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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

dalla russia con orrore

italian

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Sono passati 60 anni e da allora, puntualmente come in questi giorni, vi è sempre qualcosa che ritorna a farcelo ricordare e soffrire. Anche a volerlo cancellare dalla nostra vita e annullarlo come non vissuto, quell’inverno del 1942-43 è presente e ti accompagna ora per ora, giorno per giorno, notte per notte e non ti lascia. Te lo trascini sulle spalle come allora la mitragliatrice, e dentro con l’affanno nel cuore come quando dovevi abbandonare sulla neve un compagno morente.
Fu forse per questo, nell’inverno che venne dopo, che scrissi di quel tempo. Come fece Primo Levi al ritorno da Auschwitz: per cercar di levare dal cuore l’ambascia e per far sapere a chi non c’era. Ma anche per dare la voce a chi non poteva piú parlare.
Tornammo in pochi, e quando in quel maggio arrivammo alla stazione di Udine, aspettarono la notte per farci uscire dai vagoni bestiame. Non volevano che la gente ci vedesse. Avevamo il torto o la colpa di essere ancora vivi. E quando ritornammo ai nostri paesi ci capitò di rispondere a molti che domandavano: «Hai conosciuto mio figlio?», «Non hai mai incontrato mio marito?», «Dimmi di mio padre». Venivano anche in casa, dopo anni, a mostrarti una fotografia, l’ultima lettera. Erano domande a cui non sapevi dare risposte. Solo una volta mi è capitato, tra centinaia.
Un giorno dalla Radio della Svizzera italiana, dove mi avevano invitato per una conversazione sulla seconda guerra mondiale, giunse una telefonata da un piccolo villaggio sulle Alpi. Era una donna che voleva sapere e che poi mi scrisse: «… quella mattina pioveva e lo accompagnai fino alla corriera tenendolo stretto sotto l’ombrello e poi lo seguii con gli occhi lungo i tornanti. Mi aveva detto che sarebbe partito per la Russia, un paese lontano ma che non sapeva dove. In quell’anno ricevetti qualche lettera e cartoline in franchigia. Poi niente. Per tre anni ho guardato dalla finestra l’arrivo della corriera. Un giorno il postino mi portò una cartolina dove c’era scritto il nome di mio marito con sotto un timbro: “Risulta disperso dal gennaio 1943”».
Cosí, come questo, erano i miei compagni: montanari traditi da una patria matrigna e mandati a morire aggredendo altri popoli che non ci erano nemici. Ma poi abbiamo capito che i nostri nemici erano altri; abitavano a Roma e si chiamavano Benito Mussolini, Vittorio Emanuele III, generale Badoglio…
Il sole brillava su tutte le cose. Nuovo. Tutto il mondo appariva in pace nella serena indifferenza dell’inverno. La scarica delle katiuscia arrivò urlando sopra le postazioni e le trincee, e i razzi esplosero sibilando schegge tutt’intorno. Poi restarono l’odore dell’esplosivo e il lamento dei feriti nella limpida mattina di gennaio. Il tenente uscí dal ricovero urlando: – Portaferiti! Portaferiti! – Ma i portaferiti non erano ancora ritornati dal posto di medicazione dopo l’azione della notte.
I feriti che potevano farlo se ne andarono via leggeri sulla neve dopo averci lasciato le loro armi. Due compaesani si caricarono sulle spalle due altri compaesani. Si allontanarono con fatica, barcollando dentro il camminamento. – Voi due! Ritornate presto! – gridò il tenente.
Camminarono cosí per qualche ora anche perché il posto di medicazione era stato sgomberato. A volte si fermavano a riprendere fiato e posavano i compagni senza dire una parola. Alle loro spalle, verso il Don, avevano ripreso a sparare. Finalmente incontrarono una slitta dei conducenti. Poi l’ospedale di Podgornaja. Dopo tre giorni all’ospedale di Podgornaja, dove con i feriti erano rimasti due giovani ufficiali medici, arrivarono anche i soldati dell’Armata Rossa. Uno di quei quattro è ritornato a casa senza una gamba e con un braccio anchilosato.
