la storia di plattner
italian
L'attendibilità della vicenda di Gottfried Plattner solleva un elegante quesito, che investe il valore attribuibile alle prove.
Abbiamo, da un canto, sette testimoni oculari (per essere esatti, sei paia e mezzo di occhi), nonché un fatto ineccepibile. Dall'altro canto abbiamo... come dire?... i preconcetti, il senno comune, la pigrizia mentale. Nessun teste sembrò mai più sincero di quei sette, nessun fatto fu mai ineccepibile quanto il rovesciamento verificatosi nella struttura anatomica di Gottfried Plattner, e... nessuna storia fu mai più assurda di quella che sto per raccontare. In essa, la parte più in contrasto con il buonsenso ci viene proprio dal bravo Gottfried (tra i sette, annovero, infatti, anche lui). Il cielo mi guardi dal finire con il favorire superstizioni per troppo amore d'imparzialità, condividendo così la sorte dei difensori di Eusapia (1). Francamente, credo che in questa faccenda di Gottfried Plattner una magagna ci sia; ma quale sia, con non minore franchezza debbo riconoscere che non lo so. Mi ha sorpreso il credito accordato alla storia da parte di ambienti autorevolissimi e quanto mai imprevisti. Ad ogni modo, la cosa più corretta, nei confronti del lettore, è ch'io gli racconti la storia, senza altri commenti.
A dispetto del nome, Gottfried Plattner è, per nascita, un libero cittadino britannico. Il padre, un alsaziano, venuto in Inghilterra intorno al 1860, aveva sposato una degna ragazza inglese, d'ascendenza impeccabile, e, dopo una vita morigerata e piana (dedicata, secondo quanto mi risulta, principalmente alla posa in opera di pavimenti in legno), era morto nel 1887.
Gottfried ha ventisette anni. Trilingue per eredità, è insegnante di lingue moderne in una scuola privata nel sud dell'Inghilterra. A un osservatore superficiale egli apparirà singolarmente simile a qualsiasi maestro di lingue di qualsiasi piccola scuola privata. I suoi abiti non sono né molto cari né molto alla moda, ma neanche troppo scadenti e trasandati, e la sua fisionomia è qualunque, come la statura e il portamento. Al più, potreste notare quella lieve asimmetria di lineamenti che quasi tutti abbiamo: il suo occhio destro è più grande del sinistro e la mascella, a destra, è un tantino più grossa. Se voi, come ogni altra persona normalmente poco attenta, lo faceste mettere a petto nudo e gli auscultaste il cuore, vi parrebbe, probabilmente, simile al cuore di chiunque. Invece qui, comincereste a non andare più d'accordo con lo specialista.
Voi trovereste che quel cuore non ha nulla di strano, ma lo specialista la penserebbe altrimenti. E una volta che ve l'avessero fatto notare, vi accorgereste facilmente anche voi della singolarità. Il fatto è che il cuore di Gottfried batte nella parte destra del suo corpo.
Ebbene, non è l'unica stranezza della struttura di Gottfried, anche se è quella che più colpisce un intelletto non scientifico. Un attento sondaggio delle sistemazioni interne di Gottfried, eseguito da un noto chirurgo, sembra concludere che siano spostate allo stesso modo, nel suo corpo, tutte le altre parti non simmetriche. Il lobo destro del suo fegato è a sinistra, il sinistro a destra, e trasposti in modo analogo sono i suoi polmoni. Cosa singolarissima, e sempre che Gottfried non sia un attore consumato: la sua mano destra è diventata ultimamente, la sinistra. Da quando sono capitati i fatti che stiamo per esaminare nel modo più imparziale possibile, egli ha trovato oltremodo difficile scrivere se non da destra a sinistra, e con la mano sinistra. Non è in grado di lanciare con la destra, a tavola è in imbarazzo, qualche volta, col coltello e forchetta, e in tema di codice della strada (egli va in bicicletta) le sue idee fanno ancora pericolose confusioni. E non vi è un briciolo di prova che Gottfried, prima di tali fatti, fosse mancino.
In questa faccenda assurda c'è ancora una circostanza stupefacente.
Gottfried mostra tre sue fotografie. Lo potete vedere all'età di cinque o sei anni, che spinge avanti grasse gambotte da sotto un gonnellino scozzese, con aria truce. Il suo occhio sinistro, in quella foto, è un poco più largo del destro, e la mandibola è un poco più marcata a sinistra: inversamente al suo stato attuale.
La foto di Gottfried a quattordici anni contraddice, in apparenza, tale circostanza; ma solo perché si tratta di una di quelle foto «Gem» a buon mercato, ch'erano allora in voga, prese direttamente sulla lastra metallica, e che pertanto rovesciano gli oggetti, esattamente come farebbe uno specchio. La terza foto lo raffigura a ventun anni e conferma ciò che le altre registrano. Parrebbe dunque di trovarsi in presenza di prove solidissime a conferma della circostanza che Gottfried ha cambiato la destra con la sinistra. Tuttavia rimane infinitamente difficile suggerire in qual modo un essere umano possa subire un simile cambiamento, salvo che non si voglia pensare a un miracolo, stravagante ed assolutamente senza scopo.
S'intende che, in un certo senso, questi fatti trovano spiegazione se si suppone che Plattner abbia inscenato una complicata mistificazione, partendo dal fatto che ha il cuore spostato. Le fotografie si possono ritoccare, si può simulare di essere mancini. Ma la personalità del soggetto non si presta affatto a ipotesi del genere. Egli è un individuo quieto, prosaico, riservato e del tutto sano di mente, secondo i canoni di Nordau. Gli piace la birra, fuma moderatamente, fa quotidiane camminate a scopo di esercizio fisico, ed ha una sana considerazione per l'alto valore della sua opera d'insegnante.
Possiede una buona voce tenorile, seppure non educata, e gli piacciono le canzoni di tipo allegro e popolare. La lettura gli piace, ma non morbosamente: per lo più narrativa, vagamente pervasa di pio ottimismo. Dorme bene, sogna raramente. E', in realtà, l'ultimissima persona che possa mettersi a inventare una favola dell'altro mondo. Infatti, lungi dal voler imporre la sua vicenda all'attenzione altrui, si mostra, in proposito, singolarmente reticente. Affronta chi cerca di indagare, con una certa simpatica... si potrebbe quasi dire timidezza, che disarma anche i più sospettosi. Sembra provare una genuina vergogna che una cosa tanto insolita sia capitata a lui.
