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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

capriolo alla guerra

italian

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Nel settembre del 1944 fascisti e tedeschi iniziarono i grandi rastrellamenti che avrebbero dovuto, nei loro piani, liberare le Alpi dai partigiani; e cosí anche da noi incominciò il grande ballo che fece dormire pure le vecchie con le scarpe ben legate ai piedi.
Una mattina salirono dalla pianura per tutte le strade; bloccarono i trivi e i quadrivi, si allargarono a ventaglio per le strade militari della Grande Guerra e dall’una e dall’altra parte si incominciò a sparare. Nel Dunkelbald gli scoppi e gli spari si rinnovavano di radura in radura, da folto a folto; si spezzettavano, si rincorrevano, si spegnevano qui per riaccendersi piú in là tra corse, respiri affannosi, richiami, ordini urlati da una parte e segnali e parole sussurrate dall’altra. Per tutta la giornata, per una notte, per il giorno dopo.
Ogni tanto un ragazzo cadeva e restava come raggomitolato dentro il bosco che l’aveva protetto; gli altri che cadevano, quelli in divisa, venivano invece portati dai camerati verso le strade, caricati sui camion e trasportati via.
Lino era capo squadra, ma non era proprio capo e neanche la sua era una squadra: erano quattro ragazzi di paese e Lino li guidava perché conosceva boschi e montagne in quanto, fin da bambino, andava a caccia con i segugi di famiglia, per tradizione e per passione antica. Ma quella mattina di settembre si aprí ben altra caccia: i caprioli erano loro e i segugi i tedeschi. E che corse dopo quell’alba che si manifestò con scariche di mortaio e raffiche di mitragliere! Il comandante disse: – Sparpagliatevi per la foresta e ritroviamoci domani sulle montagne a nord.
Stavano lí a riprendere fiato e a calmare i battiti del cuore quando un rumore di frasche e uno stranissimo e leggero passo li fece spianare le armi e mettere l’indice sul grilletto. Era solamente un piccolo capriolo, di quelli nati in primavera, ed era solo, ossia senza la madre. Trattennero il fiato, l’animaletto li fissò con gli occhi umidi e poterono vedere e capire il suo sgomento. Ma non andò via, non si allontanò da loro, anzi: venne a sdraiarsi proprio accanto a Lino che stava disteso sul ventre con il mitra spianato.
Lui sapeva come trattare gli animali, apparteneva a quel genere di persone a cui non solamente gli animali domestici diventano confidenti, ma anche i selvatici non dimostrano diffidenza. Parlò sottovoce, sussurrando con dolcezza: – Dove vai… sei spaventato eh… stai qui fermo… stai buono… non muoverti che ci sono i tedeschi in giro per il bosco –. Poi, sempre lentamente, la sua mano sinistra lasciò il sottocanna del mitra e con dolcezza incominciò ad accarezzarlo sul collo. Il piccolo capriolo lasciava fare e tremava tutto. Lo sentiva sussultare sotto la mano allo scoppio di una bomba o a una raffica giú per il bosco.
Dopo venne il silenzio, o meglio gli uomini stettero senza provocare rumori innaturali e nella foresta ritornarono le voci usuali: il vento tra i rami piú alti, i canti degli uccelli, il ronzio degli insetti.
– Proprio da te che sei anche cacciatore doveva venire questa bestiola, – sussurrò un compagno, – non ti sei accorto che è ferito? – Sí, ho visto che una pallottola gli ha tranciato una zampa. Si sarà trovato in mezzo a una sparatoria, e chissà cosa sarà capitato a sua madre –. Il piccolo capriolo si lasciava sempre accarezzare; Lino si alzò lentamente a ginocchioni e levatosi il fazzoletto rosso che aveva attorno al collo legò con questo il moncherino sanguinante.
Passò dell’altro tempo, forse un’ora, forse tre, forse meno. Certo era di pomeriggio perché il sole incominciava a scendere; gli scoppi erano giú per la valle e, lontano, si vedeva salire il fumo di una contrada che bruciava. – Ora ci conviene andare, – disse Lino, – in silenzio cerchiamo di raggiungere il margine del bosco, e poi quando sarà notte fonda attraverseremo la conca per poi risalire le montagne a nord, come ci ha detto il comandante. Lí troveremo gli altri.
