Korimba

Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

i giorni del nord-est i

italian

Save as PDF
L’Aufnahmebaracke e la Badebaracke, tra loro separate e divise da reticolati, nel Lager facevano luogo a sé: dopo i viali, i Comandi, il lazzaretto, le cucine, i blocchi dei russi e degli italiani. Erano proprio in fondo, dopo quattro o cinque recinzioni con i relativi posti di guardia e oltre le alte torrette in legname dove sopra stavano le sentinelle con le mitragliatrici dai nastri infilati e i fari. Un angolo remoto, da dove oltre l’ultimo sbarramento si poteva vedere lo scarico delle immondizie, la grande pianura vuota, il tetro mausoleo di Hindenburg e, lontanissimi tra la foschia, il tetto di paglia di una fattoria e la cuspide di un campanilino di legno. Era un posto desolato.
Qui, nell’Aufnahmebaracke, poiché non ero andato al lavoro con le altre squadre di prigionieri, mi aveva confinato il Lagerfeldwebel Braum assieme a un alpino che masticava un po’ di tedesco e a due russi: Pëtr e Ivan. Ma loro e noi vivevamo, nella grande baracca vuota, in locali separati rinchiusi da tavole e le guardie avrebbero dovuto evitare tra di noi ogni contatto.
Compito nostro era di accogliere, quando capitavano, i gruppi di prigionieri che dai distaccamenti rientravano al Lager dove erano stati precedentemente incasellati con foto, impronte digitali e numero di matricola, e ospitarli prima della disinfestazione e bagno. Alla baracca del bagno, poi, erano addetti altri prigionieri russi mentre per la tosatura dei capelli e dei peli provvedeva una squadra di deportate ucraine. Ma alla fine il nostro vero lavoro consisteva nel pulire le latrine e la baracca dopo ogni passaggio.
In quei giorni, forse era il 23 dicembre 1943, arrivò nella baracca dell’accoglienza un gruppo di prigionieri russi catturati da poco sul campo. I piú erano feriti e stracci d’emergenza fasciavano le loro membra. Ma mentre i gruppi precedenti, italiani o russi avevano nei modi e nell’aspetto assuefazione al Lager, questi ultimi dimostravano, malgrado le loro condizioni, una certa fierezza e quasi un’allegria spavalda nei confronti dei custodi che sembravano loro degli sconfitti, tanto che nel cuore di quella notte i prigionieri russi si misero a cantare una delle loro canzoni e persino una balalajka accompagnò il coro.
Eludendo la sentinella girai la baracca ed entrai da loro. Stavano seduti per terra, non c’erano panche o tavolati, e cantavano in cerchio. Nel centro, a suonare la balalajka, era Pëtr, il mio amico siberiano. Smisero per un attimo, Pëtr disse a loro qualcosa e ripresero a cantare attaccando Amabile Katiuscia.
Sembra impossibile che allegria e malinconia possano insieme sussistere: ma quello era, credo, il nostro sentimento. Cantammo ancora altre canzoni, e anche se non sapevo le parole o la musica dopo il primo fraseggio mi permettevo di entrare nel coro emettendo vocali o consonanti apparentemente senza senso. Era tutto molto bello e i miei compagni di canto mi guardavano divertiti e partecipi.
Ma io desideravo anche avere notizie sulla guerra e cosí, durante una pausa, le chiesi a Pëtr che certamente si era informato da loro. Con Pëtr parlavo una lingua che difficilmente altri avrebbero capito: a vocaboli russi erano mescolati altri tedeschi, e poi francesi, italiani, veneti, latini, uzbeki; ma ci capivamo quanto bastava e questo era l’importante. Mi raccontò, aiutandosi con la mimica, che questi prigionieri feriti venivano dal fronte bielorusso dove si era scatenata una violenta offensiva invernale e i tedeschi, vinti, ripiegavano. I prigionieri avevano anche detto che inglesi e americani erano pronti per lo sbarco in Francia. Insomma entro pochi mesi la guerra sarebbe finita. Kaput voinà!
Guardavo lui e questi nuovi compagni di Lager: anche cosí malconci e con i giubbotti stracciati e unti e i piedi avvolti in tele di sacco (i valenki glieli avevano presi i tedeschi), mi davano l’impressione di una grande fierezza e come fossero ancora armati con i loro pomaliot. Insomma non erano certamente dei vinti. E, allora, dissi forte in russo: – Cantiamo ancora una volta Amabile Katiuscia.
Prima dell’alba vennero a prenderli per l’operazione rasatura e bagno. Quando stavano per andarsene uno di loro, aveva l’aspetto di un chirghiso, mi mise in mano un pezzo di zucchero di almeno un etto e un altro, a tutti i costi, volle lasciarmi due manciate di farina bianca. Usciti loro, diedi una mano a Pëtr e a Ivan a pulire le latrine e a raccogliere nel bidone gli stracci incrostati di sangue.
Il giorno dopo riprese a nevicare e il freddo, naturalmente, diminuí. Le ore passavano lente e cosí steso sul saccone come un cane nella cuccia pensavo alla sacca del Don, ai miei compagni e a un tavolo con la tovaglia. Una tovaglia bianca era il pensiero fisso di quei giorni.
