aspettando l’alba
italian
Questa notte nevicava, poi la luna calante verso le cinque del mattino è comparsa tra le nubi. La mente vagava e vagava nei ricordi: come questa notte nel 1926 ero… E ricordavo la vecchia casa di via Monte Ortigara dove il focolare era sempre acceso. I ricordi venivano avanti di dieci in dieci anni, ma fu su quell’inverno del 1944 che piú a lungo mi soffermai. Finché dalla finestra vidi la luce dell’alba dentro un cielo lattiginoso sopra la montagna.
Come quelle albe nel Lager I-B, nella Masuria, dove la malinconia e la privazione della libertà gravavano sul cuore. Solo un anno prima camminavo per l’Ucraina e la Bielorussia, ed era lontana l’Italia. Eravamo rimasti pochi compagni; a giorni mi seguivano da villaggio a villaggio, altri giorni, ultimo della fila, li incitavo a camminare. Ora ero qui tra i reticolati a rodere la mia rabbia accumulata in quell’8 settembre 1943 e a consumare il cuore nella nostalgia. Attraverso le fessure della Aufnahmebaracke vedevo filtrare la luce e sotto il pastrano cercavo di raccogliere un po’ di caldo dal saccone di trucioli.
Ero capitato qui chissà per quale caso: un sergente molto anziano che era stato richiamato dopo il 25 luglio, caduta del fascismo, si era rifiutato di prestare servizio alla baracca dell’accoglienza, aveva preferito uscire dal Lager e andare al lavoro con i gruppi di prigionieri. Il giorno dopo, quando eravamo tutti in fila per cinque nello spiazzo della conta, il Lagerfeldwebel Braum con un cenno mi fece uscire dalla fila, poi disse un numero e un alpino uscí anche lui. Ci disse di seguirlo e non capivo cosa volesse da noi.
Attraversammo tutto l’immenso Lager: i gruppi di baracche dove eravamo stati rinchiusi noi della Tridentina, i moltissimi prigionieri russi e quelle baracche, Lager dentro il Lager, dove erano rigorosamente custoditi ufficiali superiori dell’Armata Rossa e da dove due di loro, cosí si diceva, erano riusciti a fuggire. Recinti alti di reticolati, dentro altri recinti, sentinelle nei passaggi dei settori, torrette con mitragliatrici e fari. Passammo le baracche del Kommandantur, le cucine, le baracche degli archivi dove ci avevano preso le impronte digitali, schedati e fotografati con il numero sul petto, le baracche del Lazarett e ancora baracche con prigionieri russi.
In fondo, in un angolo estremo, c’erano le baracche per la disinfestazione dai pidocchi, l’Aufnahmebaracke e la discarica dei rifiuti e delle latrine. Nel Lager I-B eravamo decine di migliaia e su tutti tiranneggiava il Lagerfeldwebel Braum, sempre con la rivoltella in pugno e le sue brevi urla raspose.
Con un cenno alla sentinella fece aprire ancora un varco e ci impose di entrare nell’ultima baracca. Disse qualche parola e capimmo che il nostro compito d’ora in avanti sarebbe stato di accogliere nella Aufnahme i gruppi che dovevano andare allo spidocchiamento se non erano in funzione le caldaie, prelevare le razioni per costoro finché non venivano avviati al loro destino, e pulire le latrine e tutto il resto dopo il loro passaggio: – Verstanden?
– Sí, capito.
La baracca era divisa in quattro parti da pareti di tavole; in una di pochi metri quadrati eravamo noi due italiani, in un’altra uguale due prigionieri russi, tra noi e loro una latrina che per accedervi bisognava uscire all’aperto; infine il posto dove dovevano sostare gli spidocchiandi: era grande e squallido, in terra battuta il pavimento, nessun pancone, niente per riscaldare. Dovevano aspettare sdraiati per terra. Nient’altro. Fuori una sentinella camminava avanti e indietro sulla neve e nell’angolo, fuori dai reticolati, la torretta con la mitragliatrice, il nastro infilato e il tiratore dietro.
Nella piatta e uniforme e triste campagna innevata si alzava l’ottagonale mausoleo in mattoni rossi dove era stato sepolto Paul von Beneckendorff und von Hindenburg, l’eroe di Tannenberg e dei laghi Masuri dove alla fine di agosto del 1914 l’esercito dello zar Nicola subí la grande sconfitta. Nuvole nere di corvi veleggiavano attorno alla tetra torre di mattoni e quando i prigionieri russi venivano a scaricare le carrette e le botti con le immondizie e le latrine del Lager, tutti i corvi, gracchiando, venivano a razzolarci dentro.
