la cattura di cerbero
italian
I
Hercule Poirot, sballottato nella carrozza della metropolitana, buttato ora contro un corpo ora contro l’altro, ragionò fra sé che c’era troppa popolazione sulla terra! O perlomeno la popolazione del mondo della metropolitana di Londra era troppa in quel momento particolare della sera (le sei e mezza). Caldo, chiasso, folla, contatto, la pressione poco gradita di mani, braccia, corpi, spalle!
Schiacciato e sospinto qua e là da sconosciuti e, nel complesso (pensò con disgusto) sconosciuti dall’aria anonima e scarsamente interessante! L’umanità vista così "en masse" non era attraente. Si vedeva di rado una faccia illuminata dall’intelligenza, oppure una "femme bien mise"! E poi, cos’era questa fissazione che prendeva certe donne di mettersi a sferruzzare nelle condizioni meno propizie? Una donna non appariva certo sotto la luce migliore mentre lavorava a maglia: l’aria assorta, gli occhi vitrei, le dita affaccendate, inquiete! Ci voleva l’agilità di un gatto, la forza di volontà di un Napoleone per riuscire a sferruzzare in una carrozza della metropolitana piena zeppa di gente, eppure c’erano donne che ci riuscivano! Se avevano la fortuna di trovare un posticino, ecco che compariva un miserevole straccetto di un color rosa salmone, e click, click ticchettavano i ferri da calza!
Né armonia, né grazia femminile! Il suo animo non più giovane si rivoltava contro lo stress e la fretta del mondo moderno. Tutte quelle donne giovani che lo circondavano, così uguali, così prive di fascino e di una femminilità intensa e seducente! No, per lui occorreva che una donna avesse attrattive spiccate. Ah, vedere una "femme du monde", "chic", simpatica, "spirituelle"... una donna dalle curve procaci, una donna vestita in un modo assurdo e stravagante! Una volta esistevano donne simili. Ma adesso... adesso...
Il treno si fermò a una stazione; la gente si affollò verso le uscite costringendo Poirot ad arretrare contro le punte di quei ferri da calza; poi ci fu il movimento opposto, la folla entrò con impeto spiaccicandolo in una promiscuità sempre più simile a quella di una sardina in scatola coi suoi compagni di viaggio.
Il treno partì con uno scossone, Poirot venne mandato a sbattere contro un donnone robusto carico di pacchetti pieni di protuberanze, disse "Pardon!" e rimbalzò contro un uomo angoloso con una borsa di cuoio rigida che lo colpì in pieno al centro della schiena. Disse – "Pardon!" ancora. – Si accorse che i baffi gli si afflosciavano, perdendo la loro splendida piega. "Quel enfer"! Per fortuna, la prossima stazione era la sua! Però doveva anche essere la stazione di altre centocinquanta persone almeno, visto che si trattava di Piccadilly Circus. Si riversarono come un’ondata mostruosa sul marciapiede. Poco dopo Poirot si ritrovò prigioniero della folla su una scala mobile che lo portava su, verso la superficie della terra.
Su, pensò Poirot, dalle Regioni Infernali... Che fitta sottile di dolore squisito poteva dare una valigia spinta violentemente contro un ginocchio da qualcuno che si trovava alle tue spalle su una scala mobile!
In quel preciso momento una voce gridò il suo nome. Trasalendo, alzò gli occhi.
Sulla scala opposta, quella in discesa, i suoi occhi increduli fissarono una visione che usciva dal passato. Una donna dalla figura florida e appariscente; i lussureggianti capelli tinti all’henné sormontati da una striscia di paglia alla quale era appeso un plotoncino di uccelli dalle piume a colori vivaci. Pellicce dall’aspetto esotico le pendevano dalle spalle. La bocca scarlatta si spalancò, la voce calda, straniera, rieccheggiò sonora.
Aveva buoni polmoni. – Eccolo! – gridava. – Ma, eccolo, è lui! "Mon cher" Hercule Poirot! Dobbiamo rivederci! Assolutamente!
Purtroppo, persino il Fato non è più inesorabile di due scale mobili che si muovono in direzione opposta. Fermamente, senza rimorsi, Poirot venne portato verso l’alto e la contessa Vera Rossakoff verso il basso.
Girandosi di fianco, aggrappandosi al corrimano, Poirot gridò disperatamente: – "Chère Madame"... dove posso trovarvi? – La sua risposta gli giunse debolmente dalle profondità dell’abisso.
Fu inaspettata eppure in quel momento gli sembrò stranamente adatta.
– ALL’INFERNO...
Hercule Poirot sbatté le palpebre. Poi ripeté quel gesto.
Improvvisamente inciampò nei propri piedi. Era arrivato in cima senza accorgersene e non aveva badato a scendere dalla scala mobile nel modo appropriato. La folla si diradò davanti a lui. Un po’ di lato una massa di gente si stava accalcando verso la scala mobile in discesa.
Doveva raggiungerla? Cosa aveva voluto dire la contessa? Certo che era un VERO INFERNO viaggiare nelle viscere della terra nell’ora di punta. Se era quello il significato delle parole della contessa, non avrebbe potuto essere più d’accordo...
Con aria risoluta, Poirot passò dall’altra parte, si insinuò fra le gente che scendeva e venne riportato di nuovo nelle profondità della terra. In fondo alla scala mobile, nessun segno della contessa. Poirot venne lasciato con una scelta di luci blu, ambra, eccetera da seguire. La contessa avrebbe preferito la Bakerloo o la Piccadilly, come linea da prendere? Poirot visitò sia l’uno che l’altro marciapiede a turno. Venne travolto e sballottato da una folla impetuosa che si precipitava ad assalire o a lasciare i treni ma non riuscì assolutamente ad adocchiare la figura russa così appariscente della contessa Vera Rossakoff.
Affranto, malconcio e profondamente dispiaciuto, Hercule Poirot risalì ancora una volta alla luce del sole e uscì nel traffico e nel frastuono di Piccadilly Circus. Rientrò a casa piacevolmente turbato.
È la triste sorte degli uomini piccoli e pedanti di desiderare appassionatamente donne maestose e appariscenti. Poirot non era mai riuscito a liberarsi dal fascino fatale della contessa. Per quanto ormai fossero passati quasi vent’anni dall’ultima volta che l’aveva vista, quel fascino resisteva ancora. D’accordo che adesso il suo volto truccato assomigliava a un tramonto dipinto da un pittore di paesaggi, e la donna sotto la maschera restava ben nascosta alla vista; ma per Poirot rappresentava sempre qualcosa di favoloso e di seducente. Il piccolo borghese era elettrizzato dall’aristocratica. Il ricordo dell’abilità con la quale rubava i gioielli suscitava ancora l’antica ammirazione. Non poteva dimenticare il magnifico "aplomb" con il quale lo aveva ammesso quando si era vista con le spalle al muro. Una donna su mille... su un milione! E l’aveva incontrata di nuovo... per perderla subito!
ALL’INFERNO aveva detto. Possibile che le sue orecchie lo avessero ingannato? Aveva proprio detto così?
Ma cosa aveva voluto dire con quelle parole? Si riferiva FORSE alla Metropolitana di Londra? Oppure bisognava prendere quelle parole sotto il punto di vista religioso? Possibile, per quanto il suo modo di vivere lasciasse intuire che l’Inferno era la destinazione più plausibile per lei data la vita che aveva fatto, possibile... possibile che la sua cortesia russa volesse lasciar intendere che lui, Hercule Poirot, era diretto per forza nello stesso posto?
