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Stories / Poems

Stories by herbert george wells

fioritura di una strana orchidea

italian

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L'acquisto di orchidee prende sempre un certo sapore di speculazione. Davanti agli occhi si ha un mucchietto di tessuto vegetale, bruno, informe e rugoso; per tutto il resto bisogna affidarsi, secondo i gusti, al proprio giudizio, al battitore della vendita all'asta, o alla fortuna. Magari la pianta è morta o moribonda. Oppure è semplicemente un acquisto conveniente, equa contropartita del denaro speso. Ma può anche darsi, com'è spesso accaduto e continua ad accadere, che sotto gli occhi estasiati del felice acquirente vada aprendosi, giorno per giorno, una nuova varietà, una inedita sontuosità di colori, un'inconsueta piega del labello, una colorazione più sottile, un mimetismo inaspettato. Orgoglio, bellezza e tornaconto sbocciano uniti su un unico delicato stelo verde. Forse anche una fama immortale. Può darsi, infatti, che quel nuovo miracolo della natura abbia bisogno d'essere battezzato, e in tal caso qual nome è più adatto di quello dello scopritore? «Johnsmithia!»
Be', come nomi, ce ne sono stati anche di peggio.
Forse la speranza di una così fortunata scoperta spingeva Winter-Wedderburn a frequentare con tanta assiduità tali vendite: la speranza, e forse anche il fatto ch'egli non aveva niente da fare al mondo, che rivestisse il minimo interesse. Era un individuo timido, solitario, alquanto inconcludente, che disponeva di una piccola rendita, appena tanto da tener lontano il pungolo del bisogno, e che mancava dell'energia occorrente a cercare un'occupazione impegnativa. Avrebbe potuto, allo stesso modo, fare raccolta di francobolli, o di monete; oppure tradurre Orazio, rilegar libri, dedicarsi alla ricerca di nuove specie di diatomee. Lui si era messo a coltivare orchidee e possedeva una piccola serra, non priva di ambizioni.
- Ho una mezza impressione - disse, prendendo il caffè - che oggi mi succederà qualcosa. - Parlava come si muoveva e pensava: lentamente.
- Oh, non dir cose simili! - disse la sua governante che era anche una cugina alla lontana. «Succederà qualcosa» era per lei un eufemismo con un solo significato.
- Mi hai frainteso. Non alludevo a nulla di spiacevole...
Benché, per la verità, non saprei dire di che cosa si possa trattare.
E, dopo un silenzio, proseguì: - Da Peters, oggi, c'è la vendita di una partita di piante, provenienti dalle Andamane e dalle Indie. Andrò un po' a vedere che cos'hanno. Magari comprerò qualcosa, se capita. Può darsi.
- E' la raccolta di quel povero giovanotto di cui mi parlavi l'altro giorno? - chiese la cugina, versandogli il caffè.
- Sì - disse egli, e si fece pensieroso su una fetta di pane tostato.
- Non mi succede mai niente - fece poi, come parlando tra sé.
- Chissà perché? Agli altri succedono tante cose. Harvey, per esempio. Non più tardi della scorsa settimana. Lunedì ha trovato una moneta da sei penny, mercoledì i suoi pulcini hanno avuto tutti le vertigini, venerdì gli è arrivato il cugino dall'Australia e sabato si è fratturato la caviglia. Che turbine di avvenimenti, al mio confronto!
- Di avvenimenti così, se ne può anche fare a meno - disse la governante. - Non ti gioverebbero.
- Già, forse possono dare disturbo. Tuttavia... Capisci, non mi succede mai niente. Da ragazzino non mi sono capitati guai.
Crescendo, non mi sono innamorato. Non mi sono sposato... Mi chiedo che impressione si ha, quando ci succede qualcosa di veramente notevole.
«Quel collezionista di orchidee è morto a soli trentasei anni.
