bepi, un richiamato del ’13
italian
Eravamo verso la fine di settembre, la terra era secca ed arsa, le alte erbe ingiallivano e gli aromi della steppa erano acuti e antichi: specialmente al mattino subito dopo l’alba o alla sera dopo il tramonto. Le giornate erano ancora tiepide, ma già le notti preannunziavano l’inverno: le stelle non avevano piú quel baluginare estivo, bensí brillavano ferme e nitide, e come il tempo scorreva aumentavano di numero cosí da riempire tutto il cielo. Nel profondo silenzio si sentivano i richiami degli uccelli migratori e se non fosse stato perché si era in guerra, erano notti da camminare senza fine, con amore e felicità. Qualche volta capitava che facevi il turno di vedetta o la pattuglia come fossi trasognato per quanto ti circondava, e ti lasciavi compenetrare da quella pace fino a quando il vento del Sud non ti portava i rumori lontani, come sommersi, e ficcando gli occhi dove il cielo e la terra si confondevano, scorgevi bagliori di temporali: laggiú c’era Stalingrado.
Anche i visi dei compagni che avevo intorno esprimevano tristezza e dolore: era accaduto che un mese prima, improvvisamente, ci avevano fatto salire sui camion – stavamo camminando verso il Caucaso, nella calura e nella polvere, con gli zaini affardellati – e dopo due giorni ci avevano scaricato in un deserto d’erba. Entrammo in battaglia in un luogo che non è segnato in nessuna carta; alla mattina partii come caposquadra e alla sera mi trovai comandante di compagnia. Una compagnia dalla forza di tre sparute squadre. E ci lasciarono cosí per lunghi giorni, con tanta posta che nessuno piú poteva ritirare e tante razioni che nessuno voleva mangiare. Posto avanzato circondato dal nulla finché una notte venne un ufficiale e ci disse di ritirarci.
Noi ci sentivamo tanto spaesati, e abbandonati, quasi, dopo quella battaglia pazzesca e incredibile da dove cosí in pochi uscimmo vivi. Tra di noi parlavamo ancora sottovoce e tutto intorno sembrava vuoto e smisuratamente ampio. Ampio e vuoto non perché non vedevamo villaggi, fiumi, terre coltivate, ma perché troppe morti avevamo dentro. Quando Renzo e Vittorio vennero dalle retrovie per vedere se ero ancora vivo, dopo tutto quello che avevano sentito dire, le loro voci festose sembravano assordarmi. Cosí anche mi era sembrata una montagna vuota il corpo gonfio di un fante della Sforzesca disteso a braccia aperte e senza scarpe, la notte che, di pattuglia, non sapevo rendermi ragione di quella cosa immensa e immobile nella steppa.
Ora, rintanati su un dosso dietro la linea dei capisaldi, aspettavamo i complementi per rifare i plotoni e le squadre.
Quella mattina che arrivarono, ero davanti al fuoco che arrostivo una fetta di zucca che mi aveva regalato un conducente, e li vidi avvicinarsi silenziosi, affaticati e curvi per lo zaino che avevano completo di ogni cosa. Non portavano l’elmetto come tutti noi ma il cappello con la penna: l’elmetto lo avevano ancora legato sullo zaino. Dentro il fregio con l’aquila avevano il numero sette. Erano del 7° reggimento.
Fecero zaino a terra e sentii parlare in veneto. I miei compagni di naia erano stati fino allora quasi tutti lombardi e in tanti anni avevo assimilato quasi completamente il loro dialetto gutturale.
– Da dove venite? – chiesi nel dialetto nativo.
– Dall’Italia, – rispose uno.
– Capisco. Non certo dalla Turchia. Ma da che parte dell’Italia?
– Treviso, Belluno, Vittorio, Feltre. Razza Piave!
Erano indaffarati attorno ai loro zaini, si chiamavano per nome, scherzando tiravano fuori oggetti o cibarie che sapevano ancora di casa. Quella maniera di prendere la vita mi fece dire: – Non avete portato la grappa per il vecchio della Russia?
E qui me lo vidi davanti per la prima volta: tarchiato e robusto da sembrare basso di statura anche se certamente superava il metro e settanta, scuro di pelle forse anche perché non tanto lavato, la testa quadrata ma senza spigoli, qualche filo grigio sulle tempie imperlate di sudore, baffi folti e grigi. Sopra il taschino della giacca aveva i nastrini della campagna d’Abissinia e d’Albania e, sulla manica, i gradi di caporal maggiore. «È un richiamato del ’13», mi dissi. Aveva levato dallo zaino una bottiglia e venne a porgermela dicendo:
– Prendi sergente, bevi. Io sono Bepi di Soligo e questa è roba fatta in casa, da me. Ma vacci piano perché è come l’olio santo.