No, doveva aver inteso una cosa completamente diversa. Probabilmente aveva voluto dire... Poirot dovette lottare contro lo stupore. Che donna misteriosa, imprevedibile! Un’altra, di ben diversa tempra, avrebbe gridato Al Ritz oppure Al Claridge. Invece Vera Rossakoff aveva gridato drammaticamente una cosa assurda: All’Inferno!
Poirot sospirò.
Ma non si volle dare per vinto. Perplesso com’era, la mattina dopo scelse la strada più semplice e diretta, e lo domandò alla sua segretaria, la signorina Lemon.
La signorina Lemon era incredibilmente brutta e incredibilmente efficiente. Per lei Poirot non era un personaggio speciale, ma semplicemente il suo principale. Gli prestava un servizio eccellente. I suoi pensieri, i suoi sogni privati adesso erano concentrati su un nuovo tipo di schedario che stava perfezionando lentamente nei recessi del suo cervello.
– Signorina Lemon, posso farvi una domanda?
– Certo, signor Poirot.
La signorina Lemon staccò le dita dai tasti della macchina da scrivere e aspettò, piena di attenzione.
– Se un’amica o un amico mi dicessero di trovarci... all’Inferno, cosa fareste?
La signorina Lemon, come al solito, non ebbe un attimo di incertezza. Aveva sempre una risposta pronta.
– Secondo me, sarebbe più prudente telefonare per prenotare un tavolo, – disse.
Hercule Poirot la fissò stupefatto. Poi disse, staccando bene le parole: – Voi - telefonereste - per - prenotare - un - tavolo?
La signorina Lemon annuì e si tirò vicino il telefono.
– Stasera? – domandò e prendendo il silenzio del principale come un segno di assenso, cominciò a comporre rapidamente il numero sull’apparecchio.
– Temple Bar 14578? È l’"Inferno"? Vorrei prenotare un tavolo per due persone, per favore. Signor Hercule Poirot. Per le undici.
Poi riattaccò e le sue dita tornarono a spostarsi verso la macchina da scrivere. Sulla sua faccia apparve una lieve, anzi lievissima espressione di impazienza. Aveva fatto la sua parte, pareva che dicesse quell’espressione, e adesso perché il principale non la lasciava continuare il lavoro?
Ma invece Hercule Poirot voleva una spiegazione.
– Cosa sarebbe, insomma, questo "Inferno"? – domandò.
La signorina Lemon parve un po’ stupita.
– Oh, non lo sapevate, signor Poirot? È un nightclub... nuovissimo e in gran voga... lo dirige una russa, mi pare. Posso procurarvi una tessera di socio prima di stasera senza difficoltà.
E a questo punto, avendo sprecato (e lo fece capire) anche troppo del suo tempo, la signorina Lemon ricominciò a battere sui tasti della macchina da scrivere con la stessa efficienza di una mitragliatrice.
Alle undici della stessa sera Hercule Poirot varcava la soglia di un locale sul quale c’era un’insegna al neon dove si accendevano, con molta eleganza e discrezione, solo una lettera dopo l’altra. Un signore in frac rosso lo accolse e ritirò il suo cappotto. Con un gesto gli mostrò una rampa di scalini, larghi e bassi che scendevano. Su ognuno c’era scritta una frase.
La prima diceva così: "Le mie intenzioni erano buone..." La seconda: "Faccio piazza pulita e comincio una nuova vita..." La terza: "Posso smettere quando voglio..."
– La via dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni, – mormorò Hercule Poirot apprezzando il significato di quelle scritte. – C’est bien imaginé, ça! –
Scese le scale. In fondo, uno specchio d’acqua con dei gigli rossi. Da una sponda all’altra passava un ponticello a forma di barca. Poirot lo varcò.
Alla sua sinistra in una specie di grotta di marmo c’era il cane più brutto più nero e più grosso che Poirot avesse mai visto! Stava rigido, allampanato, immobile. Forse, pensò (e lo sperò) era finto. Invece proprio in quel momento il cane girò la brutta testa feroce e dal profondo di quel corpo nero salì un basso ringhio gorgogliante. Un suono che incuteva terrore.
Poi Poirot notò un elegante cestello pieno di biscottini rotondi per cani. C’era anche un cartellino: "Un’offa a Cerbero!"
Era sui biscottini che il cane teneva gli occhi fissi. Di nuovo si levò quel sordo brontolio minaccioso. In tutta fretta Poirot afferrò un biscotto e lo butto verso il grosso cane. Due fauci che sembravano una caverna rosseggiante si spalancarono; con un rumore secco le due poderose mascelle si rinchiusero: Cerbero aveva accettato l’offa!
Poirot andò avanti, oltre un arco.
La sala non era grande. Punteggiata di tavolini con uno spazio al centro, la pista da ballo. Era illuminata da piccole lampade rosse, i muri erano affrescati e, in fondo c’era un grande "grill" intorno al quale si affaccendavano i cuochi vestiti da diavoli con coda e corna.
Poirot osservò tutto questo prima che la contessa Vera Rossakoff, impulsiva come tutti i russi, splendente in un vestito da sera rosso fuoco, si precipitasse verso di lui a mani tese.
– Ah, siete venuto! Mio caro... carissimo amico! Che gioia rivedervi! Dopo tanti anni... così tanti... quanti?... No, non diciamo quanti! A me sembra ieri! Non siete cambiato, non siete assolutamente cambiato!
– Neppure voi, "chère amie" – esclamò Poirot inchinandosi sulla mano di lei.
Tuttavia si rendeva perfettamente conto che vent’anni erano sempre vent’anni. La contessa Rossakoff, molto poco caritatevolmente, avrebbe potuto essere descritta come un rudere. Però, se non altro, era un rudere spettacolare. L’esuberanza, quella gioia profonda ed entusiasta di vivere c’erano ancora e nessuna, meglio di lei, sapeva come adulare un uomo.
Accompagnò Poirot verso un tavolo al quale erano già sedute due persone.
– Il mio amico, il mio celebre amico Hercule Poirot – annunciò. – È il terrore dei cattivi! C’è stato un tempo in cui avevo paura di lui anch’io, ma adesso vivo una vita virtuosissima e noiosissima. Non è così?
L’uomo alto e magro, anziano, al quale si era rivolta disse: – Non dite mai noiosa, contessa.
Il professor Liskeard – annunciò la contessa. – Sa tutto sull’antichità ed è stato lui a darmi molti consigli preziosi per l’arredamento qui.
L’archeologo rabbrividì leggermente. – Se avessi immaginato quel che volevate fare! – mormorò. – Il risultato è talmente spaventoso!
Poirot osservò più attentamente gli affreschi. Sulla parete davanti a lui Orfeo suonava con la sua banda di jazz e Euridice guardava speranzosa in direzione del "grill". Sulla parete opposta sembrava che Iside e Osiride stessero organizzando una gita in barca in un mondo degli inferi egiziano. Sulla terza parete un po’ di gente giovane e allegra se la spassava sguazzando in acqua, tutti nudi come mamma li aveva fatti.
– Il Paese dei Giovani – spiegò la contessa e aggiunse senza prender fiato, a completare le presentazioni: – E questa è la mia piccola Alice.
Poirot osservò la seconda persona che occupava il tavolo, una ragazza dall’aspetto severo, in giacca a quadri e gonna, con gli occhiali dalla montatura di corno.
– È tanto, tanto intelligente – disse la contessa Rossakoff. – Ha la laurea, fa la psicologa e sa tutte le ragioni perché i pazzi sono pazzi! Non, come si potrebbe credere perché sono matti! Niente affatto! No, c’è un sacco di altre ragioni. Una cosa che trovo molto strana.
