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Stories / Poems

Stories by herbert george wells

un vetrino sotto il microscopio

italian

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Fuori delle finestre del laboratorio c'era una nebbia grigia slavata, e dentro un chiuso tepore e la luce gialla delle lampade a gas schermate di verde che stavano, due per tavola, allineate nel senso della lunghezza. Su ogni tavola c'era una coppia di vasi di vetro che contenevano i resti mutilati dei gamberi, molluschi, rane e porcellini d'India su cui gli studenti avevano lavorato, e lungo la parete della stanza, di fronte alle finestre, c'erano gli scaffali che reggevano sbiancate dissezioni sotto alcool, sormontati da una fila di disegni anatomici, mirabilmente eseguiti, in cornici di legno bianco e appesi sopra una fila di armadietti cubici. Tutte le porte del laboratorio erano rivestite di assi nere, e su queste c'erano i diagrammi semicancellati del lavoro del giorno precedente. Il laboratorio era vuoto, se si eccettua l'assistente seduto in silenzio accanto alla porta della stanza di preparazione, e se si eccettua un basso, continuo mormorio, e lo scatto del microtomo a bilanciere cui stava lavorando. Ma, sparse per la stanza, c'erano tracce di numerosi studenti: borse, lucide scatole di strumenti, in un posto un grande disegno coperto di giornali, e in un altro una copia ben rilegata di "News from Nowhere", libro che stonava particolarmente con le cose attorno. Questi oggetti erano stati depositati in fretta quando gli studenti erano arrivati ed erano subito corsi per assicurarsi il posto nell'adiacente aula di lezione. Attutiti dalla porta chiusa, i cadenzati accenti del professore risonavano come un mormorio uniforme.
Dopo un po', sommesso attraverso le finestre chiuse, giunse il suono dell'orologio dell'oratorio che batteva le undici. Il ticchettio del microtomo cessò, l'assistente guardò il suo orologio, si alzò, si ficcò le mani in tasca, e camminò adagio lungo il laboratorio verso la porta dell'aula di lezione. Per un momento rimase in ascolto, poi il suo sguardo cadde sul piccolo volume di William Morris. Lo sollevò, guardò il titolo, sorrise, lo aprì, diede un'occhiata al nome sulla prima pagina bianca, fece scorrere le pagine con la mano, e lo depose. Quasi immediatamente, il monotono mormorio del professore cessò, ci fu un improvviso rumore di matite che risonavano sui banchi dell'aula di lezione, un movimento, uno strofinio di piedi, e molte voci che parlavano insieme. Poi un passo deciso si avvicinò alla porta, che cominciò ad aprirsi e rimase socchiusa per il fatto che qualche domanda udita indistintamente fece fermare il nuovo venuto.
L'assistente si voltò, camminò adagio tornando oltre il microtomo, e lasciò il laboratorio attraverso la porta della stanza di preparazione. Nel contempo prima uno, e poi numerosi studenti muniti di blocchetti per appunti entrarono nel laboratorio dall'aula di lezione, e si distribuirono tra i piccoli tavolini o rimasero in gruppi vicino alla soglia. Erano un insieme eccezionalmente eterogeneo: infatti, mentre Oxford e Cambridge provano ancora ripugnanza alla vergognosa prospettiva di classi miste, il College of Science aveva già anticipato l'America anni fa. Miste anche socialmente, perché il prestigio del College è alto, e le sue borse di studio, sciolte da ogni vincolo d'età, scavano più a fondo persino di quanto non facciano le università scozzesi. Componevano la classe ventuno studenti; alcuni rimasero in aula a fare alcune domande al professore, a copiare i diagrammi dalla lavagna prima che venissero cancellati, o a esaminare gli speciali esemplari che egli aveva portato per illustrare la lezione di quel giorno. Dei nove che erano entrati nel laboratorio, tre erano ragazze, delle quali una, una donna piccola e bionda che portava occhiali ed era vestita di verde grigiastro guardava fuori della finestra nella nebbia, mentre le altre due, entrambe dall'aspetto sano, con la scialba espressione delle studentesse, srotolarono e si infilarono i grembiuli di lino greggio che portavano quando sezionavano. Degli uomini, due andarono nel laboratorio ai loro posti; uno era un uomo pallido, dalla barba nera, che prima aveva fatto il sarto e l'altro, un rubicondo giovanotto di vent'anni dai lineamenti regolari che indossava un abito marrone che gli stava bene, era il giovane Wedderburn, figlio di Wedderburn lo specialista degli occhi. Gli altri formavano un piccolo gruppo vicino alla porta dell'aula. Uno di questi, un nano un po' gobbo e con gli occhiali, sedeva su uno sgabello di legno curvato; altri due, un giovanotto bruno e piccolo e un giovane dai capelli biondi e la carnagione rossiccia, stavano appoggiati a fianco a fianco contro il lavandino d'ardesia, mentre il quarto stava di fronte a loro, e sosteneva il peso maggiore della conversazione.
L'ultimo si chiamava Hill. Era un ragazzo di costituzione robusta, della stessa età di Wedderburn; aveva un volto bianco, occhi grigio scuri, capelli di un colore indefinito, e lineamenti irregolari, prominenti. Parlava molto più forte del necessario e teneva le mani in tasca. Il suo colletto era sfilacciato e azzurro per l'amido di una lavandaia sbadata, gli abiti erano evidentemente comprati fatti, e sul fianco di uno stivale, vicino all'alluce, c'era una toppa. Mentre parlava o ascoltava gli altri, dava ogni tanto delle occhiate alla porta dell'aula di lezione. Stavano discutendo la deprimente perorazione della lezione che avevano appena ascoltata, l'ultima lezione contenuta nel corso introduttivo di zoologia. «Da ovulo a ovulo è la meta dei vertebrati superiori» aveva detto il professore nel suo tono melanconico, e aveva così completato lo schizzo di anatomia comparata che aveva sviluppato. Il gobbo dagli occhiali aveva ripetuto la frase con rumoroso apprezzamento, l'aveva indirizzata allo studente dai capelli biondi con evidente intento provocatorio, e aveva dato inizio ad una di quelle vaghe e innocenti discussioni su problemi generali, così care allo spirito studentesco in tutti i paesi del mondo.
