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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

con primo e nuto dopo sessant’anni

italian

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Sessant’anni! Quasi una vita; ma anche tre vite. Quanti ventenni? Quanti amici tra questi ventenni? Guardo una vecchia fotografia di quando eravamo all’asilo infantile Regina Margherita e segno con l’indice: Rocco è caduto in Albania nel dicembre del 1940, Rino in quel gennaio del ’43 in Russia, Guido fucilato a Cefalonia, Vittorio è morto nel Lager in Polonia, Beniamino fucilato dai fascisti nei pressi della sua contrada. Tra guerra e Resistenza siamo rimasti in pochi; qualcuno è in Australia, altri in Canada. Mario, sopravvissuto a Cefalonia è arrivato a casa senza una gamba e invecchia con sofferenza. Gli altri sono nel cimitero, dove un’aiuola e un semplice monumento coprono le spoglie dei partigiani caduti sulle nostre montagne. Ottant’anni da quella fotografia all’asilo. Anche novant’anni da quel maggio 1915 quando all’alba del 24 partí il primo colpo di cannone dal Forte Verena. Il primo a morire era stato un fante siciliano. Si chiamava Salvatore Randazzo.
Tappe della storia. Tappe? Storia, nel tempo che corre via sugli umani. «Ricordate!» ci comandano questi ventenni fermati in quel tempo, che oggi ai giovani sembra remotissimo e a noi vecchi dell’altroieri.
Sessant’anni fa Primo Levi, in questi giorni, era a Katowice, in Polonia. Dalla sua liberazione da parte dell’Armata Rossa erano già passati tre mesi e ancora lui e i suoi compagni sopravvissuti a Auschwitz camminavano incerti per la Polonia in attesa che la guerra finisse, immersi in un paesaggio di rovine dove i resti dei potenti carri armati tedeschi, mostri morti distruggendo, erano trasformati in trofei. Il fronte era passato come un uragano. Tavole grezze inchiodate su pali agli incroci, indicavano le vie che non c’erano piú e le strade per Cracovia, Gliwice, Leopoli, Varsavia. Tutti si arrangiavano a vivere e anche in lui si riaccendeva la voglia di vivere che Auschwitz aveva spenta… e, Aprile volgeva al fine, e il sole era già caldo e franco.
(Giusto un anno prima anch’io ero passato per quei luoghi: era una primavera ventosa e gli occhi lacrimavano per la polvere sollevata dal vento. Ci fecero sostare per circa tre settimane in un Lager dove in tanti morivano).
Ho riletto il diario di Nuto dal 22 al 30 aprile 1945: dalle Alpes Maritimes a Cuneo. Non sono giorni di esaltante libertà ma dove traspaiono tanta amara ironia, e soffocato dolore per gli amici e i compagni caduti in montagna, e l’angoscia per il dovere di riferirlo ai famigliari. Anche il suo volto è sfigurato per quell’incidente del 1° ottobre del ’44 ed è anche per questo che poi ritarderà il momento dell’incontro a Cuneo con Anna e i suoi. Prima era stato un bel ragazzo!
A Guillestre aveva annotato che se per i partigiani della Rosselli passare la linea voleva dire solo rischiare la pelle ma tornare a casa, per lui era un’altra cosa. In Francia, nel combattimento, aveva perduto il carissimo amico Scagliosi e toccava a lui dare la notizia della morte ai suoi. Voleva pure dire ritornare diverso, disperato per il costo di quella vittoria, con un volto devastato e ricostruito dolorosissimamente e che non era piú come l’avevano sempre conosciuto. Prima la ritirata in Russia e le ferite, qui la Resistenza e la lotta tra le sue montagne: quanti amici perduti, quante sofferenze per l’orribile guerra fascista. È molto amaro il suo cammino verso casa, con i compagni della Rosselli. All’alba del 25 aprile scrive sul suo taccuino: «Sono stanco, dopo la notte insonne, e un po’ giú di morale. Per il mio fisico malandato sarà questa la prova del fuoco, il collaudo. A forza di volontà dovrò farcella». Gli alpini del battaglione Tirano dicevano che il Revelli era un «tenente giusto»; i suoi partigiani che era «un comandante duro»; gli amici che lo conoscevano bene, che era un animo buono e gentile.
(… e io camminavo lentamente verso occidente per le montagne dell’Austria).
Al mio paese i partigiani, compagni di giuochi infantili e di scuola, stavano agli orli dei boschi in attesa del segnale. Attorno al collo avevano fazzoletti tricolori, o verdi, o rossi che, fino alla sera prima, tenevano sotto il maglione o la giacca per non fare da bersaglio. Il Broca si era scatenato alla caccia di tedeschi e fascisti perché voleva vendicare il padre che gli avevano assassinato sulla porta di casa. Nella villa che i tedeschi avevano adibito a loro convalescenziario per i feriti, spararono a un loro camerata che voleva prendere contatto con i partigiani. I soldati tedeschi avevano organizzato anche la loro paura e si stavano ritirando compiutamente armati per le strade del fondovalle. Dove venivano molestati scatenavano la loro ira malvagia uccidendo e bruciando le case. Come a Pedescala. I nostri non avevano tenuto conto di quel proverbio che dice a nemico che fugge ponti d’oro.
Sulla piazza del paese, dal balcone del Caffè Commercio, un avvocato romantico e illuso, si era affacciato per proclamare al popolo la ricostituzione dell’antica Reggenza dei Sette Confederati Comuni, ma al culmine della sua concione le campane che erano rimaste sul campanile e sulla torre civica, al segnale dei partigiani, incominciarono a suonare a distesa e i gruppi festanti a entrare gridando libertà e cantando: «La patria nostra è il mondo intero | La legge nostra la libertà | …»
Eravamo poveri e nel tempo che venne dopo incominciò l’emigrazione verso la Francia, il Belgio, il Canada, l’Argentina, l’Australia…
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