Il combattimento era stato breve: fucilate, raffiche di mitra, qualche bomba a mano. Poi silenzio profondo. Nemmeno grida di feriti o richiami. Anche il villaggio sembrava morto. Poche ombre camminavano per il villaggio morto. Per consuetudine sapevano che le isbe piú sicure a un eventuale contrattacco erano quelle interne; lí, forse, potevano anche trovare qualcosa da mangiare. Accendere il fuoco nel forno! Riscaldarsi!
Nessun barlume traluceva dalle finestre, chiuse dal ghiaccio. Passarono uno steccato, un orto senza sapere che erano uno steccato, un orto, una porta. Nell’atrio, senza saperlo, batterono i piedi e scossero la coperta per far cadere la neve, misero i fucili in spalla. Uno spinse un’altra porta. Le donne erano lí. Certo avevano sentito gli spari e i loro passi soffocati dalla neve. Allora aprirono il forno e si misero in piedi sotto l’angolo delle icone. Una teneva in braccio una bambina di pochi mesi e li guardava seria mentre con una mano dura e forte come artiglio pareva volesse difendere e nel contempo aggrapparsi alla figlia. L’altra donna era accostata alle due e con la testa inclinata verso la bambina li guardava fissamente. Per un attimo durò la loro paura, finché capirono che erano italiani. Allora i loro volti si distesero in una grande pietà. I soldati richiusero la porta e fuori restarono la guerra e il gelo della morte.
Si era ripreso a camminare nella notte. Il sonno, il freddo, la fame, la sete, la stanchezza sono niente e tutto. L’importante è solo camminare con gli occhi bassi sulla pista. Qui la neve è dura e il vento, con la neve che raccoglie dalla steppa senza limiti o dalle stelle, la leviga come cristallo.
Oltre la pista è buio profondo e la neve vergine a banchi, ed erbe secche curvate dal vento. I piedi seguono la pista e quando sotto le pezze che li ricoprono sentono che qualcosa cambia, istintivamente riprendono la strada perduta. Un passo dopo l’altro. Un passo dopo l’altro. Avanti. A volte inciampano in una cassa di munizioni vuota, in un elmetto, in zaini, in corpi irrigiditi come pietre.
Piedi avvolti in stracci, che vanno verso ovest. Sotto gli stracci cancrene, piaghe, ferite, ginocchia che dolgono. Questi piedi che tanto avevano ballato nelle osterie di paese nel tempo di Carnevale, che avevano salito la montagna per lavori pacifici, che avevano portato un corpo giovane a incontrare una ragazza. Ma avanti ancora un passo. Ancora un passo. Non fatemi inciampare nei corpi di pietra dei compagni: fatemi arrivare in un luogo senza piú guerre.
Doveva essergli capitato quella notte che fecero la retroguardia. Non si poteva sapere quanto freddo fosse ma la pelle delle dita gli era rimasta attaccata alla canna della mitragliatrice. Solo che per i piedi si era accorto il giorno dopo quando, arrivati in un villaggio, al caldo di un’isba, incominciarono a disfarsi; sicché brandelli di carne si staccarono assieme alle calze. Cosí decise di fare a strisce la coperta e abbandonare le scarpe.
I suoi compagni lo aiutarono a proseguire e quando era stanco, ma solo allora, si appoggiava a l’uno o all’altro. Poi un giorno furono raggiunti dai conducenti con le munizioni e il tenente lo fece salire su un mulo. Piú indietro c’erano anche le slitte con i feriti, ma lui si sentiva piú sicuro vicino ai suoi compagni. Andarono avanti cosí per due o tre giorni, forse quattro o cinque; ma sentiva che la cancrena gli saliva verso le ginocchia perché stentava a reggersi sul basto.
Quella notte già si vedeva un villaggio poco lontano: betulle e profili di isbe si profilavano nel cielo stellato. «Ci fermeremo lí», pensava, «e domani dirò al tenente che aspetterò le slitte con i feriti. Ormai non ce la faccio piú». Un mulo vicino urtò leggermente contro il suo, non riuscí a reggersi e scivolò giú nella neve, a lato della pista. Credette di gridare, di chiamare i compagni perché lo venissero a rialzare. Ma dalla sua bocca non uscí nessun suono. Guardò gli amici che si allontanavano nella notte freddissima e tersa. Quando arrivarono al villaggio si accorsero che non c’era piú.