C'è da deplorare che l'avversione di Plattner all'idea dell'autopsia dopo morto possa rimandare, forse per sempre, la possibilità di avere la prova certa che in tutto il suo corpo la destra e la sinistra si sono invertite. La credibilità della sua vicenda dipende principalmente da tale fatto. Non c'è un modo di prendere un uomo e spostarlo nello spazio (secondo il concetto di spazio proprio alla gente comune), che possa far sì che i suoi lati risultino intercambiati. Qualsiasi cosa si faccia, la sua destra rimane la sua destra, e la sinistra rimane sinistra.
Con un oggetto sottilissimo e piatto si può farlo, naturalmente.
Se ritagliate da un foglio di carta una sagoma, qualsiasi, che abbia un lato destro e uno sinistro, potete mutarli semplicemente sollevandola e rovesciandola. Per un solido, va diversamente. Gli studiosi di matematica e fisica pura ci dicono che l'unico possibile modo d'intercambiare i lati di un solido sta nel trasportare detto solido nettamente fuori dello spazio quale noi lo conosciamo, trasportarlo fuori dell'esistenza normale, cioè, e spedirlo da qualche parte in uno spazio esterno. Ciò suona leggermente astruso, senza dubbio, ma chiunque conosca un poco di matematica pura potrà garantirne la verità al lettore. Per porre la faccenda in termini tecnici, la curiosa inversione dei lati destro e sinistro di Plattner prova ch'egli si è portato fuori del nostro spazio, in quella che vien detta la «quarta dimensione», e poi ha fatto ritorno nel nostro mondo. Se non preferiamo considerarci vittime di una falsificazione, complicata e senza motivo, siamo quasi costretti a credere che sia accaduto proprio questo.
Tanto valga per i fatti tangibili. Passiamo ora a riferire dei fenomeni che hanno presieduto alla sua temporanea scomparsa dal mondo. Risulta che, presso la Sussexville Proprietary School, Plattner disimpegnava non solo le mansioni d'insegnante di lingue moderne, ma anche di chimica, geografia economica, contabilità, stenografia, disegno, e ogni altra materia supplementare su cui si concentrasse l'attenzione dei mutevoli "desiderata" dei genitori degli alunni. Di tutte queste materie, egli ne sapeva poco o nulla. Ma, a differenza di ciò che vale per le scuole elementari o municipali, nelle secondarie l'istruzione è (giustamente) un elemento molto meno necessario, nell'insegnante, che non la personalità morale elevata e il tratto signorile. Egli era praticamente scarso di nozioni di chimica, e dice egli stesso che il suo sapere non andava più in là dei «tre gas» (e che cosa siano questi «gas», vattelapesca).
Dato però che gli alunni cominciavano non sapendone nulla se non quello che egli diceva, la situazione non suscitò inconvenienti né per lui né per altri, durante alcuni trimestri. Poi cominciò a frequentare la scuola un ragazzetto, a nome Whibble, al quale un parente rompiscatole doveva avere insegnato la curiosità del sapere. Questo ragazzetto seguiva con interesse ostentato e sostenuto le lezioni di Plattner, e volendo dimostrare il proprio zelo in materia, portò varie volte a Plattner sostanze da analizzare. Plattner, lusingato da questa dimostrazione della propria capacità di suscitare l'interesse e confidando nell'ignoranza del bambino, le analizzava e persino faceva generiche dichiarazioni sulla loro composizione. Invero, quell'alunno lo stimolò a tal punto da indurlo a procurarsi un testo di analisi chimica ed a studiarlo quando era di sorveglianza, nelle ore dedicate ai compiti serali. Ebbe la sorpresa di accorgersi che la chimica era un argomento proprio interessante.
Fino a questo punto, la vicenda è assolutamente comune. Ma ora entra in scena la polverina verdastra. Sfortunatamente, la fonte da cui provenne quella polverina non sembra accertabile. Il signorino Whibble racconta una storia tortuosa, di averla trovata, avvolta in un pacchetto, in una fornace di calce abbandonata, presso le colline. Se, seduta stante, vi avesse accostato un fiammifero, sarebbe stata un'ottima cosa per Plattner e, chissà, per la famiglia del signorino Whibble. Non v'è dubbio che il giovane gentleman non la portò affatto a scuola in un pacchetto, ma in una comune bottiglietta graduata da medicinali da trenta grammi, tappata con carta di giornale masticata. La diede a Plattner al termine delle lezioni pomeridiane. Quattro alunni dovevano trattenersi, dopo la preghiera scolastica, per finire i compiti lasciati indietro, e Plattner era rimasto a sorvegliarli, nella piccola aula delle lezioni di chimica. L'attrezzatura per l'insegnamento pratico della chimica, presso la Sussexville Proprietary School, come in molte scuole private del nostro paese, è caratterizzata dalla più austera semplicità. Gli strumenti vengono custoditi in una cassapanca sistemata in una rientranza e avente circa la stessa capienza di un comune baule da viaggio. Plattner, che s'annoiava al ruolo passivo di sorvegliante, deve avere accolto l'intrusione di Whibble con la sua polverina verde come un diversivo piacevole e, aperta la cassapanca, si accinse subito all'analisi. Whibble, per sua fortuna, si sedette a prudente distanza, guardandolo. I quattro puniti, fingendosi profondamente assorti nel loro lavoro, l'osservavano furtivamente con il più vivo interesse. Perché, sia pure entro i limiti dei «tre gas», la chimica applicata di Plattner era, per quanto mi risulta, spericolata.
Il resoconto di tutti e cinque, in merito alle azioni di Plattner, risulta praticamente unanime. Plattner versò un po' della polvere verde in una provetta e saggiò la sostanza, a volta a volta, con acqua, acido cloridrico, acido nitrico, acido solforico. Non ottenendo alcun risultato, ne rovesciò un mucchietto (in realtà, quasi la metà del contenuto della bottiglietta), su una lavagnetta, e provò con un fiammifero.
Aveva ancora la bottiglietta nella sinistra. Quella sostanza cominciò a fumigare, a fondere, e poi... esplose, con assordante violenza e con un lampo abbagliante.
I cinque ragazzi, vedendo il lampo e già essendo preparati al peggio, si tuffarono sotto i rispettivi banchi e nessuno di loro fu seriamente ferito. Lo scoppio mandò a finire la finestra fuori, sul campo di gioco e ribaltò sul piedistallo la lavagna.
L'ardesia rimase polverizzata. Dal soffitto piovvero calcinacci.
