l'uomo volante
italian
L'etnologo guardò, pensoso, la penna di "bhimraj". - Hanno avuto l'aria di darla via con riluttanza - disse.
- E' sacra ai capi - disse il tenente - così come la seta gialla è sacra all'imperatore della Cina.
L'etnologo non rispose. Esitava. Poi, affrontando bruscamente l'argomento: - Che cos'è quella loro panzana, d'un uomo che vola?
Il tenente sorrise leggermente: - Che cosa le hanno raccontato?
- Vedo - disse l'etnologo - che lei non ignora la sua fama.
Il tenente si arrotolò una sigaretta. - Non mi dà fastidio sentirmela riferire un'altra volta. Come va attualmente?
- Che maledetta bambinata! - fece l'etnologo, stizzito. Come ha fatto a dargliela ad intendere?
Il tenente, anziché rispondere, si allungò meglio sulla sedia pieghevole continuando a sorridere.
- Io vengo qui, spostandomi di seicento chilometri dalla mia direzione, per raccogliere gli ultimi resti del folclore di questa gente prima che missionari e militari l'abbiano completamente traviata, e trovo solo un mucchio di assurde leggende su un bischero di tenente di fanteria dai capelli rossicci. E che è invulnerabile. E che salta a piè pari oltre gli elefanti. E che vola... Questa è la frottola più tenace che hanno in testa. Un egregio vecchio mi ha descritto le sue ali, che hanno le penne nere e sono lunghe un poco meno di un mulo, e che egli lo vede spesso, con il chiar di luna, planare via, oltre le creste, verso il paese dei Shendu. Che diamine, militare!
Il tenente rise di gusto. - Prosegua - disse, - prosegua.
L'etnologo proseguì, ma poi si stufò. - Approfittarsi così disse - della semplicità di spirito di questi figli delle montagne. Come ha avuto il coraggio di farlo?
- Spiacente - disse l'ufficiale, - ma mi ci hanno costretto, sul serio. Le assicuro che m'hanno forzato a farlo. E, nel farlo, non potevo sapere quali effetti avrebbe avuto sull'immaginazione Chin. Né avevo alcuna curiosità di saperlo.
In mia difesa posso dire soltanto che fu imprudenza e non malizia, se ho sostituito una leggenda nuova alle loro tradizioni popolari. Ma poiché lei sembra prendersela tanto a cuore, cercherò di spiegarle come andò.
«Fu al tempo della penultima spedizione contro i Lushai, e Walters riteneva che quella popolazione, dalla quale lei è ora stato, fosse ben disposta nei nostri confronti. Così, con sublime fiducia nella mia capacità di sbrigarmela da solo, mi spedì su in ricognizione del sentimento popolare, al villaggio che lei ha visitato ultimamente, oltre venti chilometri per una valle stretta tra i monti, con tre uomini del reggimento Derbyshire, una mezza dozzina di "sepoys" (1), due muli, e la sua benedizione. In dieci, non contando i muli; più di venti chilometri; con una guerra in corso. Lei ha veduto la strada?»
- La chiama "strada"! - disse l'etnologo.
- Adesso è molto meglio. Quando salimmo noi, alla stretta della valle dovemmo avanzare camminando nel fiume per un chilometro e mezzo, contro la corrente impetuosa che ci turbinava intorno alle ginocchia, e su pietre scivolose come il ghiaccio. Fu là che mi cascò il fucile. Solo in un secondo tempo gli zappatori hanno fatto saltare la roccia a picco con la dinamite e hanno costruito la strada comoda che lei ha percorso. Poi, nel punto in cui si presentano quegli alti strapiombi di roccia, fummo costretti, ai loro piedi, a fare la spola attraverso il fiume: l'avremo attraversato una dozzina di volte, su tre chilometri di strada.
«Giungemmo in vista del paese la mattina dopo, di buon'ora. Come lei sa, sorge su uno sperone, a metà altezza rispetto ai monti, e non appena cominciò a colpirci la calma di malaugurio che regnava in quel villaggio silenzioso, là, in pieno sole, si fece alt, per deliberare. Quelli, allora, ci tirarono addosso l'ammasso d'ottone limato di un idolo, forse a mo' di benvenuto.
Venne sbatacchiando giù dall'erta a man dritta, quella con i macigni; mancò di pochi centimetri la mia spalla e abbatté il mulo che trasportava tutti i nostri rifornimenti ed attrezzi.