Era stato mandato dal capitano a cercare un collegamento; con un gesto gli era stata indicata una direzione: – Vai sempre diritto dovresti incontrare quelli del Valchiese –. Lui era andato nella direzione indicata. Solo che dopo il mulino del cielo si mise a macinare neve e subito venne la sera. Camminava e camminava, cadeva e riprendeva a camminare. «Forse vado sempre in tondo, – pensò, – come capita qualche volta in montagna con la tormenta o con la nebbia…» Si fermò sottovento per respirare profondo. Si frugò nelle tasche per cercare briciole di pane. Nella mano sentí briciole e fili di tabacco. Si fece una sigaretta con l’ultima cartina che gli era rimasta nella scatola di latta. Si accucciò voltando la schiena al vento e si accese la sigaretta. Dopo riprese a camminare. Quanto? Per dove? Sentí i campanacci delle vacche sui pascoli attorno alla malga sotto i piedi l’erba profumata. «Ecco il posto, – disse. – Adesso dormo. Adesso posso proprio dormire». E si lasciò cadere nella neve.
L’alpino Tavelli non parla mai della guerra di Russia, ma, qualche volta d’inverno, quando il freddo lotta con il fumo dei camini e la disoccupazione, allora, quando è preso male, va all’osteria e beve.
– Morbegno! Avanti il Morbegno! Il maggiore Fabrocini! – E poi: – Voi! Voi non sapete niente di quello che è successo in Russia. Quello che è scritto sui libri sono balle. Tutte balle! Cosa vuoi che sappiano quelli che scrivono sui libri? Dio buono, sacr…, quella volta della mitraglia li ho presi…
Avevamo camminato tutta la notte, tutto il giorno e ora si avvicinava la sera ancora una volta. All’alba v’era stata la tormenta. Dovevamo camminare aggrappati l’uno all’altro, avvolti nella coperta, con la testa bassa, guardando tra le ciglia incrostate di neve i piedi del compagno che camminava avanti. A volte si inciampava in qualcosa: un’arma o un corpo rigido come legno. Lo sa Cristo come le gambe portavano avanti. Verso le dieci la tormenta si placò e uscí il sole. Le teste uscivano dalle coperte e si scrollavano come l’orso bianco quando esce dall’acqua. Verso mezzogiorno si sentí sparare in testa alla colonna. Dicevano che Edolo, Vestone e Valchiese erano all’attacco. Ci eravamo fermati e aspettavamo l’esito del combattimento. Molti erano seduti sulla neve, rannicchiati nella coperta come una chiocciola nel guscio. V’erano dei feriti fasciati con la panciera e molti con i piedi congelati avvolti nella paglia e stracci. Si udirono gli scoppi delle bombe a mano. Lontani, come ovattati dalla neve. La colonna, a sussulti, riprese la marcia. Mangiavamo manciate di neve. La fame era molta perché quelli che erano in testa e aprivano la strada combattendo, portavano via dai villaggi tutto quello che era mangiabile. A quelli che venivano dopo, ed erano i piú, non restava che rosicchiare le ossa di qualche carogna di mulo e trangugiare le bucce delle patate. Venne il pomeriggio. Si passò per il villaggio dove avevano combattuto, isbe bruciavano e fumo denso e acre stagnava nel freddo. Proseguimmo ancora senza alcuna sosta. Solo i rassegnati-sfiniti si fermarono.
Si sentí sparare e dei colpi arrivarono in pieno. Improvvisamente apparvero tre carri armati: tozzi, minacciosi, terribili nella loro forza meccanica. Vennero sparando con tutte le armi di bordo e investirono la colonna: travolsero, macinarono, schiacciarono. Si misero a semicerchio e quelli che erano rimasti dentro alzarono le mani. Il resto sbandò come uccelli sorpresi dal falco. A gruppi, in fretta, per quanto lo permettevano gli arti congelati e le membra ferite, ci portammo avanti dove sembrava finisse la neve e dove avrebbero dovuto incominciare le montagne.
