la cerva dalle corna d’oro
italian
I
Hercule Poirot batté i piedi per terra, cercando di riscaldarli. Si soffiò sulle dita. Fiocchi di neve si sciolsero, gocciolando, dall’estremità dei suoi baffi.
Bussò e si presentò una cameriera. Era una ragazza di campagna tarchiata, fissò Hercule Poirot con molta curiosità. Non era da escludere che non avesse mai visto niente di simile in vita sua.
Domandò: – Avete bussato?
– Infatti. Volete essere così gentile da accendere il fuoco?
La ragazza se ne andò e rientrò subito dopo con carta e legna dolce. Si inginocchiò di fronte all’ampio parafuoco vittoriano e cominciò i preparativi necessari.
Hercule Poirot continua a battere i piedi sul pavimento, ad agitare le braccia, a soffiarsi sulle dita.
Era seccato. La sua auto, una costosa Messarro Gratz, non si era comportata con la perfezione meccanica che si sarebbe aspettato da un’automobile del genere. L’autista, un giovanotto al quale pagava un lauto stipendio, non era riuscito a far funzionare quello che non voleva funzionare. L’automobile, alla fine, si era decisamente rifiutata di proseguire su una strada secondaria, a più di due chilometri da un posto qualsiasi, mentre cominciava a cadere la neve.
Hercule Poirot, che portava le solite, eleganti, scarpe di vernice, si era visto costretto a percorrere a piedi quei due chilometri e passa, per raggiungere il villaggio rivierasco di Hartly Dene, località che, pur mostrandosi animatissima d’estate, era completamente morta durante l’inverno.
Al Cigno Nero non avevano nascosto sgomento all’arrivo dell’ospite. Il padrone era diventato quasi eloquente nel fargli notare che l’autorimessa del villaggio poteva mettere a disposizione del signore un’automobile con la quale proseguire il viaggio. Hercule Poirot respinse la proposta. La sua parsimonia latina se ne era sentita offesa.
Noleggiare un’automobile? Ma lui ne aveva GIA’ una... un’automobile grossa... un’automobile cara. E su quell’automobile – solo su quella – si proponeva di continuare il viaggio di ritorno in città. Ad ogni modo, persino nel caso che le riparazioni potessero venir eseguite in fretta, non sarebbe ripartito con quella neve fino alla mattina successiva.
Chiese una camera, un fuoco e un pasto. Sospirando, il padrone gli mostrò la camera, mandò una cameriera a fornirgli il fuoco e poi si ritirò a discutere con la moglie il problema del pasto.
Un’ora dopo, con i piedi allungati verso quelle fiamme ardenti e confortanti, Hercule Poirot si abbandonò a qualche bonaria riflessione sulla cena che aveva appena finito di mangiare. D’accordo, la bistecca era stata dura e piena di cartilagini, i cavolini di Bruxelles grossi, pallidi e decisamente acquosi, le patate, nell’interno, erano dure come sassi. Né si poteva dire molto di più della porzione di mele cotte e di crema che li aveva seguiti. Il formaggio era duro, i crackers molli. Con tutto ciò, si disse Hercule Poirot guardando benevolmente le fiamme che palpitavano e sorseggiando delicatamente una tazza piena di un liquido melmoso chiamato eufemisticamente caffè, era meglio aver lo stomaco pieno invece che vuoto e... che Paradiso trovarsi seduto davanti a un fuoco dopo aver marciato per viottoli nevosi portando ai piedi un paio di scarpe di vernice!
Bussarono alla porta e la cameriera entrò.
– Scusate, signore, c’è l’uomo dell’autorimessa che vorrebbe vedervi.
Hercule Poirot rispose amabilmente: – Fatelo salire.
La ragazza si abbandonò a una risatina e si ritirò.
Poirot rifletté bonariamente che la descrizione della propria persona fatta dalla ragazza alle sue amiche sarebbe servita a intrattenerle, divertendole, per molte future serate d’inverno.
Si sentì bussare di nuovo, ma in modo diverso, e Poirot gridò: – Avanti.
Alzò gli occhi e osservò con approvazione il giovanotto che era entrato e si era fermato, visibilmente a disagio, attorcigliando il berretto fra le mani. Ecco lì davanti a lui, pensò, uno dei più begli esemplari di umanità che avesse mai veduto, un giovanotto semplice con l’aspetto fisico di un dio greco.
Il giovanotto disse a voce bassa, roca: – Per la macchina, signore, l’abbiamo portata dentro, nell’autorimessa. E abbiamo scoperto il guasto. Ci vorrà un’ora di lavoro, più o meno.
Poirot disse: – Di cosa si trattava?