Mai sentito un simile scampanio a morto, ne prima né dopo. E nello stesso istante ci accorgemmo di tanti signori armati di fucili a miccia, vestiti come di strofinacci a scacchi, che correvano rimpiattandosi lungo il costone tra il villaggio e il picco a oriente.
«"Dietrofront!" dissi; "e allargatevi."
«Senza farselo ripetere due volte, il mio corpo di spedizione di dieci uomini invertì la marcia e si mise a un trotto vivace, ridiscendendo la valle in questa direzione. Non sostammo a raccogliere nulla di quanto il nostro caduto portava; però tenemmo con noi il secondo mulo (trasportava la mia tenda e altre cianfrusaglie) per puro affetto.
«La battaglia, così, fu conclusa. Ingloriosamente. Gettando un'occhiata alle spalle, potei vedere la valle punteggiata di vincitori, che urlavano e ci sparavano addosso. Ma non ferirono nessuno. Quei Chin e i loro fuciloni valgono ben poco, salvo per il tiro da seduti. Se ne stanno per ore a prendere la mira come pignoli oltre un macigno; se sparano in corsa, si tratta soprattutto di effetto teatrale. Hooker, uno dei soldati del Derbyshire, si lusingava alquanto di essere un buon fucile e, alla svolta, rimase un momento indietro, fermandosi a tentare la sorte. Ma non prese niente.
«Io non sono Senofonte per snocciolare gran che, come storia, sulla ritirata del mio esercito. Due volte, nel corso di due chilometri successivi, dovemmo arrestare il nemico che si faceva troppo incalzante, sostenendo uno scambio di colpi; ma fu una faccenda assai monotona, e specialmente affannosa, finché non giungemmo nei pressi del punto in cui i monti vengono avanti sul fiume e stringono la valle trasformandola in una gola. E là avemmo la gran fortuna d'intravedere una mezza dozzina di teste nere e tonde che arrivavano di sbieco oltre l'altura sulla nostra sinistra, cioè a oriente, parallelamente a noi.
«Visto questo, ordinai l'alt. "Sentite un po"' dico a Hooker ed agli altri inglesi, "che cosa si fa adesso?" E indico le teste.
«"Intercettati, quant'è vero che non sono un negro" disse uno degli uomini.
«"Anneriremo, anneriremo" fa un altro. "Li conosci i metodi dei Chin, George?"
«"Dove il fiume si restringe possono farci fuori dal primo all'ultimo a una distanza di cinquanta metri" dice Hooker.
"Continuare a scendere è un vero suicidio."
«Guardai il monte sulla nostra destra. Diventava ancora più ripido a valle, ma pareva ugualmente valicabile. E i Chin che avevamo veduti fino a quel momento erano tutti dall'altra parte del corso d'acqua.
«"O quello, o fermarsi" dice uno dei "sepoys".
«Quindi cominciammo a deviare, su per il monte. Qualcosa che faceva pensare vagamente a una strada ne percorreva in salita la parete e seguimmo quella. Più indietro, in valle, non tardarono ad apparire alcuni Chin e udii spari. Poi vidi che un "sepoy" era rimasto seduto a terra, una trentina di metri più in basso di noi. Si era semplicemente seduto senza aprir bocca, a quanto pare per non causare fastidi. Ordinai di nuovo l'alt; dissi a Hooker di tentare un altro tiro e tornai indietro. L'uomo era ferito ad una gamba. Lo sollevai, lo portai avanti con me per caricarlo sul mulo, che era già ben carico con la tenda e le altre cose; ma mancava il tempo di alleggerirgli la soma. Quando raggiunsi il gruppo, con l'uomo, Hooker reggeva il Martini scarico ed additava, tutto sorridente, una macchiolina nera e immobile in valle. Tutti gli altri Chin erano dietro i macigni o più indietro, al riparo della svolta. "Cinquecento metri" fa Hooker, "o al massimo un centimetro meno. E giuro che l'ho colpito in testa."
«Gli dissi di rifarlo, e, con ciò, ci rimettemmo in marcia.
«La salita, adesso, diventava sempre più ripida a mano a mano che ci spingevamo innanzi, e la strada che seguivamo diventava sempre più una semplice sporgenza. Finì che avevamo soltanto roccia a picco, sopra e sotto di noi. "E' la strada migliore che ho visto sinora nella zona dei Chin Lushai" dissi per incoraggiare gli uomini, ma già temendo ciò che stava per venire.