Dai sottocampi o dai distaccamenti dei prigionieri che lavoravano nei boschi o lungo le ferrovie, ogni tanto giungevano nella nostra baracca i gruppi che avevano aderito alla Repubblica di Mussolini e di Graziani.
Dicevano che molto presto sarebbero ritornati in Italia, che avrebbero avuto una licenza. I piú avevano ceduto per fame e per il durissimo lavoro, ma c’erano quelli che ancora credevano nella vittoria finale dell’Asse e nelle armi segrete di Hitler. Fu da questi «volontari» che potei avere un rasoio per radermi; un marinaio mi regalò anche un lenzuolo, a lui non sarebbe piú servito, che poi barattai con una sentinella per un chilo di pane. Un alpino mi lasciò un cappotto russo, da questo ricavai e cucii un berretto con paraorecchi, due paia di calzerotti e uno di guanti, e ancora pezze da piedi. Un giorno sentii uno parlare con la cadenza dialettale della mia provincia e lo pregai, una volta giunto in Italia, di far sapere a casa mia che ero vivo e stavo bene. Da quasi sei mesi non avevano mie notizie e chissà quanto mia madre era in ansia. Gli diedi anche un biglietto che premurosamente fece recapitare in via Monte Ortigara. Ancora lo conservo.
Con i miei vicini russi era rigorosamente proibito parlare, ma quando uscivamo per la pulizia delle latrine quasi sempre riuscivo a sgattaiolare da loro. Nacque cosí una fraterna amicizia che ancora ho cara nella memoria. Pëtr Ivanovič era sergente carrista, siberiano e ingegnere; Ivan era invece un giovane operaio ucraino, iscritto al Komsomol e fervente comunista. Erano stati catturati feriti in una delle grandi sacche del 1941. Pëtr era anche riuscito a procurarsi una balalajka e alla sera suonava struggenti canzoni.
Era da loro che riuscivo a sapere dell’andamento della guerra, perché i gruppi di prigionieri che sostavano per lo spidocchiamento portavano sempre notizie fresche dal fronte. Alla fine di febbraio arrivò un gruppo di feriti sommariamente fasciati. Pure in quelle condizioni non sembravano dei vinti, anzi mostravano dignitosa fierezza e grande disprezzo verso le sentinelle e il Lagerfeldwebel e la sua rivoltella. Erano stati catturati da pochi giorni e dai luoghi dove provenivano capii che le armate di Hitler erano ripiegate di almeno cinquecento chilometri da dove erano l’inverno precedente: Odessa era stata raggiunta dall’Armata Rossa e Leningrado da mesi, oramai, era stata liberata dall’assedio. Nel centro dell’immenso fronte i Carpazi non erano piú lontani. Per l’esercito del «millenario» Terzo Reich era incominciata la nemesi.
Un pomeriggio il Lagerfeldwebel Braum venne a comandarmi di fare lo zaino e seguirlo. In silenzio raccolsi le mie poche cose, salutai con affetto Pëtr e Ivan, il mio compagno e uscii dall’Aufnahmebaracke dopo aver dato uno sguardo tutt’intorno: in certi momenti era stato un angolo tranquillo.
Forse dovevo lasciare questa baracca perché ero diventato amico dei prigionieri russi, o anche perché qualche volta i soldati tedeschi di guardia venivano a riscaldarsi attorno alla nostra stufa quando il freddo diventava insopportabile.
All’uscita dei reticolati che ci separavano dal grande Lager anche la sentinella mi fece un amichevole sorriso senza che Braum se ne accorgesse, e quando poi sfilammo lungo le interminabili baracche dove erano rinchiusi, i russi, vedendomi passare, con la voce e con i gesti mi salutavano al di là dei recinti. Dicevano il mio nome e arrivederci in modo chiassoso e allegro come per farmi coraggio, finché Braum urlò piú volte silenzio e affrettò il passo battendo i tacchi di ferro dei suoi stivali sulla striscia di assi dove solo lui poteva camminare.