In uno di questi gruppi c’era lui. Smemorato, sbandato e quasi impazzito dopo aver visto cadere il fratello. Senza memoria e senza ricordi. La colonna era lontana: un segno nero sulla neve bianca che si perdeva nella sera livida. Udí sparare e quelli davanti caddero in silenzio. Una mitragliatrice li fermava come arrivavano sul crinale della collina. Ripresero a camminare: la mitragliatrice tornò a sparare. Caddero ancora i primi. Gli altri si sedettero sulla neve, immobili e silenziosi nella sera senza cielo. Era freddo. Si rialzarono: la mitragliatrice sparò ancora. Non un lamento, non un gemito. Silenzio. Solo le raffiche della mitragliatrice quando tentavano di proseguire. Si trovò anche lui tra i primi ma si gettò subito a terra quando presentí la raffica. Scrutò con gli occhi arrossati e quasi pazzi. Tornò indietro, vide un ufficiale: – Tenente, vado io da quella mitraglia. State fermi e se avete fucili sparate –. Il tenente lo guardò senza rispondere; gli altri stavano silenziosi. Si levò il pastrano, lo piegò e lo posò sulla neve. Aprí l’otturatore, guardò per la canna, rimise il caricatore e richiuse. Levò la sicurezza. Dalla cacciatora uscirono fuori due bombe nere e rosse; le guardò e le soppesò. Levò la sicurezza anche a queste e delicatamente le ripose. – Bene, – disse, – ora vado. Voi state fermi e sparate –. Nessuno rispose, lo seguivano in ogni gesto come fossero svaniti e con i sensi e le membra congelati. Camminò per un tratto in piedi dietro la collina e sparí alla vista.
Era in un piccolo avvallamento e studiava il terreno. La mitragliatrice sparava sulla pista quasi d’infilata. Vide anche i soldati. Erano tre, tutti intenti a sparare sul gruppo ogni qualvolta uno si muoveva. Guardò bene il terreno. Doveva fare un ampio giro e l’ultimo tratto, una trentina di metri, allo scoperto. Da dove si trovava poteva anche ammazzarne uno, ma l’avrebbero visto e fatto fuori con una raffica di mitra. Meglio aggirarli. Strisciò sulla neve e non sentiva il freddo. Anzi sudava. Cercava di appiattarsi il piú possibile e scavava un solco nella neve. Di spalla vedeva i russi e i movimenti che facevano attorno all’arma. Si fermò, distese le gambe e le braccia. Sentí il freddo salirgli dai piedi. Lentamente levò una bomba e la posò sulla neve, davanti a destra. La riprese, levò anche la seconda sicurezza – poteva non scoppiare –: delicatamente la ripose. Sempre con movimenti lentissimi alzò il fucile, lo guardò attentamente se era sporco di neve, affondò i gomiti e mirò al soldato che manovrava la mitragliatrice. Abbassò un attimo la testa e si fregò gli occhi. Gli sembrava d’essere vicino a casa, sull’imbrunire, nel tardo autunno, quando faceva la posta al lepre e mirava e tornava a mirare – in pochi e lunghi secondi – per accertarsi veramente se fosse il lepre o il miraggio di un lepre.
Mirò in mezzo alla schiena, un poco piú basso, e tirò il grilletto. Il soldato si rovesciò indietro come se una molla si fosse rotta dentro e prima ancora che gli altri due si rendessero conto dell’accaduto afferrò la bomba e la gettò. Si alzò in piedi, urlò e corse avanti. Il gruppo si era alzato dietro i morti ma non veniva avanti. Allora bestemmiando gridò: – Ehi laggiú! Venite avanti! Imboscati avanti, non sparano piú!
Capita a volte che alle tre di notte giri per il paese gridando che non ha paura nemmeno del generale dei carabinieri, se non basta dell’appuntato, che lui era del Morbegno in Russia e che ha ben diritto di bere e anche di lavorare.
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