sotto il bisturi
italian
«E se ci resto sotto?» Tornando a casa, dopo essere stato da Haddon, questo pensiero mi si riaffacciava di continuo. Era, del resto, un interrogativo di natura strettamente personale. Le ansie di un uomo sposato mi erano risparmiate; e, quanto ai miei amici, sapevo che la mia morte sarebbe parsa un guaio a pochi, e soprattutto per la necessità di manifestare cordoglio. Anzi, nel rigirare la cosa in mente, ero sorpreso, forse anche un pochino umiliato, di scoprire quant'erano pochi quelli che eventualmente sarebbero andati più in là di ciò ch'è strettamente richiesto dalle convenienze. Le circostanze mi si presentavano in luce cruda e spoglie d'ogni attrattiva, durante quella camminata, venendo via dalla casa di Haddon, oltre Primrose Hill. C'erano gli amici d'infanzia, ed ora scorgevo che il nostro affetto era una tradizione tenuta in piedi, non senza fatica, dal fatto di ritrovarci ogni tanto. C'erano i rivali e gli alleati della carriera successiva: suppongo d'essermi mostrato freddo o poco espansivo. L'una cosa probabilmente implica l'altra. Può anche darsi che l'attitudine all'amicizia sia una questione d'indole fisica. Nella mia stessa vita, un tempo, mi era capitato di addolorarmi molto per la perdita di un amico; ma quel pomeriggio, rientrando a casa, il lato emotivo della mia immaginazione era addormentato. Non riuscivo né a compiangermi né a sentir dispiacere per gli amici né a immaginare che si sarebbero addolorati per me.
M'interessò questo attutimento delle mie facoltà emotive, che aveva attinenza, indubbiamente, con il ristagno fisiologico. I miei pensieri vagarono nella direzione che ciò mi suggeriva. Già una volta, al tempo dei bollori giovanili, avevo subito un'improvvisa perdita di sangue ed ero stato a un pelo dalla morte. Ora rammentai che affetti e passioni mi avevano abbandonato, quella volta, non lasciandomi quasi niente altro che una rassegnazione tranquilla, un sedimento di autocommiserazione. C'erano volute parecchie settimane, prima che tornassero ad imporsi le ambizioni solite, i legami affettivi, tutta la complessa rete dei rapporti umani. Ero di nuovo esangue, adesso; ero ad alimentazione ridotta, da una settimana o più. E non avevo neanche fame. Mi venne fatto di pensare che il vero significato di quella atonia fosse da ricercarsi in una graduale sottrazione al meccanismo piacere-dolore che guida l'animale uomo. Entro i limiti in cui è possibile dimostrare alcunché, mi risulta provato che, in questo mondo, le emozioni più elevate, le istanze morali, persino le più sottili tenerezze amorose, sono sviluppi dei desideri e timori rudimentali, propri al puro e semplice animale: sono essi a costituire le briglie in cui trotta il libero pensiero dell'uomo. E può ben darsi che, se ci sovrasta l'ombra della morte e la nostra possibilità d'intervento si riduce, svanisca anche questa intricata vegetazione d'impulsi ed equilibri, di simpatie e avversioni, il cui influsso reciproco ispira i nostri atti. E che cosa rimane?
Mi riportò di botto alla realtà un imminente pericolo di collisione con il vassoio di un garzone. Mi accorsi che stavo attraversando il ponte sul canale di Regent's Park, che scorre parallelo a quello del giardino zoologico. Il ragazzo in divisa blu aveva girato la testa per guardare una chiatta nera che avanzava lenta a rimorchio, con l'alzana (1) tirata da un cavallo bianco e scarno. Una governante stava conducendo tre bambini allegrissimi, oltre il ponte, allo zoo. Brillava il verde degli alberi, la primavera piena di speranze non era stata ancora appannata dalla polvere dell'estate; nell'acqua, il cielo si rifletteva chiaro e luminoso, rotto da ondulazioni lunghe, da un brivido di fasce nere, al passaggio della chiatta. C'era il rimescolio della brezza; ma non ne ero rimescolato, come invece lo ero un tempo dalla brezza primaverile.