Il giovanotto si addentrò in tono vivace in una serie di dettagli tecnici. Poirot faceva segno di sì con la testa, cortesemente, ma non lo stava ascoltando. Un fisico perfetto: impossibile non ammirarlo. Poirot pensò che in giro ce ne sono troppi di tipi un po’ viscidi, occhialuti, dall’aria servile.
Si disse, compiaciuto: "Sì, un dio greco... un giovane pastore d’Arcadia".
Il giovanotto finì di parlare bruscamente. Fu allora che Hercule Poirot aggrottò le sopracciglia per un attimo. La sua prima reazione era stata estetica, la seconda mentale.
Incuriosito, socchiuse gli occhi, alzandoli verso il suo interlocutore, e disse: – Comprendo. Sì, comprendo. – Fece una pausa, poi aggiunse: – Il mio autista mi ha già detto tutto quello che avete appena finito di riferirmi.
Notò che le guance dell’altro diventavano rosse, vide che le dita stringevano nervosamente il berretto.
Il giovanotto balbettò: – Sì... ehm, sì, signore. Lo so.
Hercule Poirot continuò conciliante: – Eppure avete pensato di venirmelo a riferire personalmente anche voi?
– Ehm... sì, signore, ho pensato che fosse meglio.
– Molto scrupoloso da parte vostra – disse Hercule Poirot. – Grazie.
Le sue ultime parole erano state pronunciate con un lieve, ma inconfondibile, tono di congedo: tuttavia non si aspettava che l’altro se ne andasse. Non si sbagliava. Il giovanotto non si mosse.
Le sue dita si agitarono nervose, acciaccando il berretto di tweed. E infine mormorò con voce imbarazzata: – Ehm. scusatemi, signore... ma è vero, no, che voi siete quel signor investigatore... che siete il signor Hercule Poirot? – pronunciò il nome del detective con cautela.
Poirot rispose: – Precisamente.
Una vampata di rossore coprì la faccia del giovanotto. E disse: – Ho letto un articolo che parlava di voi sul giornale.
– Davvero?
Il ragazzo adesso era cianotico. E, nei suoi occhi, apparve un’espressione di sgomento... sgomento e supplica.
Hercule Poirot gli venne in soccorso, dicendogli con gentilezza: – Sì? Che cosa vorreste domandarmi?
Allora le parole salirono impetuose alle labbra del giovanotto. – Ho paura che penserete che sono un gran sfacciato, signore. Ma il vostro arrivo qui, così, per caso... un’occasione troppo bella per lasciarla perdere. Dopo aver letto quello che scrivevano di voi e delle cose intelligenti che avete fatto. Non c’è niente di male a domandare, vero?
Hercule Poirot scosse la testa, e disse: – Volete che vi aiuti?
L’altro fece segno di sì. Con voce roca e piena di imbarazzo, disse: – Sì... si tratta di una ragazza. Se voi... se voi poteste trovarla per me.
– Trovarla? Dunque è scomparsa?
– Precisamente, signore.
Hercule Poirot si rizzò a sedere sulla poltrona e disse con voce incisiva: – Potrei aiutarvi, sì, forse. Ma la gente più adatta, dalla quale andare, è la polizia. È il loro mestiere e hanno maggiori risorse a disposizione di quante non ne posso avere io!
Il ragazzo strisciò i piedi sul pavimento. Disse imbarazzato: – Non posso farlo, signore. Non stanno così le cose. È tutto piuttosto strano, per così dire.
Hercule Poirot lo fissò con gli occhi sbarrati e poi gli indicò una seggiola. – "Eh bien"! allora, sedete... come vi chiamate?
– Williamson, signore, Ted Williamson.
– Siediti, Ted. E raccontami tutto.
– Grazie, signore.
Prese una seggiola e vi si sedette, cautamente, sull’orlo. I suoi occhi avevano ancora un’espressione supplichevole.
Hercule Poirot disse con dolcezza: – Racconta.
Ted Williamson sospirò profondamente. – Ecco, vedete, signore, è andata così. L’ho vista una volta sola. Non conosco il suo vero nome o altro. Ma tutta la faccenda è, come dire?, strana, come la mia lettera che è tornata indietro e tutto il resto.
– Comincia dal principio – disse Hercule Poirot. – Non aver fretta. Raccontami semplicemente tutto quello che è successo.
– Sissignore. Ecco. Forse conoscete Grasslawn, signore, quella grande casa giù vicino al fiume, oltre il ponte?
– Non conosco niente di niente.
– Ecco, il suo proprietario è sir George Sanderfield. Ci viene d’estate durante il week-end e per le feste... di solito, riceve gente piuttosto allegra. Attrici e via dicendo. Nel giugno scorso... la radio si era guastata e così mi hanno mandato a chiamare perché la riparassi.
Poirot annuì.
