… che magro che sei, fratello!
italian
Ormai il Lager era lontano. Nemmeno piú ci pensava, anche se erano passati pochi giorni. Ora stava risalendo le montagne verso il confine; camminava di notte, e di giorno se ne stava rintanato lungo il fiume come un animale notturno. Nascosto dentro i cespugli, ogni tanto chiudeva gli occhi e si lasciava prendere da un sonno leggero e bastava il frullo di un’ala a risvegliarlo. Per nutrirsi staccava dai rami degli alberi del bosco germogli di peccio, foglie tenerissime di faggio e di acero appena nate, raccoglieva e portava alla bocca i germogli di mirtillo, di lampone e di rosa canina. Masticava lentamente assaporando i diversi gusti che erano pur sempre piú buoni e graditi della brodaglia che passava il Terzo Reich.
I pezzetti di pane nero e duro che era riuscito a mettere da parte erano finiti da giorni e anche se aveva nello zaino un sacchetto di semolino non poteva accendere un fuoco per fare la polenta. Il semolino l’aveva trovato tra le macerie di un palazzo a Graz, dopo un bombardamento aereo. In una credenza sfondata, fra le travi che bruciavano e i calcinacci. Se le SS ungheresi lo avessero sorpreso in quel momento, lo avrebbero ucciso e abbandonato sul posto. Come avevano fatto con quel povero fante siciliano.
Quella sera, quando li avevano radunati per riportarli nel Lager si era nascosto tra le macerie, anche perché un vecchio che lo aveva osservato mentre scavava gli aveva detto: – Geh sofort nach Hause! Du bist ganz kaputt! Vai subito a casa! Sei a pezzi! – Cosí con la notte aveva abbandonato la città, orientandosi con le stelle. Raggiunto il fiume che scendeva dalle montagne aveva risalito la corrente. Dopo notti di cammino, una mattina aveva visto le Alpi innevate. Era arrivato nei pressi della strada che portava in Italia. Sentí passare colonne di automezzi; poi queste si diradarono; osservò piccoli gruppi appiedati, soldati in bicicletta o su carri agricoli tirati da cavalli o muli. In coda anche soldati disarmati o feriti. Forse era proprio e finalmente la fine. Una sera era uscito dal nascondiglio prima che facesse buio e si era avviato allo scoperto tra il torrente e i campi. I caprioli al pascolo lo avevano guardato passare senza spaventarsi.
Aveva continuato a camminare verso ovest e un giorno, uscendo dal bosco per andare a bere nel torrente, si era imbattuto in due donne che stavano seminando le patate in un orto vangato di fresco. Si erano spaventate nel vederselo comparire davanti cosí magro e sbrindellato, con un cappello da alpino in testa. Le aveva salutate borbottando: – Grüß Gott Frauen. Salve, donne –. Lo avevano guardato in silenzio appoggiandosi alla zappa e lui aveva aggiunto: – Ich gefangen, prigioniero, vado a casa. La guerra finisce. Fertig Krieg –. – Gott befohlen! Addio! – gli avevano risposto, e, dopo essersi scambiate uno sguardo, una era andata dove tenevano il sacco con le patate da semina e una borsa appesa alla staccionata, aveva levato dalla borsa una fetta di pane nero e glielo aveva porto senza una parola. Lui aveva detto grazie e aveva ripreso la sua strada.
La fame, il sonno, la stanchezza e un malessere che avvertiva per le membra e che forse era febbre gli facevano confondere luoghi e tempi. Ora sentiva solo che doveva camminare verso occidente dentro la fine di una guerra che aveva vissuto dal primo all’ultimo giorno e che da tempo, ormai, aveva rifiutato. E cosí giunse alla frontiera. Era questa la quarta volta che la ripassava: prima dalla Francia, poi dai Balcani, quindi dalla Russia e ora dalla Germania. Nemmeno si rendeva conto della sua fortuna, di essere ancora vivo. Qualche volta si stupiva di poter ancora muovere le gambe, di poter ancora camminare. Di essere senza compagni. Solo. Ricordava una strada dove aveva tanto giocato da ragazzo.
Passò lo spartiacque di confine. Non c’erano guardie di finanza, doganieri, bandiere. Nessuno. Le sbarre erano alzate, per terra sparsi intorno moduli e carte, qualche arma abbandonata, scatolette di latta vuote, escrementi. Su un giornale tra la polvere della strada lesse un titolo: «Mussolini gestorben», Mussolini è morto, ma, a differenza del 25 luglio 1943, non provò nessuna emozione.
Finalmente la strada andava in discesa e il suo passo si fece meno faticoso. Lontano, chissà dove, ogni tanto si sentiva una fucilata, come di cacciatori tra le montagne. Ora la valle si allargava un po’ e, dopo il valico che portava ancora impressi i segni del passaggio dei soldati, vide risalire un reparto armato che procedeva su due file, a passo di marcia. Fece appena in tempo a nascondersi in uno stabbio, vicino al bosco e, da lí dentro, li osservò andare verso le loro terre. Erano ancora equipaggiati di tutto punto: elmetto, maschera antigas, nastri di cartucce per le mitragliatrici, bombe a mano appese alla cintura, zaini, fucili, baionette; comandanti in testa e in coda. Forse pensavano di rientrare ancora in caserma, non di ritornare a casa. Solamente non cantavano le loro canzoni come quando in Russia passavano per i villaggi e tutti i paesani si nascondevano nei boschi.
Camminarono via e li perse di vista e d’ascolto. «Questi saranno gli ultimi», pensò. Le cornacchie ritornarono a volare sui rifiuti e lui si disse che ora poteva accendere un piccolo fuoco per cuocere il semolino. Levò dallo zaino la gavetta, andò nel torrente a prendere l’acqua, accese il fuoco tra due pietre e quando l’acqua alzò il bollore, rimestando con uno stecco, fece scendere il semolino dalla mano a pugno.