Nel pomeriggio, quando il Lagerfeldwebel Braum urlava da rabbioso in un altro angolo lontano, allora venivano dentro la nostra baracca per riscaldarsi i russi addetti al trasporto dei rifiuti e i soldati di scorta. Lo scarico delle immondizie – e che poverissime immondizie erano mai quelle del Lager! – era a un centinaio di metri oltre le nostre baracche e lí si erano radunati tutti i corvi della Masuria. Quando arrivava il carro i corvi si alzavano a centinaia, volteggiavano gracchiando nel cielo grigio e denso e subito poi ridiscendevano planando sul novello scarico. Alla notte andavano a dormire sul mausoleo di Hindenburg.
Entravano nel mio abituro caldo prima i prigionieri russi e poi la scorta; ma a turno uno di loro stava fuori di vedetta per segnalare gli urli di Braum che sempre precedevano la sua presenza.
Dopo che si erano puliti dalla neve gli zoccoli e il cappotto entravano con allegria chiamandomi ogni volta per nome e sempre chiedendomi come andasse, e poi un pezzetto di giornale (non ricordo come, ma qualche pagina di giornale riuscivo sempre ad averla) per arrotolarci dentro la machorka: i gambi di tabacco essiccati naturalmente e tagliati sottili. Qualche volta, aspirando con forza la carta di giornale si incendiava suscitando allora allegre esclamazioni.
Li conoscevo tutti per nome, da quale regione dell’Urss venivano, le loro condizioni familiari e le personali vicende belliche. Un pomeriggio Anatolij Simioncev, che aveva la casa su un’isola del golfo di Finlandia, mi chiese come si scrivesse «Buon Natale» in italiano, e come fossero la mia casa e il mio paese con le montagne. Non le aveva mai viste le montagne.
Che malinconia e tristezza quando, sollecitati dalle guardie, dovevano rientrare nelle loro baracche: sí, perché restavo solo in quanto il mio compagno italiano, un alpino richiamato che prima aveva sempre lavorato in Germania e che per sua fortuna non era mai stato al fronte, era un tipo che non lasciava passare occasione per speculare sulla fame o su qualsiasi altra necessità di noi tutti là rinchiusi.
L’alba del 25 dicembre 1943, dopo una notte quasi insonne e molto fredda, fu molto strana perché in quell’aria lattiginosa e gelata si udí d’un tratto un chiaro suono di campane. Forse quel suono veniva dal campanilino di legno? O dagli altoparlanti dei Lager? O dalla mia immaginazione? Insomma erano pur sempre campane che suonavano a festa.
Ma quel mattino divenne piú silenzioso degli altri: né Pëtr né Ivan, al di là della parete che ci divideva, né il mio compagno che fingeva di dormire sul saccone di trucioli, dicevano una parola. Mi alzai, accesi la stufa, scaldai l’acqua, con pazienza e con la lametta che non tagliava e con poca saponata mi rasai la barba, e dopo, per quel giorno, mi passai sulle guance alcune gocce di acqua di colonia: pensando a quello che avrebbe dovuto essere il mio Natale, una settimana prima avevo scambiato con un marinaio di passaggio due lamette da barba nuove con un quarto di bottiglietta di acqua di colonia.
Prima di mezzogiorno la guardia venne a chiamarci per la zuppa; e fu allora che vidi scritto sulla neve lungo i reticolati, pestata con i piedi, questa frase: «Fröhliche Weihnachten».
Alle cucine versarono nel nostro barattolo due mestoli di acqua bollita con le rape e ci diedero la settima parte del filone di pane.
Nel ritornare alla baracca, alla fine dei blocchi, si passava accanto a un orto di cavoli, ma ora teste non ce n’erano piú e fuoriuscivano dalla neve solamente i torsoli. Chiesi al tedesco di scorta il permesso di andare a raccoglierne; lui si guardò attorno e poi mi disse: – Svelto! Svelto!
Ne raccolsi in fretta quanti potevo portarne e con le mani quasi congelate ritornai all’Aufnahmebaracke.
Impiegai molto tempo a pulirli dopo averli sgelati, quindi li feci a pezzettini e quando l’acqua nel barattolo prese il bollore li misi a cucinare aggiungendovi il pezzo di zucchero e le due manciate di farina bianca. Fu, per quel luogo e per quei tempi, un pranzo natalizio.
Nel tardo pomeriggio, dopo aver fumato la machorka, Nikolaj Kremenčuk intonò sottovoce la malinconica canzone della betulla e, finita la canzone, arrivò furtivo Pëtr con la balalajka. Suonò mettendo allegria e straziando l’anima; poi ci raccontò di suo nonno deportato in Siberia che prendeva i lupi con le trappole e li strozzava con le mani nude. Ma da lontano, mentre raccontava, sentimmo la voce abbaiante del Lagerfeldwebel Braum; contemporaneamente entrò spaurita la sentinella tedesca: – Presto! Presto! Tutti fuori!
