo per la cena.
Mentre percorrevano il lungo viale che portava al cancello, Poirot le riferì la conversazione che aveva appena avuto con l’ammiraglio e con il colonnello Frobisher. La ragazza scoppiò in una risata sprezzante.
– Credono che Hugh potrebbe far del male a me?
Per tutta risposta, Poirot le domandò se poteva fermarsi alla farmacia del villaggio. – Si era dimenticato, – disse, – di mettere in valigia lo spazzolino da denti.
La farmacia si trovava proprio al centro della strada principale del pacifico villaggio. Diana aspettò fuori, in macchina e si meravigliò che Hercule Poirot ci mettesse tanto a scegliere uno spazzolino da denti...
VI
Nella vasta camera da letto arredata con i massicci mobili di quercia in stile elisabettiano, Hercule Poirot si mise a sedere e aspettò. Non c’era altro da fare: doveva solo aspettare. Tutti i preparativi erano già stati fatti.
Fu verso il mattino che arrivò la chiamata.
Al rumore dei passi che si sentiva fuori, Poirot tirò il paletto e spalancò l’uscio. Nel corridoio c’erano due uomini – due uomini di mezza età che sembravano molto più vecchi dei loro anni. L’ammiraglio con la faccia dura e fosca, il colonnello tutto tremante.
Chandler disse semplicemente: – Volete venire con noi, signor Poirot?
Davanti all’uscio della camera da letto di Diana Maberly giaceva una figura rannicchiata. La luce cadde su una testa fulva, scarmigliata. Hugh Chandler era disteso sull’impiantito e russava fragorosamente. In vestaglia e pantofole. Nella destra stringeva un coltello lucente, con la lama ricurva. Ma non luccicava tutta, la lama, qua e lì era oscurata da chiazze rosso vivo.
Hercule Poirot mormorò sottovoce: – "Mon Dieu!"
Frobisher disse vivacemente: – Lei sta benissimo. Non l’ha neanche sfiorata. – Alzò la voce e chiamò: – Diana! Siamo noi! Lasciaci entrare!
Poirot sentì che l’ammiraglio gemeva e mormorava: – Il mio ragazzo. Il mio povero ragazzo.
Si sentì il rumore di un catenaccio. La porta si spalancò e, sulla soglia, apparve Diana. Aveva la faccia pallidissima.
Disse in tono concitato: – COSA È SUCCESSO? C’era qualcuno... che cercava di entrare... li ho sentiti... tastavano la porta... la maniglia... graffiavano il legno... Oh! È stato orribile... SEMBRAVA UN ANIMALE...
Frobisher disse aspro: – Grazie a Dio la tua porta era sbarrata! È stato il signor Poirot a dirmi di chiuderla a chiave.
Poirot disse: – Sollevatelo e portatelo dentro.
I due uomini si chinarono e sollevarono il giovanotto che non si era svegliato. Diana restò con il fiato sospeso quando le passarono davanti.
– Hugh? È Hugh? Cos’ha... sulle mani?
Le mani di Hugh Chandler erano appiccicose, macchiate di qualcosa che aveva un colore rosso ruggine.
Diana mormorò quasi senza voce: – È sangue, quello?
Poirot guardò con aria interrogativa i due uomini.
L’ammiraglio annuì. E disse: – Non sangue umano, grazie a Dio! Un gatto! L’ho trovato giù, nell’atrio. Sgozzato. Dopo, deve essere salito qui...
– QUI? – la voce di Diana era carica di orrore represso. – DA ME?
L’uomo seduto sulla seggiola si riscosse... mormorò qualcosa.
Restarono a guardarlo, affascinati.
Hugh Chandler si rizzò a sedere e sbatté le palpebre. – Salve disse con voce smarrita... rauca. Cosa è successo? Perché sono...? – Poi tacque. Stava fissando il coltello che continuava a stringere fra le dita. A voce bassa, impacciata, disse: – CHE COSA HO FATTO? – I suoi occhi passarono dall’uno all’altro dei presenti e infine si posarono su Diana la quale, tirandosi indietro, era finita contro il muro. Disse pacatamente: – Ho aggredito Diana?
Suo padre scosse la testa.
Hugh continua: – DITEMI CHE COSA È SUCCESSO! Devo saperlo.
Glielo dissero... glielo raccontarono malvolentieri... con mille pause. Fu la sua pacata insistenza a costringerli a dire tutto. Fuori, si levava il sole. Hercule Poirot aprì una tenda. La luce radiosa dell’alba entrò nella camera.
La faccia di Hugh Chandler era composta, la voce ferma. Disse: – Capisco. – Poi si alzò. Sorrise e si stiracchiò. La sua voce era naturalissima mentre diceva: – Magnifica giornata, eh? Credo che andrò nei boschi a sparare ai conigli.
E uscì lasciandoli tutti muti, a seguirlo con gli occhi.
Poi l’ammiraglio abbozzò il gesto di seguirlo.
Frobisher lo afferrò per un braccio. – No, Charles, no. È il modo migliore... per lui, poveretto, se non per gli altri.
