la camera rossa
italian
- Vi posso assicurare - dissi - che, per spaventarmi, occorrerà un fantasma molto concreto. - E mi alzai, davanti al camino, con il bicchiere in mano.
- E' lei che lo vuole - disse l'uomo dal braccio rattrappito, guardandomi di scancio.
- In ventott'anni di vita - dissi - non ho visto ancora un sol fantasma.
La vecchia se ne stava seduta fissando il fuoco, ad occhi spalancati. - Già - disse, - ma in ventott'anni di vita non ha veduto, credo, nulla di simile a questa casa. Rimangono ancora tante cose da vedere, quando si hanno solo ventott'anni.-
Tentennò il capo adagio. - Tante cose da vedere, e di cui pentirsi.
Nutrivo un certo sospetto che quei vecchi con la loro monotona insistenza cercassero di valorizzare i fantasmi di casa. Posai sulla tavola il bicchiere vuoto, girai lo sguardo per la stanza, e colsi la mia immagine, accorciata e allargata fino a un'assurda corpulenza, nell'antico e bizzarro specchio in fondo alla stanza. - Ebbene - dissi, - se stanotte vedo qualcosa, tanto d'imparato. In questa faccenda sono senza prevenzioni.
- E' lei che lo vuole - ripeté l'uomo dal braccio rattrappito.
Udii il rumore di un bastone e di passi strascicati, fuori dell'uscio, sul pavimento a lastre dell'andito, e la porta stridette sui cardini per l'ingresso di un secondo vecchio, più vecchio, più curvo e persino più carico d'anni del primo. Si appoggiava ad una stampella, aveva gli occhi protetti da una visiera, e il labbro inferiore, semiaperto, pendeva roseo e pallido mostrando i denti guasti e ingialliti. Andò dritto ad una sedia a braccioli, dall'altro lato della tavola, sedette pesantemente e si mise a tossire. L'uomo dal braccio rattrappito lanciò al nuovo venuto un'occhiata piena di autentica antipatia; la vecchia non diede segno d'essersi accorta del suo arrivo, continuando a fissare il fuoco con gli occhi chiari.
- Dicevo: l'ha voluto lei - ripeté l'uomo dal braccio rattrappito, quando la tosse s'interruppe per un po'.
- L'ho voluto io - risposi.
L'uomo dalla visiera si accorse allora della mia presenza, e per un istante gettò la testa indietro, chinata un po' di fianco, per guardarmi. Vidi fugacemente i suoi occhi, piccoli, lucenti, arrossati. Poi egli riprese e tossire e sputacchiare.
- Perché non bevi? - disse l'uomo dal braccio rattrappito, spingendo la birra verso di lui. L'uomo dalla visiera si riempì il bicchiere con mano tremula, spandendone quasi un'altra metà sulla tavola. Sul muro la sua ombra, enorme e rannicchiata, fece la caricatura al suo gesto, mentre mesceva e beveva. Debbo confessare che proprio non avevo previsto custodi così grotteschi. A mio modo di vedere, la senilità ha qualcosa d'immenso, di rinchiuso, di atavistico; dai vecchi, le qualità umane sembrano insensibilmente staccarsi, giorno per giorno. Fra tutti e tre, mi mettevano a disagio con i loro silenzi, l'aria sparuta, il portamento curvo, l'evidente mancanza di cordialità, nei miei confronti e tra loro.
Dissi: - Se volete accompagnarmi in questa famosa camera stregata, andrò a mettermi un po' in libertà.
L'uomo che tossiva gettò indietro la testa di scatto, così bruscamente da farmi sussultare, e mi lanciò un'altra occhiata, tra quelle sue palpebre arrossate, di sotto alla visiera, ma nessuno mi rispose. Aspettai un momento, facendo passare lo sguardo dall'uno all'altro.
- Se volete indicarmi questa famosa camera stregata - dissi, un poco più forte, - vi tolgo il disturbo.
- Sulla scaletta, fuori dell'uscio, c'è una candela - disse l'uomo dal braccio rattrappito, tenendo lo sguardo rivolto ai miei piedi, nel parlarmi. - Ma, se lei va nella camera rossa stanotte...
(- Proprio stanotte! - borbottò la vecchia.)
- ... Ci va solo.
- Benissimo - risposi. - Da che parte ci si va?
- Faccia un pezzo di corridoio - disse egli - fino ad arrivare a una porta oltre la quale c'è una scala a chiocciola; a metà di questa c'è un pianerottolo, con un'altra porta, coperta di panno verde. Entri da quella e segua il lungo corridoio fino in fondo. La camera rossa è a sinistra, in cima ai gradini.