Nessun altro danno ne venne all'edificio scolastico o ai suoi arredi, ed i ragazzi, in un primo momento, non scorgendo più neanche l'ombra di Plattner, s'immaginarono che fosse stato gettato a terra e giacesse davanti i banchi, sotto, dove loro non vedevano. Balzarono dai rispettivi posti per correre in suo aiuto e rimasero stupiti trovando lo spazio vuoto. Ma erano ancora confusi dalla botta repentina dell'esplosione e corsero ad aprire la porta, con l'impressione che egli, ferito, si fosse precipitato fuor dell'aula. Ma Carson, ch'era il primo, quasi si scontrò, sulla soglia con il signor Lidgett, il direttore.
Questi è un uomo grasso, irritabile, monocolo. Secondo quanto riferiscono i ragazzi, arrancò dentro l'aula lanciando alcuni di quei moccoli blandi che i maestri di scuola collerici si abituano ad adoperare, per parare il peggio. Perdindirindina!- disse. - Dov'è il signor Plattner? - I ragazzi concordano sull'esattezza delle parole. («Ciondolone», «disutilaccio» e «perdindirindina» fanno parte, a quanto pare, degli spiccioli correnti del patrimonio conversazionale scolastico del signor Lidgett.)
Dov'è il signor Plattner? Questa domanda doveva essere spesso ripetuta nel corso dei giorni immediatamente successivi.
Sembrava davvero che, per una volta, la folle iperbole «polverizzato dall'esplosione» fosse realtà. Gli occhi cercarono invano una sola particella visibile di Plattner; si cercò invano di rintracciare una goccia di sangue, un brandello di vestito.
Stando alle apparenze, era stato spazzato via, cessando di esistere senza lasciare scorie dietro di se. Neanche una briciola, tanto per usare l'espressione consacrata! La prova sulla sua totale scomparsa, in conseguenza di quell'esplosione, è irrefutabile.
Inutile dilungarsi, qui, sull'emozione suscitata da questo evento nella Sussexville Proprietary School, a Sussexville, e altrove. E' anzi possibilissimo che qualche lettore di queste pagine si ricordi di avere udito, durante le vacanze estive, una versione alla lontana, e già sbiadita, di quel trambusto. Sembra che Lidgett abbia fatto di tutto per cancellare, minimizzare l'accaduto. Istituì una punizione, di venticinque righe da scrivere, per ogni menzione del nome di Plattner fra gli alunni, e, in piena classe, dichiarò di sapere con precisione dove si trovava il suo assistente. Egli spiega di aver temuto che la sola possibilità che si producesse una esplosione, a dispetto dei minuziosi provvedimenti per ridurre al minimo l'insegnamento pratico della chimica, potesse nuocere al buon nome della scuola; e così pure la natura misteriosa della scomparsa di Plattner. Fece effettivamente tutto quanto era in suo potere per far apparire l'accaduto come una cosa normale. In particolare, sottopose i cinque testimoni oculari a un contraddittorio così stringente ch'essi cominciarono a dubitare della semplice prova dei loro sensi. Ma, in barba a tali sforzi, la favola, sotto forma ingrandita e alterata, fece per nove giorni le meraviglie di tutto il distretto, e alcuni genitori ritirarono i propri rampolli da scuola, con speciosi pretesti. Non è tra i minori punti di nota, in tutta la questione, il fatto che un gran numero di persone, in quei dintorni, videro vividamente in sogno Plattner, durante il periodo di acceso interesse che precedette la sua ricomparsa; e che quei sogni presentavano una curiosa uniformità. In quasi tutti, si vedeva Plattner, talvolta solo, talvolta accompagnato, che vagolava, tra corrusche iridescenze.
Aveva sempre il volto pallido e angosciato, e in vari casi parve fare gesti all'indirizzo del dormiente. Uno o due degli alunni, evidentemente sotto l'influsso di un incubo, s'immaginarono che Plattner si fosse avvicinato a loro con sorprendente rapidità e avesse avuto l'aria di guardarli intensamente negli occhi. Altri fuggivano, insieme con Plattner, inseguiti da creature vaghe e straordinarie, di forma sferica. Ma tutte queste fantasie vennero dimenticate, sommerse da interrogativi e da ipotesi, quando, il secondo mercoledì dopo quel lunedì in cui era avvenuta l'esplosione, Plattner tornò.
Le circostanze del suo ritorno furono altrettanto singolari di quelle della sua partenza. Fin dove è possibile integrare il sommario ed alquanto collerico racconto del signor Lidgett con le dichiarazioni reticenti del signor Plattner, parrebbe che mercoledì sera, verso il tramonto, il primo di questi due signori, congedati gli alunni dopo lo studio serale, stesse nell'orto, occupato a cogliere e mangiar fragole, frutto di cui è oltremodo goloso. Quel suo orto è un vasto giardino all'antica, felicemente protetto da sguardi indiscreti grazie a un alto muro di mattoni rossi coperto d'edera. Era appunto chino su una pianta particolarmente feconda allorché nell'aria ci fu un lampo, un rombo, e, prima di potersi voltare, egli fu colpito alle spalle, con violenza, da un corpo pesante. Ne fu scaraventato in avanti, schiacciando in mano le fragole; e la forza dell'urto gli mandò tutto sulla fronte, e quasi su un occhio, il cappello a cilindro (il signor Lidgett rimane fedele a vecchi criteri d'abbigliamento scolastico). In quel pesante missile, che dopo averlo colpito di striscio finì seduto di schianto tra le piante di fragole, poté riconoscere l'uomo così a lungo dato per disperso, il nostro signor Gottfried Plattner, in un estremo disordine di vestiario. Era senza colletto, senza cappello, con la biancheria sporca. E c'era sangue sulle sue mani. Per la sorpresa e l'indignazione, il signor Lidgett rimase a quattro zampe, e con il cappello schiacciato su un occhio, a fare veementi rimostranze a Plattner, per la sua condotta impertinente e inqualificabile.
Con questa scena tutt'altro che idillica termina quella che potrei definire la versione esterna della vicenda di Plattner: il suo aspetto esoterico. Sarebbe proprio superfluo narrare, qui, in tutti i particolari, il modo in cui il signor Lidgett lo licenziò. Tali particolari possiamo trovarli per esteso, unitamente ai nomi, alle date, ai riferimenti, in una relazione più ampia degli eventi, presentata alla Società per l'indagine sui fenomeni fuori del normale. Il singolare spostamento tra il lato destro ed il sinistro non fu affatto notato per un paio di giorni, e poi saltò fuori, la prima volta, per la sua tendenza a scrivere sulla lavagna da destra a sinistra. Lungi dall'ostentare questa particolarità, egli la nascondeva, considerando che essa avrebbe avuto influenza negativa, nel campo di un suo nuovo impiego. Lo spostamento del cuore fu scoperto alcuni mesi più tardi, quando ci fu da fargli l'anestesia per cavargli un dente. Allora si adattò, controvoglia, a subire una sommaria visita clinica, destinata ad essere oggetto di una breve nota sul "Journal of Anatomy".