Se ne andarono precipitosamente. Sulla porta Anatolij Simioncev mi mise in mano qualcosa. Braum ci fu addosso e come capitava distribuí pugni e calci, impugnò anche la pistola, ma non sparò.
Ritornò il silenzio e venne la sera. Sul cartoncino che Anatolij mi aveva messo in mano erano disegnate una montagna verde, un cielo azzurro con le stelle e, in basso, una casupola con la scritta in oro «Buno Natale».
Inverno
Con la coperta sulla testa si camminava in silenzio; il fiato come usciva dalla bocca si gelava sulla barba e sui baffi. Ma anche l’aria, la neve, le stelle erano come saldate insieme dal freddo. Con la coperta tirata sulla testa si continuava a camminare in silenzio. Ci si fermò perché forse non si sapeva dove andare. Il tempo e le stelle passavano sopra di noi stesi nella neve.
Ma non sono isbe quelle laggiú, vicino a quegli alberi? Cammino da solo in quella direzione; sprofondo nella neve fino al petto, ma forse è perché vado avanti annaspando, sognando una riva d’erba. Nuoto nella neve, sono alla sponda di un fiume ghiacciato. Ci sono delle betulle che tendono al cielo i rami come scheletri di magri uccelli e per restare in piedi mi aggrappo a un tronco bianco nella notte chiara; e dai rami la neve, invece del miele delle foglie, mi cade sulle spalle.
Primavera
Al di là delle montagne e delle pianure, verso il nord, una mattina venne la guardia brandendo il fucile. E gridò: – Aufstehen! Schnell! Adunata!
Trascinando gli zoccoli di legno e i nostri corpi dentro i pastrani francesi, loro volevano che si cantasse «ein Lied». Invece si andava accompagnati dallo strusciare degli zoccoli sul terreno, con le mani sprofondate nelle tasche sempre vuote e con il busto inclinato dalla fame.
Arrivammo al villaggio dei lettoni dove i tetti di paglia avevano un colore verde bruno sopra la campagna ancora chiazzata di neve; attorno al villaggio girava un muro di mattoni e quattro cancelli si aprivano ai quattro lati verso la campagna deserta; al di là del muro, in uno slargo tra le capanne, si vedeva una campana sospesa a una capriata di tronchi. La campana suonò, ma invece di preghiere udimmo nell’improvviso silenzio ordini rapidi e secchi, e vedemmo la gente che usciva dalle porte andando subito ad allinearsi nello spiazzo: uomini, donne, ragazzi; in tre gruppi. Ancora la campana suonò quattro colpi e su un gigantesco cavallo apparve un cavaliere silenzioso: di cuoio naturale gli stivali e i guanti, neri i pantaloni da cavallerizzo e verde e corta la giacca con i neri risvolti. Si fermò vicino alla campana e da lui corse un uomo che a cinque passi fece un inchino. Il cavaliere con il frustino indicò i tre gruppi a uno a uno, forse dicendo qualcosa, e uscí sulla strada dove noi trascinavamo i nostri corpi dentro i pastrani.
Ci passò accanto sul cavallo gigantesco, sfiorandoci, ma non uno sguardo né un cenno ebbe per noi, nemmeno toccò il cavallo con il frustino quando gli arrivò il nostro odore.
In silenzio passammo il villaggio dei lettoni, gli orti nudi, la palude, finché arrivammo sull’orlo del bosco. Arrampicato scalzo su un palo avrei dovuto fissare dei fili mentre il soldato con il fucile calpestava su e giú alzando ogni tanto la testa.
Un tiepido sole saliva a scaldarmi dal cielo verdazzurro, e dai camini del villaggio lontano un fumo odoroso e leggero. Una cicogna arrivò nello stagno appena sgelato e in quel momento mi accorsi che le betulle nel bosco lí davanti al mio sguardo aprivano i rami primaverili a un tenerissimo verde senza l’ordine di nessuno.
Estate
Ai lati della pista c’era una lunga e profonda foresta, i tronchi vestiti di bianco salivano diritti dalla terra bruna e sostenevano una distesa di foglie verdi. Si camminava e si camminava ancora, e non c’era fine in nessun luogo.
Incontrammo un gruppo di donne e di ragazzi che si fermarono con noi a mangiare il pane dei poveri. Ma nel luogo del breve riposo ci giunse da lontano un rumore di ferro e di motori e le donne e i ragazzi entrarono nella profonda foresta che li accolse rinchiudendoseli dentro. Passarono via i soldati con il teschio sull’elmo e noi riprendemmo il cammino.
Nella notte la luna sorse sulle sottili betulle dai capelli verdi e gli usignoli versarono il loro canto sulle donne e i ragazzi dentro la foresta.
Autunno
Sono lontani i giorni del Nord-Est e mi sono costruito la casa dove incomincia il bosco. Vado d’ottobre con i miei ricordi per i boschi e i monti. Nell’ampia valle c’è un luogo dove crescono le betulle: l’autunno sparge sulla terra il pianto d’ambra delle loro foglie.
Save as PDF