Vent'anni meno di me. E si è sposato due volte, ha divorziato una volta, ha avuto quattro volte le febbri malariche, e una volta si è fratturato la coscia. Ha anche ucciso un malese, è stato ferito da una freccia avvelenata ed è finito ucciso dalle sanguisughe della giungla. Tutte cose che danno disturbo, probabilmente; ma d'altra parte devono essere state molto interessanti, sai. Salvo, forse, le sanguisughe...»
- Sono certa che non gli hanno giovato - disse la signora, con convinzione.
- Forse no, infatti. - Wedderburn consultò il suo orologio.
Le otto e ventitré. Prendo il treno di mezzogiorno meno un quarto per Londra. Dunque c'è tutto il tempo. Credo che metterò la giacca di alpaca... fa abbastanza caldo... il cappello di feltro grigio e le scarpe marrone. Forse...
Guardò, attraverso la finestra, il cielo sereno, il giardino soleggiato, e poi si rivolse a osservare con aria inquieta la cugina.
Con voce che non ammetteva replica, questa disse: - Se vai a Londra, farai bene a prendere l'ombrello. Hai da fare un bel pezzo di strada, tra qui e la stazione, all'andata e al ritorno.
Rientrando a casa, egli era in uno stato di blanda agitazione.
Aveva fatto un acquisto. Accadeva raramente che sapesse decidersi abbastanza in fretta per poter comperare, ma questa volta c'era riuscito.
- Queste sono Vande - diceva - e una Dedrobia e alcune Palaeonophis. - Osservava amorosamente i suoi acquisti, sorbendo la zuppa. Erano posati davanti a lui sulla tovaglia immacolata, e a loro proposito egli stava dicendo alla cugina tutto quello che c'era da dire, mentre spilluzzicava il suo pranzo. Era consuetudine che egli rivivesse in dettaglio, la sera, ogni andata a Londra, a beneficio della cugina e proprio.
- Sapevo che oggi sarebbe successo qualcosa. Infatti ho comperato tutte queste piante. Alcune... alcune... Mi sento certo, sai, che alcune risulteranno notevoli. Non so com'è, ma ne provo la certezza, quasi che qualcuno m'abbia detto che alcune di queste risulteranno notevoli.
«Questa qui - e additava un rizoma grinzoso - non era identificata. Può essere e non essere una Palaeonophis. Oppure una varietà nuova, persino un nuovo genere. E l'ultima che il povero Batten ha raccolto»
- Non mi piace il suo aspetto - disse la governante. - Ha una forma così orrenda.
- A me pare che non abbia quasi forma.
- Non mi piacciono quegli affaretti che sporgono - disse la sua governante.
- Domani sarà messa via, in vaso.
- Ha l'aspetto - disse la governante - di un ragno che fa il morto.
Wedderburn sorrise, e osservò quella radice, con la testa piegata da un lato. - Senz'altro, questo mucchietto di roba non è grazioso. Ma è impossibile giudicare cose del genere in base all'aspetto che hanno quando sono secche. Potrebbe venirne fuori un'orchidea proprio molto bella. Quanto lavoro avrò, domani!
Stanotte penserò ben bene che cosa ne debbo fare, di tutto questo, e domani mi metterò all'opera.
Dopo un po', riprese: - Hanno trovato il povero Batten, caduto su un terreno paludoso in un folto di mangrovie, morto o morente, e, schiacciata sotto il peso del suo corpo, proprio una di queste orchidee. Da qualche giorno non stava bene, una specie di febbre tropicale, credo. Immagino che fosse svenuto. Quelle paludi, dove crescono le mangrovie, sono molto malsane. Si dice che le sanguisughe della giungla gli avevano succhiato fino all'ultima goccia di sangue. Forse, il fatto di procurarsi proprio questa orchidea gli è costato la vita.
- Tutto ciò non me la rende più simpatica né punto né poco.
- Gli uomini debbono agire anche se le donne possono piangere citò Wedderburn, con profonda serietà.