Questa indifferenza dei sentimenti era forse, di per se stessa, un presagio? Strano a dirsi, riuscivo a ragionare, e a seguire tutto un intrico di spunti, con la lucidità di sempre. O, almeno così mi pareva. Una specie di calma, più che d'indifferenza, si stava impossessando di me. Il presentimento della morte aveva un fondamento qualsiasi? C'era da credervi? Chissà se veramente un uomo prossimo a morire comincia, in modo istintivo, a estrarsi dalle maglie della materia e dei sensi, ancor prima che la mano gelida si stenda su di lui. Mi sentivo stranamente isolato (isolato senza rimpianto) dall'animazione della vita che mi circondava. I bambini che giocano al sole, irrobustendosi, addestrandosi al mestiere di vivere. Il custode del parco che chiacchiera con una bambinaia. Una madre che allatta. La giovane coppia che incontro, e che non ha occhi per altri che per se stessa. Gli alberi, al bordo della strada, con le foglie nuove, che si allargano, supplici, al sole. La vita tra i loro rami...
Di tutto ciò, io avevo fatto parte; ma ormai ne ero quasi fuori.
Percorso un tratto del vialone, mi accorsi ch'ero stanco e trascinavo i piedi. Faceva caldo, quel pomeriggio; spostandomi su un lato, presi posto su una delle seggioline verdi allineate lungo il passeggio. In meno di un minuto, ero assopito e il flusso dei miei pensieri faceva affiorare in sogno un'immagine della resurrezione. In essa, ero ancora seduto là, ma già morto, aggrinzito, spappolato, essiccato, con un occhio (vedevo) becchettato dagli uccelli. «Sveglia!» gridò una voce e, all'istante, la polvere del viale e il terriccio sotto l'erba parvero insorgere. Non avevo mai pensato a Regent's Park come a un cimitero, e invece adesso, attraverso gli alberi, fin dove l'occhio giungeva, scorgevo una piatta distesa di tombe in subbuglio e di pietre sepolcrali che si sollevavano. Non pareva andar liscia; i morti risorgenti, che si arrabattavano per uscire, parevano affascinati, si ferivano nello sforzo, la carne rossa si staccava dalle ossa bianche. «Sveglia!» gridava una voce; ma io ero deciso a non risorgere, se dovevo affrontare quell'orrore. «Sveglia!» Non si voleva saperne di lasciarmi in pace. «Su, si svegli!» disse una voce irata. Un angelo londinese! L'uomo delle seggiole mi scrollava, esigendo il mio penny.
Lo sborsai, intascai lo scontrino, sbadigliai, stiracchiai le gambe e, sentendomi adesso un po' meno intorpidito, mi alzai e ripresi il cammino, verso Langham Place. Tornai prontamente a smarrirmi in un dedalo di mobili pensieri sulla morte.
Nell'attraversare Marylebone Road, là dove questa dà in un largo, all'estremità di Langham Place, scampai di poco alla stanga di una vettura di piazza, e proseguii con il cuore che batteva e una spalla contusa. Mi venne in mente che sarebbe stato un fatto curioso, se, a furia di meditare sulla mia morte di domani, fossi morto oggi.
Ma non vi annoierò più oltre con ciò che provai quel giorno e il successivo. Sapevo, con certezza sempre crescente, che sarei morto sotto l'operazione; credo che, a tratti, non fossi alieno dall'assumere un po' di pose, di fronte a me stesso. A casa trovai tutto preparato, la mia camera sgombrata di ogni oggetto superfluo e drappeggiata di lenzuoli bianchi, una infermiera già installata e già ai ferri corti con la mia governante. Ma entrambe m'imposero di coricarmi presto e, dopo qualche resistenza, obbedii.
Mi destai molto indolente, la mattina, e pur se lessi i giornali e le lettere arrivate con la prima distribuzione non vi presi grande interesse. C'era un cordiale biglietto di Addison, mio vecchio compagno di scuola, che richiamava la mia attenzione su due inesattezze ed un refuso, nel mio ultimo libro; e un altro, di Langridge, che sfogava la sua irritazione nei confronti di Minton. Il resto, eran comunicazioni d'affari. Presi una tazza di tè, e niente altro. Il dolore al fianco pareva irradiarsi con maggiore potenza, e sapevo ch'era dolore (non so se mi spiego) ma non lo trovavo molto doloroso. Durante la notte avevo sofferto d'insonnia, di febbre, di sete; ma il letto del mattino m'era dolce. Avevo sonnecchiato, la notte, su tante cose del passato; la mattina sonnecchiai sul problema dell'immortalità.