Mi resi conto di quanto valesse quando si trattò di rifare i plotoni e le squadre della già distrutta compagnia, di sistemare i soldati nelle tane, e provvedere per il rancio e per i servizi di vigilanza e di difesa. I sottotenenti di prima nomina che erano arrivati con lui e il nuovo capitano, avvocato a Firenze e uomo da scrivania, lasciavano fare e non mettevano parola. Bepi di Soligo senza tante formalità lavorava e ordinava, e vedevi gli alpini eseguire con rispetto e convinzione; non per comando naiesco o vuota formalità o arida disciplina, ma perché cosí doveva essere fatto per il bene comune. Era come l’avrebbero fatto nei campi o nella bottega artigiana.
Venne finalmente anche l’ordine di lasciare le steppe del sud e di raggiungere gli altri reparti alpini che erano sul Don. Le marce erano lunghe e faticose per le piogge e il fango autunnali, per lo zaino e per la monotonia: si camminava e si camminava e pareva di essere sempre nel medesimo posto. Per delle giornate intere non si vedeva anima viva, né tedeschi, né rumeni, né ungheresi, né russi, né italiani. Ogni tanto capitava di incontrare piccoli gruppi di civili: donne, bambini e vecchi che scendevano dal nord verso il sud come gli uccelli migratori in cerca di un po’ di pastura.
Un giorno ai lati della pista c’era una lunga e profonda foresta di betulle; i tronchi vestiti di bianco salivano diritti dalla terra bruna e sostenevano una distesa di capelli d’oro. Si camminava e si camminava e non c’era fine in nessun luogo. Incontrammo un gruppo di civili russi: tiravano i soliti carrettini e avevano i piedi avvolti in tela da sacco. Si fermarono con noi a mangiare pane di semi di girasole, e quando ci raggiunse un rumore di motori e di ferro, le donne, i bambini e i vecchi entrarono subito nella foresta che li accolse rinchiudendoseli dentro. Passarono via i soldati con i carri armati e la morte sull’elmo, e noi riprendemmo a camminare.
Dopo chissà quanti chilometri arrivammo dove passava una ferrovia; nel centro del paese c’era un grande magazzino da dove potevamo prelevare viveri per piú giorni. Il furiere fece i buoni regolari, il capitano disse di preparare due carrette e una mezza squadra. Bepi fu il primo ad offrirsi volontario; anzi, quando vide i conducenti che imbardavano i muli lui era già pronto con tre delle sue reclute piú svelte.
Camminando mi raccomandava: – Quando saremo al magazzino tu devi creare un po’ di confusione e tenere occupato il comandante tedesco, tirarla per le lunghe, fare il pignolo: bolli, timbri e cosí via, protestare il peso e il numero, fingere di non capire, tirarti gente attorno. Al resto penserò io.
Al magazzino feci la commedia come lui mi aveva detto, tanto che il maresciallo tedesco non capiva piú niente, né capivano i suoi scattanti tacchibattenti soldaten. Bepi e i suoi tre erano spariti. Sulla strada del ritorno chiesi: – Come è andata?
– Bene abbastanza, – rispose lui. – Un bel pezzo di lardo.
– Basta?
– Tre salami tipo mortadella.
– E dopo?
Camminò per un po’ e dopo disse: – Due sacchi di pagnotte.
– E dov’è questa roba?
– Tutta sulle carrette, con il resto dei buoni.
– D’accordo, – dissi. – Ma niente da bere, Bepi?
Mi guardò furbesco strizzando l’occhio, camminò ancora un poco, guardò indietro e sussurrò: – Un barilotto di cognac o di grappa. Non so… Ma questo è extra, riservato ai vecchi. Ai giovani da mangiare e ai vecchi da bere.
Da allora, quando c’era da prelevare nei magazzini italiani o tedeschi che fossero, andò sempre lui, e a tale scopo erano bene addestrati i tre giovani della sua squadra. E tutto quello che arrivava in piú finiva nella marmitta comune; per lui e per gli amici teneva la bevanda. Un giorno capitò con un fucile mitragliatore nuovo di fabbrica e mostrandomelo sotto la tenda disse: – In guerra, se vuoi cavartela, ci vogliono armi e mangeria. Cosí mi hanno insegnato gli ascari!
