dove anche l’erba stenta a crescere
italian
Per le mie montagne, tra il 1916 e il 1918, gli alpini piemontesi hanno lasciato molte scarpe al sole e per citare un monte basterebbe solo dire Ortigara, e tanti, troppi, sono i cognomi che nei loculi dell’ossario mi ricordano le Langhe e le valli che vanno dalle Alpi Marittime alle Lepontine. Cosí non mi era raro quando lassú andavo a pernici bianche, incontrare dove finisce la strada automobili targate Torino, Cuneo, Aosta, e comitive di familiari dove un anziano del gruppo illustrava con voce emozionata davanti a quel tragico teatro di guerra le avventure sue o degli sventurati compagni.
Un giorno d’autunno colmo di sole e di colori mi ero inoltrato alla ricerca di un gallo di monte in un luogo fuorivia, mi imbattei, invece, in due persone che, sedute sui resti di un muretto a secco, guardavano assorte e in silenzio degli scavi coperti d’ortiche dove un occhio esperto avrebbe fatto capire che lí un giorno lontano dovevano esserci state delle postazioni di cannoni. Ai lati di questi scavi vi erano poi delle imboccature di caverne.
Al mio avvicinarsi i due uomini si alzarono in piedi, il mio cane li annusò; loro risposero al mio saluto e dall’accento capii la loro provenienza.
– Eravate qui nel 1917? – chiesi accennando con la mano agli scavi e alle caverne. Fecero sí con la testa e m’invitarono a sedere con loro, da una sporta di paglia che era posata per terra levarono un paio di bottiglie. Era un dolcetto di squisita vendemmia e fattura. Poi parlammo.
Erano stati qui, sul rovescio di questo monte e subito dietro la prima linea, con il 10° raggruppamento artiglieria da montagna comandato dal colonnello Candela e i battaglioni dei compaesani che avevano davanti a loro si chiamavano Ceva, Val Dora, Monte Saccarello, Val Stura… del 2° gruppo alpini comandato dal colonnello Gazagne. Mi raccontavano come nell’inverno del 1916- 17 ci fossero molti metri di neve, e a testimoniarlo c’erano ancora i tronconi dei larici che venivano segati dove fuoriuscivano, e che quelle caverne che vedevo lí davanti le avevano scavate nella roccia per ripararsi dalle cannonate austriache. Qualche volta i loro compaesani che erano in trincea, nelle pause chiedevano il permesso per passare qualche ora insieme con loro, ed era come trovarsi all’osteria del paese, solo che c’era tanta nostalgia e il desiderio di fare una ciucca.
Mi citavano nomi di sottotenenti che io ricordavo come ufficiali superiori e nomi e numeri di reparti che con noi pestarono il fango dell’Albania e la neve della Russia. Ma loro parlavano sempre di quel giugno 1917 quando su questi monti il sangue corse piú dell’acqua. Questa storia la sapevo perché parenti e paesani che pure erano stati qui me l’avevano raccontata quand’ero ragazzo, poi perché avevo letto quanto era stato scritto, e avevo camminato pensoso per trincee italiane e austriache. Quando intervenni nel loro conversare citando quote e nomi furono molto sorpresi e confrontando la loro età con la mia finalmente chiesero: – Ma scusa, con che battaglione eri qui? Con il «Sette Comuni»? – Furono increduli quando dissi la mia età e che con i loro compaesani ero stato in altri fronti e non in questo.
Quel giorno lasciai perdere i galli di monte e le pernici bianche, il cane si accucciò all’ombra, e finché ci fu vino stemmo a parlare di quei tempi tristi, qui, su queste montagne, e dei loro compagni.
Ma un giorno di Ferragosto di vent’anni fa mi telefonò un albergatore perché un signore voleva ritornare su un luogo particolare, assieme alla moglie e alla figlia; che lo accompagnassi, mi avrebbe pagato la giornata. Avevano una macchina lussuosa e un aspetto distinto, lui e la signora erano cordiali anche se formali mentre la figlia, una ragazza sui vent’anni, subito mi guardò dall’alto in basso, un po’ sprezzante.
Andammo di buon’ora. Lasciammo la macchina dove finiva la strada, mi caricai dello zaino e lungo la mulattiera che saliva a serpentina chiesi rispettosamente con che reparto fosse stato qui e che grado avesse avuto. – Ero della colonna Cornaro che ha attaccato… – Ho capito – risposi. – Allora lei era con il battaglione Mondoví del maggiore Gerbino-Promis che il giorno 10 ha attaccato il Corno della Segala…
Salimmo su un’altura, camminavo lentamente perché vedevo che faticava, ma da lassú non riusciva ad orientarsi; c’era, sí davanti a noi il massiccio dell’Ortigara ancora sconvolto dalla battaglia di quarant’anni prima, ma non riconosceva il «suo» posto. – Non mi ritrovo… – sussurrava.
– Lo so com’è, – dicevo io, – l’ho provato. Quando sparano con i cannoni e le mitragliatrici corri con la testa bassa, buttando avanti gli occhi per cercare un riparo qualsiasi.
Scendemmo, girammo per trinceramenti sconvolti, cespugli di pino mugo e di ontano fino a giungere nei pressi della Malga Campiluzzi, in un luogo chiamato La Crocetta dove il Ceva, il Mondoví e altri ancora uscirono per l’attacco del 10 giugno 1917. – Da qui, – dissi, – siete partiti per andare tra l’Ortigara e il Monte Chiesa.
Allora ricordò, fu come se un sorso di un liquore misterioso lo animasse e paralizzasse. Andammo per quel sentiero da carbonai: la moglie e la figlia tacevano, anzi la ragazza sbuffava un po’ e non si rabboní nemmeno quando le offersi qualche stella alpina. Giungemmo oltre il Corno della Segala dove si ergono le ripide scogliere del Campigoletti; d’un tratto si guardò attorno con apprensione e stupore, fissò gli occhi a un masso isolato, con passo incerto si avvicinò, si sedette e scoppiò in pianto.
Lo lasciai sfogare, ma quando si avvicinarono le due donne si ricompose rapidamente. Lí vicino a quel masso, mentre cercava riparo era stato gravemente ferito e dietro aveva visto i corpi ormai senza vita di tanti compagni. I portaferiti erano venuti a prenderlo quando scese la sera.
Gli feci bere un buon bicchiere di caffè che versai dal mio thermos e quando fu riposato lo invitai a seguirmi. Porgendogli la mano lo feci arrampicare fin sulle trincee austriache che ci stavano di fronte finché raggiunsi quello che cercavo e sapevo esserci: da dentro la trincea una galleria portava a una postazione di mitragliatrice. Levai dallo zaino una torcia elettrica e tenendolo per mano lo condussi dentro la caverna fino a un pertugio che dominava il sottostante vallone dove il battaglione Mondoví era salito per l’attacco. Da lí si vedeva anche molto bene il sasso dove ora le due donne stavano sedute a godere il silenzio della montagna.
Leggo ora in una relazione storica:
Un violentissimo sbarramento di fuoco però lo blocca inesorabilmente… Uno dopo l’altro cadono il capitano Cappa che aveva appena assunto il comando di battaglione; i tenenti Eschini, Giolitti, Nasazzi, Prandini, Sturmo, il sottotenente Galli, gli aspiranti Geloso e Musso. Complessivamente il Mondoví perderà in questa sola giornata 22 ufficiali e 458 militari…
Lassú, dopo sessantatre anni, anche l’erba stenta a crescere.