La ragazza chiamata Alice sorrise gentilmente ma in un modo un po’ sprezzante. Domandò con voce ferma al professore se voleva ballare.
Questo sembrò lusingato ma dubbioso.
– Mia cara signorina, credo di saper ballare soltanto il valzer.
– Ma questo È un valzer – affermò Alice pazientemente.
Si alzarono e cominciarono a ballare. Non ballavano bene.
La contessa Rossakoff sospirò. Seguendo il filo dei propri pensieri mormorò: – Eppure non si può dire che sia PROPRIO BRUTTA....
– Non sa farsi valere, – disse Poirot saggiamente.
– In tutta franchezza – esclamò la contessa, – non riesco a capire i giovani di oggi. Non cercano più di piacere... io ci provavo sempre, quando ero giovane... i colori che mi stavano bene... un po’ di imbottitura nei vestiti... il busto allacciato stretto alla vita... i capelli, magari, di una tinta più interessante...
Si spinse indietro dalla fronte le pesanti trecce di un rosso veneziano... era innegabile che lei, perlomeno, continuava a cercare... e con tutte le sue forze!
– Accontentarsi di quello che ha dato la Natura, ecco... ecco è una cosa stupida! È anche arroganza, questa! La piccola Alice scrive pagine di paroloni sul sesso ma mi volete dire quanto volte è capitato che un uomo le proponesse di andare a Brighton per il weekend? Niente, solo paroloni e lavoro, e l’assistenza sociale ai lavoratori, e il futuro del mondo. Tutto molto nobile, ma domando io, è divertente? E guardate un po’ come hanno ridotto brutto e squallido questo mondo, i giovani! Tutto regolamenti e proibizioni! Non era così, quando io ero giovane!
– A proposito, come sta vostro figlio, madame? – Sostituì all’ultimo momento "bambino" con "figlio" – ricordandosi che erano passati vent’anni.
La faccia della contessa si illuminò di un amor materno pieno di entusiasmo.
– Quell’angelo! Quel tesoro! Così grande adesso, che spalle, e così bello! È in America. Fa ponti, banche, alberghi, grandi magazzini, ferrovie, tutto quello che vogliono gli americani.
Poirot prese un’aria un po’ perplessa. – È ingegnere, allora? O architetto?
– Che importanza ha? – domandò la contessa. – È adorabile! Ha un gran daffare con travi portanti, macchinari e una cosa che si chiama sollecitazione. Ma ci adoriamo... ci adoriamo sempre! E per amor suo adoro la piccola Alice. Ma sì, sono fidanzati. Si sono conosciuti su un aeroplano, o una nave o un treno, e si sono innamorati, sempre parlando dell’assistenza sociale ai lavoratori. Quando viene a Londra, lei viene sempre a trovarmi e io me la stringo al cuore.
La contessa si strinse le braccia sull’ampio seno. – E io dico... "Tu e Niki vi volete bene... anch’io vi voglio bene... ma se tu gli vuoi bene perché lo lasci in America?" E lei si mette a parlare del suo lavoro e del libro che sta scrivendo, e della sua carriera e io, francamente, non capisco ma ho sempre detto: "Bisogna essere tolleranti". – Poi aggiunse, senza riprendere fiato: – E cosa ne pensate, "cher ami", di tutto quello che ho creato qui con la mia fantasia?
Molto ben studiato – disse Poirot guardandosi in giro con aria piena di approvazione. – È "chic"!
Il locale era pieno e aveva quell’aria inequivocabile di successo che non si può inventare se non esiste. C’erano languide coppie vestite da sera, tipi un po’ "bòhemien" in pantaloni di velluto, robusti signori vestiti da uomini d’affari. La banda, tutta vestita in costume diavolesco, suonava hot-jazz. No, non c’erano dubbi: "Inferno" aveva sfondato.
– Abbiamo gente di ogni genere qui – disse la contessa. – Ma è così che dovrebbe essere, no? Le porte dell’Inferno non sono aperte a tutti?
– Con un’eccezione, magari? I poveri, eh? – insinuò Poirot.
La contessa si mise a ridere. – Ma non ci dicono che è difficile al ricco entrare nel Regno dei Cieli? Naturale, quindi, che abbia la priorità all’Inferno.
Il professore e Alice stavano tornando al tavolo.
La contessa si alzò: – Devo parlare con Aristide.
Scambiò qualche parola con il capo-cameriere, un magro e asciutto Mefistofele, poi si mise a girare da un tavolo all’altro, chiacchierando con i clienti.
Il professore, asciugandosi la fronte e sorseggiando un bicchiere di vino, osservò: – Ha una personalità, vero? La gente se ne accorge.
Poi domandò scusa e andò a parlare con altra gente a un altro tavolo.
Poirot, lasciato solo con la severa Alice, provò un vago imbarazzo quando incontrò lo sguardo di quegli occhi gelidi e azzurri. Ammise tra sé che la ragazza, a dire la verità, era piuttosto bella: con tutto ciò, lo spaventava vagamente.
– Non so il vostro cognome – mormorò.
– Cunningham. Dottoressa Alice Cunningham. Avete conosciuto Vera in passato, mi pare?
– Devono essere vent’anni ormai.
– La trovo un tipo interessante da studiare, – disse la dottoressa Alice Cunningham. – Naturalmente mi interessa come madre dell’uomo che sposerò, però mi interessa anche da un punto di vista professionale.
– Davvero?
– Sì. Sto scrivendo un libro di psicologia criminale. E trovo molto illuminante la vita notturna di questo posto. Ci sono vari tipi di criminali che ci vengono regolarmente. Con qualcuno, anzi, ho addirittura discusso la sua vita precedente. Naturalmente voi sapete tutto sulle tendenze criminali di Vera... voglio dire che ruba?
– Ecco, sì... ne sono al corrente – rispose Poirot un po’ perplesso.
– Io lo chiamo il complesso della Gazza. La gazza, come saprete, prende soltanto le cose che luccicano. Mai denaro. Sempre gioielli. Ho saputo che da bambina era molto vezzeggiata e coccolata, troppo protetta. Faceva una vita insopportabile tanto era noiosa... noiosa e sicura. Il suo carattere aveva bisogno del dramma... anelava alla PUNIZIONE. Ecco cosa c’è alle radici del suo debole per il furto. Vuole IMPORTANZA, NOTORIETA’, ma vuole anche essere punita!
Poirot obiettò: – Non si può proprio dire che la sua vita sia stata sicura e noiosa, visto che apparteneva all’"ancien régime" quando è scoppiata la rivoluzione in Russia, vi pare?
Negli occhi chiari della signorina Cunningham apparve un’espressione vagamente divertita.
– Ah! – disse. – Apparteneva all’"ancien régime"? Ve lo ha detto lei?
– È un’aristocratica, su questo non ci sono dubbi – rispose con una certa durezza Poirot, lottando per scacciare certi ricordi imbarazzanti delle storie, sempre diverse e sempre pazzesche, della sua vita giovanile che gli aveva riferito personalmente la contessa.
– Si crede soltanto a quello che si vuole credere – osservò la signorina Cunningham, occhieggiando con aria professionale.
Poirot cominciò a sentirsi allarmato. Fra un attimo, se lo sentiva, gli avrebbe spiegato qual era il suo complesso. Decise di attaccare prima di essere attaccato. La compagnia della contessa Rossakoff gli piaceva in parte per la sua "provenance" aristocratica, e non aveva nessuna intenzione di lasciarsi guastare questo piacere da una ragazzina occhialuta, con due occhi che sembravano chicchi di uva spina bolliti e una laurea in psicologia!