Haddon spaccò il minuto, arrivando con una bella valigetta nera; Mowbray sopraggiunse subito dopo. La loro venuta mi diede una certa agitazione. Cominciai a sentire un interesse più personale per i fatti in corso. Haddon spostò il tavolino ottagonale accanto al capezzale e, voltandomi la larga superficie nera della sua schiena, cominciò a vuotare la valigetta. Sentivo tinnire lievemente acciaio su acciaio. Mi resi conto che la mia immaginazione non era poi del tutto inattiva. - Mi farà molto male? - chiesi, con aria distaccata.
- Neanche un po' - rispose Haddon, girando solo la testa. Le daremo il cloroformio. Lei ha un cuore solidissimo. - Mentre parlava, ricevetti una zaffata dell'odore dolciastro e pungente dell'anestetico.
Mi stesero in modo da esporre convenientemente il fianco e, quasi prima che mi rendessi conto di ciò che accadeva, mi somministrarono il cloroformio. Punge le narici, e si ha un senso di soffocazione, al primo momento. Sapevo che sarei morto... E fu l'ultimo pensiero prima di perdere conoscenza; ma di colpo sentii che non ero pronto a morire, come la vaga impressione di avere tralasciato qualcosa. Non sapevo che cosa fosse. Qual era la cosa non fatta? Non mi veniva in mente nulla da fare o da desiderare, nella vita, eppure provavo un'avversione stranissima per la morte. E la sensazione fisica era quella di una penosa oppressione. Naturalmente, i medici ignoravano di stare per uccidermi. Debbo essermi dibattuto. Poi ricaddi immoto e su di me scese un grande silenzio, un silenzio mostruoso, con un buio impenetrabile.
Un intervallo (secondi, minuti) d'incoscienza assoluta dev'esserci stato. Poi, con una lucidità fredda e priva d'emozione, mi resi conto che non ero ancora morto. Ero ancora nel corpo; ma tutta quella molteplicità di emozioni, che dal corpo provengono e si radunano a far da sottofondo alle percezioni, era svanita, lasciandomi libero. No, non libero, poiché qualcosa ancora mi tratteneva a quella povera carne rigida sul letto: mi tratteneva, ma non in modo tanto stretto da impedirmi dí sentirmi fuori, autonomo, tirando per staccarmene.
Non credo che vedessi o udissi; ma avvertivo tutto ciò che accadeva, ed era come vedere e udire. Haddon stava curvo su me; Mowbray era alle mie spalle; il bisturi, un grande bisturi, mi tagliava la carne sotto l'ultima costola. Provai interesse, nel vedermi tagliare come un pezzo di formaggio senza fitte e nemmeno revulsione: un interesse paragonabile a quello per una partita a scacchi giocata tra due sconosciuti. Haddon aveva volto deciso e mano ferma; ma con sorpresa mi accorsi (e come me ne accorsi non so) che nutriva seri dubbi sul proprio giudizio in merito alla condotta dell'operazione.
Seguivo anche i pensieri di Mowbray. Stava pensando che Haddon si compiaceva del suo stile di specialista. In un puntolino luminoso della sua coscienza le associazioni d'idee affioravano e scoppiavano l'una dopo l'altra come bollicine nel corso delle sue meditazioni, schiumanti di bile. Era d'indole invidiosa, incline a denigrare; ma non poteva fare a meno di notare e ammirare la rapida maestria di Haddon. Vidi il mio fegato a nudo. Provavo una perplessa meraviglia per le mie condizioni.
Non credevo d'essere morto; però, in certo qual modo, ero diverso che da vivo. Era scomparso il grigiore della depressione che da un anno o più gravava su di me, tingendo tutti i miei pensieri e le mie percezioni. Non vi era tinta alcuna, adesso, né nei pensieri né nelle percezioni. Mi chiesi se, sotto il cloroformio, tutti percepiscono le cose a quel modo, e poi le scordano. Sarebbe infatti un bel guaio veder chiaro in certi cervelli e non dimenticarsene.
Anche non ritenendo d'essere morto, continuavo a sapere lucidamente di dover morire quanto prima. Ciò riportò la mia attenzione ai gesti di Haddon. Vidi, nella sua mente, il timore di recidere un ramo della vena aorta. I curiosi cambiamenti d'indirizzo delle sue intenzioni mi distrassero dai particolari.