«Sono senza sale, pazienza», si disse. Forse erano passati dieci giorni dall’ultima zuppa di rape.
Incominciava a scendere la sera. Prima, giorni prima – ma quando? – era questa l’ora in cui si rimetteva in cammino. Ma adesso voleva solo dormire: si sentiva scottare la testa e freddo il corpo. Entrò nello stabbio, si sdraiò nella greppia tra i rimasugli di fieno e chiuse gli occhi. Si svegliò per il freddo nel profondo della notte; da uno squarcio nel tetto vide tante stelle e rimase immobile a fissarle con la mente lucida. Guardandole ricordava le notti di bivacco sopra i ghiacciai in Val d’Aosta, le notti di tormenta sulle montagne dell’Albania nell’inverno del ’40 e i compagni congelati nella neve, le tiepide notti nella steppa sulla grande ansa del Don nell’estate del ’42. Andava indietro nel suo tempo: da bambino fino a questo presente. Ricordava amici e compagni lasciati lungo le strade della guerra; il grande nonno paterno e l’esile nonna materna. Ci sarebbe stato ancora qualcuno ad aspettarlo? E lei? Sí, suo padre e sua madre certamente. Ma da molti mesi non sapeva niente di loro. Ricordava con lucidità i compagni e le compagne di tanti giochi, le corse con gli sci, le escursioni, le sere invernali nella calda casa e il focolare che restava sempre acceso, i compagni di scuola, la maestra, il parroco. Lo Stammlager I-B e il bestiale Lagerführer Braum, la miniera, i prigionieri russi, i deportati che sottovoce cantavano L’internazionale. La colonna di ebrei tra la bufera di neve. Era la vigilia di Natale? Erano trascorsi solo pochi mesi. Ricordava quegli ultimi giorni. Cosí finisce una guerra? Ma forse doveva camminare ancora una settimana prima di arrivare a casa.
Le stelle sopra la testa segnavano il passare del tempo e sulle montagne, a oriente, iniziava il crepuscolo dell’alba. L’Armata Rossa era già arrivata a Vienna? I tordi incominciarono a svegliare il bosco. Uscí dalla greppia, con le mani si ripulí dallo strame e camminò fino al torrente per rinfrescarsi la fronte e bagnarsi gli occhi.
Vennero verso di lui dopo una curva della strada. Su un carretto tirato da un asino avevano piazzato una mitragliatrice con il nastro infilato; era pronta per sparare. Su quel carretto erano in due, gli altri camminavano a lato con le armi spianate. Erano accaldati e sporchi di fumo. Quando gli giunsero a pochi metri, si vide puntare contro la canna della mitragliatrice. Non si mosse e respirò profondo aspettando la raffica. Non spararono. Gli passarono accanto sfiorandolo e tenendolo sotto mira fin dove la strada ritornava a girare. Riprese a camminare in discesa. Dove il bosco si allargava sentí odore di bruciato, e dopo attraversò una contrada che ancora fumava, ma vuota di gente. Sulla strada c’erano stoviglie e vetri rotti. Camminando incontrò altre case bruciate con delle persone che si affaccendavano intorno. Non si fermò. Non badarono a lui. Avrebbe voluto affrettare il passo, ma le forze e la febbre che l’aveva ripreso non lo consentirono.
Prima di sera giunse in un paese che non era bruciato. Una scritta sopra una porta indicava Osteria del cacciatore e due bandiere, una tricolore e una rossa, pendevano dalle finestre. Si ricordò allora che tra panno e fodera della giacca aveva cucito un biglietto da cinquanta lire. Entrò. Non fece caso ai ragazzi armati che entravano e uscivano dall’osteria, né alla donna che versava da bere a tutti. Si sedette in un angolo per riposarsi e scucire le cinquanta lire; si alzò dal tavolo, si avvicinò al banco porgendo la banconota e chiese di mangiare qualcosa. I ragazzi con il fazzoletto rosso attorno al collo risero e uno gli chiese: – Ma tu, da dove vieni? – La donna lo guardò con pietà e scansò con la mano i soldi dicendogli: – Puoi tenerteli per ricordo, ora valgono ben poco! Quello che mangi l’abbiamo ripreso ai tedeschi.
Gli fu portato un piatto di minestrone con i fagioli, un pane e un quarto di vino.
Si era addormentato sul tavolo, con la testa posata sulle braccia. Si sentí scuotere e aperse gli occhi. Oramai era sera e nell’osteria avevano acceso dei lumi a petrolio. Davanti a lui stava un uomo con cinturone e pistola: – I compagni mi hanno detto da dove vieni. Lo puoi dimostrare? – Fece cenno di sí, con la testa e si sbottonò la camicia. Apparve il suo scheletro ricoperto di pelle grigia e prendendo il piastrino di prigioniero che gli pendeva da uno spago disse: – Qui è scritto tutto, il Lager e la matricola.
L’uomo con la pistola disse alla donna dell’osteria di portargli ancora qualcosa da mangiare, ma non tanto, ché poteva farlo morire, e ordinò ai partigiani di dargli due coperte e di accompagnarlo a dormire nel fienile. L’indomani se ne sarebbe riparlato.
Il vino bevuto con i partigiani gli aveva dato alla testa ma si sentiva anche riscaldato dentro. Sdraiato sul fieno di montagna con le coperte tirate fin sugli occhi, lo prese un sonno profondo.