– Sapete cosa trovo sorprendente? – domandò.
Alice Cunningham non volle ammettere a parole di non saperlo. Si accontentò di prendere un’aria annoiata e indulgente.
Poirot continuò: – Trovo sorprendente che VOI... – che siete giovane e che riuscireste a sembrare carina con qualche piccolo aiuto... ecco mi stupisce che non FACCIATE niente per apparire un po’ più carina! Portate una giacca pesante e una gonna con certe tasche enormi come se doveste andare a giocare a golf. Ma qui non siamo su un campo di golf, siamo in uno scantinato dove la temperatura è di quasi quaranta gradi, il vostro naso è rosso e lucido ma non ci mettete un briciolo di cipria e vi siete data il rossetto sulla bocca distrattamente, senza interesse e senza accentuare la curva delle labbra! Siete una donna ma non richiamate l’attenzione sul fatto che lo siete! E io vi chiedo: "Perché non lo fate?" È un peccato!
Per un attimo ebbe la soddisfazione di vedere che Alice Cunningham prendeva un’aria umana. Colse persino uno scintillio iracondo nei suoi occhi. Poi lei riacquistò la propria aria compassata e di sorridente disprezzo.
– Mio caro signor Poirot – rispose. – Temo che siate lontanissimo dalla ideologia moderna. Sono le cose FONDAMENTALI che contano, non i fronzoli.
Alzò gli occhi mentre un giovanotto bruno, bellissimo, avanzava verso di loro.
– Questo è un tipo molto interessante – mormorò con entusiasmo. – Paul Varesco! Vive alle spalle delle donne e ha strane manie depravate! Bisogna che gli faccia raccontare ancora qualcosa di quella bambinaia che aveva a tre anni.
Due minuti dopo stava ballando con il giovanotto. Paul Varesco ballava divinamente.
Mentre passavano davanti al tavolo di Poirot, questo le sentì dire: – E dopo l’estate a Bognor vi ha dato una piccola gru con cui giocare? UNA GRU... sì, molto significativo.
Per un attimo, Poirot si gingillò con l’idea che l’interesse che la signorina Cunningham provava per i criminali avrebbe potuto condurla un giorno al ritrovamento del suo corpo mutilato in un bosco solitario. Non gli piaceva Alice Cunningham, però era tanto onesto da ammettere che la ragione di tanta antipatia nasceva dal fatto che non era rimasta visibilmente impressionata da Hercule Poirot! La sua vanità ne soffriva!
Poi vide qualcosa che gli fece dimenticare, almeno momentaneamente, Alice Cunningham.
A un tavolo sull’altro lato della pista da ballo, era seduto un giovanotto biondo. Era in frac e sembrava, a vederlo, un uomo che faceva una vita comoda e senza problemi. Di fronte a lui era seduto il tipo giusto di ragazza che spende molto. Lui la fissava con aria fatua e stupida insieme. Chiunque, a vederli, poteva dire: Ah, questi ricchi fannulloni!
Eppure Hercule Poirot sapeva che quel giovanotto non era né ricco né fannullone. Anzi, era l’ispettore detective Charles Stevens, e gli sembrò probabile che l’ispettore detective Stevens fosse venuto per motivi di lavoro...
La mattina dopo Poirot andò a far visita al vecchio amico, l’ispettore capo Japp, a Scotland Yard.
II
L’accoglienza che Japp fece alle sue richieste di qualche informazione formulate prendendo l’argomento alla lontana, fu inaspettata.
– Siete una vecchia volpe! – esclamò Japp in tono affettuoso. – Come fate sempre a fiutare i casi, non riesco proprio a capirlo!
– Ma vi assicuro che non so niente... assolutamente niente! La mia è pura e semplice curiosità.
Japp rispose che Poirot andasse a raccontarlo a qualcun altro!
– Volete sapere tutto su quel locale che si chiama "Inferno"? In apparenza è uno dei soliti night-club. Ha avuto successo! Fanno un sacco di soldi, per quanto le spese, naturalmente, siano alte. All’apparenza, la persona che lo dirige è una russa che si fa chiamare contessa Tal dei Tali...
– Conosco la contessa Rossakoff – disse Poirot freddamente. – Siamo vecchi amici.
– Però lei non è che una testa di legno – continuò Japp. – Non sono suoi, i soldi. Forse potrebbe essere stato il capo-cameriere, quell’Aristide Papopolous... nella faccenda ci deve essere dentro anche lui... però non siamo convinti che il padrone della baracca sia lui! Anzi, a dire la verità, non sappiamo affatto CHI CONTROLLI il locale!
– E l’ispettore Stevens ci va per cercare di scoprirlo?
– Ah, ci avete visto Stevens, eh? Fortunato, il ragazzo, a farsi dare un bel lavoro come quello a spese dei contribuenti! Ma fino ad oggi non ha proprio scoperto niente!
– Cosa vi aspettate di trovarci?
– Neve! Un traffico di droga su larga scala. Ed è roba che non viene pagata in denaro, ma con pietre preziose.
– Ah sì?
– Ecco com’è la storia! Lady XYZ, oppure la Contessa Tal dei Tali... fa un po’ fatica a metter le mani sui contanti... e poi, magari, non vuole ritirare somme troppo grosse dal suo conto in banca. Però ha i gioielli... qualche volta sono quelli di famiglia! Vengono portati in un certo posto a "far pulire" o a "cambiare la montatura"... e lì vengono tolte le pietre dal castone e sostituite con altre, false. Poi le pietre preziose vengono vendute qui o nel resto d’Europa. Tutto semplicissimo... non ci sono furti, né si fa un gran chiasso sulla loro sparizione. E se un bel giorno, prima o poi, si scopre che una certa collana, oppure un diadema, è falso?
– Lady XYZ è tutta innocenza e sgomento, non riesce a immaginare quando può essere avvenuta la sostituzione... la collana non è mai stata data a nessuno, l’ha sempre avuta sottomano lei! E manda i poveri poliziotti ad affannarsi su una pista falsa, a rincorrere cameriere licenziate, maggiordomi dall’aria sospetta o non meno sospetti operai addetti alla pulizia dei vetri! Però noi non siamo così rimbambiti come queste donnine della buona società vogliono far credere. Ci sono capitati parecchi casi uno dopo l’altro e "abbiamo scoperto un comune denominatore": tutte queste signore presentavano chiari segni di essere schiave della droga: erano nervose, irritabili, oppure scosse da un tremito, da un tic, pupille dilatate e via dicendo. Ci siamo chiesti, a questo punto, dove si procurano la droga e chi ne controlla il traffico?
– E, secondo voi, la risposta è questo locale? L’"Inferno"?
– Siamo convinti che sia il quartier generale del giro della droga. Abbiamo scoperto dove viene fatto il lavoro sui gioielli, si tratta di una società, Golconda Ltd., abbastanza rispettabile all’apparenza, gioielli d’imitazione di alta classe. Lì c’è un tipo abbastanza ambiguo, si chiama Paul Varesco... ah, vedo che lo conoscete?
– L’ho visto... all’"Inferno".
– Ecco dove vorrei vederlo... è il posto che fa per lui! È un demonio, come quelli che ci si trovano già. Ma le donne, perfino certe donne perbene... diventano succube quando interviene lui! Deve avere qualche legame con la società Golconda Ltd. e sono quasi sicuro che è lui che controlla anche l’"Inferno". Un posto ideale per i suoi scopi... ci vanno tutti, donne della buona società, professionisti della truffa... un luogo d’incontro perfetto.
