cosí a diciott’anni andammo in guerra
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Da ragazzo guardavo alla Grande Guerra come a una cosa molto lontana anche se dal giorno della pace erano passati pochissimi anni, e sí che i segni nella mia terra erano vivi come piaga sanguinante. Molto spesso giocando nelle trincee per cercare elmetti e cartucce, o nelle postazioni di artiglieria per raccogliere i quadratini di balistite delle cariche di lancio, trovavamo anche corpi di soldati italiani e austriaci.
Molti di noi vestivano ancora indumenti militari scovati nelle baracche abbandonate: e quando verso gli anni Trenta arrivava da lontano qualche «pellegrinaggio» di invalidi o di ex combattenti, questi uomini vestiti di scuro e cosí seri, che non giocavano alla guerra come noi ragazzi ma drammaticamente l’avevano subita, ci sembravano molto anziani, o addirittura vecchi, anche se molti di loro non avevano ancora trent’anni.
Ecco, se noi allora giudicavamo cosí lontana una cosa vicina e dalle mie parti tragicamente vissuta, come giudicherà un ragazzo d’oggi gli avvenimenti che nel 1939 cominciarono a insanguinare prima l’Europa e poi tutta la terra? Forse non giudicheranno proprio niente; sono fatti, per loro, preistorici, e nelle casematte di calcestruzzo delle linee Maginot, Sigfrido, Stalin, Gotica, o in quelle che sono lungo le coste del Mediterraneo o degli oceani, loro entrano per fare l’amore. Meglio cosí, certo.
Ma non mi sembra giusto dimenticare tutto, nel bene e nel male (poco e tanto!), e non per fare prediche inutili, ma solamente per capire e far capire. Fermiamoci allora cinque minuti a pensare, ora che si corre cosí in fretta senza sapere dove.
Allora non avevo ancora diciotto anni e, caporale sciatore-rocciatore alla Scuola militare d’Alpinismo Duca degli Abruzzi, avevo appena finito le escursioni nel gruppo del Gran Paradiso e le manovre sul Monte Bianco.
Verso la fine di agosto, dopo le ascensioni e le manovre che dicevo, venni mandato in licenza di otto giorni. Ma la licenza era dedicata solo al lavoro (allora, credo, era cosí per tutti), e il mio era di andare nei boschi comunali a far legna per l’inverno: tutte le mattine prima dell’alba partivo tirandomi dietro un carrettino che nel tardo pomeriggio riportavo carico di legna nel cortile di casa.
Un giorno, mentre stavo lavorando con la scure contro un grosso ceppo d’abete che non voleva lasciare il bosco, sentii qualcuno chiamarmi dal fondovalle dove c’era il cimitero dei soldati inglesi caduti nel 1918. Il bosco divenne silenzioso e distinsi la voce di un mio fratello che ora è in Australia. Gridava: – Vieni giú! Devi venire subito a casa. I carabinieri hanno portato un telegramma dove è scritto che devi ritornare ad Aosta. Vieni giú!
Era il 29 agosto 1939. Quello stesso pomeriggio dovetti lasciare i miei vestiti odorosi di resina per la divisa da alpino, e riprendere il treno senza aver consumato la mia licenza di otto giorni.
Andava il treno nella notte per la pianura padana, a ogni stazione salivano quelli che come me avevano dovuto interrompere la licenza, ma anche tanti richiamati delle classi 1903 e 1913 che andavano a raggiungere i reparti di assegnazione. Non c’era allegria, non c’erano canti, nemmeno conversazioni dentro gli scompartimenti odoranti di naftalina.
Ogni tanto qualcuno faceva girare un fiasco di vino e si beveva in silenzio. Ma poi a Verona, a Milano, a Novara, a Vercelli, a Chivasso (quel bar della stazione di Chivasso che l’anno scorso ho rivisto come era allora, come se il tempo non fosse corso via!), era un salire e scendere di uomini assonnati e stanchi, di zaini affardellati, e rumore di gamelle vuote. Qualche imprecazione, qualche bestemmia, il fischio del capotreno, il segnale di un fanale e via nel buio. Verso la guerra?