- Questa è la nostra meta, forse, lo ammetto, fin dove arriva la scienza - disse lo studente dai capelli biondi, alzandosi in risposta alla sfida; - ci sono delle cose al di sopra della scienza.
- La scienza - ribatté Hill con sicurezza, - è conoscenza sistematica. Le idee che non entrano nel sistema devono - in ogni caso essere idee vaghe. - Non fu del tutto certo se il suo fosse un discorso intelligente o una sciocchezza, fino a che quelli che lo ascoltavano non lo presero sul serio.
- Ciò che non riesco a capire - disse il gobbo, - è se Hill sia o non sia un materialista.
- C'è una cosa al di sopra della materia - rispose prontamente Hill, con la sensazione di fare questa volta un'affermazione migliore, e consapevole, anche, di qualcuno sulla porta alle sue spalle, e alzando un poco la voce perché quella persona lo udisse, - e cioè, l'illusione che al di sopra della materia ci sia qualcosa.
- Così finalmente abbiamo il nostro vangelo - disse lo studente biondo. - E' tutta un'illusione, vero? Tutte le nostre aspirazioni a condurre una vita migliore di quella dei cani, tutto il nostro lavoro per qualcosa di là da noi. Ma guarda come sei incoerente. Il tuo socialismo, per esempio. Perché ti preoccupi degli interessi della specie? Perché ti preoccupi del mendicante nella strada? Perché ti dai da fare per prestare quel libro - indicò William Morris con un movimento del capo, - a tutti nel laboratorio?
- Una ragazza - disse il gobbo indistintamente, e guardò furtivo sopra la spalla.
La ragazza in marrone, con gli occhi bruni, era entrata nel laboratorio, e stava sull'altro lato della tavola dietro di lui, con il grembiule arrotolato in mano, guardando sopra la spalla e ascoltando la discussione. Non notò il gobbo, perché osservava Hill e il suo interlocutore. Il fatto che Hill fosse consapevole della sua presenza le fu rivelato dal suo deliberato ignorare la cosa; ma ella lo capì, e questo le fece piacere. - Non vedo la ragione - disse, - per cui un uomo dovrebbe vivere come un bruto perché non conosce nulla di là dalla materia, e non si aspetta di vivere altri cento anni.
- Perché non dovrebbe? - chiese lo studente biondo.
- Perché DOVREBBE? - disse Hill.
- Quale incentivo ha?
- Voi religiosi vi comportate tutti così. E' sempre una questione di incentivi. Un uomo non può cercare la giustizia per amore di giustizia?
Ci fu una pausa. L'uomo biondo rispose, in modo un po' verboso, per guadagnare tempo: - Ma vedi, l'incentivo, e quando dico incentivo... - E allora il gobbo intervenne in suo aiuto e fece una domanda. Era un individuo terribile nei dibattiti, ed essi invariabilmente assumevano una sola forma: la richiesta di una definizione. - Qual è la tua definizione di giustizia? chiese a questo punto il gobbo.
Hill, a questa domanda, provò un'improvvisa perdita di sicurezza, ma appena venne formulata, l'aiuto giunse nella persona di Brooks, l'assistente di laboratorio che era entrato dalla porta della stanza di preparazione, portando un certo numero di porcellini d'India appena uccisi, tenendoli per le zampe posteriori. - E' l'ultimo gruppo di materiale per questa sessione - disse il giovane che prima non aveva parlato. Brooks avanzò nel laboratorio, lasciando cadere due porcellini su ogni tavola. Il resto della classe, odorando la preda da lontano, entrò a frotte dalla porta dell'aula di lezione, e la discussione ebbe bruscamente termine, perché gli studenti che non erano già ai loro posti vi si affrettarono per assicurarsi la scelta di un esemplare. Ci fu un rumore di chiavi che tintinnavano sugli anelli portachiavi mentre le serrature venivano aperte e gli strumenti per la dissezione estratti. Hill era già in piedi accanto alla propria tavola, e la scatola del bisturi gli usciva dalla tasca. La ragazza in marrone fece un passo verso lui e, chinandosi sulla sua tavola, disse piano: Ha visto che ho restituito il suo libro, signor Hill?
Durante l'intera scena sia lei sia il libro erano stati vividamente presenti alla sua coscienza; ma non senza goffaggine egli finse di guardare il libro e di vederlo per la prima volta.- Oh sì - disse prendendolo. - Vedo. Le è piaciuto?
- Voglio farle qualche domanda in proposito, un giorno o l'altro.
- Certo - disse Hill. - Ne sarò lieto. - Si fermò imbarazzato.
- Le è piaciuto? - chiese.
- E' un libro meraviglioso, ma ci sono delle cose che non capisco.
Poi, all'improvviso, il laboratorio fu zittito da un curioso rumore simile a un raglio. Era l'assistente. Era alla lavagna, pronto a dare inizio all'insegnamento del giorno, ed era sua abitudine pretendere silenzio con un suono a mezza strada tra l'«ehm» del discorso comune e lo squillo di una tromba. La ragazza in marrone scivolò dal suo posto: era proprio di fronte a quello di Hill, e Hill, dimenticandosi di lei, estrasse un blocco di appunti dal cassetto della tavola, voltò in fretta i fogli, prese dalla tasca un mozzicone di matita, e si preparò a prendere parecchi appunti della prossima dimostrazione. Infatti le dimostrazioni e le lezioni sono il testo sacro degli studenti del College. I libri, con l'unica eccezione di quelli del professore, si possono - ed è anche conveniente farlo ignorare.