Andavo con il cuore stretto perché non sapevo dove mi avrebbe condotto, né cosa si sarebbe fatto di me. Tutto potevo immaginare, e mentre mi portava via da quei russi sentivo il distacco da un’amicizia umana e fraterna. Fu a questo punto che uno di loro incominciò sommessamente a cantare una canzone; altri si unirono, poi altri ancora cosí che fecero un coro. Era una canzone di saluto per me, che contro di loro avevo combattuto ma che adesso, per non essere ancora dalla parte del torto, stavo con loro rinchiuso nel Lager I-B.
Nulla poté l’ira di Braum contro la loro canzone che né i reticolati né le sentinelle potevano trattenere. Era dolcissima e non parlava di soldati o di guerra o di eroi, ma di primavera e di una ragazza innamorata che aspettava l’amato sotto una betulla.
Mi portavano via e nello zaino avevo un rotolo di fogli dove avevo scritto i ricordi perché il tempo avrebbe potuto cancellarli dalla memoria, e in una tasca della giacca assieme a delle lettere avevo anche un cartoncino con dipinta una montagna, gli abeti con la neve, un cielo azzurro con la stella, una casa di legno e la scritta in oro «Buno Natale» che Anatolij Simioncev aveva voluto fare per me.
Il maresciallo mi accompagnò fino a una baracca circondata da reticolati nel settore degli italiani, fece aprire il varco e mi spinse dentro.
Era una baracca buia, gremita e maleodorante; il tetto arrivava quasi al suolo, le finestre erano piccole e con i vetri molto sporchi; i tavolati per dormire erano sotto il livello del terreno esterno e non c’erano paglia o trucioli. Cercai un posto per sdraiarmi tra l’indifferenza dei miei nuovi compagni che non mi rivolgevano una parola. Tra loro non riconobbi un amico, un viso noto, un compaesano a cui poter parlare; in breve capii che quasi tutti quelli che stavano rinchiusi in questa baracca erano incattiviti per qualche causa o motivo; e rissosi, ladri, speculatori sulle disgrazie dei compagni. Molte volte si accendevano liti durante la distribuzione del pane perché i piú violenti e forti cercavano di imbrogliare i piú miti o i piú deboli, o nella misura della fetta o con le parti rosicchiate dai topi o con la mollica umida e malcotta.
Dormivo poco, per mancanza di luce potevo scrivere solo per poco tempo mentre erano lunghissime le ore dell’insonnia e della fame. Per lo stare disteso molte ore sul tavolato e per la magrezza, un giorno mi accorsi che sulle anche dove sporgevano le ossa si era formata una chiazza nera e rugosa, una specie di soprosso o callo, e cercai di restare in piedi il piú possibile ad osservare i giocatori di carte. Ascoltavo le liti, camminavo lungo lo spazio tra il tavolato e le pareti fermandomi a guardare dalle finestre il piano gelato del terreno dove a intervalli regolari passavano gli stivali delle sentinelle.
I pidocchi si erano rifatti vivi molto rapidamente; nell’Aufnahmebaracke non li avevo, ma qui in pochi giorni mi avevano aggredito procurandomi un insopportabile prurito, tanto che grattandomi il petto e la schiena avevo fatto sanguinare la pelle. Mi difendevo come potevo, ricercandoli e schiacciandoli, con le unghie dei pollici. Pensavo per quanto tempo ancora avrei potuto resistere; ogni tanto qualcuno chiedeva di andare con l’esercito di Graziani o con i tedeschi sul fronte orientale; dei prigionieri venivano pure prelevati di forza per andare a lavorare chissà dove, magari nelle retrovie del fronte russo o in qualche distaccamento sorvegliato dalle SS.
Un compagno di baracca mi propose di cambiare il mio zaino da alpino con il suo tascapane: mi avrebbe dato in aggiunta mezza razione di pane e due sigarette papiroska. Non accettai, naturalmente; l’unica cosa che avrei tanto desiderato e cercato era un paio di scarpe perché avevo ai piedi degli zoccoli olandesi tutti in legno, che non mi avrebbero permesso di camminare per un lungo tratto.
Un giorno che guardavo dalla finestra il rettangolo di terreno dove passavano e ripassavano gli stivali delle sentinelle e calcolavo quanti passi facessero nell’andare e nel ritornare, mi si avvicinò un compagno di sventura che non avevo mai notato prima. Forse anche lui era rimasto sdraiato per tanto tempo; era molto piú anziano di me, alto, magro non solo per fame e quasi bianco di capelli: – Come va? – mi chiese. – Resisti?