Si avviarono circospetti e distanziati l’uno dall’altro, e si tenevano in quota in attesa del crepuscolo; Lino veniva per ultimo ma dietro a lui, trotterellando sulle tre gambe sane, lo seguiva anche il capriolo. Quando si fermarono ad aspettare il buio la bestiola venne a coricarsi ai piedi di Lino. – Si è innamorato di te, – scherzò un compagno. – No, mi ha preso per madre adottiva, le bestie sanno di chi fidarsi.
Tra i mirtilli e il muschio del sottobosco Lino vide il giallo carico dei cantarelli e si chinò a raccoglierne una manciata che poi porse alla bestiola nel cavo delle mani; questa li annusò muovendo le narici, e poi alzò la testa a guardarlo.
– Mangia dài… io non posso darti latte, mangia i finfarli… – Non ho mai visto i caprioli mangiare funghi, – disse un compagno. – Io sí, – rispose Lino, – sono ghiotti di gambesecche, di finfarli e anche di porcini. Non ti sei mai accorto? – Il capriolo annusò i cantarelli, poi con garbo ne prese uno e incominciò a masticarlo tra lo stupore dei tre partigiani. Questo il loro incontro durante il grande rastrellamento del settembre di quarant’anni fa.
Dopo qualche sera, accanto al fuoco tenue del bivacco, gli trovarono anche un nome: Ciaro, perché aveva il pelo chiaro piú biondo che rossiccio. A questo nome rispondeva scuotendo la breve coda che sempre portava alta; ma solo quando era chiamato da Lino accorreva, e in lui riconosceva il suo signore, e lo seguiva sempre, anche quando un ordine lo faceva allontanare dalla base.
In breve la ferita della zampa era perfettamente guarita, anche perché Lino gliel’aveva medicata con resina che colava dagli abeti; e poi Ciaro in molti casi si era dimostrato prezioso perché con i sensi molto piú sensibili di quelli degli uomini riusciva a segnalare i pericoli con un buon anticipo: a un rumore o a un odore insolito rizzava le orecchie con sospetto mettendo cosí sull’avviso il gruppo di Lino.
Era diventato proprio un’ottima vedetta e riusciva a distinguere i segnali dei partigiani; ma era anche molto buffo al vederlo saltellare sulle tre zampe seguendo quel giovane irsuto e armato come un brigante.
L’inverno che venne fu duro e amaro, non tutti restarono sulle alte montagne e molti discesero nei paesi dove cercarono di sopravvivere nei caldi fienili ospitali in attesa della primavera. In febbraio la fame si fece sentire in maniera acuta e i rifornimenti diventavano difficili, anche perché la neve portava scritte le tracce che loro cercavano di confondere camminando a ritroso e strascinando sulla neve fresca una grossa rama d’abete.
Diventava tutto piú semplice quando nevicava, ma un giorno il comandante disse che se il bel tempo durava sarebbero stati costretti a mangiare Ciaro, che ormai si era fatto grande, scurito di pelo, e si nutriva di cortecce di citiso alpino e di gemme di salicone. Lino si oppose, progettò di andarsene via con lui, magari in un posto piú nascosto; invece si industriò a mettere lacci per catturare lepri e fagiani di monte al fine di alleviare la fame dei compagni.
Verso la fine di aprile vennero i giorni grandi della libertà, e finalmente dopo tanto sparare si poteva camminare e cantare senza angoscia. Lino era sempre seguito da Ciaro e il giorno ventisette arrivò a casa senza chiasso, per conto suo, quasi alla chetichella perché i festeggiamenti avrebbero certamente spaventato la bestiola. Lo rinchiuse in stalla e poi andò anche lui a fare festa. Stettero ancora insieme per un anno, ma nel 1946, in luglio, quando i caprioli vanno in amore e sentí nella foresta i loro richiami, lo lasciò libero facendo sapere in giro a cacciatori e bracconieri che assolutamente mai avrebbero dovuto sparare al capriolo monco della zampa anteriore destra.
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