Hill era figlio di un calzolaio di Landport, ed era stato preso grazie a una fortuita carta blu che le autorità avevano respinto al Technical College di Landport. Si manteneva a Londra con il suo assegno di una ghinea la settimana, e si rese conto che, facendo la dovuta attenzione, questo bastava anche per le spese di vestiario, cioè un occasionale colletto impermeabile, e per inchiostro, aghi, cotone e cose simili, necessarie a un uomo in città. Questo era per lui il primo anno e la prima sessione, ma a Landport il bruno vecchio si era già fatto detestare in molte birrerie con il vantarsi di suo figlio, «il professore». Hill era un giovanotto pieno d'energia, con un calmo disprezzo per il clero di ogni confessione, e un'acuta ambizione di ricostruire il mondo. Considerava la sua borsa di studio come una brillante occasione. Aveva cominciato a leggere quando aveva sette anni, e da allora aveva letto assiduamente qualunque cosa gli fosse capitata sottomano. La sua esperienza del mondo, limitata all'isola di Portsea, era stata acquistata soprattutto nella fabbrica di scarpe in cui aveva lavorato di giorno, dopo aver superato la settima classe al convitto. Possedeva una notevole facilità di parola: la "Società dei dibattiti del College" che si riuniva tra le macchine rombanti e i modelli di mine nell'aula di metallurgia al piano inferiore, riconosceva dal violento batter di tavole quando egli si alzava. Hill si trovava proprio in quella meravigliosa età densa di emozioni in cui la vita si apre alla fine di uno stretto passo come una larga valle ai propri piedi, piena di promesse, di scoperte stupende e di mete straordinarie. E i suoi limiti, a parte il fatto che sapeva di non conoscere il latino e il francese, gli erano tutti ignoti. In principio i suoi interessi erano stati divisi in modo uguale tra il lavoro di biologia e la teoria sociale e teologica, un'occupazione cui si dedicò con notevole serietà. Di notte, quando la grande biblioteca del museo non era aperta, sedeva sul letto della sua stanza a Chelsea con addosso la giacca e una sciarpa, trascriveva gli appunti della lezione e rivedeva i promemoria delle dissezioni, finché Thorpe lo chiamava con un fischio - la padrona di casa trovava da ridire sul fatto di aprire la porta a visitatori della soffitta - e poi vagavano insieme per le strade buie, illuminate dal gas, parlando, proprio come nell'esempio appena dato, dell'idea di Dio e della giustizia, di Carlyle e della trasformazione della società. E nel pieno di tutto ciò, Hill, rivolgendosi non soltanto a Thorpe ma anche al passante casuale, perdeva il filo del discorso osservando qualche grazioso viso dipinto che lo guardava con intenzione nel passare. Ma ultimamente c'erano stati segni che un terzo interesse stava insinuandosi nella sua vita ed egli s'era reso conto che la propria attenzione vagava dalla sorte dei segmenti mesoblastici o del possibile significato del blastoporo, al pensiero della ragazza dagli occhi castani, seduta alla tavola di fronte alla sua.
Era una studentessa a pagamento; per parlargli, discendeva incredibili altezze sociali. Al pensiero dell'educazione che doveva avere avuto e delle doti che doveva possedere, l'animo di Hill si riempiva di disperazione. Ella gli aveva parlato per la prima volta di una difficoltà sugli asfenoidi del cranio di un coniglio, ed egli aveva trovato che, almeno in biologia, non aveva ragione di abbattersi. E da questo, secondo la consuetudine dei giovani che partono da una cosa, erano arrivati ad argomenti di carattere generale, e mentre Hill la attaccava sulla questione del socialismo - qualche istinto gli consigliò di risparmiarle un assalto diretto alle sue convinzioni religiose - ella andava prendendo la risoluzione di intraprendere ciò che definiva la sua educazione estetica. Era di un anno o due più vecchia di lui, sebbene egli non ci pensasse mai. Il prestito di "News from Nowhere" fu l'inizio di una serie di reciproci prestiti. In base a un assurdo principio, Hill non aveva mai «sprecato tempo» sulla poesia, e questo a lei pareva una mancanza terribile. Un giorno, durante l'ora di pranzo, quando ella si imbatté in lui da solo nel piccolo museo dove erano sistemati gli scheletri, mentre mangiava vergognosamente il panino che costituiva il suo pasto di mezzogiorno, tornò indietro, e tornò per prestargli, con aria un po' furtiva, un volume di Browning. Egli stava metà rivolto verso lei e prese il libro in modo piuttosto goffo, perché nell'altra mano aveva il panino. E nella visione retrospettiva, alla sua voce era mancata l'allegra chiarezza che avrebbe potuto desiderare.
Questo accadde dopo l'esame di anatomia comparata, il giorno prima che il College mandasse a casa gli studenti e le autorità lo chiudessero con cura per le vacanze di Natale. La smania di imbottirsi di nozioni per la prima prova di forza aveva per qualche tempo dominato Hill al punto di portarlo a escludere gli altri suoi interessi. Nelle previsioni dell'esito cui ognuno indulgeva, egli fu sorpreso nell'accorgersi che nessuno lo considerava un eventuale concorrente alla «medaglia commemorativa di Harvey», che questo e i due successivi esami rendevano possibile. Fu circa in questo periodo che Wedderburn, il quale sino allora aveva vissuto in maniera insignificante all'estremo margine delle intuizioni di Hill, cominciò ad assumere l'aspetto di un ostacolo. Per un mutuo accordo, le passeggiate notturne con Thorpe cessarono durante le tre settimane che precedettero l'esame; la padrona di casa gli fece osservare che non poteva davvero fornire tanto olio da lampada a quel prezzo. Egli andava e veniva dal College con in mano piccole strisce di appunti per esercitare la memoria, liste di appendici di gamberi, di ossa del cranio di conigli, e nervi di vertebrati, per esempio, e divenne un vero fastidio per i pedoni che camminavano nella direzione opposta.