– Ci sono andato. Il padrone era fuori, sul fiume, con gli ospiti, la cuoca era uscita e il domestico stava servendo le bibite e il resto a bordo della lancia. C’era soltanto questa ragazza in casa... era la cameriera personale di una delle invitate. Mi ha fatto entrare e mi ha mostrato dov’era la radio ed è rimasta lì a guardarmi mentre ci lavoravo intorno. Così ci siamo messi a parlare e via dicendo... Nita, si chiamava, me l’ha detto lei, la cameriera della ballerina russa che era ospite del proprietario.
– Di che nazionalità era? Inglese?
– No, signore, mi pare che fosse francese. Aveva un accento buffo. Però parlava bene l’inglese. Era... cordiale e dopo un po’ le ho domandato se le avrebbe fatto piacere uscire con me quella sera per andare al cinema, mi ha risposto che la sua padrona avrebbe avuto bisogno di lei. Però, poi, ha detto che forse poteva fare una scappata fuori presto, nel pomeriggio, perché non sarebbero rientrati dal fiume fin tardi. Insomma a farla breve, mi sono preso un pomeriggio di libera uscita senza domandare il permesso (e per poco non sono stato licenziato per questo) e siamo andati a fare una passeggiata sul fiume.
Fece una pausa. Un lieve sorriso gli aleggiava sulle labbra. I suoi occhi avevano preso un’espressione sognante.
Poirot disse con dolcezza: – Era carina, sì?
– La ragazza più stupenda che si è mai vista. Aveva i capelli che parevano d’oro – voltati all’insù ai lati, che sembravano due ali – e aveva un modo così leggiadro di muoversi camminando. Io... io... ecco, mi sono innamorato a prima vista, signore. Non lo nascondo.
Poirot fece segno che capiva.
Il giovanotto proseguì: – Mi raccontò che la sua padrona sarebbe tornata giù di lì a quindici giorni e, allora, abbiamo combinato di rivederci in quell’occasione. – Fece una pausa. – Invece non è mai più venuta. L’ho aspettata nel posto che mi aveva detto ma neanche l’ombra! E così mi sono fatto coraggio e sono salito su a casa a domandare notizie. La signora russa era ospite del padrone, sicuro, e anche la sua cameriera, mi risposero.
– La mandarono anche a chiamare, proprio, e quando mi comparve davanti, dài, andiamo!, quella lì non era affatto Nita! Una di quelle ragazze dall’aria sorniona... e che sfacciata, anche, mai vista una sfacciata come quella! Marie, la chiamavano. "Volevate vedermi?" dice facendo un sacco di smorfie. Si vede che aveva capito che io ci ero rimasto male. Le ho chiesto se era proprio lei la cameriera della signora russa perché, dall’aspetto, mi pareva che non fosse la stessa che avevo già visto. Allora lei si è messa a ridere e mi ha risposto che l’ultima cameriera era stata mandata via all’improvviso.
– "Mandata via?" ho detto. "E per quale motivo?" Lei ha alzato le spalle e ha allargato le mani. "Come potrei saperlo?" Ha detto. "Non c’ero, io."
– Signore, ci sono rimasto malissimo! Al momento non seppi cosa dire. Ma poi ho raccolto tutto il mio coraggio e sono tornato a rivedere questa Marie e le ho domandato di procurarmi l’indirizzo di Nita. Non le ho fatto capire che non sapevo neanche qual era il cognome di Nita! Le ho promesso un regalino se mi faceva avere quello che mi interessava... era una di quelle ragazze che, per niente, non muovono un dito! Me lo ha procurato, certamente...! Un posto nella zona nord di Londra, era, e ho scritto a Nita a quell’indirizzo... ma, dopo un po’ di tempo, la lettera mi è tornata indietro... rimandata dall’ufficio postale e sopra c’era scarabocchiato "trasferita".
Ted Williamson tacque. I suoi occhi, quegli occhi così azzurri e gravi, fissarono penetranti la faccia di Poirot.
Poi il giovanotto disse: – Capite come stanno le cose, signore? Non è un caso per la polizia. Però, voglio trovarla. E non so da che parte cominciare. Se... se poteste cercarla voi per me. Arrossì ancora di più. Ho qualcosina da parte. Posso arrivare fino a cinque sterline... magari anche fino a dieci.
Poirot disse con gentilezza: – Per il momento, lasciamo da parte il lato finanziario. Prima vorrei farti riflettere su un punto, Ted... questa ragazza, Nita... sapeva il tuo nome? E il posto dove lavoravi, lo conosceva?
– Oh, sì, signore.
– Avrebbe potuto mettersi in comunicazione con te se lo voleva?
Ted rispose, più lentamente: – Sì, signore.
– Allora non credi che, forse...