La sua voce era senza particolari inflessioni dialettali e il suo comportamento molto urbano. – Resisto, – gli risposi, – ma il tempo in questa baracca non passa mai. Non c’è aria, non ci si può quasi muovere e i pidocchi mi mangiano –. Lui disse: – Ciao, tieni duro, – e se ne andò a guardare da un’altra finestra.
Nei giorni che seguirono dopo questo primo incontro qualche volta si avvicinava per parlarmi dei viaggi che aveva fatto, dei libri che aveva letto, della sua città che non nominava mai e che non capivo quale fosse; dell’isola di Corfú dove lo avevano preso i tedeschi alla fine di settembre. Era proprio bella l’isola di Corfú con il suo limpido mare, gli ulivi, l’odore del timo e della salvia, il sole, le donne greche, i muretti a secco attorno agli orti dove maturavano fichi dolcissimi. Chiudendo gli occhi potevo anche immaginarla.
Ma mi raccontava anche di cose che mai avevo sentito dire o letto sui libri di scuola: di elezioni, di parlamento, di democrazia, di libertà che c’erano in Italia prima di Mussolini e che lui da giovane studente aveva vissuto, ma che sarebbero ritornate per chi, finita la guerra, sarebbe rimpatriato.
Da questi discorsi mi venne il sospetto che forse era stato un ufficiale che alla fuga del re e degli altri capi si era strappato i gradi; ma la cosa si chiarí quando glielo chiesi e mi assicurò che non poteva esserlo perché repubblicano e socialista; loro non lo volevano come ufficiale ma nemmeno lui avrebbe voluto esserlo; lo consideravano un anarchico e anche per questo lo avevano richiamato e mandato in fanteria in un’isola della Grecia.
Un mattino fece il giro della baracca e non trovandomi a guardare gli stivali delle sentinelle venne accanto al tavolaccio dove ero disteso.
– Cos’hai oggi?, – mi chiese.
– Mi sembri di umore nero. – Mi hanno rubato il pane, – risposi.
Avevo diviso la mia razione in due parti, una l’avevo mangiata subito e l’altra l’avevo nascosta tra i miei stracci per il mattino dopo. Non l’avevo piú trovata e quasi mi veniva da piangere piú per la rabbia del furto subíto che per la fame. Mi guardò e se ne andò senza parlare. Dopo un paio d’ore fu di ritorno e sedendosi all’orlo del tavolaccio levò dalla tasca un pezzo di pane e me lo porse. Non lo volevo accettare; tenevo con forza le mani dentro le tasche del pastrano e facevo di no con la testa.
– Mangia, devi resistere. E poi non è la mia razione; l’ho comperata con due sigarette, io non fumo piú e ne ho ancora dalla Grecia. Prendi! – Me lo posò accanto e se ne andò. Allora lo raccolsi e masticando lentamente e insalivando ogni boccone per farlo durare a lungo, incominciai a mangiare.
Passarono ancora giorni sempre uguali in compagnia della fame, delle liti, dei fetori, dei furti, dell’umidità, dei pidocchi; ma con ogni tanto uno sprazzo di amicizia e di solidarietà che dava speranza. Una mattina che era appena fatto il giorno un soldato armato apparve nel vano della porta, ordinò il silenzio e gridò forte quello che per loro era il mio nome: – Siebentausendneunhundertdreiundvierzig! Schnell machen, kommen!
Cercai in fretta l’amico che mi aveva donato la sua compagnia per scambiare un saluto, raccolsi la mia roba e zoccolando sul terreno gelato seguii il soldato.
Ad aspettarmi vicino al portone dove campeggiava la scritta come un arco «Kriegsgefangenenlager» e le torrette di pali con le mitragliatrici, dopo la grande distesa di baracche silenziose, trovai un altro compagno, un ragazzo in divisa d’alpino. Ci perquisirono e frugarono nei nostri zaini. Nel mio trovarono il piccolo fascio di fogli di carta legati con un pezzo di spago e chiamarono un interprete per leggerli. Forse non riusciva a decifrare la mia scrittura e mi fece delle domande: fingeva di leggere. Da lontano sentimmo arrivare le urla di Braum. L’interprete mi riconsegnò i fogli dei ricordi della ritirata di Russia. Il caporale del portone mi volle sequestrare la mezza bottiglietta di acqua di colonia 4711 che avevo scambiato con due lamette con un marinaio prima che rientrasse in Italia come volontario. Per me quella poca acqua di colonia era una cosa che poteva rievocarmi sensibilmente un mondo lontano e ogni tanto l’annusavo chiudendo gli occhi. Il capoposto voleva sostenere che era materiale infiammabile, buono per fare sabotaggi e quindi pericoloso; ma vedevo e capivo che l’Obergefreite del portone lo desiderava per golosità. Dopo molto insistere riebbi anche la mezza bottiglietta di 4711.