Ma, per una reazione naturale, la poesia e la ragazza dagli occhi castani dominarono le vacanze di Natale. I risultati in sospeso dell'esame divennero un elemento talmente secondario, che Hill si meravigliò dell'agitazione di suo padre. Anche nel caso lo avesse desiderato, a Landport non c'era niente da leggere di anatomia comparata, ed era troppo povero per comprare libri, ma nella biblioteca c'era una notevole quantità di volumi di poesie che Hill attaccò in modo magnifico. Si imbevve dei versi fluenti di Longfellow e Tennyson, e si fortificò con Shakespeare; trovò un'anima affine in Pope e un maestro in Shelley; udì e fuggì le voci da sirene di Eliza Cook e della signora Hemans. Ma non lesse più Browning, perché sperava nel prestito di altri volumi da parte della signorina Haysman quando fosse tornato a Londra.
Camminò da casa sua sino al College con il volume di Browning nella borsa nera luccicante, e la mente che brulicava delle frasi più belle sulla poesia in generale. In verità, prima preparò questo breve discorsetto, poi quello con cui accompagnare la restituzione. Il mattino era eccezionalmente piacevole per Londra; c'era una chiara brina dura e il cielo era proprio azzurro; una leggera foschia sfumava ogni contorno, e caldi raggi di sole illuminavano lo spazio tra i caseggiati, rendendo la parte assolata della strada, d'ambra e d'oro.
Nell'atrio del College si sfilò il guanto e firmò con le dita tanto irrigidite dal freddo che la caratteristica linea sotto la firma (che aveva studiato) riuscì un segno tremolante.
Immaginava la signorina Haysman intorno a lui dappertutto. Si volse verso la scala, e là - sotto - vide un mucchio di gente che faceva ressa ai piedi della tabella. Per il momento dimenticò Browning e la signorina Haysman e si unì alla mischia.
Finalmente, con la guancia appiattita contro la manica dell'uomo sullo scalino sopra il suo, lesse l'elenco:
PRIMA CLASSE
H.J. SOMERS WEDDERBURN
WILLIAM HILL
Seguiva una seconda classe che per ora non c'interessa. Cosa strana, non si preoccupò di cercare Thorpe nell'elenco di fisica, ma si ritrasse subito dalla lotta, e in un singolare stato emotivo tra l'orgoglio nei confronti della comune umanità di seconda classe e l'acuta delusione per il successo di Wedderburn, salì al piano superiore. In cima, mentre appendeva il suo cappotto nel corridoio, l'assistente di zoologia, un giovane di Oxford che in segreto lo considerava come un chiassoso «sgobbone» della specie peggiore, gli fece le sue più sentite congratulazioni.
Sulla porta del laboratorio Hill si fermò un secondo per prendere fiato, poi entrò. Guardò direttamente nel laboratorio e vide tutte le cinque studentesse raggruppate ai loro posti, e Wedderburn - Wedderburn che una volta stava in disparte appoggiato con una certa eleganza alla finestra, e che evidentemente parlava con le cinque ragazze. Ora, Hill era in grado di conversare abbastanza coraggiosamente e persino in modo autoritario con una sola ragazza, ma questa faccenda di starsene in piedi a proprio agio, esprimendo valutazioni, eludendo domande e fornendo rapide risposte intorno a un gruppo era, lo sapeva, del tutto al di sopra di lui. Salendo le scale i suoi sentimenti nei riguardi di Wedderburn erano stati generosi, forse una certa ammirazione, un desiderio di stringergli forte la mano di cuore, come uno che avesse combattuto soltanto la prima ripresa. Ma Wedderburn, prima di Natale, non era mai andato sino al termine della stanza per parlare. In un lampo la nebbia di vaga eccitazione di Hill si condensò rapidamente in una viva antipatia nei confronti di Wedderburn. Forse cambiò espressione. Come egli raggiunse il suo posto, Wedderburn gli rivolse un cenno noncurante con il capo e gli altri si guardarono attorno. La signorina Haysman lo fissò e subito distolse lo sguardo, che lo aveva appena sfiorato. - Non posso essere d'accordo con lei, signor Wedderburn - disse.
- Devo congratularmi con lei per il brillante risultato, signor Hill - disse la ragazza in verde, con occhiali, girandosi e sorridendogli.
- Non è nulla - disse Hill, fissando Wedderburn e la signorina Haysman che parlavano assieme, desideroso di ascoltare ciò che dicevano.
- Noi poveracci della seconda classe non la pensiamo così disse la ragazza con gli occhiali.
Che cosa stava dicendo Wedderburn? Qualcosa a proposito di William Morris? Hill non rispose alla ragazza con gli occhiali, e il sorriso sparì dal suo volto. Non riusciva a sentire e non vedeva come avrebbe potuto introdursi nella conversazione.
Maledetto Wedderburn! Si sedette, aprì la borsa, fu incerto se restituire subito il volume di Browning, davanti a tutti. Invece tirò fuori il suo nuovo blocco di appunti per il breve corso di botanica elementare che stava ora cominciando e che di solito terminava in febbraio. Intanto un vecchio greve e grasso con il volto bianco e dei pallidi occhi grigi - Bindon, che veniva da Kew per gennaio e febbraio - entrò dalla porta dell'aula di lezione e camminò fregandosi le mani e sorridendo, con aria di silenziosa affabilità, nel laboratorio.