«Infatti, dopo pochi minuti, il passaggio girò intorno a uno spigolo dello strapiombo, e buonanotte. Là, il ciglione finiva.
«Appena resosi conto della situazione, uno degli uomini del Derbyshire si buttò a imprecare per la trappola in cui eravamo caduti. I "sepoys si fermarono silenziosamente. Hooker grugnì, ricaricò il fucile, e tornò indietro alla svolta.
«Ora, dopo essermi guardato attorno, cominciai a credere che non eravamo stati proprio tanto sfortunati, in fin dei conti.
Eravamo su una sporgenza della larghezza massima di dieci metri circa. Sopra, il dirupo strapiombava, così che non potevano sparare su di noi dall'alto in basso; e sotto c'era un precipizio quasi a picco, di sessanta o cento metri o forse più.
Stendendoci a terra, eravamo occultati alla vista di chiunque, dall'altra parte del burrone. L'unico accesso era lungo il ciglione, e su quest'ultimo un sol uomo valeva quanto una schiera. Eravamo in un caposaldo naturale, con un solo inconveniente: l'unica nostra provvista, contro la fame e la sete, era un mulo vivo. Nondimeno ci trovavamo tutt'al più a tredici o quattordici chilometri dal grosso della spedizione, e senza dubbio, dopo un giorno o poco più, non vedendoci tornare, avrebbero mandato qualcuno a cercarci.
«Un giorno o poco più...»
Il tenente fece una pausa. - Lei, Graham, ha mai sofferto la sete?
- Non di quel genere - disse l'etnologo.
- Ah! Noi l'abbiamo avuta, per tutto quel giorno, e la notte, e il giorno dopo, e la rugiada che riuscimmo a strizzare dai nostri vestiti e dalla tenda fu un'inezia. Sotto di noi, il fiume gorgogliava, gorgogliava, intorno a una roccia in mezzo alla corrente. Non ho mai sperimentato un'assenza di fatti né un'abbondanza di sensazioni simili a quelle. Si sarebbe detto che il sole stesse ancora obbedendo al comando di Giosuè, a giudicare dal suo spostamento visibile; e scottava poco meno che una fornace. Il primo giorno, verso sera, uno dei soldati del Derbyshire disse qualcosa (non si capì cosa) e se ne andò, oltre lo spigolo del dirupo. Udimmo sparare, ed era già sparito quando Hooker andò a guardare. Sul far del giorno, il "sepoy" dalla gamba ferita delirava, e saltò, o cadde, giù dalla scarpata. Poi prendemmo il mulo e gli sparammo; ma anch'esso, negli ultimi sussulti, non va a cadere nel vuoto! Restammo in otto.
«Laggiù in basso potevamo vedere il corpo del "sepoy", con la testa nell'acqua. Giaceva bocconi, e, per quanto mi era dato vedere, non era affatto fracassato. Con tutta la bramosia dei Chin d'impossessarsi della sua testa, ebbero il buon senso di lasciarlo stare, finché non fosse calata l'oscurità.
«Dapprima parlammo delle varie probabilità esistenti sul fatto che il grosso del nostro reparto avesse udito la sparatoria, e calcolammo le probabilità che s'impensierissero per il nostro ritardo e così via. Ma con l'avanzare della sera la conversazione s'inaridì. I "sepoys" stavano tra loro, facendo un gioco con i sassolini, poi raccontandosi storie. La notte fu piuttosto fredda. Il secondo giorno, nessuno parlò. Avevamo le labbra violacee, la gola in fiamme, e rimanemmo sdraiati su quel terrazzo, fissandoci l'un l'altro ad occhi sbarrati. Uno dei soldati britannici cominciò a scrivere sulla roccia con un pezzo di pipa di gesso un'empia baggianata a proposito delle sue ultime volontà, finché non lo fermai. Se guardavo oltre il ciglio, giù in valle, vedendo le increspature del fiume ero quasi tentato di seguire il "sepoy". Sembrava piacevole, desiderabile, precipitare attraverso l'aria, sapendo che sul fondo c'era da bere, o comunque non c'era più sete. Però mi ricordai in tempo di essere un ufficiale con responsabilità di comando, con il dovere di dare il buon esempio; e ciò mi trattenne da una simile sciocchezza.