Braum, che nel frattempo era giunto per osservarmi, con un cenno fece alzare la sbarra e aprire i reticolati. E ci trovammo fuori scortati da due soldati molto anziani e armati, con la pallottola in canna, e lasciammo cosí le baracche con le multiple file di reticolati e ci trovammo in una aperta campagna senza alberi, fredda e grigia, popolata da corvi e dove campeggiava il grande e tetro mausoleo di Hindenburg.
Parlando con il mio nuovo compagno di ventura seppi da lui che ci avrebbero condotti in un distaccamento di prigionieri presso una grande fattoria, in Lituania, e che il nostro lavoro sarebbe stato quello di andare ogni mattina e ogni sera con un carro e cavallo a raccogliere il latte nelle stalle sparse per la campagna e portarlo in un caseificio. Eravamo molto fortunati.
Camminavo in silenzio e non riuscivo a rendermi ragione perché quel soldato avesse gridato il mio numero. L’ordine era venuto da Braum o dalla fureria del Lager dove tra quelle carte lavoravano anche prigionieri italiani? O era perché nel primo mese di prigionia avevo detto per le baracche del mio blocco che bisognava resistere alle lusinghe di ritornare a combattere per i tedeschi e qualcuno aveva riferito? E poi perché un lavoro cosí speciale dove avrei anche potuto levarmi la fame?
Dopo poco arrivammo alla stazione ferroviaria. I civili che aspettavano il treno ci guardavano con curiosità e compassione ma una donna che tentò di avvicinarsi con un pezzo di pane venne cacciata via in malo modo dai nostri custodi. Nella fredda mattina di gennaio il treno si fermò sbuffando vapore bianco e fumo nero; dopo che erano scesi e saliti tutti i civili ci fecero salire anche noi; ma non ci permisero di sedere anche se c’erano posti liberi, e quando tentai di rivolgere la parola a un vecchio polacco che ci sorrideva mi imposero di tacere.
Non ricordo quanto durò il viaggio; a me parve molto breve e molto strano; insolito come altro mai mi accadde di fare. Guardavo con curiosità i passeggeri silenziosi e poveramente vestiti, il paesaggio desolato attraverso i finestrini, le guardie con il fucile al piede, l’interno del vagone e dopo sei mesi di Lager mi rendevo conto che fuori il mondo continuava ad esistere malgrado tutto. Esisteva in qualche luogo anche il mio paese, la mia casa dove non potevo far giungere mie notizie, o averne.
Ci fecero scendere in una stazioncina isolata tra poche case sparse in una campagna senza vita apparente, coperta a tratti di neve. «Guldenboden», diceva la scritta in nero sul muro della piccola stazione. Ma chissà quale era il nome polacco. Ci avviarono verso una costruzione di mattoni, bassa e larga recintata da reticolati e staccionate; ci consegnarono ad altri soldati e questi ci fecero scendere per una rampa dentro un seminterrato che forse era stato una stalla, e richiusero la porta alle loro spalle. Dove una volta era stato il posto dei cavalli vi erano ora dei sacconi di trucioli; nelle mangiatoie erano riposti barattoli e zaini; al centro della stalla, come un monumento, si ergeva una stufa in ferro e cotto ancora calda. E qui, accanto alla stufa, ci sedemmo in attesa.
La sera scese molto presto e poi nel buio sentimmo le voci dei prigionieri italiani, dei passi ed aprirsi la porta. Venne accesa la luce. Con loro entrò l’aria fredda e umida del Baltico; non ci fu modo di scambiare qualche parola perché una voce da fuori chiamò per la zuppa e anche noi due ci mettemmo in fila nel cortile davanti a una piccola baracca recintata e con una piccola apertura a sportello verso il cortile da dove una ragazza russa o polacca ritirava i recipienti vuoti per restituirceli con la razione giornaliera: un litro di zuppa molto acquosa e una fetta di pane.