Nelle sei settimane seguenti attraversò delle fasi emotive molto rapide e curiosamente complesse. Quasi sempre focalizzò la sua attenzione su Wedderburn, cosa che la signorina Haysman non sospettò mai. Ella disse a Hill (perché nella relativa intimità del museo gli parlava molto di socialismo, di Browning e di argomenti generali) di avere incontrato Wedderburn in casa di persone che conosceva, e che «egli ha ereditato la sua bravura perché suo padre, sa, è il grande specialista degli occhi».
- Mio padre è un calzolaio - disse Hill, con estrema noncuranza, e si rese conto della mancanza di dignità anche mentre lo diceva. Ma il lampo di gelosia non la offese, dato che riteneva di esserne la fonte principale. Egli soffriva amaramente per una sensazione di slealtà da parte di Wedderburn, e perché si rendeva conto del proprio svantaggio. Ecco che Wedderburn era diventato importante perché aveva un padre famoso e, invece di perdere un mucchio di punti per questo vantaggio, gli veniva considerato come virtù! Mentre Hill doveva presentarsi e parlare goffamente alla signorina Haysman di porcellini d'India mutilati nel laboratorio, questo Wedderburn, in certo senso molto al di sotto, aveva accesso alle sue altezze sociali e pareva conversare in un gergo raffinato, che Hill forse capiva, ma che si sentiva incapace di parlare. Non che lo volesse, naturalmente. Poi sembrò a Hill che per Wedderburn il fatto di arrivare un giorno dopo l'altro con i polsini non sfilacciati, ben vestito, completamente sbarbato, perfetto in ogni particolare, fosse già una maniera di agire maleducata e sprezzante. E poi era subdolo da parte di Wedderburn comportarsi in modo da non farsi notare per un po', fingersi modesto e condurre Hill a illudersi che proprio lui, Hill, era senza discussione l'uomo dell'anno, e slanciarglisi poi all'improvviso davanti e diventare ad un tratto così importante. Inoltre Wedderburn si mostrava sempre più incline a unirsi a qualunque gruppo di conversazione che includesse la signorina Haysman.
Osava persino, in verità cercava l'occasione, di esporre opinioni sprezzanti sul socialismo e l'ateismo. Induceva Hill a essere scortese, esponendo nette delle critiche malevoli, superficiali ed eccezionalmente efficaci sui capi socialisti, finché Hill odiò, come odiava Wedderburn, l'elegante egotismo di Shaw, le edizioni limitate e i manifesti fastosi di William Morris, e gli assurdi lavoratori ideali di Walter Crane. Le dissertazioni nel laboratorio, che erano state la sua gloria nel trimestre precedente, divennero un pericolo, degenerarono in ingloriose dispute con Wedderburn, e Hill le continuò soltanto per una vaga idea che vi fosse implicato il proprio onore. Nei dibattiti, Hill sapeva bene che, con un tempestoso accompagnamento di banchi battuti, avrebbe potuto polverizzare Wedderburn. Solo che Wedderburn non partecipava mai ai dibattiti per essere polverizzato, perché - nauseante affettazione!
®cenava tardi».
Non dovete pensare che queste cose si presentassero in una forma così cruda alla percezione di Hill. Egli era un generalizzatore nato. Per lui, Wedderburn non era tanto un ostacolo individuale quanto un simbolo: rappresentava il punto di vista caratteristico di una classe. Le teorie economiche che, dopo improvviso fermento, si erano formate nella mente di Hill, al contatto acquistarono concretezza. Il mondo divenne pieno di Wedderburn dalle maniere facili, raffinati, ben vestiti, abili nella conversazione, e infine superficiali vescovi Wedderburn, membri del parlamento Wedderburn, professori Wedderburn, proprietari terrieri Wedderburn, tutti distinti da un gergo da vaschetta lava-dita e città in cui ripararsi da un ostinato parlatore. E i poco eleganti o i mal vestiti - dal ciabattino al tassista - erano, nell'immaginazione di Hill, un uomo e un fratello, un compagno di sofferenza. Cosicché divenne, per così dire, un campione dei vinti e degli oppressi, per quanto esteriormente sembrasse soltanto un arrogante e maleducato giovanotto e, in questo, un campione senza successo. Più di una volta, una discussione al tè del pomeriggio - abitudine che le studentesse avevano iniziato - lasciò Hill con le guance in fiamme e di cattivo umore, e nei dibattiti si notò una nuova vena di amarezza sarcastica nei suoi interventi.
Capirete ora quanto fosse necessario, almeno nell'interesse dell'umanità, che Hill demolisse Wedderburn al prossimo esame e lo facesse sparire agli occhi della signorina Haysman; vi accorgerete anche che la signorina Haysman era vittima di qualche comune fraintendimento femminile. La rivalità tra Hill e Wedderburn - Wedderburn in modo non appariscente, contraccambiava il malcelato antagonismo di Hill - divenne un tributo al suo fascino indefinibile. Ora ella era la regina di bellezza in un torneo di bisturi e mozziconi di matita. La cosa provocò un segreto fastidio alla sua amica confidente e turbò anche la sua coscienza, perché ella era dolorosamente consapevole, attraverso Ruskin e la narrativa moderna, che l'attività degli uomini era per intero determinata dall'atteggiamento delle donne. E se Hill, in nessun caso, le aveva mai ricordato l'argomento amore, ella gli attribuì, per tale omissione, una modestia più nobile.