L'esposizione dei fatti materiali, con questo, è esaurita.
Possiamo procedere all'esame di ciò che Plattner stesso riferisce in proposito.
Ma ci sia consentito insistere sulla necessità di una netta distinzione tra quanto precede e ciò che seguirà. Ogni cosa sin qui riferita riposa su prove che persino un penalista accetterebbe. I testimoni sono tutti viventi e il lettore, se ne ha tempo e voglia, può mettersi sin da domani in caccia dei ragazzi, affrontare persino il temibile signor Lidgett, fare interrogatori, contraddittori e saltafossi, a suo piacere. Sono disponibili, per consultarli, lo stesso Gottfried Plattner, il suo cuore alla rovescia, le sue tre fotografie. Ch'egli effettivamente scomparve per nove giorni dopo un'esplosione, che in modo quasi altrettanto violento tornò (in circostanze di tal natura, quali che siano state, da seccare moltissimo il signor Lidgett), e che tornò rovesciato come un'immagine rimandata da uno specchio, tutto ciò si può dare per provato. Dall'ultima circostanza, come più sopra ho spiegato, si è quasi costretti a convenire che Plattner, durante quei nove giorni, debba esser rimasto, in una non meglio precisata condizione di vita, completamente fuori dello spazio. Parecchi assassini sono stati impiccati in base a prove molto meno solide di quelle che suffragano tutti questi punti. Invece, nel passare alla particolare versione del signor Gottfried Plattner in merito al luogo in cui fu (una versione piena di spiegazioni confuse e di particolari in contrasto tra loro), abbiamo soltanto la sua parola. Non è mia intenzione screditarla; ma debbo far notare (ciò che invece non fanno troppi scrittori trattando di argomenti metapsichici), debbo far notare che, a questo punto, passiamo, dal campo di fatti praticamente irrefutabili, a quella materia opinabile che ogni uomo pensante ha pieno diritto di accettar per vera o respingere, come meglio crede. Le risultanze di cui sopra la rendono probabile; la difformità da ogni dato fornito dall'esperienza tende a rendere la cosa incredibile.
Preferirei lasciar libero il giudizio del lettore, senza far pendere la bilancia né da una parte né dall'altra, e limitarmi invece a raccontargli semplicemente la storia, come Plattner l'ha raccontata a me.
Posso assicurare che mi fece il racconto in casa mia, a Chislehurst, e che quella sera, appena andò via, recatomi nel mio studio, lo misi per iscritto, tal quale lo ricordavo. In seguito, egli ebbe la cortesia di rivederne una copia dattiloscritta. Perciò l'esattezza sostanziale è fuori discussione.
Egli dichiara che, nell'attimo dell'esplosione, gli si presentò chiaro il pensiero d esser rimasto ucciso. Sentì i suoi piedi che si staccavano da terra, e fu proiettato violentemente all'indietro. E' curioso, e può interessare gli psicologi, il fatto che, durante il volo all'indietro, egli abbia pensato con chiarezza, chiedendosi se avrebbe cozzato contro la cassapanca degli strumenti chimici oppure contro il sostegno della lavagna.
I suoi calcagni toccarono terra, egli barcollò e cadde pesantemente, in posizione seduta, su qualcosa di resistente e soffice. Per un istante rimase stordito dal contraccolpo.
Avvertì subito puzzo di capelli bruciati e gli parve di udire la voce di Lidgett che lo chiamasse. Non stenterete a credere che, per un po', egli abbia avuto in testa una gran confusione.
Dapprima continuò ad avere abbastanza nettamente l'impressione di trovarsi ancora nell'aula. Assistette in modo molto distinto alla sorpresa dei ragazzi ed all'ingresso del signor Lidgett. Su questo punto, è categorico. Se non udì le loro frasi, egli lo attribuisce alla momentanea sordità conseguente all'esplosione.
Intorno a lui gli oggetti apparivano stranamente oscurati, poco visibili, ma la mente gli offrì la spiegazione, ovviamente errata, che l'esplosione avesse provocato una enorme massa di fumo scuro. In quella penombra si muovevano le figure di Lidgett e degli alunni, silenziose e indistinte come fantasmi. Plattner sentiva ancora, in faccia, il pizzicore della vampa dell'esplosione. Si sentiva, egli dice, «tutto sottosopra». I primi pensieri ben definiti furono relativi alla sua immunità personale. Pensò di essere rimasto, forse, cieco e sordo. Si tastò con precauzione la faccia e le membra. Poi la percezione si fece più distinta, e si stupì di non trovarsi intorno i soliti, ben noti banchi e consimili arredi scolastici. Al loro posto, c'erano soltanto forme appena percepibili, incerte, grigie. Poi accadde una cosa che gli fece gettare un grido e riscosse all'istante le sue facoltà intorpidite, gettandole in una frenetica attività. Due dei ragazzi, gesticolando, passarono dritto attraverso di lui, l'un dietro l'altro! Né l'uno né l'altro diedero il minimo segno d'essere consapevoli della sua presenza. Egli ne ricevette un'impressione difficilmente immaginabile. Lo investirono, dice, con forza non maggiore d'un brandello di nebbia.
Dopo di ciò, il primo pensiero di Plattner fu ch'era morto.
Tuttavia, essendo stato allevato senza solidi principi in questioni del genere, rimase alquanto sorpreso di trovarsi ancora il corpo addosso. Ripensandoci, concluse che non era morto, ma che eran morti gli altri: quella esplosione aveva distrutto la Sussexville Proprietary School con tutti gli esseri viventi che conteneva, all'infuori di lui. Ma, anche questo, non risultava troppo convincente. Non gli rimase che osservare, attonito.
