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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

chissà dov’ero quel 25 aprile

italian

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Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: «L’è andà cosí». Gli chiesi: – Com’è andata? – E lui guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: – Mah! Cosí l’è andà.
Il 25 aprile 1945? Chissà dove ero in quel giorno! Certo in Austria, nella Stiria, nei dintorni di Graz o sulla strada verso casa. Non avevo nessun calendario, non sapevo le date; so solamente che dopo tanta neve aspettavamo la primavera e l’arrivo dell’Armata Rossa che, dicevano, si era affacciata sui Carpazi.
Con pochi altri dalla miniera a cielo aperto dell’Eisenberg ci avevano condotti in un Lager a Eisenerz e, non so come, mi ritrovai unico italiano in una baracca di mongoli. Erano silenziosi, tetri e, nelle ore prescritte dalla loro religione, si prostravano verso La Mecca per le preghiere. Nel Lager si diceva che tra loro, dopo che erano stati fatti prigionieri sul fronte dell’Est, c’erano stati dei casi di cannibalismo. A parte il silenzio e l’impenetrabilità dei loro sentimenti, da loro non ebbi nessun minimo sgarbo, nessun tentativo di furto della mia razione di pane. Era verso la fine di febbraio quando mi misero a lavorare in fonderia, in coppia con un turcomanno dell’Asia centrale. Dopo pochi giorni comunicavamo in una lingua inventata comprendente dialetti italiani, tedesco, russo, francese, turcomanno e, persino, albanese. Riuscivamo cosí a raccontarci le nostre sventure ma lui, anche, mi raccontava del villaggio di cui era capo, delle sue tre mogli, delle grandi greggi che possedeva, dei cavalli. Tra quelle tetre montagne della Stiria provava grande nostalgia della sua terra lontana, degli spazi aperti e della carne di pecora arrostita. Qualche volta i prigionieri russi mi chiedevano di fare da interprete con lui. – Il compagno kazako non capisce niente – mi dicevano… Chissà dove sarà ora. Se è ritornato laggiú, oltre Samarcanda. Era un buon amico.
Era forse ai primi di aprile quando i nostri custodi ci radunarono in fretta e bruscamente – come al solito! – ci rinchiusero nei vagoni bestiame. Dopo una notte in cui si sentiva il brontolio di un bombardamento lontano partimmo per destinazione ignota. Il viaggio durò poco, con lunghe soste sui binari morti. Prima di sera ci fecero scendere tra le rotaie divelte di una stazione le cui rovine ancora fumavano. Capimmo da certe scritte che eravamo a Graz.
Oggi, dopo aver consultato un libro, Bomben auf Graz, acquistato in quella città tre anni or sono, presumo che fossimo lí giunti la sera del 2 aprile, poco dopo il cinquantunesimo attacco aereo angloamericano, che fu il piú drammatico. Ci misero subito a sgombrare macerie finché venne buio.
Nostri nuovi angeli custodi erano delle SS ungheresi, arrivate fino in Stiria sotto l’incalzare dell’Armata Rossa. Furono i peggiori, i piú bestiali uomini che mi fu dato di incontrare.
Durò cosí per giorni: a sgomberare macerie di giorno e di notte rinchiusi in un Lager alla periferia della città. Avevano avvertito: per chi di notte tentava di uscire dalle baracche c’erano le pallottole delle mitragliatrici. Anche se venivano gli aerei a bombardare. In quelle notti, leggo ora su quel libro, vi furono ancora sei bombardamenti e noi sempre lí, con il pastrano tirato sulla testa, sperando che le bombe andassero su altri bersagli. Fummo molto fortunati.
Quando l’allarme capitava di giorno, allora ci cacciavano con urla e bastonate verso le gallerie scavate sotto il castello, le Schlossbergstollen, nel cuore della città. Era lí sotto che si erano trasferiti per sopravvivere migliaia di cittadini portandosi le cose piú essenziali: qualche materasso, coperte, pentole, patate, acqua. Donne, bambini, vecchi. Una silenziosa umanità dolente che aspettava la fine della guerra, nel cuore maledicendo il Führer Adolf Hitler.
Un giorno stavo scavando e mi si avvicinò un signore anziano e canuto. Osservava con insistenza il mio cappello d’alpino. La mattina dopo mi ritrovò e mi porse una fetta di pane nero. Mi disse anche che a Vienna erano arrivati i russi e che lui, nel 1917, aveva combattuto sull’Altipiano contro gli alpini del mio reggimento. Cosí gli dissi di dov’ero. Lui mi consigliò di andare via, di scappare, che la guerra stava per finire.
Quando questo accadeva non posso sapere che giorno fosse. Era il 22 aprile? Leggo sempre su questo libro, Bomben auf Graz, che il 27 aprile tra le nove e le dieci del mattino ci fu l’ultimo attacco aereo e io, questo sí lo ricordo, non c’ero. I russi erano arrivati a Vienna il 13 aprile e da qui dilagavano per l’Austria. Ma io camminavo verso casa. A baita. Come avevo camminato in Russia e in tanti altri posti d’Europa. Sarebbe stata l’ultima marcia forzata? Andavo lentamente, guardingo, magro, affamato, come un cane randagio. Ma andavo. Anche se sentivo la febbre. Ancora un passo dopo l’altro.
Ma quel 25 aprile del 1945, dov’ero? Quel tempo cerco di ricostruirlo guardando una carta geografica, calcolando il mio passo. Quanti chilometri potevo fare in quelle condizioni tra quelle montagne?
Certamente ero leggero, non dovevo consumare tante energie per portare avanti un corpo cosí magro. Anche se le calorie a disposizione erano molto poche potevo fare trenta chilometri al giorno. Tra le macerie di Graz, rischiando di essere ucciso sul posto da una fucilata, potevo mandar giú qualcosa e cosí, pensando al peggio, mi ero fatto una piccola riserva di pane. Camminando e riposando nel bosco accompagnavo qualche pezzetto di pane con germogli d’alberi ed erbe commestibili.
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