Venne così il giorno del secondo esame, e il crescente pallore di Hill confermò la diceria generale che stesse studiando sodo.
Si poteva vederlo, nel negozio di pane accanto alla stazione, spezzare la focaccia e bere il latte con gli occhi fissi su un foglio di appunti scritti fittamente. Nella camera da letto aveva fatto appunti su boccioli e steli intorno allo specchio, e un diagramma per attirare la sua attenzione, se il sapone lo avesse per caso impedito, sopra il lavandino. Mancò a parecchi dibattiti, ma ebbe l'occasione di incontrare la signorina Haysman negli spaziosi viali dell'adiacente museo artistico, o nel piccolo museo nei piani superiori del College, o nei corridoi del College. In particolare s'incontravano in una piccola galleria piena di scrigni di ferro lavorato e cancelli, vicino alla libreria d'arte, e qui Hill parlava, cortesemente sollecitato dall'adulante attenzione di lei, di Browning e delle proprie personali ambizioni. Una caratteristica che scoprì notevole in lui era l'assoluta mancanza di brama di ricchezze.
Egli pensava con perfetta calma alla prospettiva di vivere tutta la vita con meno di cento sterline annue. Ma era deciso ad essere famoso, per rendere, in modo riconoscibile nella sua persona, il mondo un luogo migliore in cui vivere. Prendeva a modello e guida Bradlaugh e John Burns, grandi uomini poveri, persino senza denari. Ma la signorina Haysman riteneva che tali vite avessero delle carenze sul piano estetico, e con ciò intendeva - per quanto non se ne rendesse conto - buona carta da pareti, tappezzeria, bei libri, vestiti di gusto, concerti, pranzi ben cucinati e serviti con decoro.
Finalmente venne il giorno del secondo esame, e il professore di botanica, un uomo meticoloso e coscienzioso, risistemò tutte le tavole in un laboratorio lungo e stretto per impedire che copiassero, e mise il suo assistente in una sedia su una tavola (dove si sentiva, disse, come un dio indù), in modo che potesse scoprire ogni sotterfugio, e attaccò un cartello fuori della porta, «Porta chiusa», per una ragione che nessuno avrebbe mai potuto capire. E tutto il mattino - dalle dieci all'una - la penna di Wedderburn dichiarò, stridendo, guerra a quella di Hill, e le penne degli altri inseguirono i loro capi in un gruppo infaticabile, e lo stesso fu nel pomeriggio. Wedderburn era un po' più calmo del solito; il volto di Hill rimase accaldato tutto il giorno, il suo cappotto era gonfio di testi e di blocchetti di appunti per una revisione all'ultimo momento.
Il giorno seguente, di mattina e di pomeriggio, si svolse l'esercitazione pratica, che consisteva nel sezionare e identificare i vetrini. Al mattino Hill era depresso perché sapeva di non aver compiuto un lavoro molto accurato, e nel pomeriggio ci fu il vetrino misterioso.
Era proprio il genere di cose che il professore di botanica faceva sempre. Come l'imposta sul reddito, dava un premio all'inganno. Era un preparato sotto il microscopio, una piccola striscetta di vetro, tenuta ferma sul piano dello strumento da leggeri fermagli d'acciaio, e l'avviso dichiarava che il vetrino non doveva essere rimosso. Ogni studente doveva andare là a turno, farne uno schizzo, scrivere nel suo libro di risposte che cosa pensava fosse, e ritornare al proprio posto. Ora, rimuovere un tale vetrino era un'azione che si poteva compiere con un casuale movimento del dito, e in una frazione di secondo. La ragione per cui il professore aveva deciso che il vetrino non dovesse essere rimosso dipendeva dal fatto che l'oggetto che egli voleva fosse identificato era caratteristico del tronco di un certo albero. Nella posizione in cui era messo, era abbastanza difficile da riconoscere, ma una volta che il vetrino fosse stato rimosso in modo da rendere visibili altre parti del preparato, la sua origine diveniva piuttosto chiara.
Hill affrontò questa prova, accaldato, dopo un esperimento con reagenti di colorazione: sedutosi sul piccolo sgabello davanti al microscopio, girò lo specchio per avere la luce migliore, e, per pura abitudine, mosse il vetrino. Subito ricordò il divieto e, con un movimento delle mani quasi continuo, lo rimosse indietro, e rimase paralizzato per lo stupore di quanto aveva fatto.
Poi, lentamente, girò il capo. Il professore era uscito dalla stanza; l'assistente sedeva in alto sulla sua tribuna improvvisata e leggeva il «Q. Your. Mi. Sci». Gli altri esaminandi erano occupatissimi e gli volgevano la schiena.
Doveva confessare l'incidente ora? Sapeva esattamente che cosa era quella cosa. Era una lenticella, una caratteristica preparazione dal sambuco. Guardava i compagni attenti, e Wedderbun lo guardò all'improvviso di sopra la spalla, con una strana espressione nello sguardo. La tensione mentale che aveva mantenuto Hill a un livello eccezionale di energia in questi due giorni provocò una curiosa tensione nervosa. Il libro delle risposte era vicino a lui. Egli non scrisse di che cosa si trattava, ma con un occhio al microscopio cominciò a tracciarne uno schizzo affrettato. La sua mente era piena di questo grottesco imbarazzo di ordine etico che lo aveva improvvisamente assalito. Doveva identificarlo? Doveva lasciare la domanda senza risposta? In questo caso era probabile che Wedderburn sarebbe risultato primo nel secondo scrutinio. Come poteva dire ora se gli sarebbe stato possibile identificare l'oggetto senza muoverlo? Era possibile che Wedderburn avesse rimosso il vetrino? Guardò l'orologio. Aveva quindici minuti per decidersi.