– Voi credete che lo scambio gioielli contro droga avvenga proprio lì?
– Sì. Conosciamo il ruolo della Golconda in tutto questo enorme traffico, adesso abbiamo bisogno di sapere chi si occupa della droga. Vogliamo sapere chi è il fornitore della neve da spacciare e da dove viene.
– Avete un’idea, almeno?
– Secondo me è quella russa... ma prove, niente. Qualche settimana fa ci siamo illusi di cominciare a capire qualcosa. Varesco è andato nella sede della Golconda, ha preso qualche gemma e, di lì, ha raggiunto direttamente l’"Inferno". Stevens lo sorvegliava, però non l’ha visto mentre smerciava la droga. Quando Varesco è uscito, lo abbiamo fermato... "ma non aveva addosso le pietre preziose". Abbiamo fatto un’incursione nel night-club, perquisito tutti! Risultato: niente pietre preziose, niente droga!
– Un fiasco, insomma?
Japp trasalì. – A chi lo dite! Potevo anche passare un guaio, ma per fortuna, mentre perquisivamo i clienti, abbiamo trovato Peverel (lo conoscete l’assassino di Battersea). Un vero colpo di fortuna, tutti credevano che fosse partito per la Scozia. Uno dei nostri agenti più brillanti lo ha riconosciuto dalle fotografie. Così tutto bene quel che finisce bene... un po’ di gloria per noi... un successone per il locale... da quella sera, i clienti sono raddoppiati!
Poirot disse: – Ma l’indagine sulla droga non è andata avanti di un passo. Non ci potrebbe essere qualche nascondiglio nei locali del night-club?
– Dev’essere così. Però non siamo riusciti a trovarlo. Abbiamo passato stanza per stanza con una perquisizione a tappeto. E, che rimanga fra noi, c’è stata anche un’altra perquisizione non ufficiale... – gli strizzò l’occhio. – Un piccolo furto con scasso. Ma ha avuto scarso successo la nostra iniziativa non ufficiale! C’è mancato poco che il nostro uomo non fosse sbranato da quel cagnaccio maledetto! Dorme sul posto, quello!
– Ah! Cerbero?
– Sì. Che nome cretino per un cane... chiamarlo come quelle bustine di purgante!
– Cerbero – mormorò Poirot pensieroso.
– Sentite un po’, perché non ci provate voi, a far qualcosa, Poirot? – insinuò Japp. – È un bel problemino e vale la pena di occuparsene. Io, personalmente, ho un vero odio per il traffico della droga, distrugge le persone, corpo e spirito. Quello si che è un VERO Inferno!
Poirot mormorò soprappensiero: – Sì, sarebbe la giusta conclusione... completerebbe le mie fatiche... sì. Lo sapete qual è stata la dodicesima fatica di Ercole?
– Non ne ho la minima idea.
– La cattura di Cerbero. Appropriato, no?
– Non so di che cosa state parlando, vecchio mio, ma ricordatevi che se "un cane mangia un uomo" non è un avvenimento che fa notizia.
E Japp, appoggiandosi indietro alla seggiola, scoppiò in una risata fragorosa.
III
– Vorrei parlarvi molto seriamente – disse Poirot.
Era piuttosto presto e il club era quasi vuoto. La contessa e Poirot erano seduti a un tavolino poco distante dall’ingresso.
– Ma non mi sento seria – protestò lei. – La "petite" Alice, lei sì che è sempre seria e, "entre nous", trovo che è una cosa molto noiosa. Che divertimento volete che abbia il mio povero Niki? Nessuno.
– Vi sono molto affezionato – continuò Poirot in tono deciso. – E non vorrei vedervi finire in un brutto pasticcio, come suol dirsi.
– Ma quello che dite è assurdo! Sono in una posizione invidiabile, e facciamo soldi a palate!
– Siete voi la proprietaria di questo locale?
Lo sguardo della contessa diventò un po’ sfuggente.
– Certo – rispose.
– Però avete un socio?
– Chi ve lo ha detto? – domandò la contessa, aspra.
– È Paul Varesco, per caso, il vostro socio?
– Oh! Paul Varesco, che idea! Ha una pessima reputazione... parlando di fedina penale, naturalmente.
– Vi rendete conto che fra i clienti di questo locale ci sono dei criminali?
La contessa scoppiò in una risata.
– Ecco il "bon bourgeois" che parla! Certo che me ne rendo conto! Ma non capite che rappresentano una buona metà dell’attrazione? Questa gioventù che viene da Mayfair... si stanca di vedere sempre la stessa gente, la gente che conoscono e che viene dal West End. Vengono qui, capite, per vedere i tipi loschi, i delinquenti: il ladro, il ricattatore, il truffatore... forse, magari, perfino l’assassino... l’uomo che sarà sui giornali della domenica la settimana prossima! È eccitante... dà il brivido... credono di vedere la vera vita! E la stessa cosa vale per il commerciante in floride condizioni economiche il quale vende, tutta la settimana, mutande, calze, busti! Che cambiamento dalla sua vita rispettabile, dagli amici rispettabili! E poi, ancora un altro brividino... a un tavolo c’è un ispettore di Scotland Yard che si liscia i baffetti... un ispettore in frac!
– Dunque lo sapevate? – mormorò Poirot.
Gli occhi della contessa incontrarono i suoi; gli sorrise. – "Mon cher ami", non mi crederete così svanita da non accorgermene?
– Fate anche lo spaccio della droga, qui?
– Ah, "ça non"! – La contessa rispose con asprezza. – Sarebbe abominevole!
Poirot la fissò per un paio di minuti, poi sospirò. – Vi credo – disse. – Ma in questo caso è ancora più necessario che mi diciate chi è il vero proprietario di questo locale.
– Sono io – ribatté lei, asciutta.
– Sulla carta, sì. Ma c’è qualcuno dietro di voi.
– Sapete, "mon ami", che vi trovo un po’ troppo curioso? Non è vero che questo mio amico è troppo curioso, D...
La sua voce calò di tono fino a diventare dolce e vezzosa mentre pronunciava queste ultime parole e gettava un osso d’anitra che aveva nel piatto al grosso cane nero che lo acchiappò al volo, richiudendo le fauci con un colpo secco.
– Come chiamate quella bestia? – domandò Poirot, divertito.
– "C’est mon petit Du du"!
– Ma è ridicolo, un nome del genere!
– Invece è adorabile! Un cane poliziotto, come lui! Sa fare tutto... tutto... aspettate!
Si alzò, si guardò in giro e, con uno scatto improvviso, tolse da sotto al naso di un cliente un piatto con una grossa bistecca succulenta, che gli era stato portato in quel momento. Si avvicinò alla nicchia di marmo, mise il piatto davanti al cane, pronunciando contemporaneamente qualche parola in russo.
Cerbero restò con gli occhi fissi davanti a lui. La bistecca avrebbe potuto non esistere.
– Avete visto? E non è solo questione di minuti! Può rimanere così anche per ore, se è necessario!
Poi mormorò una parola e Cerbero, con la rapidità del lampo, piegò il lungo collo e la bistecca scomparve come per magia.
Vera Rossakoff buttò le braccia intorno al collo del cane e lo abbracciò appassionatamente, alzandosi sulla punta dei piedi per arrivarci.
– Vedete come sa essere gentile! – gridò. – Per me, per Alice, per i suoi amici... possono fare quello che vogliono! Ma basta dirgli una parola e... via! Vi garantisco che è capace di fare a pezzettini... un ispettore di polizia, per esempio! Sì, a pezzettini! – Scoppiò a ridere. – Mi basterebbe dire una parola...