Il mattino dopo ritornò all’osteria; la donna gli riempí una ciotola di vino: – Caffè non ne abbiamo e nemmeno latte. Puoi intingere il pane, – e gli porse due mezze pagnotte. I partigiani entravano e uscivano rumorosi e allegri; quello che sembrava il loro comandante dava ordini e riceveva relazioni con formalità militare. Scattavano, salutavano con il pugno chiuso e dicevano compagno. Lontano, su per le montagne, si udiva ancora qualche sparo.
Dopo aver mangiato il pane inzuppato nel vino si sentí in forze abbastanza da poter riprendere la strada verso casa. Si alzò dal tavolo, ringraziò il comandante, i partigiani presenti e la donna: – A tutti grazie, ora mi rimetto in marcia.
– Ma ne hai di chilometri da mangiare. Aspetta qui, – disse il comandante. – Tra poco arriveranno gli americani e ti farò accompagnare a casa in macchina. Loro ne hanno tante!
Verso mezzogiorno si sentí venir su dalla strada un rumore sferragliante che si avvicinava. Erano carri armati, artiglierie, camion, cucine autotrasportate con i camini che fumavano. I partigiani con il loro comandante e tutti i paesani con il parroco stavano sulla piazza ad aspettarli.
Un ufficiale scese da una camionetta e si avviò a parlare con il capo dei partigiani. Entrarono insieme nell’Osteria del cacciatore. Il partigiano fece portare una bottiglia di grappa che era stata messa da parte per quel momento. Si dissero chissà cosa: uno parlava inglese e l’altro friulano. Continuarono a parlare e a bere finché la grappa finí e all’inglese si ingarbugliò la lingua. Il comandante partigiano alla fine gli disse che c’era uno che veniva dai Lager tedeschi, che era ammalato e che loro dovevano portarlo a casa. L’inglese faceva segno di sí con la testa, che aveva capito tutto.
Uscirono insieme. L’ufficiale ordinò qualcosa a un suo sottoposto e un carro armato fece inversione di marcia.
Il carro armato scendeva sferragliando per la valle in festa. Sulle case dei villaggi le bandiere erano vive nel vento di primavera e quando passavano la gente applaudiva e salutava allegra. Lui, seduto sulla torretta, con una mano si teneva aggrappato e con l’altra rispondeva ai saluti agitando nell’aria il cappello da alpino su cui i partigiani avevano infilato una bandierina tricolore.
Arrivarono a Udine. Attraversò la città tra un tripudio di gente in festa. Gli gridavano: – Viva! Bravo! Bravo! – Giunsero davanti a una caserma, passarono per un portone dove c’erano sentinelle inglesi, si fermarono nel cortile recintato con file intrecciate di reticolati, lo fecero scendere.
Si ritrovò tra una moltitudine disarmata di soldati tedeschi, brigate nere e soldati della Repubblica di Salò. In un primo momento rimase perplesso e si guardò attorno come fosse dentro un incubo, o appena uscito da un brutto sogno. La lucidità gli ritornò quando si accorse di come veniva osservato dai tedeschi e dai fascisti: con dispregio, con dileggio. I fascisti se lo indicavano ridendo e si sentí montare dentro una furia impetuosa, come quella che in Albania stava per fargli uccidere con la baionetta quel maresciallo del Comando che intercettava i pacchi destinati ai soldati in linea sulla montagna maledetta, dove si moriva per le tormente di neve piú che per i mortai dei greci. Strinse i pugni, si morse le labbra, girò le spalle e se ne andò verso un lato del cortile, lungo le mura. Si sedette per terra e pianse convulsamente per la rabbia di ritrovarsi prigioniero degli inglesi in Italia dopo essere stato per tanto tempo prigioniero dei tedeschi. E con loro! Con i tedeschi!
Una sentinella a cui forse non erano passati inosservati il suo ingresso, la sua reazione e il suo rifiuto, sparò in aria un colpo di fucile e gli fece cenno di allontanarsi dal muro. Lui si alzò, si avvicinò, e con la disperazione nel viso le disse: – Voglio il comandante. Voglio parlare con il tuo comandante.
La sentinella lo guardò con stupore, per il tono duro e deciso della voce, per la sua ira, per l’aspetto magro, tirato e sbrindellato, e rispose: – Yes, comandante –. Disse qualcosa a un soldato che si era avvicinato e lo accompagnò dentro un edificio per corridoi, sale, uffici. Lui si rese conto che la caserma era quella dove due anni prima aveva fatto la contumacia al ritorno dal fronte russo. Erano rimasti in pochi.
L’uscio dell’ufficio del comandante era aperto; il soldato inglese si fermò sulla porta, salutò e disse qualcosa. Con un cenno l’ufficiale li fece entrare, ascoltò, e con un altro cenno allontanò il soldato.
Lui non sapeva che grado avesse quell’ufficiale che lo stava squadrando dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa. Forse era un maggiore. Teneva in mano la pipa accesa e sulla scrivania aveva una bottiglia di vino, un bicchiere, un libro e un fascicolo di carte. – Cosa vuoi? – gli chiese in italiano.
Spiegò che era fuggito da un campo di concentramento tedesco, da Graz, e che a piedi era giunto in un paese dove i partigiani lo avevano consegnato agli americani perché lo portassero a casa.
– Noi siamo inglesi, – gli rispose l’ufficiale. – Lo puoi provare che eri prigioniero dei tedeschi?
