i giorni del nord-est ii
italian
Allora eravamo in un piccolo campo di concentramento. Forse il piú alto di tutti i Lager europei, tra due montagne coperte in basso di boschi e di erba, rocce nude e neve sulle vette. D’inverno, poi, la neve era tanta da coprire quasi l’alto recinto di reticolato; e freddo anche, tanto che qualche nostro compagno moriva d’assideramento tra i gradoni della miniera di ferro a cielo aperto come i gironi del Purgatorio di Dante. Ma non di queste cose tristi volevo parlare.
Una sera di quell’autunno del 1944 entrarono nel Lager due civili con le teste canute sotto i cappelli da cacciatore, e s’incontrarono a parlare con il comandante. Poco dopo il caporale boemo Hara venne a prelevarmi in baracca e mi scortò al Comando dove il Lagerführer, l’interprete napoletano e i due civili mi aspettavano. Si trattava di questo: ricorreva l’indomani la festa di Sant’Uberto e, come da secoli, i cacciatori dei villaggi di fondovalle non volevano perdere questa tradizione. Solo che non c’erano piú uomini validi per la battuta, perché richiamati, e i cervi si erano spostati su una montagna discosta.
I due valligiani erano venuti a chiedere al comandante tre o quattro prigionieri disposti a dare loro un aiuto. Questo, in poche parole, in lingua mitteleuropea mi disse l’ex alfiere dei Kaiserjäger che tanti anni prima aveva fatto l’università a Trieste. Insomma ero disposto per un giorno a stare agli ordini dei vecchi cacciatori? E dare la mia parola che non avrei tentato la fuga? E mi sarei reso garante anche per i tre compagni che avrei liberamente scelto? Non voleva subito le risposte, che ci riflettessi.
Prima di notte il caporale Hara venne a sentire la decisione. Avevo parlato molto a lungo con i compagni di baracca; sarebbe stato un collaborare con il nemico il nostro? E se poi avessimo tentato la fuga malgrado la parola perché la tentazione era grande? Ci sarebbero state rivalse?
Vincenzo che era un pastore abruzzese, tagliò corto: – La caccia, – disse, – non ha niente a che fare con la guerra e con gli Stati. I cacciatori che rispettano le regole sono gli uomini piú degni. Io ci sto, e obbedirò in libertà agli ordini del capocaccia anche se è un austriaco.
– Anch’io ci sto a queste condizioni, – disse Bartolomeo, da civile boscaiolo e carbonaio tra la Toscana e l’Emilia, – e speriamo che domani ci diano da mangiare, magari patate.
Quella notte quasi non dormii, come fosse la vigilia di una prima importante; e poi il pensiero di un giorno in montagna per una battuta al cervo, anche se ovviamente non potevo avere con me un fucile, mi dava eccitazione e fantasie malgrado una grande malinconia opprimesse l’anima.
Quando, ancora nel cuore della notte, una guardia venne a prelevarci noi eravamo già pronti: del resto non avevamo equipaggiamenti e sacchi da montagna da preparare; né cibi, poiché la nostra miseria era estrema. Ci consegnarono la nostra razione: due etti di pane nero e 15 grammi di margarina. Ci aprirono il cancello del Lager, e uscimmo senza scorta e con un profondo sospiro, con il cuore leggero e nuovo.
All’ultimo momento era apparso il comandante del campo: – Weidmannsdank! – disse a voce alta a noi e al vecchio che ci stava aspettando una decina di metri aldilà dei reticolati.
– Weidmannsheil! – rispose il vecchio sottovoce, e poi a noi: – Andiamo.
Davanti all’osteria del passo trovammo gli altri cacciatori della vallata. Erano una decina e tutti anziani per non dire vecchi; conversavano tra di loro lasciandoci in disparte. Poi venne uno a porgerci tre sacchi da montagna non pesanti. Parlavano sottovoce, brevemente, ma i piú ascoltavano il capocaccia e seguivano la mano che indicava verso la montagna i luoghi delle poste e i sentieri da seguire. Era ancora buio e le stelle nel cielo autunnale erano tante e a noi nuove senza la cornice dei reticolati. C’incamminammo per la mulattiera che a serpentine strette saliva la costa ripida del bosco nero: senza parlare, con passo lento e leggero il capocaccia apriva la fila.
Non mi sembrava vero, ecco! E anche i miei due compagni sentivo che condividevano il mio stato d’animo. Sembrava tutto irreale: non guardie, non reticolati, non ordini urlati, non miniera come i gironi del Purgatorio di Dante, e le baracche con il tanfo, le liti, il freddo umidore di un’umanità dolente, e non i controlli e le sveglie repentini. Ora persino la fame, la fame che ci trascinavamo da piú di un anno, sembrava non esserci piú in quest’ora antelucana su per il monte buio con i vecchi cacciatori di montagna che andavano in silenzio con il passo lento e leggero.
Dopo un’ora che si andava cosí si fermarono in una radura. Uno di loro aprí il sacco e levò la borraccia e dei piccoli bicchieri di latta; per primo porse a noi; a ognuno versò un dito di grappa e poi alzando il bicchierino disse pacato: – Weidmannsheil! – E noi ripetemmo quella parola nuova senza che ne sapessimo il significato: ci sembrava senz’altro un augurio che poteva includere tutto, anche per noi. Da questa radura ci separammo e noi seguimmo uno dal passo svelto.
Camminammo ancora e ancora, oltre il bosco, oltre gli alti pascoli, oltre le rocce; scendemmo, risalimmo e venne il crepuscolo dell’alba. Ci sedemmo su un tappeto di mirtilli ad aspettare il sole e levammo dalla tasca la nostra fetta di pane nero per mangiarlo con le bacche. Il vecchio dal passo lesto sorrise bonario e ci invitò a levarci il sacco ed aprirlo. Eseguimmo, e dentro trovammo un pane di segala, un pezzetto di lardo, ancora uno di formaggio e una salsiccia, e anche una bottiglietta di vino: – È per voi, – disse il vecchio, – oggi è Sant’Uberto e siete nostri ospiti.