Il principio dell’inverno lo passammo sul Don tra pattuglie e vedette; lui era in un altro caposaldo e per Natale gli mandai mezzo sacco di frumento. Poi in gennaio ci dissero di ritirarci e quella notte lo ritrovai in testa alla sua squadra. Diventammo sempre di meno, ed era in testa al resto del plotone, poi di due plotoni. Sempre davanti con il mitragliatore in spalla e la gavetta infilata nella cinghia delle giberne: – Avanti, figli! – diceva, – che tutti non possono accopparci. Stiamo insieme.
Di notte, dentro le isbe, preparava da mangiare mentre le sue reclute riposavano; nella steppa, quando ne vedeva una cadere per sfinimento la rialzava magari con male parole, anche a schiaffi se era necessario, e la faceva venire avanti. Dopo il 26 gennaio scortò fuori dalla sacca una slitta di feriti e, quando ci ritrovammo, quei quattro spettri che eravamo rimasti, lo proposi al maggiore Bracchi per la promozione a sergente e la medaglia d’argento. E la ebbe la medaglia e la promozione e mai, credo, riconoscimento fu cosí giusto.
Ritornammo in Italia ancora una volta e nell’estate vennero altre reclute per rifare i reparti; ma l’inverno successivo ci ritrovammo in un Lager dalle parti dei laghi Masuri, in tanta malora. Eravamo, lí dentro, qualche migliaio di italiani tra decine di migliaia di russi. E tanta fame, e tanto freddo, e miseria, e pidocchi. Vennero a chiederci di aderire alla Repubblica di Mussolini e di passare, quindi, al di là dei reticolati dove si vedevano pentoloni fumanti ricolmi di zuppa d’orzo con patate e carne: – Dura naia, che io resisto! – diceva Bepi. E anche qui si teneva attorno le reclute come la chioccia i pulcini.
Nel grigiore di quel cielo basso, di quella neve, dei reticolati, e di quelle baracche tetre e buie e dei nostri visi lunghi, le giornate erano interminabili anche se poche erano le ore di luce; ma interminabili ancora di piú erano le notti quando per la fame non eri capace di prender sonno e sentivi nel buio il pianto soffocato di qualcuno. Le tavole del pancone ti fiaccavano la pelle dove sporgevano le ossa e il freddo era dentro di te come la fame; ogni tanto un getto di luce spietata frugava nella baracca attraverso il ghiaccio delle finestre: era il faro delle torrette di guardia, alte sulle impalcature ai quattro angoli del blocco, dove stavano le sentinelle con le mitragliatrici.
Ogni tanto capitava il Lagerfeldwebel Braum con l’interprete; lo sentivamo da lontano perché aveva una voce di cornacchia: voleva contadini, muratori, manovali, meccanici, falegnami e chi non ce la faceva a resistere andava fuori a lavorare. Fuori, dicevano, nei campi di lavoro, davano piú razione.
Un giorno sulla fine di dicembre, Bepi mi prese in disparte e mi disse: – Senti, le reclute non resistono piú, vedi che occhi grandi hanno fatto e che ventri gonfi, qui, se non ci lasciano la pelle, mi diventano tisiche. Se entro quindici giorni non finisce la guerra, alla prima richiesta li porto fuori a lavorare. Che ne dici? – Camminavamo noi due soli lungo un sentiero nella neve tra baracche e reticolati: al di là due sentinelle andavano su e giú incrociandosi e dalle torrette sentivo che ci accompagnavano con la canna delle mitragliatrici. Ma forse era per far passare il tempo che ci accompagnavano con la mira della mitragliatrice.
Le nostre speranze erano che l’Armata Rossa arrivasse presto e che gli americani entrassero in Germania da qualche parte. Passando per i viali di reticolati, in fila per cinque per andare a prendere una volta al giorno le rape nell’acqua, i russi ci sussurravano notizie fantastiche; ma io conoscevo i loro animi: erano solo per darci coraggio, quelle notizie.
– No, Bepi, – dissi camminando lungo i reticolati, – tra quindici giorni non finirà. Forse tra quindici mesi. Questi crucchi hanno la testa dura e non capiscono; dureranno fino alla fine di tutto. Non devi avere rimorsi per quello che hai intenzione di fare; non è tradimento; all’8settembre il re è scappato e i generali hanno perso la testa. I traditi siamo stati noi. Il primo a sparare contro i tedeschi, ricordi, è stato il nostro cuciniere. E ci è rimasto. E queste reclute affamate e rimbambite, quando sarai fuori di qui, tientele vicine, istruiscile ad arrangiarsi per vivere… Un giorno o l’altro la finirà, no?