Ted Williamson lo interruppe: – Cosa vorreste dire, con questo, signore... che io ho preso una cotta per lei, ma le ero indifferente? Può darsi che, sotto un certo aspetto, sia vero... Ma le piacevo, le ero simpatico SUL SERIO... non lo faceva solo per divertirsi... E ci ho pensato tanto, signore, ho pensato che tutto questo potrebbe avere UNA RAGIONE. Vedete, signore, aveva a che fare con un mucchio di strana gente. Potrebbe trovarsi in qualche guaio, se capite quello che voglio dire.
– Vuoi dire che potrebbe essere incinta? Di tuo figlio?
– Mio, no, signore. – Ted arrossì. – Non c’è stato niente di poco pulito fra noi.
Poirot lo guardò pensieroso e mormorò: – E se quello che stai insinuando fosse vero... vorresti rintracciarla ugualmente?
Ted Williamson diventò rosso ancora più di prima, e disse: – Sì, che la voglio! Sia ben chiaro, questo! Voglio sposarla se è disposta ad accettarmi. E se anche si è ficcata in qualche pasticcio, non ha nessuna importanza! Oh, se poteste tentare di ritrovarmela, signore?
Hercule Poirot sorrise e disse, mormorando tra sé: – I capelli sembravano due ali d’oro. Sì, credo che questa possa essere la terza fatica di Ercole... Se ben ricordo, avvenne in Arcadia...
II
Hercule Poirot osservò con aria pensosa il foglio di carta sul quale Ted Williamson aveva faticosamente vergato un nome e un indirizzo. Signorina Valetta, 17 Upper Renfrew Lane, 15.
Si domandò se sarebbe riuscito a saper qualcosa a quell’indirizzo. Chissà perché, non ne era del tutto convinto. D’altra parte era l’unico aiuto che Ted aveva saputo dargli.
Upper Renfrew Lane era una via squallida e modesta ma rispettabile. Quando Poirot bussò alla porta, venne ad aprirgli una donna corpulenta con gli occhi cisposi.
– La signorina Valetta?
– Non c’è, se ne è andata molto tempo fa.
Poirot avanzò di un passo varcando la soglia proprio mentre la porta stava per chiudersi.
– Potreste fornirmi il suo indirizzo?
– A dire la verità, non saprei. Non l’ha lasciato.
– Quando è andata via?
– Ecco, è stato nell’estate scorsa.
– Potreste dirmi con precisione QUANDO?
Dalla mano destra di Poirot, dove due monete da mezza corona si urtavano amichevolmente, si levò un dolce tintinnio. Quasi per magia, la donna con gli occhi cisposi si ammansì diventando la cortesia personificata.
– Credetemi, signore, sono ben lieta di farvi un piacere se posso. Dunque, lasciatemi vedere un po’. Agosto, no, prima... luglio... sì. Luglio dev’essere stato. Press’a poco nella prima settimana di luglio. Se ne è andata in tutta fretta, proprio così. È tornata in Italia, mi pare.
– Dunque era italiana?
– Precisamente, signore.
– Ed è stata la cameriera personale di una ballerina russa per un certo periodo di tempo, vero?
– Esattamente. Madame Semoulina o qualcosa del genere. Danzava al Thespian, un balletto che mandava tutti in visibilio. Era una delle dive, lei.
Poirot disse: – Sapete per quale motivo la signorina Valetta ha lasciato il posto?
La donna ebbe un attimo di esitazione prima di rispondere: – Proprio non saprei.
– È stata licenziata, vero?
– Ecco, ho l’impressione che ci sia stato un litigio. Però, badate bene, la signorina Valetta non ne ha mai parlato. Non era il tipo da andare in giro a raccontare i fatti propri, quella lì! Però era furibonda. Brutto carattere aveva... proprio italiano... con quegli occhi neri che mandavano scintille e ti guardavano come se volesse cacciarti un coltello in corpo! No, stavo ben attenta a non contrariarla quando aveva la luna!
– Siete proprio sicura di non conoscere l’indirizzo attuale della signorina Valetta?
Le due monete da mezza corona tintinnarono ancora, incoraggianti.
La risposta sembrò abbastanza sincera.
– Vorrei saperlo, signore. Credetemi, sarei ben felice di potervelo dare. Ma vedete... se ne è andata in fretta e furia e così...
Poirot ripeté tra sé, pensieroso: – Già, e così....
III
Ambrose Vandel, costretto a strapparsi dal resoconto entusiasmante del "décor" che stava disegnando per un prossimo balletto, fornì l’informazione abbastanza facilmente.
– Sanderfield? George Sanderfield? Un tipo sgradevole. Nuota nell’oro, però dicono che è un imbroglione. Un uomo con imprevedibili possibilità di successo. Una relazione con una ballerina? Ma certamente, mio caro... ha avuto una relazione con Katrina. Katrina Samoushenka. Devi averla vista? Oh, mio caro... troppo deliziosa. Una tecnica incantevole. "Il cigno di Tuolela"... possibile che tu non l’abbia visto? Con il mio "décor"! E quell’altra cosa di Debussy oppure era "La Biche au Bois" di Mannine? L’ha interpretato con Michael Novgin. Lui è TALMENTE magnifico, non trovi?