Poirot la interruppe subito. Non si fidava del senso dell’umorismo della contessa. L’ispettore Stevens poteva correre un brutto rischio sul serio.
– Il professore Liskeard vuole parlarvi.
Il professore, in piedi, al suo fianco, la stava guardando con aria di rimprovero. – Mi avete preso la bistecca – si lamentò. – Perché me l’avete presa? Era un’ottima bistecca!
IV
– Giovedì sera, vecchio mio – disse Japp. – Ecco quando scoppia la bomba. Tocca a Andrews... affari suoi, naturalmente. Squadra antidroga... ma sarà felice di lasciarvi cacciar dentro il naso. No, grazie non voglio nessuno di quei vostri "sirops" un po’ strani. Devo stare attento allo stomaco, io. È whisky quello che vedo là sopra? Ah, quella sì che è una bevanda più di mio gusto!
Posando il bicchiere, continuò: – Credo che siamo riusciti a risolvere il problema. C’è un altro ingresso del night-club... e lo abbiamo trovato!
– Dove?
– Dietro il "grill". Ce n’è una parte che si può far ruotare.
– Ma ve ne sareste accorti...
– No, caro amico. Quando è cominciata l’incursione, le luci si sono spente... hanno chiuso l’interruttore centrale... e sono stati necessari un paio di minuti per accenderle di nuovo. Dall’entrata principale non è passato nessuno perché era sorvegliata, ma adesso è evidente che qualcuno può essersela svignata da quell’uscita segreta con la roba. Abbiamo esaminato la casa dietro al night-club... e così ci siamo accorti del trucco.
– E cosa vi proponete di fare?
Japp gli strizzò l’occhio. – Agire secondo i piani prestabiliti... la polizia arriva, le luci si spengono... "e qualcuno aspetta all’uscita del passaggio segreto per vedere chi arriva". Questa volta li abbiamo con le mani nel sacco!
– Perché giovedì?
Japp strizzò l’occhio di nuovo. – Ormai abbiamo la Golconda sotto controllo... registratori e via dicendo... e giovedì porteranno fuori di lì un po’ di roba. Gli smeraldi di lady Carrington.
– Mi permettete di predisporre un paio di cosette? – chiese Poirot.
V
Seduto al suo solito tavolo nelle vicinanze dell’ingresso, quel giovedì sera Poirot studiava l’ambiente. Come al solito, l’"Inferno" era strapieno, il successo del locale era evidente.
La contessa era truccata in un modo ancora più sfacciato del solito, se era possibile. Quella sera si sentiva molto russa, e batteva le mani, rideva a squarciagola.
Paul Varesco era arrivato. Qualche volta si presentava in un impeccabile frac, qualche altra volta, come quella sera, preferiva presentarsi con una specie di costume da "apache", giacca abbottonatissima, foulard intorno al collo. Aveva l’aria equivoca e affascinante. Staccandosi da un donnone corpulento, di mezza età, letteralmente tempestato di diamanti, si chinò su Alice Cunningham, seduta a un tavolino e intenta a scribacchiare affannosamente in un quadernetto, e la invitò a ballare. Il donnone mise il broncio e Alice guardò Varesco con aria di adorazione.
Ma era poi adorazione quella che luccicava nei suoi occhi? O era la fiamma del puro interesse scientifico. Poirot colse qualche brano della loro conversazione mentre volteggiavano passandogli davanti.
Aveva progredito oltre la bambinaia e l’infanzia e, adesso, stava cercando di ottenere da Paul qualche informazione sulla governante del collegio dove aveva fatto il ginnasio. Quando la musica finì, sedette vicino a Poirot con aria deliziata e felice.
– Interessantissimo – disse. – Varesco sarà uno dei casi più importanti del mio libro. Un simbolismo inequivocabile. Qualche difficoltà con la maglia di lana per esempio... e per maglia bisogna intendere "camicia di stoffa di crine animale" con tutte le sue implicazioni... e tutto si spiega facilmente. Si può dire senza il minimo dubbio che ha il tipo del criminale, però SI PUO’ tentare una cura...
– Quella di far correggere un libertino – disse Poirot, – è sempre stata una delle più care illusioni delle donne!
Alice Cunningham lo squadrò freddamente. – Non c’è niente di PERSONALE in tutto questo, signor Poirot.
– Non c’è mai – disse Poirot. – È sempre altruismo disinteressato... però l’oggetto di questo altruismo, di solito, è una persona affascinante del sesso opposto. Vi interessa per esempio, dove sono andato a scuola IO, o qual era il modo di comportarsi della governante del collegio nei miei confronti?
– Voi non avete il tipo del criminale – disse la signorina Cunningham.
– Riconoscete un tipo di criminale quando lo incontrate?
– Certamente.
Il professor Liskeard li raggiunse e si mise a sedere vicino a Poirot.
– State parlando di criminali? Dovreste studiare il codice penale di Ammurabi, signor Poirot. 1800 avanti Cristo. Interessantissimo. "L’uomo che viene scoperto a rubare durante un incendio verrà buttato fra le fiamme".
Guardò compiaciuto il grill elettrico che aveva davanti agli occhi.
– E ci sono leggi ancora più antiche, quelle dei Sumeri. "Se una moglie odia il marito e gli dice: "Tu non sei mio marito" la butteranno nel fiume". Costa meno ed è più sbrigativo di una causa di divorzio. Però se il marito dice la stessa cosa alla moglie, deve soltanto pagarle un certo peso in argento. Nessuno butta lui nel fiume.
– La solita vecchia storia – disse Alice Cunningham. – Una legge per l’uomo e un’altra per la donna.
– Le donne, naturalmente, apprezzano molto di più il valore monetario – disse il professore pensieroso. – Sapete una cosa? – aggiunse. – Mi piace questo posto. Ci vengo spesso alla sera. Non pago niente. È stata la contessa a stabilire così... molto carino da parte sua... in considerazione del fatto che le ho fornito qualche informazione che le occorreva per l’arredamento. Non che abbia qualche rapporto con me questa roba... non immaginavo per quale ragione mi domandava tutte quelle informazioni e poi, naturalmente, lei e l’arredatore hanno capito tutto sbagliato. Spero che nessuno scoprirà mai che ci sono stato coinvolto anch’io in questo orrore. Sarebbe la fine della mia reputazione. Ma lei è una donna meravigliosa... ha qualcosa delle babilonesi, direi. Lo penso sempre. Le babilonesi erano ottime donne d’affari, sapete...
Le parole del professore restarono improvvisamente soffocate da un grido. La parola "polizia" fu sentita e ripetuta... le donne si alzarono in piedi, si scatenò una babele di esclamazioni. Le luci si spensero, ed anche i fuochi del "grill".
Nel sottofondo di tutto quel subbuglio la voce del professore continuò tranquillamente a recitare qualche brano delle leggi di Ammurabi.
Quando le luci si riaccesero, Hercule Poirot si trovava a metà della scala dai gradini larghi e bassi. I poliziotti di guardia all’ingresso lo salutarono, e lui uscì in strada e si avviò senza fretta verso l’angolo.
Subito dietro, appiattito contro il muro c’era un piccolo uomo dal corpo del quale si levava un odore rivoltante, con il naso rosso. Costui cominciò a parlare sottovoce, un po’ rauco, affannato. – Ehi, capo, sono qui. È adesso che devo fare la mia parte?
– Sì. Pronto?
– Ma c’è un sacco di sbirri qua in giro!
– Non preoccuparti. Sanno tutto.
– Spero che non si metteranno di mezzo, eh?
– No, non si metteranno di mezzo. Sei sicuro di poter far quello che devi? Quella bestia è grossa e feroce.