Diana si buttò sul letto singhiozzando.
L’ammiraglio Chandler disse con la voce rotta dall’emozione: – Hai ragione, George... hai ragione, lo so. Quel ragazzo ha fegato...
Frobisher disse, e anche la sua voce era rotta dalla emozione: – È UN UOMO...
Ci fu un attimo di silenzio e poi Chandler disse: – Dannazione, dov’è quel maledetto straniero?
VII
Nella stanza dei fucili, Hugh Chandler ne aveva già staccato uno dalla rastrelliera ed era intento a caricarlo quando la mano di Hercule Poirot gli si posò su una spalla.
La voce di Hercule Poirot pronunciò una sola parola, con una strana autorità. Disse: – NO!
Hugh Chandler lo fissò. Disse con voce impacciata, piena di collera: – Toglietemi le mani di dosso. Non mettetevi di mezzo. CI SARA’ UN INCIDENTE, vi dico. È l’unico modo per uscire da questa situazione.
Di nuovo Hercule Poirot ripeté quella sola, unica parola: – NO!
– Non vi rendete conto che, se la porta di quella camera, per un caso, non fosse stata chiusa a chiave, avrei sgozzato Diana... Diana! Con quel coltello?
– Non me ne rendo affatto conto. Non avreste ucciso la signorina Maberly.
– Però quel gatto, l’ho sgozzato, sì o no?
– No, non avete ucciso quel gatto. Non avete ucciso il pappagallo. Non avete ucciso quelle pecore.
Hugh lo fissò con gli occhi sbarrati e domandò: – Chi è PAZZO, qui? VOI o io?
Hercule Poirot rispose: – NESSUNO DI NOI È PAZZO.
Fu in quel momento che entrarono l’ammiraglio Chandler e il colonnello Frobisher. Dietro di loro, veniva Diana.
Hugh Chandler disse con voce fievole, smarrita: – Quest’uomo dice che non sono pazzo...
Hercule Poirot disse: – Sono lieto di potervi dire che siete totalmente e completamente sano di mente.
Hugh scoppiò a ridere. Fu una risata di quelle che di solito si attribuiscono alla gente che ha perduto il cervello.
– Ma questa sì che è proprio divertente! È da persone con il cervello a posto, vero, sgozzare pecore e altri animali? Ero nel pieno possesso delle mie facoltà mentali quando ho ucciso il pappagallo? E il gatto, stanotte?
– Vi ripeto che non avete ucciso le pecore... o il pappagallo... o il gatto.
– E allora, chi è stato?
– Qualcuno che aveva a cuore un unico obiettivo, quello di dimostrare che eravate pazzo. In ognuna di quelle occasioni vi è stato dato un forte sonnifero e vi è stato messo vicino, o in mano, un coltello – o un rasoio – macchiato di sangue. È stato qualcun altro a lavarsi le mani insanguinate nel vostro lavabo.
– Ma per quale motivo?
– Per farvi commettere il gesto che stavate per commettere quando vi ho fermato.
Hugh lo fissò sbalordito.
Poirot si rivolse al colonnello Frobisher. – Colonnello, voi avete vissuto per molti anni in India. Non vi è mai capitato di sentir parlare di casi in cui una persona veniva spinta deliberatamente alla pazzia mediante la somministrazione di sostanze stupefacenti?
La faccia del colonnello Frobisher si illuminò. Disse: – Non me ne è mai capitato un caso, però ne ho sentito parlare abbastanza di frequente. Avvelenamento da datura. Porta una persona alla pazzia.
– Precisamente. Il principio attivo della datura è molto affine – se non si tratta poi dello stesso – a quello dell’atropina che si ottiene dalla belladonna. I preparati a base di belladonna sono piuttosto comuni e il solfato di atropina stesso viene prescritto comunemente come medicamento per gli occhi. Con un duplicato della ricetta, facendolo preparare presso farmacie differenti, si può ottenere una gran quantità di veleno senza suscitare sospetti. A questo punto, se ne può estrarre l’alcaloide e introdurlo, diciamo, per esempio, in una crema da barba. Applicata esternamente produce soltanto un’eruzione cutanea, la quale finisce presto per provocare qualche abrasione durante la rasatura: in questo modo, lo stupefacente viene fatto entrare in circolo di continuo. Così finisce per produrre determinati sintomi – bocca arida, gola secca, difficoltà a inghiottire, allucinazioni, vista doppia – "tutti sintomi, in effetti, che il signor Chandler ha esperimentato".
Si rivolse al giovanotto. – E per togliervi l’ultimo dubbio dalla testa, vi dirò che la mia non è una supposizione, ma un fatto. "La vostra crema da barba era impregnata di una quantità massiccia di solfato di atropina". Ne ho prelevato un campione e l’ho fatto analizzare.
Pallido, tremante, Hugh disse: – Chi è stato? Perché?