Si sbottonò la camicia e gli fece vedere il piastrino appeso al collo con lo spago. Quindi gli disse il suo nome, il suo grado e il reparto al quale era appartenuto. Dalla tasca della giacca levò una cartolina Kriegsgefangenenpost con il suo nome e con il numero di matricola che corrispondeva a quello del piastrino; l’indirizzo del mittente, i timbri del Lager e della censura. – Sí, – disse l’ufficiale inglese, – capisco. Potrei anche credere a quanto dici, ma tu sei stato consegnato a noi dai partigiani per qualche motivo che non conosco. Per intanto rimani qui. Poi ti porteremo al tribunale di Mestre, lí ti giudicheranno. Potranno mandarti a casa o fucilarti. Vedranno loro –. E con la mano gli fece cenno di ritirarsi.
Aveva sempre il suo zaino in spalla e appena fu uscito l’ufficiale ordinò a un sergente di perquisirlo. Gli fecero vuotare lo zaino sul pavimento: una gavetta, un cucchiaio, una maglia dove erano piú i rammendi che le trame, pezze da piedi ritagliate da un cappotto russo, stracci di tela grigia e consunta per tutti gli usi, una mezza coperta, un sacchetto con due manciate di semolino, dei fogli legati con uno spago. Nient’altro. Con destrezza il sergente gli passò le mani sulle tasche e sul corpo, poi con un cenno gli fece capire di rimettere tutto nello zaino e gli indicò una camerata dove c’erano dei letti a castello. Scheletri di letti, senza coperte e senza pagliericcio. Gli sembrò di riconoscere il posto.
Ricordava il volto dei compagni, di quelli che erano rimasti dopo i combattimenti e le bufere della ritirata dal Don. Alcuni gli erano stati anche compagni nel Lager, ma nessuno di loro era andato volontario con la Repubblica di Mussolini. Con il convoglio della fame disperata li avevano riportati verso l’est, in un grandissimo Lager, e poi da lí chi era stato costretto verso il fronte a scavare fossi anticarro e trincee, chi a ovest a sgomberare macerie nelle città bombardate, chi a sud nelle miniere di carbone. Il primo a morire era stato un soldato della sua squadra. Dopo quattro giorni di viaggio rinchiusi nei vagoni bestiame e dopo aver mangiato tutta l’erba che era cresciuta tra baracca e reticolati, era stato preso da una febbre che lo faceva tremare tutto e alla terza notte era spirato sul tavolato della baracca.
Tante altre cose aveva visto e vissuto e ora che dopo tutto era quasi sulla soglia di casa, ecco che lo rinchiudevano di nuovo. Lo prese un’angoscia disperata perché se nei mesi del Lager, o anche in guerra, lo sosteneva la responsabilità che sentiva verso le reclute o verso quei compagni che il caso assegnava al suo piccolo grado, ora doveva rispondere solo di se stesso. Poteva anche lasciarsi andare. Ma poi avvertí la fame, quella fame sua compagna da venti mesi, e i pidocchi sul suo corpo. Lasciò a terra lo zaino e uscí.
In un angolo del cortile affollato di prigionieri, proprio accosto ai reticolati che dividevano in due il complesso della caserma, i cucinieri inglesi stavano preparando il rancio per i prigionieri. Richiamato lí dall’odore si fermò a guardare le grandi pentole fumanti. Una sentinella svagata osservava il fuoco.
Alzando lo sguardo al di là dei reticolati vide passare un ufficiale degli alpini. Lo chiamò a gran voce: – Signor colonnello! Signor colonnello mi ascolti!
Il colonnello si fermò, lo guardò sorpreso e indeciso, poi gli chiese brusco: – Cosa vuoi?
Cercò di ritrovare il senso del rispetto che gli avevano insegnato da recluta, ricordando quello che diceva un capitano trentino: – La forma salva la sostanza –. Salutò e si mise sull’attenti. Disse il grado, cognome e nome, reparto. Poi spiegò in breve com’era capitato lí tra i prigionieri nemici. Il colonnello gli chiese chi era stato il suo comandante di reggimento, di battaglione, di compagnia. Dove aveva combattuto sul fronte alpino, dove in Albania, dove in Russia, dove era stato catturato dai tedeschi e come. Dove aveva preso quella medaglia della quale portava ancora il nastrino. – Ti credo, – disse infine, – ma vedi, con il maggiore inglese non posso interferire, o meglio, sono loro che non vogliono capirci. Se riesci a passare di qua potrei anche aiutarti, ma non fino a quando sei sotto la loro custodia.
– Mi aspetti qui, vado a prendere lo zaino.
– Sbrigati, non posso perdere tempo.
Rientrò nella camerata di corsa, sempre di corsa ritornò nel cortile: oltre i reticolati il colonnello lo stava aspettando. Lanciò lo zaino al di là, si arrampicò con decisione e si lasciò cadere dall’altra parte. Fece tutto questo con disinvolta sicurezza, come in un’esercitazione. La sentinella non disse una parola né fece un gesto; i cucinieri lo guardarono compiaciuti per la sua agilità. Nemmeno i tedeschi e i fascisti che stavano radunandosi per il rancio dissero qualcosa, tanto tutto sembrava naturale.
Il colonnello degli alpini, che sul braccio sinistro aveva una fascia tricolore, gli si mise al fianco dicendogli: – Cammina svelto, senza voltarti. Adesso andiamo verso quei magazzini e girato l’angolo ti nasconderò.
Si trovavano in una zona della caserma dove alcuni civili, anch’essi con la fascia tricolore sul braccio, stavano inventariando dei materiali. Il colonnello parlò con loro e due lo condussero a nascondersi. Dopo aver sollevato un chiusino di ghisa lo fecero scendere in un canale sotterraneo dicendogli: – Stai qui, quando verrà buio ti faremo uscire.