- Ho capito bene? - dissi, e ripetei le istruzioni. Mi corresse in un particolare.
- Ci va davvero? - mi chiese l'uomo dalla visiera, guardandomi una terza volta grazie a quel bizzarro e innaturale spostamento del viso.
(- Proprio stanotte! - borbottò la vecchia.)
- Sono venuto apposta - risposi, e mi diressi all'uscio.
Mentre facevo questo, l'uomo dalla visiera si alzò e girò zoppicando intorno alla tavola, portandosi più vicino agli altri ed al fuoco. All'uscio, mi girai e li guardai. Li vidi tutti e tre riuniti, sagome scure contro la luce del caminetto, che volgevano il capo a guardarmi con un'espressione attenta sui volti annosi.
- Buona notte - dissi, aprendo la porta.
- L'ha voluto lei - disse l'uomo dal braccio rattrappito.
Lasciai la porta spalancata finché la candela non fu bene accesa, poi li chiusi dentro e percorsi l'andito freddo e pieno d'echi.
Anche se avevo fatto del mio meglio per tenermi su un piano di naturalezza, m'avevano colpito, lo confesso, la stranezza dei tre vecchi domestici in pensione ai quali la signora del castello l'aveva lasciato in custodia, e l'arredamento tetro e antico nella stanza della governante, ov'essi si riunivano.
Parevano appartenere ad un altro secolo: un secolo passato che considerava le cose concernenti gli spiriti con minor scetticismo del nostro; un secolo in cui si prestava fede a presagi e stregonerie, e non ci si sognava di negare l'esistenza dei fantasmi. Era spettrale persino l'esistenza di quei tre, il taglio dei loro abiti, di una foggia nata in cervelli ormai morti. Intorno a loro, gli arredi e le masserizie della stanza erano come fantasmi, idee d'uomini scomparsi; e, più che partecipare al mondo d'oggi, parevano visitarlo dall'aldilà. Ma, con uno sforzo, allontanai da me tali pensieri. Il lungo andito sotterraneo, pieno di correnti d'aria, era gelido e polveroso, e la fiamma della mia candela vacillava facendo sparire e tremolare le ombre. Gli occhi risonavano in alto e in basso della scala a chiocciola, e dentro di me l'ombra saliva come un'ondata, un'altra massa d'ombra fuggiva davanti ai miei passi nelle tenebre sovrastanti. Raggiunsi il pianerottolo e sostai un istante, tendendo l'orecchio a un fruscio che m'era parso di udire; poi, persuaso di un silenzio assoluto, aprii con una spinta la porta coperta di feltro e mi trovai nel corridoio.
L'aspetto non era affatto quale me l'aspettavo, poiché il chiar di luna, entrando dalla grande finestra dello scalone, faceva risaltare ogni cosa con vivide ombre nere e chiarori argentei.
Ogni cosa era al suo posto: si sarebbe detto che la casa fosse disabitata solo dal giorno innanzi, e non da diciotto mesi. Le candele erano infilate sui bracci dei candelabri, e se si era raccolta polvere sui tappeti, sul pavimento levigato, era distribuita in modo così uguale da essere invisibile nel riflesso lunare. Stavo per avanzare, ma mi trattenni di colpo.
Un gruppo bronzeo stava sul pianerottolo, e un angolo del muro me lo nascondeva, ma la sua ombra cadeva con stupefacente nettezza sul rivestimento bianco delle pareti, procurandomi l'impressione che qualcuno fosse acquattato per aggredirmi.
Rimasi irrigidito per circa mezzo minuto. Poi, con la mano nella tasca in cui tenevo la rivoltella, avanzai, scoprendo nient'altro che un Ganimede ed Egle, lucenti nel raggio di luna.
Questo fatto mi ridiede animo, e un cinese di porcellana su un tavolo intarsiato, mettendosi a dondolare silenziosamente la testa al mio passaggio, non mi fece nessun effetto.
La porta della camera rossa e i gradini che vi conducevano erano in un angolo pieno d'ombra. Prima di aprire la porta, spostai la candela di qua e di là per veder bene com'era la rientranza in cui stavo. Qui, pensai, avevano trovato colui che c'era stato prima di me, e il ricordo di quella vicenda mi causò un'improvvisa fitta di apprensione. Volsi il capo a guardare il Ganimede nel chiar di luna, e aprii con una certa precipitazione la porta della camera rossa, con il viso girato a metà verso il pallido silenzio del pianerottolo.