«Tuttavia, pensando proprio a questo, mi venne in mente un'idea.
Mi alzai e guardai la tenda e le sue corde, meravigliandomi di non averci pensato prima. Poi tornai ad avvicinarmi alla scarpata e diedi un'occhiata fuori. Questa volta l'altezza mi parve maggiore e l'atteggiamento del "sepoy" alquanto più penoso. Ma quello, o niente. A farla breve, mi lanciai con il paracadute.
«Ricavai dalla tenda un grande cerchio di tela, circa tre volte più grande di questa tovaglia, lo bucai nel centro, vi legai intorno otto corde che si congiungevano nel mezzo per formare un paracadute. Gli altri, stesi intorno, mi guardavano con l'aria di credere che quello fosse un tipo nuovo di delirio. Poi spiegai la mia idea ai due soldati britannici, ed in qual modo contavo di realizzarla, ed appena il breve crepuscolo lasciò il posto all'oscurità della notte, tentai. Loro tenevano alto quell'affare, ed io presi la rincorsa su tutta la lunghezza della sporgenza. Quell'affare si gonfiò d'aria come una vela, ma sul ciglio lo confesso, mi mancò il coraggio e mi trattenni.
«Appena fermato, mi vergognai di me stesso, come ben si capisce, in presenza di soldati semplici, e, tornato indietro, ripartii.
Questa volta saltai fuori (con una specie di singhiozzo, ricordo), nel vuoto, con la gran vela rigonfia sopra di me.
«I miei pensieri dovettero sfilare a una velocità spaventosa. Il tempo, prima che fossi sicuro che quell'affare aveva la buona intenzione di tener duro, parve infinito. Dapprima pencolò di lato. Poi notai la parete di roccia che pareva sfrecciare verso l'alto mentre a me sembrava di stare fermo. Poi guardai in basso, e vidi, nell'oscurità, il fiume, e il cadavere del "sepoy", che mi si precipitavano incontro. Ma, nell'indistinto chiarore, scorsi anche tre Chin, evidentemente atterriti alla mia vista, e notai che il "sepoy" era decapitato. Nel veder questo, desiderai tornare indietro.
«Poi il mio stivale fu in bocca ad uno, e in un attimo fummo, lui ed io, un solo ammasso, con la tela che si afflosciava su di noi. Credo di avergli fatto schizzare le cervella con il piede.
Contavo che gli altri due stessero per farle saltare a me; ma quei due poveri selvaggi non avevano mai sentito parlare di Baldwin, e immediatamente scapparono a gambe levate.
«Mi tirai fuori con difficoltà da quell'intrico di Chin morto e di tela, e mi guardai attorno. A una decina di passi più in là, stava la testa del "sepoy", che fissava il chiar di luna. Poi vidi l'acqua, vi andai e bevetti. Non si udiva altro rumore al mondo all'infuori dei passi dei Chin in fuga, di un debole grido dall'alto, e del glu-glu dell'acqua. Appena ebbi bevuto a sazietà, partii giù per il fiume.
«A questo punto, la spiegazione della storia dell'uomo volante si può dire conclusa. Per tutti i dodici chilometri di cammino, non incontrai anima viva. Raggiunsi l'accampamento di Walters alle dieci di sera, e un idiota nato, ch'era di sentinella, mi sparò addosso vedendomi apparire quasi di corsa, dall'oscurità.
Appena riuscii a far entrare il mio racconto nel cranio duro di Walters, una cinquantina di uomini si misero in marcia, risalendo la valle per togliere di mezzo i Chin e riportar giù i nostri. Quanto a me, la mia sete era troppo considerevole, per istigarla ancora accompagnandoli.
«Lei ha sentito che razza di favola ne hanno tirato fuori i Chin.
Ali lunghe come un mulo, eh? E penne nere! L'allegro tenente-uccello! Bene, bene!»
Il tenente rimase un momento a ripensarci, divertito. Poi soggiunse: - Lei può stentare a crederlo, ma, raggiunta finalmente la piattaforma di roccia, trovarono che anche due "sepoys" erano saltati nel vuoto.
- Gli altri uomini stavano bene? - chiese l'etnologo.
- Stavano bene, sì - rispose il tenente. - Salvo una certa sete, sa. - E, nel ripensarci, si versò un altro whisky e soda.
NOTE.
1. Soldati indigeni dell'esercito anglo-indiano.