Si sentiva tranquillo, quell’ufficiale e quegli uomini che parlavano friulano lo avevano rasserenato, ma sentiva anche una grande stanchezza. Seduto sullo zaino e con la schiena appoggiata alla parete si lasciò prendere dal sonno. Quando si risvegliò, alla luce che entrava dalla griglia vide galleggiare dei pezzi di pane sull’acqua che scorreva nel canale. Fette di pane bianco gonfie d’acqua: e si allungò a prenderle. Ma c’erano anche dei grossi topi che volevano mangiare e lui li cacciò a manate.
La luce si affievolí e venne sera. Ora lí sotto era quasi buio. Gli giunse anche il canto di un merlo. Un merlo che sentiva la primavera. Si avvicinarono dei passi; sentí che qualcuno sollevava la griglia. Gli tesero una mano per aiutarlo a uscire: – Vieni con noi, – gli dissero.
Passarono per un cortile deserto, giunsero a una porta secondaria, l’aprirono con una chiave, guardarono lungo la strada e uno, spingendolo dolcemente, gli disse: – Ora vai per quella direzione fino a trovare la campagna. Non fermarti.
Si incamminò lungo i muri delle case e a mano a mano che si allontanava dalla caserma cercava di allungare il passo. Le strade erano deserte, forse erano tutti a cena o forse ancora sotto l’impressione del coprifuoco. In un vicolo si fermò per levarsi i gradi, le stellette, i nastrini delle campagne e anche la bandierina tricolore che i partigiani gli avevano infilato sul cappello. Cacciò tutto nelle tasche e si mise a correre come fosse diventato piú leggero, a correre come in una fuga da tutto per campi arati, prati, fossi, seminativi, finché cadde a terra e perse i sensi.
Quando rinvenne e aperse gli occhi, un grosso cane gli teneva le zampe sul petto e gli abbaiava sul viso; un uomo, in una mano una lanterna e nell’altra un tridente, lo fissava. L’uomo gli chiese: – Da dove vieni? Cosa vuoi?
– Ero prigioniero dei tedeschi. Voglio andare a casa, – gli rispose.
– Tirati su e cammina davanti a me verso quella luce.
Era la luce che usciva dalla porta di una stalla.
L’uomo lo fece entrare, gli indicò uno spazio tra il porcile e le vacche che ruminavano tranquille: – Sdraiati su quella paglia e dormi, tra un paio d’ore sarà giorno e potrai ripartire –. Aspettò che si sdraiasse; spense la luce, uscí seguito dal cane e serrò la porta. Lui si tirò sulle spalle il pezzo di coperta che gli era rimasto, posò la testa sopra lo zaino e chiuse gli occhi. Ascoltava le vacche che ruminavano, i maiali che ogni tanto grugnivano nel sonno. Avvertí qualcosa che gli camminava sul corpo e quando le zampe gli passarono sul viso capí che erano ratti. Con la mano aperta li cacciò. Dopo un poco i grossi topi ritornarono e ancora li cacciò schiaffeggiandoli. Infine si strinse la coperta attorno alla testa, lasciando solo un piccolo spiraglio per respirare.
Lo svegliò il muggire delle vacche; ascoltò il rumore della mungitura e del latte che schiumava nella secchia. Si sollevò a sedere sulla paglia; dalla porta aperta sulla campagna entravano la luce del mattino e l’odore della primavera. Quando si mise in ginocchio per legare allo zaino la coperta, l’uomo, che stava mungendo, gli gridò: – Ti sei svegliato? Avevi un sonno ben fondo! Su quella panca ci sono due fette di polenta e una scodella di latte. Mangia e poi parti.
C’era anche un cucchiaio. Spezzò la polenta dentro il latte e mangiò con grandissimo gusto. – Grazie, grazie di tutto, – disse all’uomo che continuava a mungere e che gli rispose qualcosa in friulano.
Uscí e riprese a camminare per la campagna, verso occidente. Aveva scelto la direzione dopo aver guardato il sole che da poco era sorto e la sua ombra sul terreno. Non si rendeva conto dello splendore della primavera, del verde tenero del frumento, dei campi seminati a mais, degli alberi fioriti; non sentiva il canto delle allodole. Andava per le cavedagne tra i campi cercando di evitare case e paesi; si guardava continuamente attorno con sospetto come se fosse inseguito da qualcuno. Dava per certo che l’ufficiale inglese, dopo aver scoperto la sua fuga, avesse ordinato a guardie e pattuglie di mettersi sulle sue tracce. Ogni tanto si fermava ad ascoltare: lontano si sentivano gli autocarri sullo stradone. Come un lepre inseguito dai segugi, cercava di camminare lungo i filari d’alberi e gli argini dei fossi.
Dopo qualche ora che camminava cosí e pensando che ormai Udine era lontana, decise di raggiungere la strada maestra per arrivare piú in fretta a Pordenone, e poi Conegliano, Montebelluna, Bassano. – Tra dieci giorni, o anche meno se troverò qualcosa da mangiare, potrei essere a casa, – si sorprese a dire ad alta voce. Dopo aver bevuto a un fosso, tenendo come punto di riferimento un albero alto e solitario, riprese a camminare con lena. Trovò la strada asfaltata e si avviò sul lato destro, sulla terra battuta – l’asfalto riscalda i piedi –, con passo lento e metodico.
Nei due sensi passavano veloci gli automezzi militari. Ma per lui era come se non esistessero, tanto era immerso nei suoi pensieri e nella fatica di proseguire. Fu forse dopo Codroipo che sentí improvvisamente i freni di un automezzo alle sue spalle: – Eccoli. Mi hanno ripreso, – pensò disperato. Non aveva nemmeno alzato la testa per guardare e udí una voce: – Paisà! Ehi paisà!