Il suo intelletto era come un piccolo raggio di luce tremolante rimandato dallo specchietto del galvanometro. Perciò i suoi pensieri scorrevano, sotto quel raggio, ora illuminati in pieno, netti e vividi, ora in penombra, ai margini. In quel preciso istante il piccolo lume era saldo; ma il minimo movimento di Mowbray, il minimo rumore dall'esterno, persino una indifferenza impercettibile nel moto lento della carne viva che stava tagliando, facevano tremolare e roteare il punto di luce. Una nuova impressione sensoria affiorò rapida attraverso il flutto di pensieri... ed ecco! Il punto chiaro guizzò via in quella direzione, più rapido di un pesce spaventato. Era stupefacente l'idea che tutti i complessi atti di costui dipendessero da quella cosa instabile e agitata, ai cui movimenti era quindi sospesa, nei prossimi cinque minuti, la mia vita. Egli stava innervosendosi sempre più, nella sua opera: come se l'immagine minuscola di una vena recisa volesse bandire dal suo cervello un'altra immagine, quella di un taglio insufficiente. Era impaurito, e il suo timore di tagliare troppo poco lottava con il timore di tagliar troppo.
All improvviso, come uno sgorgo d'acqua di sotto alle porte di una chiusa, la piena violenta di una constatazione orribile fece vorticare tutti i suoi pensieri, e al tempo stesso mi accorsi che la vena era toccata. Egli balzò indietro con una rauca esclamazione, ed io vidi il sangue rosso bruno radunarsi in una rapida perla e gocciolare. Egli era inorridito. Buttò il bisturi macchiato di sangue sul tavolino ottagonale, ed inaspettatamente entrambi i dottori si gettarono su di me, facendo frettolosi e malaccorti tentativi di por rimedio al disastro. - Ghiaccio! disse Mowbray, con voce strozzata. Ma sapevo di essere stato ucciso, anche se il corpo mi stava ancora attaccato.
Non mi dilungherò a descrivere i loro tardivi sforzi per salvarmi, benché li abbia avvertiti in ogni dettaglio. Percepivo in modo acuto e rapido, come mai in vita mia; i pensieri mi passavano per la mente a velocità incredibile, ma perfettamente distinti. Posso paragonarne la lucida ressa solo all'effetto di una dose moderata di oppio. Tra un momento, tutto sarebbe finito, ed io sarei stato libero. Sapevo di essere immortale; ma ciò che sarebbe accaduto, non lo sapevo. Stavo per scivolar via, come una nuvoletta di fumo dalla canna di un fucile, entrando in un corpo quasi immateriale, versione attenuata del mio io materiale? Stavo per ritrovarmi, a un tratto, nella schiera innumerevole dei defunti, per scoprire che il mondo circostante era quella fantasmagoria ch'era sempre sembrato? Stavo per capitare nel bel mezzo di una seduta spiritica, a fare stolti e incomprensibili tentativi d'influenzare un medium di vista corta? Ero in uno stato di curiosità fredda, di attesa neutra. E poi mi resi conto di subire una crescente tensione, l'impressione che una immensa calamita umana mi tirasse in su, fuor del corpo. La tensione aumentava, aumentava. Sembravo un atomo conteso da forze mostruose. Per un attimo, breve e terribile, riebbi la capacità di sentire. L'impressione di caduta vertiginosa che si ha negli incubi, ma mille volte più intensa, quell'impressione, assieme a un nero orrore, passò impetuosa come un torrente attraverso i miei pensieri. Poi i due dottori, il corpo nudo dal fianco aperto, la cameretta, si allontanarono a precipizio sotto di me e svanirono come un brandello di spuma svanisce in un vortice.
Ero sospeso in aria. Molto più giù, c'era il West End di Londra, che si allontanava rapido (poiché dovevo stare volando velocemente in su); e nell'allontanarsi si spostava ad est, come una veduta mobile. Scorgevo, attraverso la lieve foschia del fumo, i tetti innumerevoli incastonati di camini, gli angusti passaggi delle vie punteggiate di gente e mezzi di trasporto, le piccole aperture delle piazze, e le guglie delle chiese simili a spine sporgenti dal tessuto. Ma tutto ciò girò via, con la rotazione della terra sul suo asse, e in pochi secondi (o almeno così parve) fui sopra agli sparsi nuclei abitati dalle parti di Earling, con il piccolo Tamigi ch'era un filo azzurro a sud, mentre le Chiltern Hills e le North Downs si sollevavano come l'orlo di una bacinella, lontane, velate di foschia. E, dapprima, io non riuscii a farmi la minima idea del significato di quel vertiginoso volo verso l'alto.