– Non sarà feroce con me – disse il piccolo uomo pieno di fiducia nelle proprie capacità. – No, impossibile, con quello che ho qui. Tutti i cani mi seguirebbero anche all’Inferno con questa roba qui!
In questo caso – mormorò Hercule Poirot, – deve seguirti fuori dall’"Inferno"!
VI
Nelle ore piccole della notte, squillò il telefono. Poirot alzò il microfono.
La voce di Japp disse: – Mi avevate chiesto di chiamarvi.
– Sì, certo. "Eh bien"?
– Niente droga... abbiamo gli smeraldi.
– Dove?
– In tasca del professor Liskeard.
– Il professor Liskeard?
– Siete sorpreso anche voi? Vi giuro che io non so proprio cosa pensare! È rimasto sbalordito, sembrava un bambino, li ha guardati, ha detto che non riusciva assolutamente a capire come avevano fatto a finirgli in tasca, e dannazione, credo che dicesse la verità! Del resto, durante quei pochi minuti di buio Varesco avrebbe potuto farglieli scivolare in tasca senza fatica. Non riesco a vedere un vecchio come Liskeard implicato in una storia come questa. Fa parte di tutte quelle società di sapientoni e ha perfino rapporti con il British Museum! Se spende soldi in qualche cosa, lo fa per i libri, roba polverosa, muffita, di seconda mano. No, non ci siamo. Comincio a pensare che abbiamo preso una grossa cantonata e che in quel night-club la droga non l’hanno mai vista.
– Oh, sì, sì, c’è stata, c’è stata ieri sera. Ditemi, non è venuto fuori nessuno dal passaggio segreto?
– Sì, il principe Henry di Scandenberg con il suo scudiero; era arrivato in Gran Bretagna soltanto ieri. Vitamian Evans, il ministro del Gabinetto (che brutta faccenda essere un ministro laburista, bisogna stare così attenti!). Nessuno ci bada se un uomo politico conservatore sperpera i suoi soldi o vive un po’ troppo allegramente perché i contribuenti credono che lo faccia con le sue sostanze personali... ma quando è un laburista, il pubblico ha la sensazione che siano i quattrini tirati fuori dalle proprie tasche che quello ha scialacquato! E, in un certo senso, è proprio così. Lady Beatrice Viner è stata l’ultima, si deve sposare dopodomani con quello scocciatore del giovane duca di Leominster: è un tal pignolo presuntuoso! Non credo che nessuno di loro possa essere implicato in questa storia.
– E avete ragione. Ma, nonostante ciò, c’era la droga al club, e qualcuno l’ha portata fuori.
– Chi è stato?
– Io, "mon ami" – disse Poirot sottovoce.
Riattaccò, troncando i balbettii e le esclamazioni smozzicate di Japp mentre si sentiva squillare un campanello. Andò ad aprire la porta e la contessa Rossakoff entrò in tutta la sua imponenza.
– Se non fosse, perché siamo troppo vecchi, ahimè, che situazione compromettente, la nostra, eh? – esclamò. – Vedete, sono venuta come mi chiedevate nel vostro biglietto. Credo di essere stata pedinata da un agente ma può restare giù, in strada. E adesso, amico mio, cosa c’è?
Poirot la aiutò galantemente a togliersi la pelliccia di volpe.
– Perché avete messo quegli smeraldi in tasca al professor Liskeard? – domandò. – "Ce n’est pas gentil, ce que vous aves fait là"!
La contessa spalancò gli occhi.
– Naturalmente, era nella vostra tasca che volevo mettere gli smeraldi!
– Oh, nella mia?
– Certo! Mi sono avvicinata in fretta al tavolino dove sedete di solito, ma le luci erano spente e credo di averli messi, senza accorgermene, in tasca al professore.
– E perché volevate mettere gli smeraldi rubati in tasca a me?
– Mi sembrava... ho dovuto pensarci così in quattro e quattr’otto... la soluzione migliore!
– Sul serio, Vera, siete "impayable"!
– Ma, caro amico, provate un po’ a pensarci! Arriva la polizia, le luci si spengono (un nostro piccolo accordo con i clienti per non metterli in imbarazzo) e "una mano mi porta via la borsetta dal tavolo". La riacchiappo al volo, però attraverso il velluto sento che c’è dentro qualcosa di duro. Ci infilo le dita, e scopro toccandoli che devono essere quelle pietre preziose e capisco subito chi ce le ha infilate!
– Oh, davvero?
– Ma naturalmente! È quel "salaud"! Quel camaleonte, quel mostro, quel fintone, quel doppio-giochista, quel viscido serpente figlio di un porco, Paul Varesco.
– Il vostro socio dell’"Inferno"?
– Sì, sì, è lui il proprietario del locale, quello che ci mette i soldi. Fino a oggi non l’ho tradito, io so essere leale, io! Ma adesso che mi fa il doppio gioco, e cerca di mettermi nei guai con la polizia... ah! adesso io lo sputo fuori, il suo nome, ah! se lo sputo... lo grido, sì!
– Calmatevi – disse Poirot – e venite con me.
Aprì una porta, che dava su una stanzetta la quale, al momento, sembrava completamente riempita di CANE. Cerbero era sembrato fuori misura perfino negli ampi locali dell’"Inferno". Nella piccola sala da pranzo dell’appartamentino del residence dove abitava Poirot non sembrava che ci fosse nient’altro che lui, Cerbero. A dire la verità, c’era anche un piccolo uomo dal quale esalava un fetore insopportabile.
– Eccoci qui, secondo i piani, capo – disse il piccolo uomo con voce roca.
– Du du! – strillò la contessa. – Angelo mio! Du du!
Cerbero batté la coda sul pavimento... ma non si mosse.
– Permettete che vi presenti il signor William Higgs – gridò Poirot per superare il rumore della coda di Cerbero. – Un maestro nella sua professione. Durante tutto quel trambusto di ieri sera – continuò Poirot, – il signor Higgs è riuscito a farsi seguire da Cerbero fuori dall’"Inferno".
– Siete riuscito a farvi seguire? – la contessa fissò incredula quell’ometto. – Ma COME? COME?
Il signor Higgs abbassò gli occhi, timido e modesto.
– Un po’ difficile da spiegare davanti a una signora. Ma a queste cose un cane non sa resistere. Un cane mi segue dove voglio. Naturalmente capirete che non funziona allo stesso modo con le cagnoline... no, è diverso, ecco.
La contessa Rossakoff si voltò a Poirot. – Ma perché? PERCHÈ?
Poirot disse lentamente: – Ci sono cani appositamente addestrati, capaci di tenere in bocca un oggetto finché non ricevono il comando di buttarlo fuori. Se occorre, lo tengono in bocca per ore e ore. Adesso volete dire al vostro cane di lasciar cadere quello che ha in bocca?
Vera Rossakoff lo fissò sbalordita, si voltò e pronunciò due paroline secche secche.
Le grandi fauci di Cerbero si aprirono. E allora si verificò una cosa allarmante... "Dalla bocca di Cerbero sembrò che cadesse fuori la lingua"...
– Poirot fece un passo avanti. Raccolse un pacchettino avvolto di gomma rosa, spugnosa. Lo apri. Dentro c’era un altro pacchettino pieno di polvere bianca.
– Cos’è? – domandò la contessa, tagliente.
Poirot disse a bassa voce: – COCAINA. Una quantità così piccola, sembrerebbe... eppure può valere migliaia di sterline per chi è disposto a pagare... Sufficiente a portare alla rovina e alla disperazione parecchie centinaia di persone...