- Che idea, morire lontano da ogni comodità, in una brutta palude! Che idea, essere ammalati di febbri, senza avere da prendere altro, per curarsi, all'infuori di clorodina e chinino (gli uomini, lasciati a se stessi, vivrebbero di clorodina e chinino). E, intorno, soltanto quegli orribili indigeni! Si dice che gli isolani delle Andamane siano odiosa gentaglia, e ad ogni modo non possono valere niente, come infermieri, mancando della necessaria preparazione. E tutto ciò solo allo scopo di far avere delle orchidee a della gente in Inghilterra!
- Non penso sia stato piacevole, ma ci sono uomini che sembrano provare piacere a questo genere di cose - disse Wedderburn. Ad ogni modo, gli indigeni della sua spedizione furono abbastanza civili per prendersi cura della sua collezione finché il suo collega, ch'era ornitologo, non tornò all'interno. Però non conoscevano la specie di queste orchidee, e le avevano lasciate appassire. Ciò rende queste cose qua ancor più interessanti.
- Le rende ancor più disgustose. Dal canto mio, avrei paura che vi sia rimasta attaccata un po' di malaria. E poi, pensare che c'è stato un cadavere steso su questo orribile affare! Non ci avevo pensato. Ecco! Dichiaro che non sono più in grado di mandar giù un solo boccone, per stasera.
- Se preferisci, posso toglierle dalla tavola e metterle sulla panca vicino alla finestra. Le vedo benissimo anche lì.
Nei giorni successivi, egli fu infatti indaffarato in modo eccezionale, nella sua piccola serra calda e umida, gingillandosi con carbone vegetale, pezzi di legno di teak, muschio e tutti gli altri arcani ingredienti del coltivatore d'orchidee. Gli parve di vivere ore piacevolmente movimentate.
La sera, tra amici, parlava di quelle nuove orchidee, e più volte tornò a dire che si aspettava qualcosa d'insolito.
Alcune Vanda e la Dendrobia morirono sotto le sue cure; ma ben presto la strana orchidea cominciò a dar segni di vita. Nello scoprirlo egli ne fu entusiasta e, subito, strappando la sua governante alla confezione della marmellata d'arance, la condusse a vedere.
- Questa è una gemma - disse - e qui, quanto prima, ci sarà una quantità di foglie, e questi piccoli cosi che spuntano qua sono radici aeree.
- Secondo me, somigliano a ditini sporgenti da un color marrone- disse la governante. - Non mi piacciono.
- Perché ?
- Non so. Sembrano dita pronte ad afferrarti. Una cosa mi piace o non mi piace, non ci posso fare nulla.
- Non lo so con certezza, ma CREDO che nessuna orchidea, a mia conoscenza, abbia radici aeree del tutto simili a queste. Forse è solo una mia idea, naturalmente. Vedi, sono un poco appiattite in cima.
- Non mi piacciono - disse la sua governante, con un improvviso brivido e voltandosi per andar via. - So che sono una sciocca; e mi rincresce soprattutto per te, che sei così entusiasta di questa cosa. Io non posso fare a meno di pensare a quel cadavere.
- Ma forse non era proprio questa pianta. Facevo solo una supposizione.
La sua governante si strinse nelle spalle. - Non mi piace lo stesso - disse.
Wedderburn rimase un po' offeso da quell'antipatia per la pianta. Ciò non gli impedì di parlare di orchidee in genere, e di quella orchidea in particolare, ogni volta che n'ebbe voglia.
- Le orchidee hanno tante bizzarrie - disse un giorno; riservano tante sorprese. Sai, Darwin ne ha studiato il meccanismo di fecondazione, dimostrando che tutta la struttura del fiore, in una orchidea normale, è congegnata affinché le falene possano portare il polline da una pianta all'altra.
Ebbene, pare che si conosca una quantità di orchidee, il cui fiore non si presta assolutamente ad essere utilizzato per quel metodo di fecondazione. Alcune Cypripedia, per esempio: non vi è insetto conosciuto che nel loro caso possa fare da agente di fecondazione; ed alcune, non si è mai riusciti a trovarle con il seme.
- Come fanno, allora, a formare nuove piante?
- Per mezzo di stoloni, di tuberi e altre analoghe escrescenze.