Entrai, chiusi subito la porta alle mie spalle, diedi un giro alla chiave che trovai nella toppa all'interno, e rimasi ritto, reggendo alta la candela, a osservare il luogo della mia veglia, la grande camera rossa del Lorraine Castle, in cui il giovane duca era morto. O meglio: in cui aveva cominciato a morire, poiché aveva aperta la porta ed era precipitato a capofitto dai gradini per i quali ero testé salito. Così si era conclusa la sua veglia, coraggioso tentativo di sfatare la tradizione che voleva quel luogo frequentato dai fantasmi; ed io ritenevo che, ai fini della superstizione, nessun colpo apoplettico fosse mai risultato tanto tempestivo. Altre storie, più antiche, erano connesse a quella camera, risalendo fino al principio di tutto ciò: al racconto, quasi incredibile di una moglie paurosa e della fine tragica d'uno scherzo del marito per spaventarla. E girando lo sguardo per quella vasta camera piena d'ombre, con gli archi delle finestre pieni d'ombre, con le sue nicchie e le sue alcove, si capiva bene che da quegli angoli bui, da quella feconda tenebra, fossero germogliate leggende. Nella vastità della camera, la mia candela era una linguetta di fuoco che non riusciva a penetrare fino all'estremità opposta e, di là dal suo isolotto di luce, lasciava sussistere un oceano di mistero e di supposizioni.
Decisi di condurre subito un esame sistematico del locale, per dissipare i suggerimenti fantastici della sua oscurità, prima che s'impadronissero di me. Accertatomi che la porta fosse ben chiusa, mi misi a percorrere la camera, guardando dietro a ogni mobile, rialzando le mantovane del letto e spalancandone i cortinaggi. Tirai su le tendine dei vetri ed esaminai le chiusure delle varie finestre, prima di richiudere gli scuri. E mi chinai a guardar su per la cappa nera del grande camino, picchiai sui pannelli di quercia scura dei rivestimenti per accertarmi che non ci fossero passaggi segreti. Nella camera esistevano due grandi specchiere, ciascuna con due bracci di candelabro e relative candele; altre ve n'erano, su candelieri di porcellana, sopra la mensola del camino. Le accesi tutte, l'una dopo l'altra. La legna nel camino era già preparata, gentile ed inattesa attenzione della vecchia governante, ed io accesi il fuoco per reprimere un'eventuale predisposizione ai brividi e, quand'ebbe preso bene, mi misi con le spalle al fuoco ed osservai ancora la camera attentamente. Avevo tirato una gran poltrona con la fodera di chintz ed un tavolo, per formare una specie di barriera davanti a me; vi posai, a portata di mano, la rivoltella. La minuziosa ispezione mi aveva fatto bene, ma trovavo ancora un po' troppo stimolanti per l'immaginazione il profondo silenzio di quel luogo e le sue tenebre più remote.
L'eco dello scoppiettio e rimescolio del fuoco non mi dava alcun conforto. L'ombra all'interno dell'alcova, specialmente in fondo, suggeriva quell'indefinibile sospetto di una presenza, quell'impressione strana di qualcosa in agguato, che si fanno così facilmente avanti nel silenzio e nella solitudine. Alla fine, per rassicurarmi, vi andai con una candela e mi accertai che là dentro non vi era niente di tangibile. Posai la candela sul pavimento dell'alcova, e la lasciai in quella posizione.
Ormai avevo raggiunto uno stato di notevole tensione nervosa, benché, ragionandoci, non esistesse motivo adeguato. Ad ogni modo, avevo la mente del tutto lucida. Asserii senza riserve che nessun fenomeno soprannaturale può prodursi, e, per passatempo, mi accinsi a mettere un po' in rima, a mo' di ballata, l'antica leggenda del luogo. Recitai alcune strofe ad alta voce, ma gli echi non erano piacevoli. Per l'identico motivo abbandonai quasi subito una conversazione con me stesso in merito all'inesistenza di fantasmi e luoghi stregati. La mia mente tornò abbasso, ai tre vecchi cadenti, e cercai di tenerla su tale argomento. I rossi e i neri così cupi di quella camera mi turbavano: sette candele riuscivano appena a farvi regnare una penombra. Quella nell'alcova vacillava in uno spiffero, e il tremolio della fiamma teneva le ombre in continuo movimento. Cercando di escogitare un rimedio, mi ricordai delle candele viste nel corridoio e, vincendo una lieve riluttanza, uscii nel chiaro di luna, portando con me una candela e lasciando la porta aperta; rientrai quasi subito, recandone addirittura dieci con me. Misi queste ultime su vari gingilli di porcellana, sparsi per ornamento nella camera, le accesi, e le collocai dove le ombre risultavano più profonde, sul pavimento, nelle rientranze delle finestre, finché per ultimo le mie diciassette candele furono disposte in modo tale che non v'era un sol centimetro della camera che non ricevesse direttamente la luce almeno di una. Se arrivava il fantasma, pensai, avrei fatto bene ad avvertirlo di non inciamparvi. La camera, adesso, era vivamente illuminata. Vi era un che di molto allegro, di molto rassicurante, in quelle piccole fiamme che s'innalzavano, e lo smoccolarle mi forniva un'occupazione, nonché la rassicurante impressione del trascorrere del tempo.
