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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

don lepre nella bufera

italian

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Di don Titta non si poteva dire che fosse un prete di bella presenza, tutt’altro: aveva una grossa bugna sul collo che tentava di nascondere con un fazzoletto tabaccoso, un naso a patata, i capelli rossi e il viso lentigginoso. Ma gli occhi chiari profondamente buoni, ridenti e sempre stupiti ripagavano abbondantemente la sua malagrazia e il suo impaccio a parlare; per queste sue qualità l’arciprete vicario gli aveva dato l’incarico di visitare gli ammalati, assistere i moribondi e confortare i poveri; era, insomma, il medico condotto delle anime e non c’era bufera di neve, temporale estivo o notte profonda che fossero d’ostacolo alla sua pietà.
Nella buona stagione quando malghesi, pastori, carbonai, boscaioli ripopolavano le montagne, era lui che andava a visitarli per sentire se avevano bisogno di qualcosa; per tre giorni al mese camminava per gli alti sentieri, si fermava in una casara o in un baito di pastori, o nei miserissimi ricoveri dei carbonai; con loro divideva polenta e formaggio, l’acqua dei fontanelli, il giaciglio di rami di mugo. Ascoltava con pazienza i loro problemi, cercava di sapere i loro desideri e quando si dipartiva raccomandava sempre: «Fate i bravi e non bestemmiate». La messa, in quei giorni, la diceva in qualche cappelletta dove aveva dato appuntamento ai suoi fedeli.
Ma la sua vera festa, suo peccato d’orgoglio, d’ambizione e di gola che poi umilmente confessava all’arciprete, avveniva puntuale il 10 di agosto quando celebrava nella grande luminosa radura di Merk-wiese, circondata da secolari boschi di conifere, con lo sfondo delle cime piú alte delle Dolomiti biancheggianti nel cielo estivo.
In quei pascoli profumatissimi c’era una chiesetta dedicata a san Lorenzo martire, che proprio i suoi antenati avevano edificato e poi donato alla Reggenza dei Sette Comuni con questo capitolato: «Sarà carico della Reggenza stessa e suoi Comuni tenir laudabilmente in pieno e perfetto acconcio la Chiesa esistente nella Montagna di Marcesina, e mantenuta nell’occorrente d’arredi Sacri et utensili, et in preciso debito di far celebrar in essa Chiesa la Santa Messa ne’ giorni festivi, come pure sarà detta Reggenza obbligata tenir in perfetto acconcio le Casare tutte, ed Osterie e mantenute nel perfetto loro stato come s’attrovano».
Montanari veri: pastori, mandriani, casari, boscaioli, cacciatori, contrabbandieri e carbonai convenivano tutti qui con festevole amicizia dimenticando invidie e controversie. Don Titta al Vangelo faceva la sua unica predica a cui si era preparato durante l’intero anno, e le sue parole erano tanto semplici e piane che arrivavano al cuore di ognuno; parlava intercalando parole dell’antico dialetto «cimbro» come altri avrebbero fatto con il latinorum e diceva del Creatore, di lavoro, di luoghi, di animali domestici e selvatici, degli amici scomparsi durante l’anno trascorso e di san Lorenzo martire che per non tradire la sua fede si era fatto arrostire sulla graticola.
Non alzava mai la voce, qualche volta balbettava e nelle pause si sentivano il canto e anche il volo degli uccelli, il mugghiare delle vitelle e i campanacci delle vacche al pascolo. All’Ite missa est si sedevano tutti a merendare sull’erba con la pace nell’anima.
Ma don Titta aveva anche una passione forte e manifesta: la caccia, ed era cacciatore abile e sapiente come pochi con i segugi sulle lepri. Aveva anche i cani differenti da tutti gli altri segugisti, erano piú simili ai lucernesi svizzeri che ai nostrani o ai tirolesi; i suoi segugi erano bianchi con due macchie nere perfette come un uovo a contornare gli occhi, come nera era la punta del naso. Ma che bravi erano! E che voce squillante nell’inseguimento dopo il latrato della borita.
Andava don Lepre con i suoi compagni (già: cosí lo chiamavano in confidenza e lui non si offendeva) nei mattini antelucani d’autunno tra l’abbaiare festoso dei cani ancora tenuti al guinzaglio. Rientrava dopo un paio d’ore per i suoi doveri di sacerdote, le piú volte con la cacciatora rigonfia e si divertiva con serietà e compostezza a stupire le donne della prima messa.
Un mattino che aveva due lepri fece sporgere la testa di uno da una parte e le gambe del secondo dall’altra cosí da far sembrare la sua caccia un unico animale lungo lungo; fece anche apparire due teste e due gambe. – Ma don Titta, questa mattina avete preso un lepre con due teste? – chiedevano le donnette.
Durante la settimana santa che precedeva la Pasqua andava per le osterie del paese e del contado per richiamare al loro dovere di cristiani i compagni di caccia e i giocatori di carte, e se loro dicevano che non avevano tempo per fare la fila davanti ai confessionali, don Titta si metteva in un angolo discosto o in un sottoscala, indossava cotta e stola e pazientemente aspettava la fine della partita o della discussione per poi chiamarli a dire i loro peccati e assolverli.
Tra affanni e miserie, tra le piccole gioie la sua vita trascorreva tranquilla ma un giorno, sono proprio trascorsi settant’anni da quel 16 maggio del 1916, la Strafexpedition voluta dal maresciallo I. R. Conrad von Hoetzendorf distrusse la nostra terra. Anche don Titta Lepre, come tutti (tranne uno), dovette abbandonare la sua piccola casa che era in un angolo a nord del paese.
Sotto la tonaca, contro il petto villoso, aveva la pisside con le Sacre Specie e, attaccati alla sottana due bambine e un bimbo orfani seguiti dai suoi cani.
Corsero via sotto le bombe e tra gli incendi; dopo ore di cammino giunsero che era notte ai piedi delle montagne e trovarono rifugio in una stalla abbandonata. Si stese tra lo strame e a lui si strinsero attorno i tre bambini, i suoi cani e alcune povere persone che aveva raccolto lungo la strada.
Vegliò e pregò per loro mentre riposavano e quando venne l’alba ripresero il cammino verso Marostica. In quella piazza tra la grande confusione di soldati e civili incontrò suo fratello che era direttore didattico, composto come sempre nel suo vestito completo, il bastone con l’impugnatura d’argento e il cappello a bombetta.
Vedendo quel suo fratello prete cosí strapazzato e triste, con fili di paglia tra i capelli rossi, le occhiaie profonde, le scarpe infangate, quei bambini spauriti attaccati alla sua sottana, i due cani intontiti, lo guardò severo e accigliato dicendo: – Don Titta! Dove è andata la vostra dignità sacerdotale?– Il povero prete abbassò confuso il capo e gli occhi gli si riempirono di lacrime per la vergogna.
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