Raccolse il libro di risposte e le matite colorate che aveva usato per illustrare le risposte e tornò al suo posto.
Si rilesse il manoscritto, poi sedette a riflettere mordicchiandosi una nocca. Sarebbe stato strano se avesse confessato ora. Doveva battere Wedderburn. Dimenticò gli esempi di quei luminosi gentiluomini, John Burn e Bradlaugh. Inoltre, rifletté, la fuggevole visione del resto del vetrino che aveva avuta, era, dopo tutto, completamente accidentale, gli era capitata per caso, come una specie di rivelazione provvidenziale più che uno sleale vantaggio. Non era così disonesto da servirsene come faceva Broome, che credeva nell'efficacia della preghiera, per pregare ogni giorno allo scopo di raggiungere un buon risultato. - Ancora cinque minuti - disse l'assistente, piegando il giornale e facendosi attento. Hill osservò le lancette dell'orologio finché rimasero due minuti; poi aprì il libro delle risposte, e, con le orecchie in fiamme e ostentando una certa calma, diede il nome al disegno della lenticella.
Quando apparve il secondo elenco dei risultati, le precedenti posizioni di Wedderburn e di Hill furono scambiate, e la ragazza in verde e con gli occhiali, che conosceva l'assistente nella vita privata (dove era praticamente un essere umano), disse che nei risultati dei due esami presi complessivamente Hill era in vantaggio di un voto - 167 contro 166 - su 200. Tutti, in un modo o nell'altro, ammiravano Hill, sebbene il sospetto di «sgobbone» pendesse su di lui. Ma Hill doveva trovare le felicitazioni, l'accresciuta opinione su di lui della signorina Haysman, e persino il deciso declino di Wedderburn, macchiati da un ricordo infelice. Provò sul principio una notevole energia.
La nota di una democrazia che marciava trionfante ritornò nei suoi interventi alla società dei dibattiti; lavorò all'anatomia comparata con grandissimo zelo e passione, e proseguì la propria educazione estetica. Ma in mezzo a tutto questo, una piccola, nitida figura si presentava continuamente all'occhio della sua mente: quella di una piccola persona che, furtiva, manipolava un vetrino.
A nessun essere umano sarebbe stato possibile testimoniare questa azione, ed era sicurissimo che non esisteva nessun altro potere superiore per vederlo. Ma, nonostante tutto, il fatto lo turbava. I ricordi non sono fatti morti, ma vivi; diminuiscono in disuso, ma si rafforzano e si sviluppano in ogni sorta di strani modi, se vengono di continuo irritati. Cosa abbastanza strana, sebbene allora si fosse reso perfettamente conto che il movimento era stato accidentale, con il passare dei giorni ricordava il fatto in maniera confusa, sinché alla fine non era sicuro - anche se assicurava se stesso di esserlo - che il movimento fosse stato del tutto involontario. Era possibile che in quel periodo il regime di Hill conducesse a una coscienziosità morbosa: una prima colazione spesso consumata in fretta, un panino a mezzogiorno, e, in un'ora qualsiasi dopo le cinque, come capitava, un po' di carne secondo i mezzi a disposizione, di solito in una trattoria posta su una strada dietro Brompton Road. Qualche volta si permetteva dei volumi classici per tre penny o nove penny, e questo quasi sempre comportava l'esclusione di patate o costolette. E' indiscutibile che impeti di autoannientamento e di rafforzamento emotivo hanno una netta relazione con i periodi di scarso nutrimento. Ma, a parte questa influenza sui sentimenti, c'era in Hill una decisa avversione alla falsità che il blasfemo calzolaio di Landport gli aveva inculcato, con la cinghia e la lingua, sin dai primi anni di vita. Di un fatto sono convinto riguardo agli atei dichiarati: possono essere - e di solito lo sono - sciocchi, privi di sottigliezza, oltraggiatori delle sante istituzioni, parlatori e soggetti brutali, ma mentono con difficoltà. Se non fosse così, se avessero il più debole concetto dell'idea di un compromesso, sarebbero semplicemente degli uomini di chiesa di larghe vedute. E, inoltre, questo ricordo avvelenava la sua stima per la signorina Haysman. Ora ella lo preferiva con tanta evidenza a Wedderburn, che egli si sentiva sicuro di provare interesse nei suoi confronti, e cominciò a corrispondere le sue intenzioni con timidi segni di riguardo personale. Una volta arrivò a comprare un mazzo di violette, se le portò in tasca, le tirò fuori con un'imbarazzata spiegazione, appassite e secche, nella galleria del ferro vecchio. Avvelenò anche la denuncia della disonestà capitalistica che era stata uno dei piaceri della sua vita. E avvelenò, per finire, il trionfo conseguito su Wedderburn. In precedenza, ai propri occhi egli era stato superiore a Wedderburn, e si era infuriato semplicemente per mancanza di riconoscimento. Ora cominciava ad irritarsi al più cupo sospetto di una sua effettiva inferiorità. Fantasticò di trovare giustificazioni circa la sua posizione in Browning, ma, a una analisi più approfondita, esse svanirono. Infine spinto, in modo davvero curioso, dalle stesse forze che avevano agito nel suo atto disonesto - andò dal professor Bindon, e fece una completa confessione dell'intera storia. Dal momento che Hill era uno studente che non pagava, il professor Bindon non gli disse di sedersi, e nel fare la confessione rimase in piedi davanti alla scrivania del professore.
- E' una strana storia - disse il professore, rendendosi conto a poco a poco che la cosa ricadeva su se stesso, e poi lasciando crescere la propria ira, - una storia davvero sorprendente. Non riesco a capire perché abbia fatto una cosa del genere, e non riesco a capire questa confessione. E' un tipo di studente - a Cambridge non se lo sarebbero mai sognato - per cui, suppongo, avrei dovuto pensarlo. Perché ha imbrogliato?