Con tutto ciò, quel vegliare e meditare, quell'attesa, mi erano pesanti. Fu dopo la mezzanotte che la candela nell'alcova, tutt'a un tratto, si spense, e l'ombra nera tornò di un balzo al proprio posto. Non vidi spegnersi la candela; nel voltarmi vidi, semplicemente, trasalendo come per la presenza inaspettata di un estraneo, che c'era il buio. - Perbacco! - dissi a voce alta; che forza, quello spiffero! - e, presi i fiammiferi sul tavolo, attraversai la camera con passo tranquillo per andare a illuminare nuovamente quel cantuccio. Il primo fiammifero non si accese, e mentre avevo miglior successo con il secondo, qualcosa parve tremolare sulla parete di fronte a me. Girai la testa involontariamente, e vidi che le due candele sul tavolino accanto al camino erano spente. Mi rizzai subito in piedi.
- Strano! - dissi. - Che l'abbia fatto io stesso, in un attimo di distrazione?
Tornai indietro, riaccesi una candela, e, nel far ciò, vidi la candela sul braccio di destra di uno specchio vacillare e spegnersi di colpo. Quasi subito la sua compagna l'imitò. Nessun errore possibile. La fiamma scomparve, esattamente come se un indice e un pollice avessero smorzato lo stoppino, lasciandolo nero, senza un residuo d'incandescenza, senza fumo. Mentre ero ancora lì, ritto e a bocca aperta, si spense la candela ai piedi del letto, e l'ombra parve fare un altro passo avanti verso di me.
- Così non va! - esclamai. E, prima l'una, poi l'altra, le candele sulla mensola del camino fecero lo stesso.
- Che accade? - esclamai, con voce in cui, chissà come, s'infiltrava una bizzarra intonazione stridula. Subito la candela sull'armadio si spense, e quella che avevo riaccesa nell'alcova seguì il suo esempio.
- Andiamoci piano! Queste candele occorrono - dissi, in un tono burlesco ch'era quasi isterico, e sfregando un fiammifero per le candele sulla mensola del camino. Mi tremavano tanto le mani, che mancai due volte la striscia smerigliata della scatola dei fiammiferi. Mentre la mensola riemergeva dall'oscurità, si eclissarono due candele all'estremità di un vano di finestra.
Ma, con lo stesso fiammifero, riaccesi anche le candele dello specchio più grande, e quelle posate in terra presso la soglia, così che, per un momento, sembrai avere la meglio sugli spegnimenti. Ma allora, a raffica, si estinsero quattro lumi in una volta sola, in quattro punti diversi della camera, e con fretta affannosa sfregai un altro fiammifero, rimanendo un attimo indeciso su quale accendere prima.
Mentre ero ancora esitante, una mano invisibile sembrò passare sulle due candele del tavolino. Con un grido di terrore mi precipitai all'alcova, poi nell'angolo, poi alla finestra, riaccendendone tre mentre altre due scomparivano accanto al focolare. Allora, scorgendo un metodo migliore, lasciai cadere la scatola dei fiammiferi sul piccolo forziere nel cantone, e afferrai il candeliere del letto. Evitai, in questo modo, di dover sfregare fiammiferi; ciò nonostante, lo spegnersi delle candele l'una dopo l'altra continuò, e le ombre ch'io temevo, contro le quali combattevo, ritornarono, avanzarono strisciando, guadagnando terreno a un passo per volta, di qua e di là. Era come una nube di tempesta che con i suoi brandelli cancellasse le stelle: ogni tanto una riappariva per tornare a scomparire.
Ero ormai quasi pazzo di paura, di fronte al sopraggiungere della tenebra, e perdetti la padronanza di me stesso. Saltavo, ansante e scarmigliato, da una candela all'altra, in vana lotta contro l'inesorabile avanzata.
Mi contusi la coscia contro la tavola, ribaltai una sedia, inciampai, caddi, e, nella caduta, trascinai il drappo della tavola. La mia candela rotolò lontana, ne afferrai un'altra nell'alzarmi e l'aria del brusco movimento con cui la spostai la spense di colpo. Subito le due candele residue fecero lo stesso.