C'era su tutto, intorno a lui, una straordinaria oscurità, che all'inizio gli era sembrata, anzi, d'un nero d'ebano. Lassù, in alto, c'era un firmamento nero. L'unica pennellata di luce, in tal quadro, era data da un debole barlume verdastro, che sull'orlo del cielo, in una direzione, poneva in rilievo un orizzonte di colline nere e ondulate. Tale, voglio dire, fu la sua impressione all'inizio. A mano a mano che i suoi occhi si abituarono al buio, egli cominciò a distinguere, nell'oscurità circostante, le differenti gradazioni di una specie di debole tinta verdastra. Su tale sfondo, a quanto parrebbe, i mobili e gli occupanti dell'aula si delineavano vaghi e impalpabili come spettri fosforescenti. Egli protese la mano e la ficcò con forza attraverso la parete dell'aula, accanto al camino.
Dice di avere cercato strenuamente di richiamare l'attenzione, con grida a Lidgett, e tentando di acchiappare i ragazzi nel loro andirivieni. Desistette soltanto all'ingresso della signora Lidgett nell'aula. Come «vice» del direttore della scuola, egli l'aveva naturalmente in antipatia. Dice ch'era sgradevolissima la sensazione d'essere al mondo eppure di non farne parte. Con paragone piuttosto azzeccato, m'ha detto che si sentiva come un gatto che osserva un topo attraverso i vetri di una finestra.
Ogni volta che, con un gesto, cercava di comunicare con lo sbiadito mondo, a lui ben noto, che aveva intorno, trovava una barriera invisibile, incomprensibile, ad impedirglielo.
Rivolse allora la propria attenzione alla parte inanimata dell'ambiente. Si trovò ancora in mano, intatta, la boccetta, contenente il residuo della polvere verde. Se la mise in tasca e cominciò a palpare intorno a sé. Da quanto risultava, era seduto su un macigno ricoperto di muschio vellutato. Non gli riusciva di vedere l'oscura campagna circostante, perché il quadro nebbioso e indistinto dell'aula gliela occultava, ma ebbe l'impressione, forse dovuta al vento freddo, di essere quasi in cima ad un rilievo montuoso e che ai suoi piedi precipitasse ripida una valle. Il barlume verde lungo l'orlo del cielo pareva aumentare d'estensione e d'intensità. Egli si alzò in piedi, sfregandosi gli occhi.
Pare che, dopo alcuni passi giù per il ripido pendio, inciampò e quasi cadde, per cui si sedette di nuovo, su un masso di roccia frastagliata, ad osservare l'alba. Si accorse del silenzio assoluto del mondo circostante. Era altrettanto muto che buio, e benché sul versante del monte soffiasse il vento, il fruscio d'erba e lo stormire di fronde che avrebbero dovuto accompagnarlo mancavano completamente. Attraverso l'udito, quindi, e non per mezzo della vista, poté rendersi conto di trovarsi sul fianco di un monte roccioso e solitario. D'attimo in attimo il verde diveniva più vivido, e al tempo stesso un debole e trasparente color rosso sangue s'infiltrava, senza mitigarli, nel nero del cielo sul suo capo e nella solitudine petrosa circostante. Tenuto conto di quanto poi dirò, sono propenso a credere che quel rosso fosse forse dovuto ad un effetto ottico, dovuto al contrasto. Qualcosa di nero oscillò momentaneamente sullo sfondo del verde-giallo livido, nella parte inferiore del cielo, e allora, dal nero baratro sottostante, si levò gracile e penetrante la voce d'una campana.
Un senso di attesa, opprimente, cresceva con il crescere della luce.
E' probabile che egli trascorresse là seduto un'ora o più, mentre la strana luce verde diventava ad ogni istante più vivida e pian piano si stendeva, con dita fiammeggianti, in su, verso lo zenit. Con il suo crescere, la visione spettrale del nostro mondo scomparve, per effetto relativo oppure di per se stessa.
Entrambe le cose, forse, poiché doveva essere all'incirca l'ora del nostro tramonto. In base a quanto gli riusciva di vedere del nostro mondo, Plattner, con i pochi passi in discesa, era passato attraverso il pavimento dell'aula ed ora pareva trovarsi seduto a mezz'aria nell'aula, più grande, al pianterreno della scuola. Vide distintamente gli alunni del pensionato; però molto più debolmente di quanto non avesse veduto Lidgett. I convittori stavano facendo i compiti, ed egli notò che alcuni imbrogliavano, risolvendo i problemi di geometria per mezzo di un «bigino», pubblicazione di cui, sino a quel momento, egli aveva ignorato l'esistenza. Con il trascorrere del tempo e l'aumentare della luce di quell'alba verde, essi andarono costantemente cancellandosi.
Spingendo lo sguardo, giù, nella valle, egli vide che la luce aveva strisciato molto in basso lungo i fianchi rocciosi, e che il nero profondo del baratro era ora interrotto da un minuscolo barlume verde, simile a quello di una lucciola. E, quasi senza transizione, l'orlo di un immenso corpo astrale, d'un verde fiammeggiante, si levò sulle ondulazioni basaltiche dei monti lontani, e le masse mostruose dei monti intorno a lui si rivelarono, nude e desolate, tutte fatte di luce verde e di ombre profonde, rossastre. Scorse un gran numero di oggetti a forma sferica che si spostavano adagio nell'aria, come le palle di lanuggine del cardo su un altopiano. Di questi, i più vicini a lui erano sul fianco opposto della valle. In basso, la campana squillava sempre più rapida, con una specie di insistenza impaziente, e alcune luci si muovevano di qua e di là. I convittori che facevano i compiti nei banchi erano, adesso, immagini debolissime, quasi invisibili.
Questo cancellarsi del nostro mondo con il levar del sole verde di quell'altro universo costituisce un punto interessante, sul quale Plattner insiste. In quell'Altromondo, si circola con difficoltà, di notte, a causa della vivida presenza visiva delle cose del nostro. Se così è, come risolvere l'indovinello del perché noi, in questo mondo, non cogliamo neanche un barlume dell'Altromondo? Forse lo si deve all'illuminazione che abbiamo qui, più viva, in paragone. Secondo Plattner, il mezzodì dell'Altromondo, nel momento più luminoso, non lo è neanche quanto il nostro con la luna piena; e la sua notte è d'un nero profondo. Perciò, la quantità di luce, anche in una stanza normalmente scura, basta a rendere invisibili le cose dell'Altromondo, in base allo stesso principio per cui una debole fosforescenza è visibile soltanto nel buio più completo.
Dopo avere sentito il suo racconto, ho cercato di vedere un po' l'Altromondo, standomene seduto nello stanzino di sviluppo d'un fotografo, di notte. Ho senz'altro veduto, confusamente, forme di pendii verdastri e di rocce; ma molto, molto confusamente, debbo ammetterlo. Forse il lettore potrà riuscirci meglio di me.