Il cerchio del paesaggio, sotto di me, si allargava da un istante all'altro, e i particolari di città e campi, monti e valli, diventavano sempre più nebulosi, pallidi, indistinti; un grigio luminoso si mescolava sempre più al colore azzurrino dei monti e al verde dei prati; e una piccola chiazza di nubi, basse, laggiù a occidente, era di un bianco sempre più abbagliante. In alto, a mano a mano che il velo dell'atmosfera tra me e lo spazio si assottigliava, il cielo, che all'inizio era di un bel celeste primaverile, assumeva un colore più cupo e denso, passando per gradi e senza interruzioni attraverso tutte le sfumature intermedie, e in breve fu scuro come il turchino del cielo di mezzanotte e poi nero come il cielo stellato di una notte di gelo, e infine più nero di qualsiasi nero ch'io avessi mai veduto. Nel cielo comparvero le stelle, prima una, poi molte, infine miriadi: quante nessuno ne vide mai dalla faccia della terra. L'azzurro del cielo, infatti, è luce solare, attraverso la quale le stelle filtrano e si espandono alla cieca: anche nei più scuri cieli invernali vi è luce diffusa e di giorno c'impedisce di vedere le stelle a causa dell'abbagliante irradiazione solare. Ma io ora vedevo le cose (non so come: certo non con occhi mortali), e il difetto visuale, per cui si è abbagliati, non mi accecava più. Il sole era stranissimo, stupefacente, incredibile. Il suo corpo era un disco incandescente di luce bianca: non gialla quale appare a chi vive sulla terra, ma proprio di un bianco livido, striato di rosso e orlato di una frangia di lingue di fuoco, rosse, contorte. E, allargate su metà del cielo, da entrambi i lati del sole, c'erano due ali d'un bianco argenteo, più brillanti della Via Lattea, che lo facevano somigliare ad uno di quei globi alati che ho veduto nella scultura egizia, più che a qualsiasi altra cosa terrestre ch'io riuscissi a ricordare. Seppi che si trattava della corona solare, anche se non ne avevo mai visto altro che una illustrazione, ai tempi della mia esistenza precedente.
Nel riportare la mia attenzione sulla terra, vidi ch'era precipitata lontanissima da me. Da un pezzo non distinguevo più le città dalle campagne, e tutta la varietà di tinte si confondeva nell'uniformità di un grigio luminoso, interrotto solo dal bianco brillante delle nuvole sparse in soffici masse sopra l'Irlanda e l'Inghilterra occidentale. Infatti, ora scorgevo il profilo della Francia settentrionale, l'Irlanda, e tutta quest'isola di Gran Bretagna, salvo quella parte, a nord, in cui la Scozia passava oltre l'orizzonte, o le parti in cui le coste erano nascoste o velate dalle nubi. Il mare era d'un grigio smorto, più scuro della terra, e l'intero panorama roteava adagio ad est.
Tutto ciò accadde a tale velocità, che badai a me stesso quando già ero a mille e più chilometri da terra, e allora seppi di non avere braccia né gambe né membra né organi; e di non provare né inquietudine né dolore. Mi accorgevo che il vuoto circostante (m'ero già lasciata dietro l'aria) era freddo, più che l'uomo non possa figurarsi; ma ciò non mi dava pensiero. I raggi del sole perforavano il vuoto, impotenti a dar luce o calore se non urtando materia sul loro passaggio. Io vedevo le cose con un sereno distacco, quasi fossi Dio. E, laggiù in basso, fuggendo da me a una velocità d'innumerevoli chilometri al secondo, là dove un piccolo punto appena più scuro sul grigio segnava Londra, due dottori stavano lottando per richiamare in vita la povera spoglia, logora e tagliuzzata, che avevo abbandonato.
Sentivo in quel momento un senso di liberazione, e una serenità, che non posso paragonare a nessun piacere mortale ch'io abbia mai provato.
Solo dopo avere avvertito tutto ciò, mi si presentò la spiegazione di quel vertiginoso volo. Eppure era una spiegazione cosi semplice ed ovvia, che mi stupii di non avere previsto ciò che mi accadeva. Era stata tagliata, all'improvviso, la cima che mi univa alla materia; la parte materiale di me stesso era tutta là, sulla terra, e se ne andava via, roteando nello spazio, vincolata alla terra dalla gravitazione, partecipando alla forza d'inerzia terrestre, seguendo la terra nella sua corona di epicicli intorno al sole, e muovendosi con il sole ed i pianeti nella loro gran marcia attraverso lo spazio. Ma l'immateriale non conosce inerzia, non subisce minimamente le forze d'attrazione reciproca della materia: e, dove si separa dalla sua veste di carne, là rimane, immobile nello spazio, per quanto possa ancora interessarlo il concetto di spazio. Non io lasciavo la terra: la terra lasciava me. E non essa soltanto. L'intero sistema solare defluiva via. E intorno a me, nello spazio, rimanendomi invisibili, sparpagliate nella scia della terra in viaggio, dovevano esserci delle anime. Una moltitudine di anime spogliate, come me, del materiale, e, come me, spogliate d'ogni passione individuale e delle generose emozioni dell'animale socievole: nude intelligenze, neonate meraviglie del pensiero, stupefatte per la subitanea liberazione subita!