Ma c'era ancora una luce nella camera; un rosso bagliore che allontanava le ombre da me. Il fuoco! Naturalmente, potevo introdurre la candela fra le sbarre della griglia, e riaccenderla!
Mi volsi verso le fiamme che danzavano tra ardenti tizzoni, gettando chiazze di rossi riflessi sui mobili; feci due passi verso la griglia, e in quell'istante le fiamme decrebbero, sparirono, sparì il bagliore, si radunarono a precipizio e sparirono i riflessi, e, nell'attimo in cui ficcavo tra le sbarre la candela le chiuse si rinserrarono su me come un occhio che si chiude, mi avvolsero in un abbraccio soffocante, sigillarono la mia vista e stritolarono nel mio cervello le ultime vestigia della ragione. Mi cadde di mano la candela.
Allargai d'impeto le braccia, nel vano tentativo di respingere quel buio nero e pesante, e, alzando la voce, urlai con tutte le mie forze, una, due, tre volte. Poi, credo di essermi rimesso in piedi alla meglio. So di avere pensato ad un tratto al corridoio rischiarato dalla luna e mi lanciai a testa bassa, con le braccia sul viso, verso la porta.
Ma ne avevo scordato la posizione esatta ed andai a sbattere duramente contro lo spigolo del letto. Tornai sui miei passi barcollando, mi girai e ricevetti o diedi un colpo contro un altro mobile voluminoso. Ho un vago ricordo di essermi urtato qua e là nelle tenebre, e del mio stentato dibattermi, dei miei urli selvaggi nel gettarmi avanti e indietro, di un colpo pesante sulla fronte, di un'orrenda sensazione di caduta che parve durare un secolo, di un ultimo sforzo frenetico per rimaner ritto... e poi nient'altro.
Riaprii gli occhi alla luce del giorno. Avevo la testa sommariamente fasciata e l'uomo dal braccio rattrappito mi stava scrutando in viso. Mi guardai attorno, cercando di ricordare che cosa fosse successo e, per un po', non riuscii a radunare le idee. Mi volsi verso il cantone e vidi la vecchia, non più assorta, che versava in un bicchiere alcune gocce di una medicina da una bottiglietta di vetro blu. - Dove sono? chiesi. - Mi pare di ricordarmi di voi, ma non riesco a ricordare chi siete.
Allora me lo dissero, e sentii parlare della camera rossa stregata come si sente raccontare una favola. - Lei aveva sangue sulla fronte e sulle labbra - disse la donna - quando l'abbiamo trovata, all'alba.
Ritrovai lentamente la memoria dei momenti trascorsi. - Ci crede, adesso - disse il vecchio - che quella camera è frequentata da fantasmi? - Non mi parlava più come chi accoglie un intruso, ma come chi commisera un amico che ha sofferto un duro colpo.
- Sì -dissi, - la camera è frequentata da un fantasma.
- E lei lo ha veduto. Mentre invece noi, che siamo stati qui tutta la vita, non abbiamo mai potuto posarvi gli occhi. Perché non abbiamo mai osato... Ci dica, è veramente il vecchio conte che...
- No - dissi, - non è lui.
- Te l'avevo detto - fece la vecchia, con il bicchiere in mano. - O la povera, giovane contessa, ch'ebbe quello spavento...
- Non è lei - dissi. - Non c'è un altro fantasma qualsiasi, là dentro; ma peggio, molto peggio...
- Che cosa? - dissero.
- La peggiore fra quante ossessionano i poveri mortali - dissi e cioè, in tutta la sua nuda realtà... la paura! La paura, per la quale non vale luce né suono, che non intende ragione, che rende sordi e ciechi, che schiaccia. Essa mi ha seguito lungo il corridoio, ha combattuto contro di me nella camera...
Tacqui di colpo. Ci fu una pausa di silenzio. Mi toccai le bende.
Allora, l'uomo dalla visiera sospirò e disse: - Proprio così.
Sapevo ch'era proprio così. Una potenza delle tenebre. Gettare una simile malasorte su una donna! Continua a rimanervi acquattata. La si sente persino di giorno, persino in una giornata luminosa di piena estate, nelle tende, nelle tappezzerie, che vi sta sempre alle spalle per quanto vi giriate. Al crepuscolo, striscia nel corridoio e vi segue, così che non osate girarvi. C'è la paura, nella camera di quella poveretta, una paura folle, e sempre ci sarà... finché questa casa del peccato resterà in piedi.