Plattner mi dice di aver veduto e riconosciuto luoghi dell'Altromondo, in sogno, dopo il suo ritorno; ma ciò è dovuto, probabilmente, a immagini rimaste impresse nella sua memoria.
Non sembra affatto impossibile che persone di vista particolarmente acuta possano ogni tanto cogliere un barlume di questo strano Altromondo che ci circonda.
Ad ogni modo, questa è stata una digressione. Appena si alzò il sole verde, venne in vista, giù in valle, sia pure in modo vago e indistinto, una lunga strada fiancheggiata da costruzioni scure, e Plattner, dopo qualche esitazione, prese a scendere faticosamente il pendio dirupato, in quella direzione. Fu una discesa lunga ed estremamente noiosa, non solo perché era straordinariamente a rompicollo, ma perché i macigni, di cui era coperto il declivio, erano smossi. Il fracasso della sua discesa (ogni tanto i suoi tacchi facevano sprizzare scintille dalla roccia) pareva l'unico rumore dell'universo, poiché erano cessati i rintocchi della campana. Nell'avvicinarsi, vide che i vari edifici presentavano una singolare somiglianza con tombe e mausolei e monumenti, tranne il fatto che erano tutti, uniformemente, neri anziché bianchi come sono in gran parte i sepolcri. E poi scorse, fuori dell'edificio più grande, una ressa, molto simile alla folla che si sparpaglia dopo le funzioni all'uscita della chiesa, composta di figure diafane rotonde, verde pallido. Si stava disperdendo in direzioni diverse, per il corso principale di quel luogo, alcune imboccando passaggi laterali e riapparendo sull'erta del monte, altre entrando nell'una o nell'altra delle costruzioni minori allineate lungo la strada.
Nel vedere quegli oggetti che si spostavano verso l'alto, venendo verso di lui, Plattner sostò, fissandoli attonito. Non camminavano, e infatti non avevano gambe o braccia; e avevano l'aspetto di teste umane sotto le quali dondolasse un corpo simile a quello di un girino. Egli era troppo attonito per la loro stranezza, troppo stranito, in realtà, per spaventarsene sul serio. Gli arrivarono incontro, davanti al vento freddo che soffiava in salita, in modo molto simile a bolle di sapone sospinte da una corrente d'aria. E nel guardare la più vicina tra quelle che si stavano accostando, vide ch'era proprio una testa umana, sebbene con occhi eccezionalmente grandi e, in viso, un'espressione di angoscia e tormento quali non aveva mai visto su una fisionomia umana. Rimase sorpreso nell'accorgersi che quella testa non si voltava a guardarlo, sembrando invece tener d'occhio e seguire una cosa in movimento, invisibile.
Rimase sconcertato per un momento, poi gli si presentò l'ipotesi che quell'essere, con gli occhi enormi, doveva stare osservando un avvenimento in corso nel mondo da cui egli veniva proprio allora. Quello si fece vicino, vicinissimo, ma egli, troppo attonito, non gridò; udì, da pochissima distanza, che l'essere produceva un suono fioco e crucciato. Poi quello lo colpì in viso (un contatto lieve, ma gelido) e lo oltrepassò, continuando a salire verso la cima del monte.
Nella mente di Plattner prese posto, in un lampo, la stranissima convinzione che quella testa presentava una forte somiglianza con Lidgett. Poi egli badò alle altre teste, che ora sciamavano in fretta su per il versante. Nessuna lo degnò della minima attenzione. Anzi, una o due giunsero vicinissime al suo capo e quasi seguirono l'esempio della prima, ma egli si scansò con uno scatto convulso. Scorse in molti l'uguale espressione di vano rimpianto che aveva notato nel primo, e li udì emettere gli stessi rumori fiochi e dolenti. Uno o due piangevano, ed uno che rotolava veloce su per l'erta aveva un'espressione di rabbia diabolica. Ma altri erano compassati, e alcuni avevano negli occhi uno sguardo pieno di compiaciuta attenzione. Uno, se non più, era estaticamente felice. Plattner non serba ricordo di avere notato altre somiglianze in quelli ch'egli vide allora.
Plattner rimase ad osservare quelle cose strane che si sparpagliavano su per i monti, forse per qualche ora; soltanto dopo ch'ebbero cessato di uscire dagli edifici neri e ammassati, giù in valle, egli riprese la sua acrobatica discesa. Intorno a lui l'oscurità cresceva, a tal punto che incontrava difficoltà a posare bene il piede. In alto, il cielo era adesso di un verde pallido e luminoso. Egli non provava né fame né sete. In seguito, quando ciò accadde, trovò un torrentello gelido che precipitava verso il centro della gola, e il raro muschio sui macigni risultò mangiabile, quando, per disperazione, l'assaggiò.
Si aggirò, un po' alla cieca, tra le tombe che si estendevano giù per la valle, cercando un indizio chiarificatore di quelle cose strane. Dopo parecchio tempo raggiunse l'ingresso del grande edificio simile a un mausoleo, donde erano venute fuori le teste. Dentro, vide un gruppo di lumi verdi che ardevano su una specie di ara di basalto, e una fune di campana che pendeva nel centro del locale, scendendo dalla sovrastante cella campanaria. Sulle pareti correva, tutt'intorno, un'iscrizione a lettere di fuoco, d'una scrittura a lui ignota. Stava ancora chiedendosi quale scopo avesse tutto ciò, quand'ecco udì echeggiare sulla strada, molto più in giù, il passo di piedi pesanti, che si allontanavano. Uscì di nuovo fuori, nell'oscurità, ma non gli riuscì di vedere niente. Ebbe quasi voglia di attaccarsi alla fune della campana, ma infine decise di seguire quei passi. Ebbe, però, un bel correre a lungo: non riuscì assolutamente a raggiungerli. E le sue grida di richiamo non servirono a nulla. La valle angusta pareva estendersi sino a distanza interminabile. Era scura, in tutta la sua lunghezza, come in una terrena notte stellata, mentre lo spettrale giorno verde stava lungo l'orlo superiore dei suoi dirupi. Delle teste, là in basso, neanche una, adesso. Secondo le apparenze, erano tutte affaccendate sulle pendici superiori. Alzando lo sguardo, egli le vedeva spostarsi di qua e di là, alcune librarsi ferme, altre volare rapide attraverso l'aria. Lo fecero pensare, mi ha detto, a «grossi fiocchi di neve»; senonché, questi, erano neri e verde pallidi.