Si fermò quasi trattenendo il fiato, sollevò gli occhi, e nella cabina di guida gli apparve un soldato negro sorridente che lo invitava a salire a gesti. Capí subito che non si era fermato per riportarlo tra i reticolati, e il soldato aprí la portiera e gli porse una mano per aiutarlo.
Il camion riprese a correre all’impazzata. Forse il soldato era ubriaco perché cantava a piena voce e a un tratto gridò fortissimo: – Finita guerra! Finita! Oggi firmata pace! Tu non bere? Tu fame? Tu bere, finita guerra! – Gli porse la bottiglia da dove aveva bevuto. Lui la portò alle labbra ma appena il piccolo sorso gli arrivò in gola si sentí bruciare e rimase senza fiato. Il soldato gli diede due pacche sulla schiena e il fiato gli ritornò. Dopo una buona mezz’ora che correvano accese una sigaretta, ma aspirate un paio di boccate si sentí girare la testa e la buttò dal vetro aperto. – Tu molta fame ma io niente mangiare, – disse il soldato americano con aria sconsolata.
Il camion correva via sempre piú veloce. In breve passarono Pordenone, e Sacile, e Conegliano; e finalmente il Piave su un ponte di barche. Il soldato tra una canzone e l’altra gli spiegava che presto anche lui sarebbe ritornato a casa, in America, ma che ora voleva arrivare a Mestre dove lo aspettavano le signorine: – Tu venire con me. Tu mangiare e poi signorine.
Si era assopito e la testa gli ciondolava sul petto. – Sveglia! Arrivati! – Erano giunti sulla piazza principale di Mestre e non si era nemmeno accorto di quando erano passati da Treviso. Avrebbe voluto scendere a Treviso perché da lí la strada verso casa gli sembrava piú breve. Ma l’importante era essere ben lontani da Udine. Intorpidito, accaldato e stordito, scese dal camion e si ritrovò in una città estranea. Il soldato negro rimise in moto e gli gridò un ciao.
Si infilò lo zaino e si guardò attorno per orientarsi. In quella piazza c’era tanta gente indaffarata e soldati. – Per di là si va verso Venezia, – pensò, – nel senso opposto verso le montagne –. S’incamminò lentamente verso la periferia seguendo l’indicazione per Padova. Sulle strade passavano camion traballanti, carri tirati da cavalli, gente in bicicletta. Andava estraniandosi da tutto, ogni tanto guardava il suo passo. Calcolava che il soldato americano con quel camion gli aveva fatto risparmiare cinque o sei giorni di cammino e in altri quattro poteva arrivare a casa. Si sentí chiamare forte, piú volte. Alzò la testa e vide che a gridare il suo nome era uno sopra un camion carico: si sbracciava per invitarlo a correre, a salire. Capendo che lui non poteva farcela, si era messo a picchiare i pugni sulla cabina gridando: – Ferma! Ferma!
Il camion rallentò fin quasi a fermarsi. Lui allungò il passo, si affrettò quanto piú poteva e afferrò la mano che l’uomo gli tendeva. Con le ultime forze che gli restavano, si arrampicò sopra il carico. Dapprima non lo aveva ravvisato, ma poi, quando fu sul camion, lo riconobbe – piú dalla voce che dal suo modo di essere. Era nel suo plotone in Albania e poi lí, congelato, ricoverato in ospedale. Da allora non aveva piú saputo niente di lui. Ora, quasi con allegria, gli raccontava che dopo che gli erano state tagliate le dita dei piedi lo avevano messo in convalescenza per sei mesi e infine congedato. Adesso commerciava in qualsiasi cosa; era venuto a Mestre per comperare dagli americani e stava tornando a Brescia con la sua merce. Quella sul camion era roba sua e i due seduti nella cabina con l’autista avevano pagato il viaggio. – Vuoi metterti in società con me? – gli chiese. – C’è da guadagnare –.
– Voglio ritornare a casa. Sono stanco.
– È giusto. Vai a casa.
Sul camion erano state ammucchiate le cose piú impensabili come buttate lí dalla marea della guerra. C’erano anche due ragazze e un ragazzo che aveva un’arma automatica a tracolla.
Passarono Padova, si accodarono a una colonna militare con artiglierie e furgoni e cucine trainate con le pentole che fumavano. – Quando siamo a Vicenza, – disse al vecchio compagno, – fammi scendere.
Giunti a Vicenza, l’amico batté con forza i pugni sulla cabina: – Ferma! Frena! C’è uno che deve smontare –. Poi lo aiutò e gli porse lo zaino dicendogli: – Non ho niente da darti da mangiare, mi dispiace. So che a Vicenza c’è un posto di ristoro della Pontificia. Chiedi dov’è.
Lui si avviò lentamente per la strada che da Porta Padova arriva al Ponte degli Angeli e al Corso. Una volta attraversata la città, poteva dirsi veramente sulla strada di casa: dopo le file dei palazzi forse gli sarebbero apparse le montagne. Camminava tra l’indifferenza della gente. A ogni angolo il suo sguardo trovava le rovine dei bombardamenti, ma non lo turbavano piú di tanto. Da anni, e per migliaia di chilometri, non aveva visto che rovine e cadaveri. Quando giunse in quel punto del Corso da cui si diparte un vicolo per piazza dei Signori, due donne lo fermarono. Gli chiesero da dove veniva e dove andava; lo invitarono a seguirle: nel Vescovado avrebbe trovato una minestra calda e un posto per dormire. Le guardò con diffidenza. – Grazie, – disse, e riprese a camminare.