Arrivai ad Aosta il mattino del giorno 30 (queste date precise le sto ricavando dal mio notes di allora, che il tempo ha reso quasi illeggibile). Ma ad Aosta nelle caserme Testa-Fochi, Chiarle e Mottino c’erano solamente i richiamati con i capelli grigi, cupi e silenziosi; non tutti con la divisa, alcuni anzi vestiti per metà da militari e per metà da civili, e facevano contrasto sulle scarpe giallo chiaro le fasce mollettiere. E ancora acuto odore di naftalina.
Molti di loro, già armati con i lunghi fucili modello 1891, stavano appoggiati al muro dei cortili in attesa di essere messi in rango dai sergenti. Ma i battaglioni del 4° reggimento alpini, i gruppi del 1° reggimento artiglieria alpina, il battaglione Duca degli Abruzzi erano già sulla frontiera con la Francia. Anche la mia compagnia, naturalmente, e il magazziniere mi disse che dovevo raggiungerla subito verso il Col de la Seigne.
Nel treno per Pré-Saint-Didier incontrai una bella ragazza di Torino che andava in villeggiatura con la famiglia; mi chiese della guerra, se era vero che i tedeschi stavano per entrare in Polonia e se noi alpini eravamo già schierati sui confini. Forse in quel giovane bruciato dal sole dei ghiacciai vedeva il mitico alpino dei racconti dei libri di scuola, delle canzoni e della retorica di allora e io, forse, per una ragazza cosí bella che viveva in un’Italia cosí bella pensavo che bello sarebbe stato pure morire.
Leggo nel notes: «31 agosto. – Siamo sopra il lago Combal, in baite, si mangia poco. Molte munizioni. 1° settembre. – Allée Blanche. Guerra tedesco-polacca. Sceso ad Aosta per ordine del capitano per riaccompagnare su i richiamati. Piove e fa freddo. In Francia c’è la mobilitazione generale».
In quei giorni, con piccole pattuglie, andavamo lungo la linea di confine e giú in basso, verso la Francia, a Ville des Glaciers, a Les Chapieux vedevamo le casermette degli chasseurs alpins con i camini che fumavano: ci dicevano che lí dentro stavano i soldati senegalesi, ma non ci credevamo. «3 settembre. – L’Inghilterra e la Francia hanno dichiarato guerra alla Germania. Ci hanno dato le maschere e gli elmetti. In alto nevica».
Nei giorni successivi ci fecero entrare nelle opere difensive alle pendici delle Pyramides Calcaires. Nessuna notizia ora ricevevamo di quello che stava accadendo in Europa. «5 settembre. – Fa freddo, di notte i topi ci passeggiano sul viso».
Poi ritornò il sole. In piccole cordate con il tenente e qualche compagno andavamo a fare ricognizioni verso l’Aiguille des Glaciers e all’Aiguille de Trélatête: da lassú guardavamo la Francia, dove già c’era la guerra.
Al ritorno da una di queste escursioni trovammo che i nostri compagni, a causa della forte umidità, dei topi e dei pidocchi, erano stati costretti a uscire dalle casermette e a piantare le tende sulla morena del Miage. E lí restammo fino al tardo ottobre, finché una notte una forte nevicata seppellí l’accampamento.
Ecco, cosí visse quei giorni un diciottenne sopravvissuto. Se ripenso ai compagni di allora rivedo i volti giovani, ricordo le voci, le canzoni che cantavamo sottovoce nei rifugi del Monte Bianco. I primi caddero su quelle stesse montagne nel giugno del 1940, poi venne la campagna di Grecia e altri restarono per sempre sulle montagne dell’Albania; e i Balcani, ancora; e le steppe della Russia. Sempre piú pochi ci contavamo. Vennero i Lager dei tedeschi e la Resistenza. Furono i nostri ventanni.