Seguire i passi decisi e senza deviazioni, ch'egli mai non raggiunse. Brancolare in nuove parti di quel diabolico, sconfinato canalone. Scarpinare su e giù per i monti inclementi.
Vagare tra le vette. Osservare le facce che si spostavano scivolando. Plattner dichiara che trascorse così sette od otto giorni. Dice di non avere tenuto il conto. Anche se un paio di volte si accorse di occhi che lo guardavano, non scambiò parola con anima viva. Dormiva tra le rocce, sul pendio. Giù in valle, nulla di terreno risultava visibile, poiché, dal punto di vista terreno, era molto sottoterra. Sulle altitudini, appena cominciava il giorno terreno, il mondo gli risultava visibile.
Si trovò, talvolta, a inciampare sulle scure rocce verdi, od a fermarsi sull'orlo di un precipizio, mentre, intorno a lui, le frasche verdi dei sentieri campestri di Sussexville oscillavano, oppure era come camminare per le vie di Sussexville o assistere, non visto, a scene private di vita domestica. Scoprì allora che, per quasi ogni essere umano al mondo, ci sono alcune di quelle teste vagolanti: che ognuno, a questo mondo, viene osservato, a tratti, da quelle entità smaterializzate e inoperanti.
Che cosa sono, quegli Osservatori dei vivi? Plattner non poté farsene la minima idea. Ma due, che non tardarono a reperirlo e a seguirlo, somigliavano al suo ricordo d'infanzia del padre e della madre. Ed altri volti, ogni tanto, fermavano lo sguardo su di lui: occhi di persone morte, di persone che lo avevano cullato o ferito o aiutato nell'infanzia e fino alla virilità.
Ogni volta che lo guardavano, uno strano senso di responsabilità coglieva Plattner. Provò a rivolgere la parola a sua madre, ma non ebbe risposta. Ella lo guardava negli occhi: con tristezza, con perseveranza, con tenerezza. Ed anche, pareva, con un po' di rimprovero.
Egli racconta, e basta. Non tenta una spiegazione. Non ci restano che supposizioni, su chi possano essere quegli Osservatori dei vivi. O, se davvero fossero i defunti, potremmo solo chiederci perché mai debbano osservare con tanta vigilanza, con tanta passione, un mondo che hanno lasciato per sempre. Può darsi (e invero, a mio parere, sarebbe giusto) che, quando la nostra vita si conclude, quando non abbiamo più la possibilità di scelta tra bene e male, noi si debba ancora essere testimoni dell'attuarsi di tutto il corso di conseguenze che abbiamo provocato. Se l'anima umana vive dopo la morte, sopravvivono indubbiamente, allora, anche gli interessi umani. Ma questa è soltanto una supposizione mia, in merito alle cose ch'egli vide.
Plattner non ne dà alcuna interpretazione, perché non n'ebbe alcuna. E' bene che il lettore lo sappia chiaramente. Un giorno dopo l'altro, con la testa che gli girava, egli vagò nell'ombra e penombra verde di quel mondo fuor del mondo, stanco e, in ultimo, debole e affamato. Di giorno (voglio dire, durante il nostro giorno terreno), la visione spettrale degli aspetti consueti e ben noti di Sussexville, tutt'intorno a lui, lo angustiava e lo disturbava. Non vedeva dove posava i piedi, ed ogni tanto una di quelle anime in vedetta gli finiva in faccia, con tocco gelido. A sera, invece, la ressa degli Osservatori, la loro angoscia intenta, gli confondevano la mente in modo indescrivibile. Egli si struggeva, nel desiderio di tornare alla vita terrena, così vicina, così remota. La natura ultraterrena di ciò che l'attorniava gli causava un'autentica e angosciosa sofferenza mentale. Ed oltre ogni dire lo angustiavano i suoi seguaci personali. Aveva un bel gridar loro che la smettessero di fissarlo, rimproverarli, allontanarsi in tutta fretta. Quelli continuavano a rimanere muti, attenti. E, per quanto egli corresse, sul suolo accidentato, seguivano le sue vicende.
Il nono giorno, verso sera, Plattner udì a grande distanza, molto in basso nella valle, il rumore dei passi invisibili, che si avvicinavano. Stava allora vagando sull'ampia sommità del monte stesso sul quale era caduto entrando in quel suo strano Altromondo. Si volse, e fece per scendere rapido in valle dirigendosi affannosamente a tentoni, ma lo arrestò la vista di ciò che stava accadendo nella camera di una casa, in una strada secondaria nei pressi della scuola. Conosceva di vista entrambe le persone ch'erano nella camera. La finestra era aperta, le tendine alzate, e il sole al tramonto batteva direttamente dentro, così che l'interno a prima vista risultò luminosissimo, un riquadro di stanza, oblungo, che stava come un'immagine di lanterna magica sullo sfondo del paesaggio nero e della livida alba verde. Oltre al sole, c'era nella camera una candela, da poco accesa.
Sul letto giaceva un uomo emaciato, dal viso orribilmente esangue, spaventoso, sul guanciale spiegazzato. Serrava convulsamente le mani, sollevate più su del capo. Su un tavolino, accanto al letto, erano posate alcune bottigliette di medicinali, un po' di pane abbrustolito, dell'acqua, un bicchiere vuoto. Ogni tanto, le labbra di quell'ombra d'uomo si aprivano, accennando una parola che non poteva pronunciare. Ma la donna non si accorgeva ch'egli chiedesse qualcosa, perché era affaccendata a tirar fuori carte da uno scrittoio all'antica, nell'angolo opposto della camera. Il quadro all'inizio risultava assai vivido; divenne sempre meno netto, sempre più trasparente, in seguito, a mano a mano che gli cresceva, dietro, il chiarore dell'alba verde.
Mentre si avvicinava - si avvicinava sempre - il rumore del passo risonante, di un passo che rimbomba con tanta forza in quell'Altromondo e avanza così silenzioso nel nostro, Plattner si accorse che intorno, uscendo dalle tenebre, si radunava tutta una folla di facce indistinte, a osservare le due persone nella camera. Non aveva mai veduto gli Osservatori dei vivi in così gran numero. Tra loro, una quantità pareva aver occhi solo per il degente, un'altra quantità osservava, con smarrimento infinito, la donna che, con occhio avido, dava la caccia a una cosa che non trovava. Si assiepavano, intorno a Plattner; qualcuno, mettendosi in mezzo, gli toglieva la visuale, oppure gli sfiorava il volto come un leggero schiaffo. Gli echeggiavano, intorno, i loro inutili lamenti di rimpianto.