- Non ho imbrogliato - disse Hill.
- Ma mi ha appena detto che l'ha fatto.
- Pensavo di averle spiegato...
- Sia che abbia imbrogliato sia che non abbia imbrogliato...
- Ho detto che il mio movimento è stato involontario.
- Non sono un metafisico, io sono un servitore della scienza: dei fatti. Le avevano detto di non spostare il vetrino. Lei ha spostato il vetrino. Se questo non è imbrogliare...
- Se avessi imbrogliato - disse Hill, con una nota d'isterismo nella voce, - sarei venuto qui a raccontarglielo?
- Il suo pentimento, naturalmente, le fa onore - disse il professor Bindon, - ma non cambia i dati di fatto.
- No, signore - disse Hill, lasciandosi andare a una completa umiliazione .
- Anche ora provoca un'enorme quantità di guai. L'elenco dovrà essere riveduto.
- Suppongo di sì, signore.
- Suppone? E' naturale che dovrà essere riveduto. E, in coscienza, non so come possa promuoverla.
- Non promuovermi? - fece Hill. - Bocciarmi?
- E' la regola di tutti gli esami. Oppure dove saremmo? Che cosa d'altro si aspettava? Non vorrà evitare le conseguenze delle sue azioni?
- Pensavo, forse - disse Hill. E poi: - Bocciarmi? Pensavo, le dicevo, che avrebbe semplicemente sottratto i voti dati per quel vetrino.
- Impossibile! - esclamò Bindon. - Inoltre, questo la lascerebbe sopra Wedderburn. Sottrarre i voti soltanto: Assurdo!
I regolamenti dipartimentali dicono chiaramente...
- Ma sono stato io ad ammetterlo, signore.
- I regolamenti non dicono nulla circa il modo in cui la faccenda viene alla luce. Si limitano ad indicare dei provvedimenti...
- Mi rovinerà. Se non supererò quest'esame, non mi verrà rinnovata la borsa di studio.
- Avrebbe dovuto pensarci prima.
- Ma, signore, consideri tutta la mia situazione...
- Non posso considerare nulla. I professori in questo College sono macchine. I regolamenti non ci consentirebbero neppure di raccomandare i nostri studenti per posti di lavoro. Io sono una macchina, e voi mi avete messo in moto. Devo fare...
- E' molto duro, signore.
- Può darsi.
- Se dovessi essere bocciato in quest'esame, potrei andarmene a casa subito.
- Farà quello che crederà opportuno. - La voce di Bindon si addolcì un po': capì che era stato ingiusto, e, a condizione di non contraddire, fu disposto a un miglioramento. - Come persona privata - disse, - penso che la sua confessione mitighi in modo notevole la sua colpo. Ma ha messo in moto la macchina, ed ora essa deve seguire il suo corso. Io, io sono veramente spiacente che abbia ceduto.
Un'ondata di emozione trattenne Hill dal rispondere.
Improvvisamente, in maniera molto chiara, vide il volto profondamente solcato del vecchio calzolaio di Landport, suo padre. - Buon Dio! Che sciocco sono stato! - disse in tono concitato e all'improvviso.
- Spero - disse Bindon - che le servirà da lezione.
Ma - è curioso - non stavano pensando alla medesima imprudenza.
Ci fu una pausa.
- Vorrei un giorno per pensarci, signore, e poi le farò sapere: per ciò che riguarda il mio ritorno a casa, voglio dire - disse Hill, avviandosi alla porta.
Il giorno successivo il posto di Hill era vuoto. La ragazza in verde con gli occhiali fu, al solito, la prima a portare le notizie. Wedderburn e la signorina Haysman stavano parlando di una rappresentazione dei Maestri cantori, quando si diresse verso loro.
- Avete sentito? - chiese.
- Sentito che cosa?
- C'è stato un imbroglio all'esame.
- Un imbroglio! - disse Wedderburn, d'un tratto acceso in volto. - Di che genere?
- Quel vetrino...
- Spostato? Mai!
- Invece sì. Quel vetrino che non si doveva muovere...
- Sciocchezze! - fece Wedderburn. - Diamine! Come hanno potuto scoprirlo? Chi dicono sia stato...?
- E' stato il signor Hill.
- Hill!
- Il signor Hill!
- No, non certo l'immacolato Hill - disse Wedderburn, riprendendosi.
- Non ci credo - disse la signorina Haysman. - Come lo sa?
- Non lo sapevo - disse la ragazza con gli occhiali. - Ma ora lo so per certo. Il signor Hill è andato a confessare l'accaduto al professor Bindon in persona.
- Per Giove! - esclamò Wedderburn. - Proprio Hill! Ma sono sempre propenso a non fidarmi di questi filantropi, per principio...
- Ne è proprio sicura? - chiese la signorina Haysman, con un sussulto nella voce.
- Certo. E' terribile, vero? Ma, sa, che cosa ci si può aspettare? Suo padre è un ciabattino.
Allora la signorina Haysman stupì la ragazza con gli occhiali.
- Non m'interessa. Non voglio crederci - disse, arrossendo violentemente sotto la pelle dai caldi colori. - Non lo crederò sinché non sarà lui a dirmelo, a faccia a faccia. E anche in questo caso ci crederei a malapena - voltò bruscamente la schiena alla ragazza con gli occhiali, e tornò al proprio posto.
- In ogni caso è vero - disse la ragazza con gli occhiali, guardando Wedderburn e sorridendogli.
Ma Wedderburn non le rispose. Era davvero una di quelle persone che sembrano destinate a fare osservazioni senza ricevere risposta.
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