Quando rientrammo nella stalla per mangiare vi fu un intrecciarsi di domande e di brevi risposte. I nostri nuovi compagni volevano sapere dell’andamento della guerra; se i russi si avvicinavano e se gli americani erano sbarcati in Francia, se avevamo notizie dall’Italia. Ma nemmeno loro avevano avuto notizie da casa, o potuto darle.
Noi volevamo sapere del lavoro, del trattamento. Erano circa una sessantina e fu con sorpresa che tra questi potei notare un gruppetto di alpini del mio reggimento, e che tre o quattro di questi avevano fatto la mia stessa strada nella ritirata di Russia. Erano qui da tre mesi, lavoravano con forconi e badili a sistemare il pietrame tra le traversine e a tenere libere le rotaie lungo la ferrovia per Königsberg. Il cibo era quello che avevo visto. Si lavorava da buio a buio; la domenica era giorno di riposo e di pulizia, ma dalla zuppa che davano a mezzogiorno bisognava aspettare la sera del lunedí per ricevere ancora qualcosa da mangiare. Una domenica, mi dissero, era venuto anche un medico civile a visitarli e una dozzina o piú di compagni erano stati portati via perché probabili TBC. Non li avevano piú rivisti.
La sveglia avveniva sempre nel buio piú profondo e la sentinella dopo aver gridato l’aufstehen chiamava uno per ritirare un secchio di tè per tutti. Non era certo tè, ma un infuso di tiglio con un po’ di zucchero; veniva distribuito in abbondanza ed era pur sempre una bevanda calda che faceva lavorare le reni. Poi fino a sera non ci veniva dato altro.
All’adunata ci ordinavano in fila per tre, ci contavano e poi pestando la neve e al passo ci conducevano fino alla piccola stazione deserta dove alle cinque e trenta passava un treno a raccoglierci. In un’altra stazioncina salivano dei polacchi molto anziani, qualche civile di lingua tedesca e i ragazzi delle fattorie sparse che si recavano a scuola nel paese piú vicino. Noi scendevamo dopo una decina di chilometri, quando il treno rallentava. Si lavorava sino a buio e si ritornava a piedi.
Come custodi avevamo quattro soldati e un sottufficiale, tutti inabili per ferite di guerra; sul lavoro assistevano anche degli anziani Meister prussiani molto esigenti e su tutto: su noi, su altri distaccamenti di prigionieri che erano nella zona, sui polacchi, sui lituani, sulla ferrovia, sui tedeschi c’era a comandare un ex ufficiale delle SS senza un braccio e sempre vestito in divisa nera, e che ogni giorno passava a controllare, in piedi sopra un carrello a batterie manovrato da un soldato.
La stalla dove si dormiva era calda perché quasi del tutto sotto terra, e poi la grande stufa veniva alimentata con il carbone che raccoglievamo lungo la ferrovia e che i fuochisti lasciavano cadere perché impietositi dalla nostra miseria. Anche dalle tradotte militari che andavano al fronte verso Leningrado cadeva qualcosa, perché i cuochi dei soldati al vederci cosí malandati, esposti alle intemperie, cupi, certe volte facevano rotolare dalla scarpata rape, patate e cavoli che scartavano dal vagone cucina. Noi, naturalmente, si raccoglieva tutto: ma mentre il carbone veniva messo in un mucchio comune, per le cose da mangiare ognuno disponeva come gli accomodava e le piú volte nella pausa tra le dodici e le tredici queste verdure venivano mangiate cosí come erano mentre stavamo rannicchiati sottovento vicino a un magro focherello di sterpi ai piedi della scarpata.
Il vecchio polacco che lavorava con il mio gruppo si chiamava Johannes, non Ivan o Hans, e anche lui diceva che la sua casa era molto lontana, era un cattolico fervente, innamorato dell’Italia e di Roma dove c’era Petrus. Per farsi comprendere usava con noi il latino che aveva imparato con le preghiere e con la messa; era anche molto buono e pudicissimo e quando sentiva qualche nostra imprecazione si faceva il segno della croce. Ogni tanto, a turno, ci regalava una fettina di pane sottile come un’ostia o una patata lessa, ci faceva anche dare una tirata dalla sua pipa dove fumava machorka, le nervature delle foglie di tabacco non conciato. Questo poteva accadere soltanto durante la sosta tra le nove e le nove e un quarto, quando i guardiani facevano merenda, o tra mezzogiorno e l’una quando noi sognavamo di mangiare. Ma questa ultima sosta piú che un riposo era una pena perché la fame ci tormentava; e anche il vento, che molte volte soffiando impetuoso dalla parte del mare poco lontano, ci raggelava le membra. Cosí qualche volta preferivo camminare sottovento e sotto lo sguardo delle sentinelle, e lungo le rotaie cercare un pezzo di carbone, una cicca, una rapa gelata fatti cadere dalle tradotte.