La spiegazione, quanto a questo, è facile. Ma allora i fiori a che cosa servono? Questo è l'indovinello.
«Con ogni probabilità - soggiunse - la MIA orchidea, da questo punto di vista, è forse qualcosa di fuor del comune. In tal caso, ne farò uno studio. Ho spesso pensato di darmi alle ricerche, come Darwin. Ma finora non ne ho mai trovato il tempo, o è intervenuto qualcosa ad impedirmelo. Le foglie cominciano ad aprirsi, adesso. Come vorrei che tu venissi a vederle!»
Ma ella rispose che il caldo eccessivo della serra le procurava il mal di testa. Aveva rivisto la pianta una volta ancora e, purtroppo, le sottili radici aeree, alcune delle quali superavano adesso i trenta centimetri di lunghezza le avevano fatto pensare a tentacoli protesi ad afferrare qualcosa: li rivedeva in sogno, che la inseguivano, crescendo con rapidità straordinaria. Perciò aveva deciso, con propria completa soddisfazione, di non rivedere mai più quella pianta, e Wedderburn dovette ammirarne le foglie da solo. Queste avevano la forma solita, larghe, di un verde profondo e untuoso, con chiazze e puntini di un rosso cupo verso l'attaccatura. Non era a conoscenza di altre foglie del tutto simili a quelle. La pianta era collocata su un panchetto basso, presso il termometro, e nelle immediate vicinanze di una semplice installazione, composta di una spina che, inserita nei tubi dell'acqua calda, manteneva il grado voluto di vapore nell'aria.
Ed egli ora trascorreva i pomeriggi, con una certa regolarità, a riflettere sull'imminente fioritura di quella pianta strana.
Finalmente, il grande avvenimento si produsse. Appena messo piede nella piccola serra, egli seppe che l'infiorescenza si era aperta, benché la sua grande "Palaeonophis Lowii" gli nascondesse alla vista l'angolo ove stava la sua nuova prediletta. Nell'aria si sentiva un odore nuovo, un effluvio denso, terribilmente dolciastro, che sopraffaceva ogni altro, in quella piccola serra gremita e piena di vapore.
Notando questo, egli subito si diresse alla strana orchidea. Ed ecco! Le spighe ricadenti portavano ora tre grandi cascate di fiori, che emanavano quel profumo di una dolcezza opprimente. Si fermò là davanti ad ammirare, estatico.
Erano fiori bianchi, dai petali striati d'arancione dorato. Il labello si attorcigliava formando un'intricata sporgenza, e là un meraviglioso violaceo bluastro si mescolava all'oro. Egli vide subito che si trattava di un genere completamente nuovo. E che effluvio insostenibile! Che caldo faceva là dentro! I fiori gli ondeggiavano davanti agli occhi.
Volle vedere se la temperatura era giusta. Fece un passo verso il termometro. A un tratto, tutto parve malfermo. I mattoni del pavimento ballavano su e giù. E i fiori bianchi, le retrostanti foglie verdi, l'intera serra, parvero sbandare lateralmente e poi, con una curva, verso l'alto.
La cugina preparò il tè alle quattro e mezzo, com'era loro invariabile abitudine. Ma Wedderburn non comparve per prendere il tè. "E' in adorazione di quell'orrenda orchidea" si disse la donna, ed aspettò altri dieci minuti." "Gli si deve essere fermato l'orologio. Vado a chiamarlo."
Andò dritta alla serra e, aprendo la porta, lo chiamò per nome.
Nessuna risposta. Ella notò l'aria afosa di chiuso, carica di un intenso profumo. Poi vide qualcosa che giaceva sull'ammattonato, tra i tubi dell'acqua calda.
Rimase un istante impietrita.
Egli giaceva, supino, ai piedi della strana orchidea. Le piccole radici aeree non erano più antenne sospese e oscillanti; erano invece tutte ammassate, come un groviglio di corde grigie, ed erano rigidamente tese, con le cime che aderivano strettamente al mento, al collo e alle mani dell'uomo.