– E lei era l’amica di sir George Sanderfield?
– Sì, di solito andava a passare il week–end con lui nella sua casa sul fiume. Mi pare di aver sentito dire che dà feste meravigliose.
– Ti sarebbe possibile, "mon cher", presentarmi a mademoiselle Samoushenka?
Mio caro, purtroppo non è più QUI. È partita dall’oggi al domani per Parigi o per qualche altro posto, non so bene. Figurati che dicono che ERA UNA SPIA bolscevica o qualcosa del genere... per quanto, io PERSONALMENTE non ci ho mai creduto... ma sai benissimo come si diverte la gente a raccontare roba simile. Katrina ha sempre preteso di essere una russa bianca... suo padre era un principe o un granduca... la solita storia! La si BEVE sempre facilmente.
Vandel tacque per un momento e tornò a un argomento molto più affascinante: se stesso.
– E adesso, come stavo dicendo, se vuoi cogliere lo spirito di Betsabea devi calarti nella tradizione semitica. Io la esprimo per mezzo...
E continuò tutto contento.
IV
Il colloquio che Hercule Poirot era riuscito a fissare con sir George Sanderfield non cominciò sotto i migliori auspici.
L’uomo dalle imprevedibili possibilità di successo come lo aveva definito Ambrose Vandel, pareva vagamente a disagio. Sir George era un uomo atticciato e piuttosto piccolo di statura con ispidi capelli neri e un rotolo di ciccia sulla nuca.
Disse: – Signor Poirot, che cosa posso fare per voi? Ehm... non ci siamo mai conosciuti prima d’ora, vero?
– No, infatti.
– Dite pure. Di che si tratta? Vi confesso che sono estremamente curioso.
– Oh, è molto semplice... si tratta solo di un’informazione.
L’altro scoppiò in una risatina imbarazzata. – Volete che vi passi qualche piccola notizia riservata? Non sapevo che vi interessassero gli argomenti finanziari.
– Non si tratta di una questione riguardante "les affaires". Si tratta di una signora.
– Ah! una donna. – Sir George Sanderfield si appoggiò allo schienale della poltrona. Diede l’impressione di essere più tranquillo. La sua voce prese un’intonazione più disinvolta.
Poirot disse: – Credo che abbiate conosciuto mademoiselle Katrina Samoushenka, vero?
Sanderfield scoppiò in una risata. – Sì. Una creatura incantevole. Peccato che abbia lasciato Londra.
– Perché ha lasciato Londra?
– Caro amico, io non lo so! Un litigio con la direzione, credo. Una donna piena di temperamento, capite... molto russa nei suoi cambiamenti di umore. Spiacente di non potervi essere di aiuto ma non ho assolutamente la minima idea del posto dove possa trovarsi adesso. Non sono rimasto in contatto con lei.
Dall’intonazione della sua voce, si capiva che voleva congedare al più presto il suo interlocutore. Si alzò in piedi.
Poirot disse: – Veramente non è mademoiselle Samoushenka che sono ansioso di rintracciare.
– No?
– No, si tratta della sua "cameriera".
– La sua cameriera? – Sanderfield lo fissò sbalordito.
Poirot disse: – Non... ricordate... per caso... la sua cameriera?
Tutta l’agitazione di Sanderfield ricomparve. Disse in tono goffo e imbarazzato: – Buon Dio, no, e come potrei? Ricordo che ne aveva una, QUESTO SI’, naturalmente... Un brutto tipo, anche, direi. Una di quelle ragazze che fanno la spia, con l’aria furtiva. Se fossi in voi, non crederei a una sola parola pronunciata da quella ragazza. È una di quelle che nascono bugiarde.
Poirot mormorò: – Quindi, a dire la verità, ricordate parecchie cosette della cameriera, eh?
Sanderfield rispose in fretta: – Si tratta solo di un’impressione, niente più... Non ricordo neanche come si chiamasse. Vediamo un po’... Marie qualcosa... no, credo proprio di non potervi aiutare a rintracciarla. Mi spiace.
Poirot disse con garbo: – Ho già ottenuto il nome di Marie Hellin dal teatro Thespian... e anche il suo indirizzo. Ma sto parlando, sir George, della cameriera che stava con mademoiselle Samoushenka PRIMA di Marie Hellin. Parlo di Nita Valetta.
Sanderfield lo guardò, sbarrando gli occhi, e disse: – Non me la ricordo assolutamente. Marie è l’unica che IO ricordi. Piccola bruna, una ragazza con uno sguardo antipatico.