Tra i civili che dirigevano e sorvegliavano il nostro lavoro, due si mettevano alle estremità del tratto di ferrovia in opera e al passaggio di ogni treno suonavano la tromba per segnalarci il pericolo. Passavano treni merci, treni di soldati che andavano al fronte, treni carichi di feriti che ritornavano, treni locali di passeggeri. Ma ogni tre giorni, puntuale e veloce, passava un treno tutto lucido, con vagoni letto e vagone ristorante. Vedevamo come in un sogno passare tra le luci accese signore ingioiellate e con vestiti leggeri, ufficiali carichi di decorazioni sopra le ordinatissime divise, camerieri in giacca bianca e alamari d’oro che servivano cibi e bevande sopra candide tovaglie. Ma da questo treno mai non cadde una cicca o un pezzo di pane.
Alla sera si trascinava la nostra stanchezza verso la stalla dove ci aspettavano un litro di zuppa e una fetta di pane.
Una mattina mi rivoltai a un sorvegliante, era un omaccio grande e rosso di pelo. Mi ero fermato per gustare una crosta di pane che con tanta fatica avevo conservato fino a quel momento. Quando mi vide che masticavo con le mani ferme sul piccone si avvicinò minaccioso con il braccio alzato e le mani a pugno per picchiarmi. Urlava: – Chi non lavora non mangia!
Allora alzai il piccone. Ero esasperato e deciso, lui per fortuna se ne accorse in tempo e si allontanò sputando per terra e imprecando. Ma la mattina dopo me la fece pagare e per tre giorni mi costrinse a lavorare in una palude ai lati della scarpata. Con i sabot ai piedi e dentro l’acqua fino alle caviglie dovevo pulire i canali di scolo. In piú venne anche il vento e la neve a sferzarmi il viso.
Ma il tempo passava e un giorno sarebbe pure arrivata la fine, ed ero certo che sarei ritornato. Una sera, non ricordo ora se fu con un baratto o se le avevo rubate alla stazione, mi trovai padrone di cinque patate. Erano cinque belle patate grosse e sode, non marce o gelate, e aspettavo che passasse l’ultimo controllo per cucinarle dentro la stufa. Venne il sottufficiale, passò a contarci e mentre stavamo stesi ognuno al nostro posto richiuse la porta con il catenaccio e spense la luce.
Aspettai ancora un poco, presi la gavetta che avevo preparato con dentro l’acqua e le patate e mi avvicinai al bagliore rosso che veniva dalla stufa. Apersi lo sportello di ghisa e posai dentro la gavetta vicino al carbone incandescente. Vennero lí anche tre o quattro amici e in attesa che le patate cucinassero parlammo sottovoce di quando l’anno prima eravamo in Russia. Ma ogni tanto, come un sogno ripetitivo, si ritornava a dire di un fantastico pranzo che si sarebbe fatto alla fine della guerra, con minestrone di pasta e fagioli e pane a volontà.
Cosí, tra un ricordo e un sogno, uno levò dalla tasca le cicche che era riuscito a raccogliere lungo le rotaie, le sciolse e con un pezzo di giornale arrotolò una sigaretta che poi accese e a turno fumammo una boccata per ciascuno sino a consumazione.
Improvvisamente dissi: – Attenti! – e restammo ad ascoltare in silenzio. Sentimmo il catenaccio scorrere e in silenzio ritornammo ai nostri posti e ci tirammo sopra il pastrano. Entrò una guardia seguita dal sergente che con la lampadina tascabile girò poi tutt’intorno il fascio di luce. Passarono quindi a contarci uno per uno, lentamente ripeterono l’operazione controllando le gambe e si fermarono in silenzio vicino alla stufa. Si mossero per uscire, ma si fermarono ancora a bisbigliare vicino alla porta. Finalmente se ne andarono e richiusero. Forse nei dintorni era successo qualcosa.