Riusciva a veder bene solo di quando in quando. Altre volte, invece, quelle immagini tremolavano oscuramente, attraverso il velo di riverbero verde che avvolgeva i loro movimenti. Nella stanza doveva esserci un'immobilità completa, e Plattner dice che dalla fiamma della candela saliva un filo di fumo perfettamente verticale, ma che, alle sue orecchie, ogni passo ed i suoi echi esplodevano con rumore di tuono. E le facce!
Particolarmente due, accanto alla donna: una, anch'essa di donna, canuta e pallida, un volto forse duro, un tempo, ma ora addolcito al tocco di una saggezza estranea alla terra. L'altra poteva essere quella del padre della donna. Entrambe erano evidentemente assorte nella contemplazione di un atto odiosamente meschino che, secondo ogni apparenza, erano ormai impotenti a sconsigliare o a prevenire. Dietro, ve n'erano altre ancora: forse di maestri che avevano dato cattivi insegnamenti, di amici che non avevano avuto influenza efficace. Anche sopra l'uomo: una quantità. Ma nessuna faccia che paresse di genitore o di amico! Facce forse rozze, un tempo, ma ora purgate dal dolore, fino ad assumere forza. E, in prima fila, una faccia di fanciulla, né irata né afflitta da rimorsi, solo paziente e stanca e (così parve a Plattner) in attesa di sollievo. Egli non riesce a trovare parole adeguate a riferire il suo ricordo di quella moltitudine di fisionomie spettrali. Si riunirono a un rintocco di campana. Le vide tutte nello spazio di un secondo.
Sembra che fosse tanto rimescolato dall'agitazione che, del tutto inconsciamente, le sue dita irrequiete tolsero di tasca la boccetta con la polvere verde e la tennero davanti a lui. Però, egli non ne ha memoria.
Di botto, i passi cessarono. Egli aspettava il passo successivo; e, invece, silenzio. Poi, improvviso, tagliando il silenzio inatteso come una lama affilata e sottile, venne il primo rintocco di campana. Allora la folla di facce ondeggiò avanti e indietro, e un più forte compianto si alzò intorno a lui. La donna non udì: adesso stava bruciando qualcosa sulla fiamma della candela. Al secondo rintocco, tutto si oscurò, e un soffio di vento, freddo come il ghiaccio, passò attraverso la schiera di Osservatori. Vorticarono intorno a lui come un mulinello di foglie morte a primavera, e, al terzo rintocco, qualcosa si estese, attraverso di loro, fino al letto. Avrete sentito parlare di un raggio di luce. Quello fu come un raggio di tenebre, e, guardando nuovamente, Plattner vide ch'era un braccio indistinto, con una mano.
Il sole verde stava ora salendo sulla nera desolazione dell'orizzonte, e la visibilità della camera era debolissima.
Plattner poté vedere agitarsi, dibattersi convulsamente la biancheria del letto; e la donna volgere il capo per guardare, spaventata.
La nuvola di Osservatori si innalzò come uno sbuffo di polvere verde sollevata dal vento, e fu spazzata rapidamente in basso, verso il tempio in fondo alla valle. Plattner capì allora, di colpo, che cosa fosse quel braccio nero, proteso da dietro le sue spalle ad artigliare la preda. Non osò girare la testa per guardare l'Ombra ch'era dietro a quel braccio. Con uno sforzo violento, coprendosi gli occhi, si mise a correre, ma, dopo una ventina di passi appena, scivolò su un macigno e cadde. Piombò in avanti, sulle mani, e la boccetta s'infranse ed esplose quand'egli toccò il suolo.
L'attimo dopo si trovava, intontito e sanguinante, seduto a faccia a faccia con Lidgett, nel vecchio orto cintato dal muro, dietro la scuola.
Qui termina il racconto di quanto accadde a Plattner. Ho resistito (con successo, spero) alla tentazione di ricamare su incidenti del genere, più che legittima in uno scrittore di fantasia. Per quanto mi è stato possibile, ho riferito tutto nell'ordine stesso in cui Plattner me lo raccontò. Ho posto ogni cura ad evitare qualsiasi velleità di stile, di effetto, di costruzione. Sarebbe stato facile, per esempio, trasformare la scena del letto di morte in una trama che implicasse Plattner.
Ma, facendo totalmente astrazione dalla dubbia opportunità di falsificare una storia vera assolutamente eccezionale, qualsiasi trito espediente di quel genere sciuperebbe, a mio parere, l'effetto particolare di quel mondo oscuro, lividamente rischiarato di luce verdastra, con i suoi vagolanti Osservatori dei vivi che non possiamo vedere né toccare, e che pure stanno tutt'intorno a noi.
Rimane da aggiungere che effettivamente ci fu un decesso in Vincent Terrace, proprio dietro l'orto della scuola, e, per quanto è stato dato di accertare, nel preciso istante del ritorno di Plattner. Il defunto era un esattore e agente di compagnia di assicurazioni. La vedova, molto più giovane di lui, si è sposata il mese scorso con il signor Whymper, un veterinario di Allbeeding. Poiché la parte di questa storia, qui riferita, era già circolata oralmente a Sussexville, in varie versioni, ella mi ha consentito di fare il suo nome, ma a condizione ch'io rendessi esplicitamente noto che ella smentisce nel modo più energico, in ogni particolare, il racconto di Plattner per quanto riguarda gli ultimi istanti del marito. Non ha affatto bruciato un testamento, dice lei (benché Plattner non l'abbia minimamente accusata di averlo fatto); suo marito aveva fatto testamento una volta sola, subito dopo il loro matrimonio.
Certo, Plattner aveva dato, in merito all'arredamento della stanza, una descrizione curiosamente esatta, per uno che non l'aveva mai visto.
Debbo ancora insistere su un punto, anche a costo di ripetermi fastidiosamente, affinché non possa sembrare ch'io favorisca la credulità e le idee superstiziose. Credo provata l'assenza di Plattner dal mondo per nove giorni. Ma ciò non prova la sua storia. Non è affatto irragionevole ritenere che, anche nello spazio «esterno», siano possibili delle allucinazioni. Almeno questo, il lettore lo abbia ben chiaro in mente.
NOTE.
1. Eusapia Paladino, celeberrima medium italiana del Diciannovesimo secolo; i fenomeni medianici ai quali andava soggetta suscitarono polemiche a non finire anche all'estero.