Poirot disse: – Quella di cui parlo è stata nella vostra villa Grasslawn nel giugno scorso.
Con aria imbronciata, Sanderfield ribatté: – Tutto quello che posso dire è che non me la ricordo. Non credo che avesse una cameriera con sé. Penso che dovete essere in errore.
Hercule Poirot scosse la testa. Era certo di non essere in errore.
V
Marie Hellin scoccò una rapida occhiata a Poirot con quei suoi occhietti colmi di intelligenza e guardò subito altrove. Poi disse in tono blando: – Eppure io ricordo PERFETTAMENTE, signore. Sono stata assunta da madame Samoushenka nell’ultima settimana di giugno. La sua cameriera precedente se ne era andata su due piedi.
– Non avete mai saputo il motivo per cui se n’era andata?
– Se ne è andata... all’improvviso... è tutto quello che so! Può darsi che si trattasse di una malattia... qualcosa del genere. Madame non l’ha detto.
Poirot domandò: – Avete avuto difficoltà ad andare d’accordo con la vostra padrona?
La ragazza alzò le spalle. – Cambiava d’umore facilmente. Prima rideva, poi piangeva, così tutto d’un tratto. Qualche volta era così depressa che non voleva parlare o mangiare. Qualche altra era allegrissima, scatenata. Sono tutte così, queste grandi ballerine. È il loro temperamento.
– E sir George?
La ragazza alzò gli occhi di scatto, sul chi vive. Uno scintillio antipatico le illuminò gli occhi.
– Ah, sir George Sanderfield? È SU DI LUI che vi piacerebbe sapere qualcosa? Forse è proprio questo che vorreste sapere. L’altra era soltanto un pretesto, eh? Ah, sir George... potrei raccontarvi parecchie cosette curiose su di lui, certo che potrei raccontarvele...
Poirot la interruppe: – Non è necessario.
La ragazza restò a guardarlo con gli occhi sbarrati, la bocca aperta. I suoi occhi rivelavano rabbia e disappunto.
VI
– Lo dico sempre che voi sapete tutto, Alexis Pavlovitch.
Hercule Poirot mormorò queste parole con l’intonazione più lusinghiera.
Tra sé, stava riflettendo che quella terza fatica di Ercole aveva richiesto più spostamenti e colloqui di quel che avesse immaginato. Una faccenda di modesta entità come questa della cameriera scomparsa, si stava rivelando uno dei problemi più lunghi e difficili che mai aveva dovuto affrontare. Ogni indizio, quando lo si esaminava a fondo, non conduceva assolutamente a nulla.
Quella sera lo aveva condotto al ristorante Samovar di Parigi il cui proprietario, il conte Alexis Pavlovitch, si vantava di sapere tutto ciò che avveniva nel mondo artistico.
Adesso stava facendo segno di sì, compiaciuto: – Sì, sì, amico mio, IO so... io so sempre. Mi domandate dov’è andata... la piccola Samoushenka, quella ballerina squisita. Ah, era una vera, grande danzatrice, quella piccina. – Si baciò la punta delle dita. – Che fuoco... che abbandono! Avrebbe potuto andare lontano... diventare la prima ballerina della sua epoca... ed ecco che, di colpo, tutto finisce... sparisce, di nascosto.. scompare in capo al mondo... e presto, ah! troppo presto, tutti la dimenticano.
Ma dov’è dunque? – domandò Poirot.
– In Svizzera. A Vagray les Alpes. È là che vanno, quelli che hanno una tossettina secca e diventano sempre più magri. Morirà, sì, morirà! Ha un carattere fatalista. Morirà sicuramente.
Poirot tossì per spezzare quel tragico incantesimo. Erano informazioni, quelle che voleva.
– Non ricordate, per caso, una delle sue cameriere? Una ragazza di nome Nita Valetta?
– Valetta? Valetta? Ricordo di aver visto una cameriera una volta... alla stazione dov’ero andato a salutare Katrina che partiva per Londra. Era un’italiana, di Pisa, vero? Sì, sono sicuro che era un’italiana, originaria di Pisa.
Hercule Poirot si lasciò sfuggire un gemito.
Se è così – disse, – adesso mi tocca partire per Pisa.
VII
Hercule Poirot si trovava nel Camposanto di Pisa a contemplare una tomba.
Dunque era lì che la sua ricerca doveva concludersi... lì davanti a quell’umile tumulo di terra. Lì sotto giaceva la creatura gioiosa che aveva fatto battere il cuore, aveva eccitato la fantasia di un semplice meccanico inglese.
Era questa, forse, la fine migliore di quella strana e improvvisa storia d’amore? Adesso la ragazza sarebbe vissuta per sempre nella memoria del giovanotto così come questo l’aveva vista nelle poche ore incantate di un pomeriggio di giugno. Lo scontro delle diverse nazionalità, delle differenti concezioni di vita, la pena della delusione, tutto questo veniva eliminato per sempre.