Ella non capì. Ma poi vide che da uno di quegli esultanti tentacoli, posato sulla sua guancia, scorreva, sotto, un sottile filo di sangue.
Con un grido inarticolato corse verso di lui e cercò di tirarlo via da quelle ventose da mignatta. Strappò due di quei tentacoli, e la linfa che ne gocciolò era rossa.
Poi il soffocante profumo dei fiori cominciò a farle girare la testa. Come aderivano al corpo! Ella tirava su quelle dure corde, e intanto la pareva che intorno a lei vacillassero e il corpo umano e i fiori. Si sentì sul punto di svenire, e non doveva. Lo abbandonò ed aprì in fretta la porta più vicina. Dopo essere rimasta a respirare, ansimando, un poco di aria pura, ebbe un'ispirazione luminosa. Afferrò un vaso da fiori e mandò in frantumi i vetri all'estremità della serra. Poi rientrò. Con rinnovata forza, rimorchiò il corpo inerte di Wedderburn, e provocò la caduta della strana orchidea al suolo, in uno schianto. Essa si aggrappava ancora, con sinistra tenacia, alla sua vittima. Violentemente, freneticamente, trascinò entrambi all'aria aperta.
Allora le venne in mente di spezzare nette le radici a ventosa, ad una ad una, e in un minuto lo liberò e già lo trasportava lontano da quell'orrore.
Egli era cereo, e sanguinava da una dozzina di chiazze circolari.
L'uomo a ore che veniva ad aiutare nei lavori di casa stava avvicinandosi, richiamato dal rumore di vetri rotti, e un poco stupito. La vide emergere nel giardino trainando, con mani sporche di sangue, il corpo inanimato, e per un momento gli passarono in testa le più assurde ipotesi.
- Porta un po' d'acqua! - ella gridò, e questo richiamo dissipò i suoi dubbi. Quando, con alacrità fuor del suo solito, ritornò con l'acqua, la trovò in lacrime per l'agitazione, con la testa di Wedderburn sulle ginocchia, e occupata ad asciugargli il sangue sul viso.
- Che cos'è successo? - chiese Wedderburn, socchiudendo appena gli occhi, e richiudendoli subito.
- Chiama Annie, che venga qui fuori da me, e poi va' subito a chiamare il dottor Haddon - disse all'uomo di fatica, appena le ebbe dato l'acqua.
E vedendolo esitare, soggiunse: - Ti racconterò tutto quando torni.
Poco dopo Wedderburn riaprì gli occhi, ed ella, vedendolo perplesso per la posizione in cui si trovava, gli spiegò: - Sei svenuto nella serra.
- E l'orchidea?
- Ne parliamo poi - ella disse.
Wedderburn aveva perso molto sangue; ma, a parte ciò, non aveva sofferto gravissimi inconvenienti. Gli diedero del brandy mescolato a un roseo estratto di carne, e lo trasportarono di sopra, dove lo misero a letto. La sua governante raccontò, a pezzi e a bocconi, l'incredibile storia al dottor Haddon. Venga a dare un'occhiata nella serra - gli disse.
L'aria fredda soffiava all'interno attraverso la porta aperta, e il malsano profumo si era quasi disperso. La maggior parte delle piccole radici pendule, ch'ella aveva strappato, giacevano già avvizzite tra alcune macchie scure, sui mattoni. Lo stelo dell'infiorescenza si era spezzato nella caduta del vaso, i fiori già si afflosciavano e l'orlo dei petali era ingiallito.
Il dottore si chinò verso il fiore, poi vide che una delle radici pendule vibrava ancora debolmente, ed esitò.
La mattina dopo, la strana orchidea giaceva ancora là, annerita, adesso, e putrescente. Ogni tanto la porta sbatteva nella brezza del mattino, e tutto lo schieramento delle orchidee di Wedderburn era accartocciato e cadente. Ma Wedderburn, dal canto suo, al pian di sopra della casa, era molto animato e ciarliero, fierissimo della sua strana avventura.
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