Lei restò con il fiato sospeso e poi gridò: – E voi pensate che IO... ma non è così! Vi giuro che non è così! In passato mi sono divertita con i gioielli, I BIBELOTS, i piccoli oggetti curiosi... tutto serve per vivere, mi capite. La mia opinione è sempre stata... perché no? Perché una persona dovrebbe avere qualcosa in più rispetto a un’altra?
– Esattamente quello che penso io per i cani – interloquì il signor Higgs.
– Voi non distinguete il bene dal male – disse Poirot con aria triste alla contessa.
Ma questa andò avanti: Ma LA DROGA, QUELLA... no! Perché, allora sì che si provoca disperazione, dolore, degenerazione! Non immaginavo... non immaginavo assolutamente... che il mio "Inferno" così incantevole, così innocente, cosa delizioso venisse adoperato a QUELLO scopo!
– Sono d’accordo con voi per quello che riguarda la droga – disse il signor Higgs. – Quando la adoperano con i cani da corsa... che schifo! Non vorrei mai avere a che fare con roba del genere... e non ci ho mai avuto a che fare!
– Però dovete dire che mi credete, amico mio – lo implorò la contessa.
– Ma certo che vi credo! Non ho dedicato il mio tempo, non mi sono preso un sacco di fastidi per far catturare il vero organizzatore del traffico della droga? Non ho compiuto la dodicesima Fatica di Ercole e portato Cerbero fuori dall’Inferno per dimostrarlo? Perché, volete che ve lo dica? Non mi piace veder accusare falsamente i miei amici... sì, proprio così... perché dovevate essere voi a pagare se le cose si mettevano male! Era nella vostra borsetta che si dovevano trovare gli smeraldi e se qualcuno fosse stato tanto intelligente da sospettare (come ho fatto io) che la bocca di un cane feroce poteva diventare un nascondiglio, "eh bien"! è VOSTRO il cane, no? Anche se ha "accettato la ’petite’ Alice" fino al punto da ubbidire ai suoi ordini! Sì, sbarrate pure gli occhi! Fin dal primo momento non mi è piaciuta la signorina con tutte le sue parolone scientifiche e quella giacca con le tasche così grandi! Sì, TASCHE. Assurdo che una donna dovesse essere così indifferente al proprio aspetto! E cosa mi risponde... che sono le cose fondamentali a contare! Ah! Le tasche, per esempio, sono fondamentali. Tasche in cui poteva portare dentro la droga e portar fuori i gioielli... uno scambio così facile mentre ballava con il suo complice che fingeva di considerare un caso psicologico. Ah, ma che ottima copertura si era fatta! Nessuno sospetta quella psicologa così austera, la scienziata con una laurea in medicina e gli occhiali. Può fare il contrabbando della droga e persuadere i suoi pazienti ricchi a prenderne l’abitudine, a fornire i soldi necessari ad aprire un night-club e a combinare che venga affidato perché lo diriga una persona... che, ammettiamolo pure... ha avuto qualche piccola debolezza in passato! Ma lei disprezza Hercule Poirot, crede di poterlo ingannare con tutte quelle sue storie di bambinaie e di maglie di lana! "Eh bien", l’aspettavo al varco, io! Le luci si spengono. Mi alzo subito dal mio tavolo e vado a mettermi vicino a Cerbero. Nel buio, la sento venire. Apre la bocca e ci caccia dentro a forza un pacchettino... e io... delicatamente, senza che se ne accorga, le taglio via un pezzetto di stoffa da una manica con un paio di forbicine. – E con un gesto drammatico tirò fuori una strisciolina di stoffa. – Osservate, lo stesso tweed a quadretti, lo consegnerò a Japp perché lo controlli con il capo di vestiario a cui appartiene e... possa eseguire l’arresto... e dire com’è stata astuta e intelligente, una volta di più, Scotland Yard.
La contessa Rossakoff lo fissò costernata. Poi, tutto d’un colpo, proruppe in un lungo lamento che sembrava l’ululato di una sirena da nebbia.
– Ma il mio Niki... il mio Niki. Sarà terribile per lui... – fece una pausa. – Oppure no?
– Ci sono tante altre ragazze in America – disse Hercule Poirot.
– E se non ci foste stato voi, sua madre sarebbe in prigione... IN PRIGIONE, con i capelli tagliati... seduta in una cella... a puzzare di disinfettante! Ah, ma voi siete meraviglioso... meraviglioso.
E slanciandosi avanti impetuosamente buttò le braccia al collo di Poirot e lo strinse a sé con tutto l’ardore delle creature di origine slava. Il signor Higgs assisteva alla scena compiaciuto e interessato. Il cane Cerbero continuava a battere la coda sul pavimento.
Nel mezzo di questa scena di gioia si sentì lo squillo di un campanello.
– Japp! – esclamò Poirot liberandosi dalle braccia della contessa.
– Forse sarebbe più opportuno che io andassi nell’altra stanza – disse la contessa e scivolò via dalla porta di comunicazione.
Poirot fece per avviarsi verso la porta che dava in anticamera.
– Ehi, capo – ansimò il signor Higgs preoccupato, – fareste meglio a guardarvi nello specchio, eh?
Poirot lo fece e indietreggiò costernato. Rosso per le labbra e mascara gli decoravano la faccia in un miscuglio strano e bizzarro.
– Se questo è il signor Japp di Scotland Yard, penserà il peggio... sapete? – disse il signor Higgs.
E aggiunse, mentre il campanello squillava ancora e Poirot si dava un gran daffare per togliersi con gesti febbrili un po’ di "fard" rosso fuoco dalla punta dei baffi: – Cosa volete che faccia io?... E come me la sbrigo con questo Cane Infernale?
– Se ricordo correttamente – disse Hercule Poirot. – Cerbero è ritornato all’Inferno.
– Come volete – disse il signor Higgs. – A dire la verità, cominciavo a prenderlo in simpatia... Però non è di quelli che mi piace portar via al prossimo... si fa notare un po’ troppo se capite quello che voglio dire. E poi, cosa mi costerebbe in garretto di bue e carne di cavallo! Deve mangiare come un piccole leone, secondo me.
– Dal leone nemeo alla cattura di Cerbero – mormorò Poirot. – È fatta!
VII
Una settimana dopo la signorina Lemon portò una fattura al suo principale.
– Scusate, signor Poirot, è giusto pagare questo? Leonora, Fiorista, Rose Rosse. Undici sterline, otto scellini e sei pence. Mandate alla contessa Vera Rossakoff, Inferno, 13, End Street, W.C.1.
Come la tinta delle rose rosse, così erano diventate le guance di Hercule Poirot. Arrossi, arrossì fino alla radice dei capelli.
– Giustissimo, signorina Lemon. Un piccolo... ehm... segno di omaggio? per una... certa occasione. Il figlio della contessa si è appena fidanzato in America... con la figlia del suo principale, un magnate dell’industria dell’acciaio. Mi pare di ricordare... che le rose rosse... sono il suo fiore preferito.
– Certo – disse la signorina Lemon. – Sono molto care in quest’epoca dell’anno.
Hercule Poirot si raddrizzò sulla persona. – Ci sono momenti, – disse, – in cui non si bada a spese.
E uscì, canticchiando un motivetto. Il suo passo era leggero, quasi scattante.
La signorina Lemon lo seguì con gli occhi, inebetita. Il famoso sistema di schedario fu dimenticato. Si ridestarono in lei tutti i suoi istinti femminili.
– Bontà divina – mormorò. – Mi domando... Ma guarda un po’... alla sua età... Ma no, di certo...