fu una caporetto, non una vergogna
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Caporetto, Karlfreil per gli austroungarici, Kobarid per gli sloveni, è un povero e piccolo paese tra le montagne del medio Isonzo e divenne famoso nel mondo perché diede il nome a quella battaglia che ottant’anni fa diventò la causa della piú grave sconfitta dell’esercito italiano. Su quell’avvenimento sono stati scritti memoriali, romanzi, si sono pubblicati diari di soldati e di generali, pamphlet, saggi di storici; famosa rimane l’inchiesta promossa dal governo di allora, presieduto da Orlando. Uno scaffale della mia libreria è zeppo di volumi su questo argomento, ma il ricordo piú vivo è il racconto che, quand’ero ragazzo, mi fece un caporale del 230° reggimento fanteria, brigata Campobasso. Era in trincea sulla Bainsizza e la notte tra il 25 e il 26 ottobre venne l’ordine di ritirata perché il nemico, sulla sinistra, aveva già attraversato l’Isonzo e i soldati italiani erano sul punto di essere accerchiati e fatti prigionieri. L’ordine di ripiegamento degenerò in un «si salvi chi può» e il caporale e un suo amico, passando dal Comando di reggimento che era stato abbandonato in tutta fretta, videro per terra la cassaforte ancora con i soldi per le paghe di fine mese. – Ma pensa tu, – mi diceva, – anche la bandiera del nostro reggimento era rimasta lí contro il muro del ricovero! – Riuscirono a trovare una carretta e un mulo, caricarono cassaforte e bandiera e si incamminarono sulla scia di chi li aveva preceduti. Scesero dalla Bainsizza che tanto sangue di fanti era costata, passarono l’Isonzo sui ponti ancora intatti e si inoltrarono per la campagna friulana dove incontrarono artiglierie abbandonate, magazzini e depositi di ogni genere e sbandati che si aggiravano per trafugare; nei paesi i pochi abitanti rimasti guardavano spauriti quello che stava accadendo; poi tanta truppa disarmata, ubriachi, ufficiali che si erano strappati i gradi, gente che gridava «tutti a casa!», ma anche qualche reparto ancora bene inquadrato che risaliva la corrente della disfatta per andare a fermare il nemico.
Loro due presero strade secondarie e poco battute per la campagna fangosa. Pioveva, avevano fame, ma piú di tutto sentivano sonno e stanchezza. Camminarono cosí per giorni. Quanti? Non lo sapevano. Passarono il Tagliamento con una colonna di profughi, su un ponte che subito dopo saltò con chi ci stava sopra. Una sera giunsero al Piave, riuscirono a passare anche il fiume, ma giunti al di là trovarono i reali carabinieri che li fermarono. Breve interrogatorio, e un ufficiale sequestrò bandiera e cassa del reggimento e li mandò tra gli sbandati. Dopo un certo tempo vennero assegnati alla ricostituita brigata Bisagno e in dicembre vennero mandati in linea qui sull’Altipiano.
Questa fu la Caporetto di quel caporale del 230° fanteria, brigata Campobasso, svanita tra il 26 e il 28 ottobre del 1917. Ho fatto ricerche negli atti ufficiali, nelle relazioni, sulle carte militari degli schieramenti; non l’ho piú ritrovata, questa brigata. Forse, ora, quella bandiera tricolore di un reggimento di fanti molisani è depositata nel sacello dentro il monumento al Milite Ignoto?
