cefalonia, settembre 1943
italian
Personalmente, diceva Primo Levi, uno può anche perdonare, ma non lo può fare per offese fatte ad altri. Se poi queste offese sono cosí grandi come sevizie e morte chi, se non una legge con principî supremi di giustizia, potrà giudicare e condannare? Ben venga, allora, seppure cosí in ritardo, l’annunciato processo in Germania per la strage di Cefalonia e se i colpevoli vengono riconosciuti sia allora fatta giustizia.
È bella l’isola Kefalonia nello Ionio Pelagos. Il nome rievoca letture omeriche. Là vicino non c’è anche Ithaki, l’isola di Ulisse? E Zakynthos l’isola di Foscolo? Ritenevo molto fortunati due miei coetanei e amici di giochi primaverili: erano finiti laggiú nel 1942 quando io, invece, ero sul fronte russo. Guido era l’unico figlio maschio del mio padrino, era anche molto appassionato di caccia in montagna e quando nella famiglia seppero della sua destinazione si rallegrarono nel cuore: meglio lí che negli alpini; laggiú non c’era guerra, è un bel posto caldo e poi c’è anche il mare. Per lui sarà come essere in vacanza e quando la guerra sarà finita ritornerà a casa bello e abbronzato… laggiú andrà anche a caccia di coturnici con il 91.
Pure Mario era finito laggiú, con lo stesso reggimento, il 317° fanteria della Acqui. Invece di stare con il reparto lo avevano assegnato come portaordini al Comando Marina di Argostoli. Era figlio unico di madre vedova e il nostro medico condotto l’aveva consigliato di accusare qualche magagna per essere messo nei «meno atti al servizio di guerra»; invece no, volle seguire il suo destino. Ritornò nel 1947 senza una gamba dopo incredibili vicende: sfuggito alle fucilazioni venne caricato sui pescherecci che incapparono nelle mine, venne ripescato e cosí, seminudo, rinchiuso tra i reticolati in terraferma. Durante un trasferimento riuscí a fuggire e, sbandato, tra partigiani e tedeschi, risalí a piedi tutta la ex Jugoslavia per montagna, fame e inverno. Durante un bombardamento fu ferito a una gamba. L’amputarono alla coscia a České Budějovice, in Cecoslovacchia. Era magro come un uccellino dopo un inverno di fame e i soldati americani che lo trovarono alla Liberazione lo filmarono nudo come testimonianza ai processi di Norimberga. Quando ritornò a casa usciva qualche volta in piazza a prendere il sole e non avevo il coraggio di salutarlo perché quasi mi vergognavo per la mia fortuna.
Guido non ritornò; venne fucilato dai tedeschi e quando giunse la notizia il dolore di sua madre si udiva per tutta la contrada. Laggiú, come tutti quelli della Acqui, trascorrevano il loro tempo di soldati di leva per l’Italia in guarnigioni tranquille: le ore di servizio, le ore di libera uscita, scrivere a casa, leggere qualcosa; curiosare nei paesi intorno per incontrare qualche ragazza. Era bella e tranquilla l’estate del 1943 e lontana la guerra; i fichi erano dolcissimi, rossi e saporiti i pomodori, allegramente piccanti i peperoni, bello il mare e gli ulivi. Anche perché la Resistenza greca lí era fatta in sordina, senza violenze sanguinose. Tutto e tutti vivevano in attesa che la guerra finisse. La 2ª armata che occupava la Grecia era conosciuta come «Armata Sagapò», l’Armata dell’Amore e questo denominativo era accettato con compiacimento dai soldati. Con la Acqui facevano parte dell’Armata le divisioni Piemonte a Patrasso, la Casale nella zona malarica di Agrinion, la Forlí era ad Atene, la Cagliari lungo le coste del Peloponneso, la Modena lungo il confine con l’Albania, nella Tessaglia e fino al Pindo c’era la Pinerolo comandata dal generale Infante che all’8 settembre saprà tener testa ai tedeschi e, dopo, passare con la Resistenza greca.
Il 25 luglio, con la caduta del Governo fascista «una ventata di allegria e una pimpante voglia di libertà, non senza però, un po’ di sconcerto per un futuro cupo e minaccioso», cosí scrive un reduce, come Badoglio proclamò, la guerra continua. Si venne all’8 settembre e per la divisione Acqui a Cefalonia finí la pace e non la guerra.
Negli alti Comandi italiani regnava tanta confusione; anche nella Acqui le idee non erano a tutti chiare. I tedeschi stavano in guardia pronti a intervenire. Il generale Gandin era un comandante preparato, pur decorato con la Croce di Ferro tedesca e qualcuno pensava che fosse favorevole all’accordo con i tedeschi. Si formarono due gruppi; uno deciso a non lasciare le armi e di non trattare con i tedeschi, l’altro a trattare senza cedere le armi. I comandanti dei gruppi d’artiglieria erano decisi a fronteggiare i tedeschi. Passa ancora qualche giorno e i civili greci si dimostrarono solidali e amici dei nostri soldati.
Il giorno 11 il comandante della guarnigione tedesca dell’isola, colonnello Barge, intima a Gandin la consegna delle armi dell’intera divisione. Naturalmente Gandin si rifiuta, ma sembra che ambedue vogliano tergiversare. La cosa irrita il Comando tedesco ad Atene che, contro Cefalonia, concentra a Prevesa reparti, mezzi e natanti; mette in allarme anche i bombardieri Stukas. A Cefalonia, intanto, reparti tedeschi catturano di sorpresa i nostri distaccamenti isolati. Le notizie portate agli italiani dai civili greci aggravano la situazione e rafforzano le convinzioni degli intransigenti. La tensione si estende su tutta l’isola e all’alba del 13 squillano i telefoni e le trombe suonano l’allarme: i tedeschi hanno iniziato gli sbarchi e i bombardamenti.
È noto come Gandin ordinò un referendum tra i sottoposti e come questi fossero favorevoli a resistere; dal Comando supremo riparato a Bari arrivò anche quest’ordine tramite il Comando Marina di Argostoli: «Comunicare al generale Gandin che deve resistere con le armi alla intimidazione tedesca di disarmo a Cefalonia e Corfú. Alt. Firmato generale Francesco Rossi». Ora, con questo ordine, Gandin e il suo Stato Maggiore sono rasserenati e decisi. Il resto si sa: con il 21 incomincia la vera battaglia; il nostro attacco alle forze tedesche sbarcate sull’isola era previsto per le ore 6. I tedeschi anticipano il loro alla mezzanotte.
L’ordine è perentorio: ogni soldato italiano sorpreso con un’arma deve essere ucciso. Il maggiore Klebe che comanda la colonna della divisione Edelweiss proclama: «Miei soldati le 24 ore che seguono sono vostre». Seguiranno fucilazioni singole e di massa, soprusi e violenze senza nome. I pochi superstiti della Acqui verranno deportati in Germania nei Lager della morte. Centocinquanta moriranno nel Lager di Zeithain in Sassonia, 29 in quello di Münster in Westfalia, tredici in altri, ventuno sul fronte orientale dove erano stati portati a scavare fortificazioni. Verso la fine di ottobre del 1943 un treno con i «traditori» di Cefalonia venne avviato verso il fronte russo; dopo un viaggio lungo e tribolato il treno venne a trovarsi a Leopoli durante un bombardamento. Gli ultimi tre vagoni non poterono proseguire e i quasi trecento nostri soldati che erano dentro furono rinchiusi in un vicino Lager. Di loro si è perduta ogni traccia.