– La finirà sí, can de l’ostia di Hitler! E quando arriverò a Treviso voglio fare una bevuta da ubriacare il mondo.
Dopo una ventina di giorni inquadrò le sue reclute, gridò un po’ per animarle e cacciare via da loro quell’odore di morte che stava intaccandole, e uscí per il lavoro. Prima mi aveva salutato senza tante storie: – Sani! – disse. – Ci rivedremo in Italia. Tieni duro e resisti.
Uscí dai reticolati chiamando il passo ed era lui che comandava, questa volta, non le sentinelle sciancate con il fucile dalla baionetta inastata. I prigionieri russi, i nostri nemici di un anno prima, lo salutarono mentre passava per il viale di reticolati e un ufficiale dei loro, con il berretto dalla bordura rossa e la stella, lo salutò sull’attenti.
Non lo rividi piú. Non seppi dove andò a finire: se in una miniera della Slesia o in Lituania o giú per i Balcani o nella Ruhr. Piú nulla seppi di Bepi e delle sue reclute per quanto chiedessi nei Lager dove il destino mi portava; ma ero ben certo che lui, in qualsiasi situazione, se la sarebbe cavata perché troppe ne aveva viste, provate e superate per dover cedere ora.
Quando la guerra finí, in qualche maniera mi portai a casa le ossa e la pelle, e dopo pochi mesi mi diedi alla ricerca dei vecchi compagni. Qualcuno mi rispose, per altri mi risposero i familiari chiedendo a loro volta notizie. Ma di Bepi, niente. Scrissi al suo nome a Soligo, a Pieve di Soligo, a Solighetto, a Farra di Soligo. Niente. Le lettere ritornavano con scritto di traverso «Sconosciuto». Un giorno andai a Conegliano per un convegno sul vino, piú per chiedere e cercare di lui che per altro, e ancora niente. I dati al distretto militare di Belluno non c’erano piú e neanche al deposito del reggimento. Andai alle prime riunioni degli alpini con la speranza di incontrarlo e chiedevo a quelli della Marca. «Non so» rispondevano. «Mai sentito nominare». «Era qui prima…» «È morto in Russia…» «È emigrato…» Ma lo confondevano con un altro o mi indicavano uno che non era lui.
Sono passati tanti anni e i ricordi si perdono in terre lontane o si confondono in visi che sfumano in bufere di neve, in campi di concentramento, in piste fangose o tra bagliori d’incendi, scoppi, raffiche; ma pochi riesco a ricordarli morti perché tutti avevano una particolare maniera di essere che ritrovo ogni qualvolta, nell’inverno delle mie montagne, vado per i boschi e li penso.
L’autunno scorso venne a trovarmi un compagno di prigionia che vive nei dintorni di Castelfranco; non era nei nostri reparti alpini e in quel Lager della Stiria capitò dalla Grecia. Venne a trovarmi portando del buonissimo vino e, dopo un fitto ricordare, gli chiesi se per caso non avesse incontrato dalle sue parti un tale cosí e cosí. E glielo descrissi minutamente nella maniera di parlare, di camminare e nell’aspetto. Si diede una pacca sulla fronte e disse:
– Bepi… Bepi… Ma sí! Quel vecchio sempre ubriaco, che faceva una specie di fattorino postale e beveva due bicchieri ed era via…
– Ma dove? Dov’è ora?
– L’è mort. Era lui senz’altro quello che cerchi. Quando portava un espresso o un telegramma non voleva la mancia, ma solamente un bicchiere di vino, e raccontava che lui era stato in Abissinia, in Grecia, in Russia, e che prigioniero dei tedeschi aveva camminato per tutta l’Europa: dalla Lituania alla Romania, alla Francia, ed era ritornato, a piedi, nell’autunno del 1945, dopo centoventisette mesi di naia alpina, ma che in Francia i contadini volevano tenerlo lí a lavorare nelle vigne. I ragazzi, quando era ubriaco, lo scherzavano anche, per queste storie strampalate che raccontava in maniera bizzarra. Era rimasto solo ed è morto due anni fa… Ma perché ora sei cosí mesto? Beviamo al suo ricordo.