Mentre mi allontanavo nei cieli neri, sempre più rapidamente, dallo strano sole bianco e dalla terra larga e lucente sulla quale era cominciata la mia esistenza, sembrai ampliarmi, in modo inconcepibile: sembrai diventare immenso, rispetto al mondo che avevo lasciato, immenso, rispetto ai momenti e alle fasi di una vita umana. Vidi ben presto l'intera circonferenza della terra, un po' gibbosa come la luna quand'è quasi piena, e molto grande; e nella luce meridiana c'era adesso la sagoma argentea dell'America, là dove si scaldava al sole (appena qualche minuto prima, pareva) la piccola Inghilterra. All'inizio la terra era infatti grande e lucente nel cielo, riempiendone la maggior parte; ma di momento in momento decresceva, si allontanava.
Mentre si rattrappiva, venne in vista, oltre l'orlo del disco, la rotondità della luna all'ultimo quarto. Cercai le costellazioni. Soltanto la parte dell'Ariete che stava dietro al sole e il Leone, coperto dalla terra, risultavano nascosti.
Riconobbi la fascia tortuosa e sbrindellata della Via Lattea, con Vega luminosissima, tra la terra e il sole; Sirio e Orione brillavano, splendidi, sullo sfondo del cielo di un nero insondabile, nel settore opposto del cielo. La Stella Polare era sul mio capo e l'Orsa Maggiore sovrastava il meridiano terrestre. E lontani, sotto ed oltre la splendente corona del sole, c'erano strani raggruppamenti di stelle, che in vita non avevo mai visti: in particolare, un gruppo a forma d'impugnatura di spada ch'era, come sapevo, la Croce del Sud. Tutte queste stelle non erano di dimensione maggiore di quando brillavano sulla terra; però le piccole stelle che si vedono appena brillavano adesso, inserite nel vuoto nero, con la stessa luminosità che conosciamo in quelle dl prima grandezza, mentre gli astri più grandi formavano punti d'uno splendore e di una colorazione indescrivibili. Aldebaran era una macchia di fuoco rosso sangue, e Sirio condensava in un punto unico la luce di un mondo di zaffiri. E non avevano tremolio, non scintillavano: brillavano di luce continua, con calmo splendore. Le impressioni che ricevevo erano di una durezza e lucidità adamantine: non esisteva alcun morbido velo, non esisteva atmosfera; solo l'infinito sfondo nero con le miriadi di quei punti e granelli di luce, brillanti e penetranti. Già la piccola terra, quando guardai di nuovo, non appariva più grande del sole, e si restringeva, girando, così che, mentre guardavo (nello spazio di un secondo, mi parve), si dimezzò, e proseguì allo stesso modo, decrescendo. Lontano, dalla direzione opposta, c'era una capocchia di spillo di luce rossa, dal brillio fermo, ch'era il pianeta Marte. Galleggiavo immoto nel vuoto, e, senza traccia di terrore o di stupore, guardavo sprofondare lontano da me quel granellino di polvere cosmica che chiamiamo «il mondo».
Quasi subito mi venne il pensiero ch'era mutato il mio sentimento del tempo, e che la mia mente si moveva, non già più rapida, ma infinitamente più lenta: che tra ogni singola impressione trascorreva un periodo di vari giorni. Mentre notavo questo fatto, la luna fece tutto un giro della terra; ed avvertii anche, chiaramente, il moto di Marte nella sua orbita.
Pareva inoltre che l'intervallo tra un pensiero e l'altro non facesse che aumentare, finché, per ultimo, un millennio fu solo un attimo, nella mia percezione.