Hercule Poirot scosse tristemente la testa.
Con la memoria tornò alla conversazione avuta con la famiglia Valetta. La madre con la larga faccia da contadina, il padre, un onest’uomo sconvolto dal dolore, la bruna sorella dalla bocca dura. È stata una cosa improvvisa, signore, assolutamente improvvisa. Per quanto avesse sofferto di quei dolori di tanto in tanto per molti anni... Il dottore non ci ha lasciato scelta... ha detto che bisognava operarla immediatamente di appendicite. L’ha portata all’ospedale così, da un minuto all’altro... Sì, sì, è morta sotto l’anestetico. Non ha più riacquistato conoscenza.
La madre tirò su col naso, mormorando: – Bianca è sempre stata una ragazza così intelligente. È una cosa terribile che abbia dovuto morire così giovane...
Hercule Poirot ripeté tra sé: – È morta giovane...
Ecco il messaggio che avrebbe dovuto portare al giovanotto che aveva chiesto il suo aiuto con tanta fiducia. Non era destinata a te, figliolo. È morta giovane.
La sua ricerca finiva così... là dove la torre pendente si stagliava contro il cielo e i primi fiorellini primaverili si aprivano pallidi e lattei con la loro promessa di vita e gioia futura.
Era forse il primo fremito primaverile a renderlo così ribelle e maldisposto ad accettare il verdetto definitivo? Oppure si trattava di qualcos’altro? Qualcosa che gli si agitava in fondo al cervello... parole... una frase... un nome? Tutta questa storia non finiva in un modo un po’ troppo netto... gli elementi che la componevano non si incastravano l’uno nell’altro in un modo un po’ troppo ovvio?
Hercule Poirot sospirò. Doveva mettersi un’altra volta in viaggio per chiarire le cose al di là di ogni possibile dubbio. Doveva andare a Vagray les Alpes.
VIII
Sì, pensò tra sé e sé, è davvero il posto dove il mondo finisce.
Questa piattaforma di roccia, coperta di neve, queste capanne, questi ripari sparsi qua e là e, in ognuno di essi disteso, immobile, un essere umano che lotta contro una morte insidiosa.
Così arrivò finalmente da Katrina Samoushenka. Quando la vide, distesa, con le guance incavate sulle quali appariva una macchia rosso vivo, le lunghe, sottili mani scarne adagiate sul copriletto, un ricordo si agitò in lui. Non aveva ricordato il suo nome, però AVEVA VISTO la sua danza, era stato attratto e affascinato da quell’arte suprema che può far dimenticare l’arte.
Gli venne in mente Michael Novgin, il Cacciatore, che spiccava salti e piroettava in quell’assurda, fantasiosa foresta creata dal cervello di Ambrose Vandel. E gli venne in mente quell’incantevole Cerbiatta in fuga, eternamente inseguita, eternamente desiderabile – una bella creatura con le corna d’oro e luccicanti zampe di bronzo. E ricordò la sua ultima caduta, colpita da una palla di fucile, ferita e Michael Novgin ritto in piedi, sbalordito, con il corpo del Cervo ucciso fra le braccia.
Katrina Samoushenka lo stava osservando con una vaga curiosità. Disse: Non vi ho mai visto prima, o sbaglio? Cosa volete da me?
Hercule Poirot le fece un piccolo inchino. – Prima di tutto, madame, voglio ringraziarvi... per la vostra arte che, una volta, mi ha dato una serata di bellezza.
Lei ebbe un debole sorriso.
– Ma sono qui anche per una questione di affari. È molto tempo, madame, che sto cercando una certa cameriera che è stata al vostro servizio... si chiamava Nita.
– Nita?
Lo fissò con gli occhi sbarrati. Occhi grandi e stupiti. Disse: – Che cosa sapete voi di... Nita?
– Ve lo racconterò.
E le raccontò di quella sera in cui la sua automobile si era guastata e di Ted Williamson in piedi, davanti a lui, con le dita che tormentavano il berretto, che gli parlava balbettando, del suo amore e del suo dolore.
Lei ascoltò con grande attenzione.
Poi, quando Poirot ebbe finito, disse: – È commovente, questo... sì, commovente...
Hercule Poirot annuì. – Sì ammise. Una favola d’Arcadia, vero? Cosa potete raccontarmi di questa ragazza, madame?
Katrina Samoushenka sospirò. – Avevo una cameriera... Juanita. Era deliziosa, sì... allegra, con il cuore sereno. Le è capitato quello che capita così spesso a chi è caro agli dei. È morta giovane.
Erano state le stesse parole di Poirot... parole definitive... parole irrevocabili... Adesso le udiva ancora... eppure volle insistere.