Hercule Poirot disse: – Ecco quello che ho cercato di capire da quando sono venuto qui. Cercavo il motivo per un delitto. Diana Maberly poteva guadagnare finanziariamente dalla vostra morte, ma non l’ho presa in considerazione sul serio...
Hugh Chandler rispose, inalberandosi: – Lo spero proprio!
– Allora ho provato a prendere in considerazione un altro motivo. L’eterno triangolo: due uomini e una donna. Il colonnello Frobisher era stato innamorato di vostra madre, l’ammiraglio Chandler l’aveva sposata.
L’ammiraglio Chandler gridò: – George? George! Non ci posso credere.
Hugh disse con voce colma di incredulità: – Volete dire che l’odio può continuare... fino a un figlio?
Hercule Poirot rispose: – In determinate circostanze, sì.
Frobisher gridò: – È una maledetta menzogna! Non credergli, Charles.
Chandler si tirò indietro, come per evitarlo. Cominciò a mormorare tra sé: – La datura... l’India... sì, ecco. E non abbiamo mai sospettato un veleno... no, quando nella nostra famiglia c’era già la pazzia...
"Mais, oui"! – la voce di Hercule Poirot si levò alta e stridula. – LA PAZZIA DELLA FAMIGLIA. Un folle... ansioso di vendetta... astuto... come lo sono sempre, i folli, capace di nascondere la sua follia per anni. – Si voltò di scatto verso Frobisher: – "Mon Dieu", voi DOVETE aver saputo, DOVETE aver sospettato, che Hugh era vostro figlio? Perché non glielo avete mai detto?
Frobisher balbettò, le parole gli morirono in gola. – Non lo so. Non potevo averne la certezza... Vedete, una volta Caroline venne da me... era spaventata per qualche ragione... molto preoccupata e agitata. No so, non ho mai saputo quale fosse il motivo della sua agitazione. Lei... io... abbiamo perduto la testa. Dopo, sono partito immediatamente... era l’unica cosa da fare, sapevamo tutti e due che dovevamo stare al gioco. Io... me lo sono chiesto ma non potevo esserne sicuro. Caroline non mi ha mai detto niente che potesse lasciarmi credere che Hugh era MIO figlio. E poi, quando questo... questo ramo di pazzia si è rivelato, ho pensato che chiarisse definitivamente i miei dubbi.
Poirot disse: – Sì, certo, chiariva la situazione! VOI non potevate accorgervi dell’abitudine del ragazzo di spingere avanti la faccia e di corrugare le sopracciglia... un gesto istintivo che ha ereditato DA VOI. Ma CHARLES CHANDLER LO VIDE. Lo vide molti anni fa e seppe la verità da sua moglie. Credo che avesse paura di lui: aveva cominciato, probabilmente, a rivelare già quella vena di pazzia che c’era in lui... ecco quello che l’ha buttata nelle vostre braccia... voi che aveva sempre amato. Charles Chandler cominciò a preparare la sua vendetta. Sua moglie morì in una disgrazia in mare, quando si rovesciò la barca. Erano fuori soli, in barca, loro due, e lui sa come è successo l’incidente. Poi si è dedicato completamente al suo odio concentrandolo sul ragazzo che portava il suo nome, ma non era suo figlio. I vostri racconti indiani gli misero in testa l’idea della datura. Decise di spingere lentamente Hugh alla pazzia, di ridurlo al punto di togliersi la vita per disperazione. Quell’avidità di sangue era una caratteristica dell’ammiraglio Chandler, non di Hugh. Era Charles Chandler che la pazzia spingeva a sgozzare le pecore nei campi deserti. Ma era Hugh che doveva pagarne il prezzo! Sapete quando ho cominciato ad avere qualche sospetto? Quando l’ammiraglio Chandler si è mostrato così contrario all’idea di far visitare il figlio da un medico. Che Hugh sollevasse delle obiezioni era più che naturale. Ma il padre! Poteva esistere la cura per salvare il figlio... c’erano cento ragioni per le quali, LUI ALMENO, avrebbe dovuto chiedere l’opinione di un medico. Ma no, a nessun medico si doveva permettere di vedere Hugh Chandler... nel caso costui scoprisse che HUGH ERA SANO DI MENTE!
Hugh disse con voce bassa, quieta: – Non sono pazzo... non sono PAZZO?
Abbozzò un movimento verso Diana.
Frobisher disse in tono burbero: – Certo che sei sano, che hai il cervello a posto. Non ci sono tare nella NOSTRA famiglia.
Diana disse: – Hugh...
L’ammiraglio Chandler afferrò il fucile di Hugh e disse: – Un mucchio di sciocchezze! Credo che andrò a vedere se riesco a trovare qualche coniglio...
Frobisher mosse un passo ma la mano di Hercule Poirot lo trattenne.
– Lo avete detto voi stesso... proprio ora... che era il modo migliore...
Hugh e Diana erano già usciti dalla stanza.
I due uomini, l’inglese e il belga, restarono a guardare l’ultimo dei Chandler che attraversava il parco e entrava nell’ombra del bosco.
Poco dopo, sentirono un colpo di fucile...