Le costellazioni, che prima parevano brillare immobili sullo sfondo nero dello spazio sterminato, già mi davano l'impressione che il gruppo di stelle intorno a Ercole e allo Scorpione si stesse contraendo, mentre Orione, Aldebaran e gli astri circostanti sembravano sparpagliarsi. Lampeggiando all'improvviso fuor delle tenebre, giunse una moltitudine volante di particelle di roccia, scintillando come corpuscoli in un raggio di sole, e avvolte in una nebbiolina debolmente luminosa. Vorticarono, tutto intorno a me, e in un batter d'occhio sparirono lontano, più oltre. Allora vidi che, un po' spostato di lato rispetto alla mia rotta, un punto di vivida luce stava ingrandendo rapidamente, e capii ch'era il pianeta Saturno, in arrivo a tutta velocità dalla mia parte. Aumentava di dimensioni, ingoiando il cielo retrostante e nascondendo ad ogni istante una nuova moltitudine di stelle. Ne scorsi la massa appiattita, roteante, i cerchi simili a un disco, e sette dei suoi piccoli satelliti. Cresceva, cresceva, fino a incombere, enorme, su di me; e allora fui tuffato in una fiumana di pietre che cozzavano, di pulviscolo danzante, di gas turbinanti, e per un attimo scorsi su di me, come tre archi concentrici di chiar di luna, la triplice, possente cintura che gettava un'ombra nera sul sottostante e ribollente tumulto. Queste cose accaddero in un decimo del tempo che occorre a raccontarle. Il pianeta passò come un lampo; per alcuni secondi oscurò il sole, divenendo istantaneamente, di contro alla luce, una semplice macchia nera e alata, che andava restringendosi. La terra, mia materna argilla, non la vedevo più.
In questo modo, con maestosa velocità, nel silenzio più profondo il sistema solare si staccò da me, come quando ci si spoglia di un vestito. E il sole, assieme al suo mulinello di macchioline planetarie, non fu altro, infine, che un astro fra gli astri, perso tra la confusa lucentezza della luminosità più lontana.
Non ero più inquilino del sistema solare. Ero passato al cosmo: pareva ch'io potessi afferrare e assimilare il senso del mondo della materia, tutto intero. Sempre più rapide le stelle si addensavano come una luminosa foschia nel punto da cui Vega e Antares erano svanite, finché quel tratto di cielo apparve una massa vorticante di nebulose, mentre dinanzi a me si spalancavano sempre più vaste profondità nere ove brillava un numero sempre più ridotto di stelle. Parevo andare verso un punto, tra la cintura e la spada di Orione, e il vuoto di quel tratto si espandeva d'attimo in attimo, incredibile abisso di un nulla in cui stavo precipitando L'universo fuggiva, accelerando, accelerando, diventava un turbine ii corpuscoli in viaggio verso il vuoto. Stelle che, nell'avvicinarsi, crescevano di luminosità, assieme alla giostra dei loro pianeti dalla spettrale luce riflessa, sfolgoravano infine e tosto svanivano come inesistenti; deboli comete, grappoli di aeroliti, briciole ammiccanti di materia, vortici di puntini luminosi, guizzavano via, alcuni a oltre cento milioni di chilometri, qualche altro più vicino, sfrecciando a una velocità inimmaginabile, come istantanei dardi di fuoco, attraverso quella notte nera ed enorme. Era, più che altro, come un turbine di polvere, di luminosità solare. Lo spazio senza stelle, l'aldilà vuoto in cui ero risucchiato, si allargava, si estendeva, si approfondiva.
Infine, un quarto del cielo fu nero e vuoto, e l'intera frenetica corsa dell'universo stellare si assembrò dietro di me, come potrebbe richiudersi un velario di luce. Si allontanava da me come un mostruoso fuoco fatuo sospinto dal vento. Ero uscito fuori, nel deserto dello spazio. Il nero vuoto andò espandendosi, finché le schiere delle stelle parvero solo uno sciame di particelle fiammeggianti fuggenti via da me, inconcepibilmente remote; e la tenebra, il niente e l'assenza, furono intorno a me da ogni lato. Ben presto, il piccolo universo della materia, la gabbia di puntolini in cui avevo cominciato ad esistere, si ridusse a un disco rotante provvisto di un luminoso scintillio, a un unico minuscolo disco di luce nebulosa. Fra poco si sarebbe ridotto a un semplice punto, per scomparire, infine, completamente.
Improvvisamente, mi ritornò la capacità di sentire, sotto forma di un terrore irresistibile: un tale spavento di quella tenebrosa vastità, che mancano le parole per descriverlo. Era una furibonda resurrezione del senso di solidarietà, del desiderio di socievolezza. Intorno, nelle tenebre, c'erano altre anime, invisibili per me, com'io per loro? Oppure ero davvero solo, come mi sentivo? Ch'io avessi cessato di esistere passando a una condizione che non era neanche il non esistere?