Domandò: – È morta?
– Sì, è morta.
Hercule Poirot rimase in silenzio un minuto, poi disse: – Eppure c’è una cosa che mi sfugge. Ho domandato di questa vostra cameriera a sir George Sanderfield e mi è sembrato impaurito. Per quale motivo?
Sul volto della ballerina apparve una lieve espressione di disgusto.
– Avete parlato vagamente di una mia cameriera. Lui ha creduto che voleste accennare a Marie... la ragazza che ha preso il posto di Juanita quando se ne è andata. Ha cercato di ricattarlo, mi pare, per qualcosa che aveva saputo su di lui. Era una ragazza odiosa... ficcanaso, sempre lì a leggere di nascosto le lettere, a frugare nei cassetti chiusi a chiave.
Poirot mormorò: – Ecco la spiegazione. – Tacque per un minuto, poi proseguì, continuando a insistere: – Il cognome di Juanita era Valetta ed è morta durante un’operazione di appendicite a Pisa. Giusto?
Notò l’esitazione, quasi impercettibile eppur evidente, prima che la ballerina abbassasse la testa in segno di conferma.
– Si, è esatto...
Poirot – disse con aria pensierosa: – Eppure... c’è ancora una piccola cosa... i suoi, parlandomi di lei, l’hanno chiamata "Bianca", non Juanita.
Katrina alzò le esili spalle e disse: Bianca... Juanita... che importanza ha? Suppongo che il suo vero nome fosse Bianca ma lei credeva che Juanita fosse più romantico e preferiva essere chiamata così.
– Ah, è questo che credete? – Fece una pausa e poi, mutando il tono della voce, disse: – Per me, c’è un’altra spiegazione.
– E quale?
Poirot si chinò verso di lei. Disse: – La ragazza che Ted Williamson vide, aveva capelli che mi descrisse come due ali d’oro.
Si sporse in avanti ancora un pochino. Sfiorò appena con un dito le due onde che sollevavano ai lati i capelli di Katrina.
– Ali d’oro, corna d’oro? A seconda di come le si guarda, si potrebbe vedere in voi l’angelo o il demonio! Potreste essere l’uno e l’altro. Oppure sono soltanto le corna dorate di una cerva ferita?
Katrina mormorò: – La cerva ferita... – e la sua era la voce di chi ha perduto ogni speranza.
Poirot disse: – Fin dal principio, la descrizione di Ted Williamson mi aveva lasciato perplesso... mi aveva fatto venire in mente un’immagine... voi... voi, mentre danzavate nella foresta sulle vostre sottili gambe bronzee e lucenti. Volete che vi dica la mia opinione, madame? Credo che ci sia stata una settimana durante la quale non avete avuto NESSUNA cameriera, durante la quale siete andata a Grasslawn da sola, perché Bianca Valetta era tornata in Italia e non avevate ancora assunto la sua sostituta. Già cominciavate a soffrire per la malattia che, da allora, vi ha colpito e siete rimasta in casa il giorno in cui gli altri hanno fatto una gita sul fiume. Hanno suonato alla porta e voi siete andata ad aprire e avete visto... "devo dirvi che cosa avete visto"? Avete visto un giovane uomo, ingenuo come un bambino, ma bello come un dio! E avete inventato una ragazza per lui... non "Juanita" ma "Incognita"... e per qualche ora avete passeggiato con lui in Arcadia...
Ci fu una lunga pausa.
Poi Katrina disse con voce bassa e rauca: – In una cosa, almeno, vi ho detto la verità. Vi ho fornito la vera fine della storia. Nita morirà giovane.
– "Ah! non!" – Hercule Poirot apparve trasformato. Batté il pugno sul tavolo. Di colpo, diventò prosaico, pratico, con i piedi sulla terra. Disse: – Non è affatto necessario. NON DOVETE MORIRE. Potete lottare per la vostra vita, no, esattamente come chiunque altro?
Lei scosse la testa... con tristezza, senza speranza...
– Che vita ci sarebbe per me?
– Non quella del palcoscenico, "bien entendu!" Ma pensate! Ne esiste un’altra! Andiamo, mademoiselle, siate onesta, vostro padre era davvero un principe, un granduca, o magari anche solo un generale?
Lei scoppiò a ridere e disse: – Faceva il camionista a Leningrado!
– Magnifico! E perché voi non dovreste essere la moglie di un meccanico che lavora nell’officina meccanica di un villaggio della campagna inglese? Perché non avere figli belli come dei e con piedi che, forse, danzeranno come voi avete danzato?
Katrina trattenne il fiato. – Ma è un’idea completamente assurda!
– Può darsi – ammise Hercule Poirot, molto soddisfatto di sé, – ma credo che stia per diventare realtà!