Quando tutto ritornò tranquillo uscii lesto da sotto il cappotto ma nell’aprire lo sportello della stufa provai una delle mie piú grandi delusioni: il calore del carbone, nell’attesa che se ne andassero, aveva fatto evaporare tutta l’acqua e fondere l’alluminio. Della mia gavetta era rimasto un grumo grigio tra la marogna incandescente e delle patate nemmeno il fumo. L’indomani avrei anche dovuto cominciare la ricerca di un barattolo, o altro recipiente, per sostituire la gavetta, il che non era poi tanto semplice.
Intanto si andava verso la primavera, l’aria si faceva piú mite e noi si cercava di capire come andasse la guerra dall’umore dei nostri custodi. Quando s’incattivivano pensavamo che forse gli americani erano sbarcati o che l’Armata Rossa si era avvicinata. Sempre piú numerosi erano i treni dei soldati che andavano e venivano.
Una sera al rientro trovai una sorpresa: era arrivata della posta e per me c’era una cartolina Kriegsgefangenenpost, la posta destinata ai prigionieri di guerra, di mio padre. Erano passati sette mesi, o piú, senza avere alcuna notizia da casa. Ora finalmente potevo sapere che dopo l’8 settembre i miei fratelli e mio padre erano riusciti a raggiungere la famiglia; erano tutti insieme ancora una volta e ancora una volta il peggio era capitato a me.
Alla distanza di quindici giorni ricevetti anche un pacco con pane biscotto e riso cuciti dentro una tela; ma il pane si era sbriciolato e il riso mescolato con il pane. Anche altri compagni ricevettero pacchi da casa e cosí per la sera della domenica di Pasqua mettemmo tutto assieme per una zuppa comune, da spartire anche con quei compagni del Sud che niente potevano avere dalle loro case.
Si buttò dentro una grande pignatta tutto quello che si aveva: pane biscotto, riso, patate rubate, farina, piselli secchi, cavoli. Il sergente mi permise anche di entrare in cucina per sorvegliare la cottura e le due ragazze russe deportate dalla provincia di Vinitza che facevano le cuoche ai soldati tedeschi e a noi, furtivamente aggiunsero alla zuppa un pezzo di margarina.
Fu la nostra Pasqua del 1944. Ma io per quel giorno avevo anche una cosa che con gli altri non volevo spartire. Un uovo di gallina cotto e colorato con le erbe, foglie di cipolla e fondi di caffè; come quelli che le ragazze del mio paese usano donare ai ragazzi alla vigilia dell’Ascensione. Lo mangiai nell’angolo del recinto da dove si vedeva la campagna con le betulle rinverdite. Quell’uovo me lo aveva infilato nella tasca del pastrano una bambina polacca che ogni mattina incontravamo quando saliva sul treno con i compagni per recarsi a scuola. Mi guardava e mi regalava un sorriso che mi aiutava a vivere. La mattina del Sabato Santo si era avvicinata furtiva e lesta; poi sentii quel peso insolito nella tasca e con la mano avevo scoperto l’emozionante dono.
Lo mangiai lentamente, gustandolo con una presa di sale prelevata da un cartoccetto che Johannes mi aveva procurato qualche giorno prima per condire eventuali patate.
Il giorno dopo ci fecero camminare per lungo tratto sulla ferrovia, verso un villaggio lontano e sperduto. Un incendio del bosco aveva danneggiato la linea telegrafica e ci fecero stendere e fissare sui pali i nuovi fili. Altre sentinelle, con il tetro capitano monco, erano venute a sorvegliarci. Con i ferri dentati legati ai piedi ero salito su un palo. Cosí in alto mi sembrava di essere un uccello sopra un albero e guardavo tutt’intorno la campagna dove la primavera dava i primi segnali: le betulle aprivano le gemme e nello stagno poco lontano dal villaggio era arrivata una coppia di cicogne.
Nella pausa di mezzogiorno ci sdraiammo al sole. Camminando avevo raccolto una brancata di foglie fresche di tarassaco che misi in tasca. Pensavo al Lunedí dell’Angelo e all’usanza di mangiare le uova sode sotto gli ulivi e i ciliegi tra le colline attorno Bassano e Marostica, e cosí incominciai a mangiare il mio pranzo. Quando finii le foglie, mi trovai sotto le dita il guscio sbriciolato dell’uovo, istintivamente me lo portai alla bocca. Lo masticavo lentamente sino a ridurlo come farina e poi lo inghiottivo.