Passò da Porta Castello e lasciò la città. Dalla campagna, in lontananza, vide apparire le sue montagne. Il profilo tondeggiante dentro il cielo primaverile, la valle dove scendeva l’Astico, il Salto dei Granatieri, la traccia della strada che per dodici volte si rigirava sul fianco del monte. «Domani sarò a casa, – pensò. – Chissà come sarà. Adesso cercherò qualcosa da mangiare e poi mi riposerò sotto una pianta. Non fa piú freddo. Con l’alba ripartirò. Oggi sono stato fortunato».
Camminava con la testa bassa e ricordava una strada dove aveva tanto giocato e una scala con cinque gradini di pietra. Un cavallo piccolo e magro gli passò accanto, tirava un carretto, e l’uomo seduto con le gambe penzoloni gli diede un saluto: – Ciao alpino. Da dove vieni?
– Da lontano, – disse accompagnando la parola con un gesto del braccio.
– Dove vai?
Con un altro gesto gli indicò le montagne: – Lassú.
– Sali, – riprese l’uomo, – intanto ti riposi –. Dando la voce fece fermare il cavallino. – Stenditi sul fondo del carro, – aggiunse. Indicò col mento un barile di vino con la cannella infilata: – Serviti a volontà, bevi. La guerra è finita.
Non si sentiva di aprire lo zaino e prendere la gavetta, cosí l’uomo, vista la sua ritrosia, si levò dalla tasca della giacca un bicchiere ripetendogli l’invito: – Prendi. Bevi, non è forte. È vino di casa. Ti farà bene –.
Bevette due o tre bicchieri. Aveva sete e la testa gli scottava. Steso sul carro con il viso rivolto al cielo guardava i rami dei platani che aprivano le foglie sopra la strada. L’uomo gli parlava. Diceva che finalmente la guerra era terminata, che anche lí era stata dura e che aspettava un figlio dalla Francia. Da tanti mesi non sapeva niente di lui. L’8 settembre era in Savoia con gli alpini della divisione Pusteria; ma ora, finalmente, sarebbe arrivato anche lui. Al bivio prima di Villaverla si fermò: – Io vado per di qua, a sinistra. Se vuoi vieni con me. Ripartirai domani.
– No, preferisco camminare finché è chiaro.
– Bevi ancora un bicchiere; ormai tu sei arrivato.
Il vino l’aveva ristorato. Guardava i piedi che passo dopo passo lo riportavano verso casa. Anche in Russia camminando nella steppa guardava i piedi; anche in Albania, in Polonia, in Germania. Anche i passi che lo avevano allontanato erano passi per arrivare. Ogni tanto alzava gli occhi per guardare la strada che gli restava: i piccoli rettilinei gli sembravano lunghissimi e le montagne ancora tanto lontane. Il ponte prima di Villaverla era stato fatto saltare e passò il torrente camminando sul fondo. Attraversando il paese, dove c’è l’osteria che guarda la piazza con la Villa Verlato e il municipio, vide dei tavoli con le sedie attorno sotto i portici: – Mi siedo a riposare un poco, – pensò. Tre uomini anziani osservavano il suo passo affaticato e uno lo invitò a sedersi: – Fermati a bere un bicchiere con noi. Da dove vieni?
Era sempre la solita risposta: – Da lontano. In ultimo ero in Austria.
– Avrai fame. Vai a casa? Di dove sei?
Uno di loro chiamò la padrona per chiederle un bicchiere pulito e quando arrivò le disse: – Porta anche pane e formaggio, o salame. Quello che hai, non importa. E ancora mezzo litro di vino.
La padrona ritornò subito con un piatto di pane e formaggio e il vino. Posò sul tavolo, accostò una sedia e sedette con loro. Anche lei gli chiese da dove veniva, poi gli versò da bere.
Mangiava assaporando avidamente quel pane e formaggio che sapevano della sua terra, beveva quel vino aspro e leggero. Gli uomini gli chiesero ancora che strada aveva fatto, da quanti giorni era in cammino, come si stava in Germania. – Ma ora la guerra è finita, – dicevano. – Forse ci sarà ancora qualche tedesco nascosto nei boschi, ma i partigiani sono per le montagne a stanarli.
Finí il pane, raccolse le briciole e anche la crosta del formaggio. La donna fece per versare un altro bicchiere, ma lui la fermò con la mano: – No, se mi ubriaco non riesco piú a camminare –. Un vecchio gli offerse la scatola del tabacco e una cartina: – Ora fumati una sigaretta.
Un tempo le piccole cicche che raccoglieva lungo la ferrovia per Königsberg le fumava alla sera con la carta di giornale; piú tardi, in Polonia, i prigionieri russi gli passavano qualche pizzico di machorka. Ma a Graz non c’era proprio niente da fumare. Le travi delle case distrutte, fumavano. Si arrotolò una sigaretta sottile, «u’ spaniella» dicevano i compagni prigionieri napoletani. «La spagnoletta» dicevano invece in paese gli emigranti che ritornavano dal Sudamerica. Il trinciato era troppo forte e secco, forse era quello di Valstagna, e gli venne da tossire e quasi da vomitare.
– Non dovevi farlo fumare, – disse la donna al vecchio che gli aveva offerto il tabacco, – vedi com’è ridotto –. E a lui: – Spegnila!
– Mi sono disabituato. Grazie, ora posso riprendere la strada. Mi porto avanti, – disse a tutti quando gli tornò il fiato.
Attraversò Thiene. Non pensò di fermarsi alla stazione per chiedere se il trenino a cremagliera funzionasse ancora. Ma poi come avrebbe potuto pagare il biglietto? Era anche convinto, chissà perché, che solamente a piedi, con le sue gambe, poteva arrivare. E andava. Da una casa lungo la strada lo vide passare una donna che dalla porta guardava lontano. La donna uscí sul cortile e gli chiese: – Hai visto mio figlio? Si chiama Giovanni; era della Julia, battaglione Valcismon. Sono tre anni che non so niente.