L'involucro del corpo, l'involucro della materia, mi era stato strappato, con le illusioni della compagnia e della sicurezza.
Tutto era nero e muto. Avevo cessato di essere. Ero nulla. Non c'era niente, salvo quell'infinitesimale macchiolina di luce che rimpiccioliva nel baratro. Mi sforzai disperatamente di vedere e sentire, e per un certo tempo non ci fu altro se non l'infinito silenzio, l'intollerabile tenebra, l'orrore, la disperazione.
Poi scorsi che, intorno al punto di luce in cui era affondato l'intero mondo della materia, c'era una debole irradiazione. E, in una fascia da ambo i lati di quella, la tenebra non era assoluta. La fissai per secoli, o così mi parve. E, con la lunga attesa, la foschia divenne impercettibilmente più distinta. Poi, intorno alla fascia, apparve una nube irregolare, d'un bruno appena accennato. Provavo una furiosa impazienza, ma le cose si rischiaravano con tanta lentezza che non sembravano quasi mutare. Che cosa si stava rivelando? Che cosa significava quella strana alba rossastra nella notte interminabile dello spazio?
La forma della nube era grottesca. Lungo il bordo inferiore pareva essere a volute. che formavano quattro masse sporgenti e, sopra, terminava in una linea retta. Qual fantasma era, quello?
Ero certo di avere già veduto quella figura; ma non riuscivo a rammentare né dove né quando. Poi la rivelazione mi si avventò addosso. Era una mano chiusa. Io ero solo nello spazio, solo con la sua mano enorme e indistinta sulla quale l'intero universo della materia riposa come un insignificante granello di polvere.
Mi parve di starla a guardare per immensi periodi di tempo.
All'indice le brillava un anello, e l'universo dal quale provenivo era soltanto un punto luminoso sulla curva dell'anello. E la cosa che la mano impugnava aveva somiglianza con una sbarra nera. Per una lunga eternità fissai questa mano, con l'anello e la sbarra, stupito e impaurito, nell'inerme attesa di ciò che sarebbe seguito. Mi pareva che nulla dovesse seguire: ch'io dovessi rimanere a fissare per sempre, vedendo solo la mano e ciò ch'essa reggeva, senza capirne il significato. Forse l'intero universo non era che un corpuscolo pieno di rifrazioni, su un essere più grande? Forse i nostri mondi non erano che gli atomi di un altro universo di mondi, che a sua volta lo era di un altro e così via, in progressione senza fine? Ed io, che cosa ero? Veramente immateriale? Una vaga convinzione della presenza di un corpo intorno a me intervenne nel mio stato d'animo sospeso. La tenebra abissale intorno alla mano si riempiva di impalpabili suggerimenti, di forme incerte, fluttuanti.
Venne un suono, simile a un rintocco di campana: debole, come da distanze infinite, e attutito, come se giungesse attraverso spesse bende di tenebra... Una risonanza profonda, vibrante, con vasti golfi di silenzio tra ogni rintocco. E la mano pareva irrigidirsi sulla sbarra. E vedevo, in alto, sopra la mano, verso l'apice delle tenebre, un cerchio di oscura fosforescenza, una sfera spettrale dalla quale provenivano, a singulti, quei suoni; e all'ultimo rintocco la mano svanì, perché era venuta l'ora, ed io udii rumore d'acqua. Ma la sbarra nera rimaneva, come una grande fascia attraverso il cielo. Poi una voce, che pareva raggiungere le parti più remote dello spazio, parlò, dicendo: - Non ci sarà più dolore.
Allora una felicità, una radiosità quasi intollerabili s'impadronirono di me, e vidi il cerchio brillare bianco e vivido, e la sbarra nera e lucente, e molte altre cose ancora, distinte e nette. E il cerchio era il quadrante dell'orologio, la sbarra era la ringhiera del letto. Ai piedi di questo stava ritto Haddon, contro la ringhiera, con un paio di forbicine tra le dita; e le sfere del mio orologio, sul caminetto, erano riunite insieme segnando le dodici. Mowbray lavava qualcosa in un catino, sul tavolino ottagonale, ed io provavo al fianco una sensazione blanda che non poteva proprio chiamarsi dolore.
L'operazione non mi aveva ucciso. E mi accorsi improvvisamente che la grigia malinconia, durata per la metà di un anno, se ne era andata dal mio animo.
NOTE.
1. Anche alzaia: cavo per il rimorchio di natanti, dalle sponde, su fiumi e canali.