Su quei fatti cosí lontani ogni tanto si aggiunge un libro: nel 1964 venne pubblicato da il Mulino l’inedito diario di guerra di Angelo Gatti; nel 1967, in occasione del cinquantenario, Caporetto perché? di Luigi Capello (Einaudi) e I vinti di Caporetto di Mario Isnenghi (Marsilio); inoltre vennero ristampati altri titoli, e altri ancora sono usciti o stanno uscendo quest’anno. Se ne avessi il tempo, vorrei leggerli o rileggerli tutti, ma son brevi le giornate e alla mia età gli occhi si stancano. Una scorsa, però, alla ristampa di Caporetto. Diario di guerra (maggio-dicembre 1917) di Angelo Gatti ho trovato il tempo di darla. I fatti raccontati, poi, mi hanno spinto a guardare carte geografiche e topografiche pubblicate dall’Ufficio storico dell’esercito per «vedere» le azioni sul terreno rappresentato.
Angelo Gatti, ricordo, era noto come autore del romanzo Ilia e Alberto pubblicato da Mondadori nel 1930, che mi capitò di leggere nel Lager 1-B in Prussia Orientale. Mi piacque, anche; ma chissà com’era lí capitato, chi l’aveva avuto nello zaino. E mi sorprese sapere che l’autore era un generale. Allora, al tempo del diario, era ufficiale di Stato Maggiore e con la letteratura e la storia aveva una certa dimestichezza perché nel 1912, giovane ufficiale, era già insegnante di arte e di storia militare alla Scuola di guerra di Torino; in quella veste aveva pure collaborato alla «Gazzetta del Popolo» e al «Corriere della Sera». Fu un militare umanista e nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, seguí le varie vicende sui fronti europei rendendosi subito conto delle nuove caratteristiche che avevano assunto i grandi combattimenti con l’uso abbondante di mitragliatrici, cannoni e reticolati, e delle conseguenze che avrebbero avuto sui popoli in conflitto. Non era stato un interventista, ma quando anche l’Italia entrò nel grande conflitto, da buon militare fedele alle tradizioni risorgimentali, accettò il suo dovere. Divenne subito capo di Stato Maggiore del generale Cantore sul fronte dolomitico, quindi del generale Giardino sul fronte isontino.
Il Comando supremo, conosciute le qualità di quell’uomo, lo volle sul «fronte interno» per illustrare in conferenze l’opera del nostro esercito. Sarà infine lo stesso Cadorna a volerlo quale dirigente di un «suo» ufficio storico con l’incarico di raccogliere documenti, dati, relazioni di riunioni, e di prendere appunti per testimoniare nel futuro l’operato di quel Comando supremo. Ma oltre a questo compito Gatti teneva un suo diario dove ogni sera annotava impressioni, incontri, colloqui, notizie e giudizi dei quali era testimone. Troviamo, come scriveva Gadda nel suo memorabile Giornale di guerra, «notizie di piccole cose, tanto piú importanti in quanto sfuggiranno alla Storia».
Se dai diari e dalle lettere dei semplici soldati riusciamo meglio a capire l’animo e la vita del fante in trincea; se dagli scritti di ufficiali subalterni possiamo allargare la conoscenza a piccoli reparti, a settori di linea e allo spirito di allora del ceto medio; se dai resoconti di un generale di corpo d’armata o di armata possiamo conoscere le vicende da altro osservatorio e con diversa mentalità, il libro di Gatti ci apre una finestra sul Comando supremo e ci fa capire, nel bene e nel male della storia, quei drammatici giorni.
Gravi sono state le responsabilità e grandi i problemi, ma dare di tutto la colpa alla mancata volontà di battersi dei soldati è stata una profonda ingiustizia a cui si è creduto per troppo tempo; i soldati erano sí stanchi di trincea, di sanguinosi attacchi frontali per le battaglie sull’Isonzo, ma non avevano «l’animo sfatto». E lo dimostrarono in novembre e in dicembre sul Piave, sul Grappa e sull’Altipiano. Molte cose sono state chiarite su quei giorni dai nostri storici militari: Caporetto è stata una battaglia ben studiata e meglio condotta dai nostri avversari, non prevista o, meglio, non sufficientemente valutata e male subita da noi. Ma in guerra fatti del genere possono capitare e sono anche accaduti in tutti gli eserciti: non fu una vergogna.