Si fermò posando le mani sullo steccato: – Giovanni. E poi? Non ricordo un Giovanni di qui. Ma io ero in un altro reparto.
Non ricordava. Al Valcismon della Julia aveva dato il cambio nelle trincee sul Don; ma era nel dicembre di tanto tempo fa. E poi erano rimasti cosí in pochi. Ma non lo disse a quella donna che guardava verso la strada.
– Vieni, entra. Mangia un boccone con noi. Se vuoi puoi fermarti e ripartire domani mattina. Per una notte posso darti il suo letto.
Fece di no con la testa: – Preferisco portarmi avanti.
– Aspettami solo un minuto –. La donna entrò in casa e subito uscí con un piatto su cui fumava una fetta di polenta con un pezzetto di formaggio.
– Prendi almeno questo.
Riprese a camminare. Ogni tre passi staccava un boccone di polenta e un po’ di formaggio. Senza accorgersene masticava con il ritmo del passo. Era una serata lunga di primavera. Che non finiva mai, come le strade da camminare, e la gente che chiedeva: – Da dove vieni? – Se vuole le carico lo zaino sulla bicicletta e andiamo assieme. Magari quando la strada va in discesa potrà salire sul palo –. A dirgli cosí fu un uomo che vedendolo arrancare al lato della strada era sceso dalla bicicletta per aiutarlo. Forse anche lui voleva sapere da dove veniva, o sapere qualcosa di qualcuno. L’uomo parlava e chiedeva; lui rispondeva con frasi brevi, a lunghi intervalli. Dopo un bel po’ di strada l’uomo gli disse: – Ho sentito che a Piovene ci sono dei partigiani del tuo paese. Sono arrivati giú con il camioncino della distilleria per rastrellare gli ultimi tedeschi sbandati. Se sali sul palo e pedalo veloce forse arriviamo in tempo; potrebbero darti un passaggio e stasera sei a casa.
Salí. Sentiva il palo della bicicletta che gli faceva dolere i femori senza piú muscoli, e sul collo il respiro affaticato dell’uomo che pedalava. Arrivati a Piovene, mentre il ciclista chiedeva informazioni, vide il camioncino con il quale il Vittorio Babali andava a portare le gazose, la birra e le bottiglie di seltz nelle osterie e negli alberghi. Loro, i partigiani, stavano per ripartire verso l’Altipiano. Stentarono a riconoscerlo; due erano proprio del suo paese e dissero agli altri che era il fratello del Toni e figlio del Titta. Lo fecero salire sul cassone dove già altri erano saliti e i due paesani si postarono sui parafanghi con le armi spianate. Il ciclista lo salutò agitando una mano. Partirono rumorosamente. I partigiani incominciarono a cantare una loro strana canzone ma quando furono nei pressi di Pedescala non cantarono piú. I muri delle case erano neri di fumo, i tetti bruciati e crollati: da ogni finestra usciva la violenza della guerra. Nessuna persona camminava per le vie e nell’aria restava l’odore dell’incendio e della carne bruciata. Anche qui come in Russia, in Ucraina, in Polonia. «E su, come sarà a casa?» pensò.
– Sono stati i tedeschi in ritirata, – gli disse un partigiano che chiamavano Tango, – hanno ucciso tutti quelli che hanno trovato nelle case.
– Anche da noi è cosí?
– No, qui hanno reagito quando sono stati attaccati.
Stavano tutti zitti con quella visione negli occhi e con quell’odore nel naso. Immaginava com’era andata e avrebbe voluto dire che i tedeschi in ritirata si imbestialiscono e diventano spietati, che bisognava attaccarli lontano dalle case e che… Ma no, era tutto inutile. «Ora è finita. Meglio il silenzio».
Salivano per i tornanti della strada che era stata ritagliata dalla roccia; raggiunsero le prime contrade e la gente quando li vedeva passare salutava con grandi gesti. Era tutto intatto. Forse era rimasto l’unico luogo della terra con i prati ritornati verdi dopo l’inverno, i boschi con i canti degli uccelli, gli orti, le case. Dalle finestre pendevano bandiere. La guerra era proprio finita?
Il sole era già sceso dietro la montagna innevata, i ragazzi giocavano davanti alle chiese, dai campanili veniva il suono che annunciava il riposo. La luce era dolcissima ma lui era frastornato e smorto. Il camioncino della distilleria si fermò davanti all’albergo Croce Bianca dove su un cartellone era scritto «Comando Piazza» e due grandi bandiere pendevano dal poggiolo. I partigiani saltarono a terra, entrarono nell’albergo. Sulla porta c’era una sentinella con il mitra di traverso sul petto. Lui scese a fatica, per ultimo. Riprese ancora a camminare. La strada dove c’erano il fabbro e la casa della maestra Mattea, l’Albergo alla Rosa dove si ritrovavano i cacciatori, la casa dove abitavano la Lida e la Bianca, la caserma della Guardia di Finanza, la via in salita dove aveva tanto giocato e di cui conosceva ogni pietra che sporgeva, i cortili, gli orti, i tre alberi, le sei porte, le cinque case. Era la piú lunga di tutte le strade, la piú difficile da ritrovare, la piú bella strada della terra, di tutte le strade che aveva camminato.
– È qui! È qui! – sentí gridare. Suo fratello che lo aveva visto arrivare dal poggiolo dei gerani si precipitò dalle scale, scese in due salti i gradini di pietra, passò come una rondine il cancello di legno, e gli corse incontro aprendo le braccia come ali: – Che magro che sei, fratello! – gli disse stringendolo al petto.