Non mangiammo tutto subito, naturalmente, anche se la tentazione era grande, perché sotto gli stracci avevamo ancora un po’ di dignità, e il vecchio cacciatore l’aveva capito. Dopo mi fece vedere il suo fucile: le sicurezze, il dolce scatto del grilletto, la scorrevolezza dell’otturatore, il puntamento, il cannocchiale e le cartucce. Era uno Steyr Mannlicher calibro 7 ben pulito e leggermente oliato, con la cinghia morbidissima.
Ci spiegò, quindi, che i cervi la settimana prima erano stati osservati nel grande bosco sopra il nostro Lager, ma si erano spostati in un altro bosco piú lontano, su quell’altro monte, dietro; e che appunto noi dovevamo muoverli senza impaurirli verso le poste che il capocaccia aveva stabilito e che già i vecchi avrebbero dovuto occupare.
Proseguimmo ancora, e non c’erano piú sentieri, non si vedevano case, e sembrava che in tutto il mondo in guerra non fosse rimasto piú nessuno: solo noi quattro, i nove cacciatori giú alle poste e i cervi nel bosco alto.
Prima di arrivare allo scoperto la nostra guida si fermò; non c’era vento ma volle scrutare il cielo, i cimali dei larici, la leggera bava d’aria che muoveva appena appena l’erba per determinare la direzione delle correnti verso l’alto e verso terra; fece anche un giro nei dintorni dopo averci raccomandato di restare immobili al nostro posto. Lo vedemmo andare cauto e senza rumore, e ogni tanto fermarsi e scrutare il suolo.
Quando ritornò ci spiegò cosa dovevamo fare: i cervi quasi di certo erano al limite del bosco verso la vetta: dovevamo girare il monte, sorprenderli contro l’aria che lassú era piú mossa e veniva da est, e senza farli correre, quindi camminando leggeri e indifferenti, e senza fare movimenti scomposti, farli scendere in diagonale verso il basso per un loro viottolo dove, a mezzo vento, erano appostati i vecchi cacciatori.
Girammo il monte ancora tutti uniti e con il nostro maestro in testa; il sole era già salito nel cielo per quasi un quarto e tutt’intorno erano montagne boscose in basso e ferrigne in alto; lontano, nelle valli, si vedevano i villaggi, e piú lontano ancora altre montagne già bianche di neve fresca: oltre quelle c’erano le nostre case e il cuore si riempí di tristezza e di desiderio. Ma avevamo dato la parola che non avremmo tentato la fuga.
Arrivammo nella zona in ombra e il vecchio, dopo aver ancora studiato l’aria accendendo un fiammifero, ci distribuí i compiti.
Io dovevo restare il piú in alto del gruppo, fuori dal bosco, da dove era piú facile osservare; lui sarebbe stato piú in basso, dentro il bosco, e avrebbe mosso i cervi; Bartolomeo e Vincenzo tra noi due, distanziati, dovevano fare un arco tra il vecchio e me. Il segnale di collegamento doveva essere il verso del ciuffolotto, che tutti sapevamo bene imitare; il vecchio accertata la presenza dei cervi avrebbe fatto quello del crociere. Se i cervi avessero tentato di uscire dal bosco e scavalcare il monte avrei dovuto, senza spaventarli, farli rientrare.
Andammo con il cuore trepidante e solo intenti ai nostri compiti.
L’armento stava ruminando in una radura riparata; il passo del vecchio li mosse e li sentimmo andar via nel bosco. Ci spostammo avanti obliquamente come ci aveva insegnato; io tenevo gli occhi fissi al margine della vegetazione e quando vidi sbucare una femmina e dopo un’altra seguita dal cerbiatto, e dietro i cespugli di pino montano le corna ramificate di un maschio, mi feci notare muovendo molto lentamente le braccia e camminando lento verso di loro, sicché ritornarono dentro e Vincenzo e Bartolomeo li fecero scendere verso il vecchio. Camminammo cosí forse per un’ora, forse anche di piú perché la nostra attenzione era tutta là: sui cervi che si spostavano tranquillamente verso le poste.
Finalmente udimmo un colpo di fucile e poco dopo il suono del corno. Il vecchio ci chiamò a raccolta e ci unimmo a lui quasi di corsa: – Buono, – disse, – molto buono –. Ci fece riposare un poco ma lui, si vedeva, era molto piú stanco di noi: – Ho settant’anni! – ci disse, e si allontanò di qualche passo per rinfrescarsi il viso in un rivo che scendeva dalla montagna. Noi bevemmo avidamente in quell’acqua libera. Ci invitò a mangiare qualcosa dal nostro sacco: non ci eravamo resi conto che ormai era mezzogiorno! Lui osservava la nostra fame pipando lentamente e muovendo il capo.
Scendemmo per un sentiero comodo. In un posto dove il terreno era umido e soffice il vecchio ci tenne una lezione sulle orme dei cervi e ci indicò, con una sicurezza sconcertante, le orme del vecchio maschio che sicuramente era stato colpito.
Arrivammo dove gli altri ci aspettavano. Il vecchio maschio era già stato pulito dalle interiora e dal rumine: ora giaceva adagiato su un fianco, con il collo portato all’indietro a fare bella mostra dei palchi meravigliosi; tra i denti gli era stato messo un ramoscello d’abete e nel ventre pianticelle di mirtillo con le bacche.
Il capocaccia si avvicinò a noi dicendo quasi sottovoce e con solennità: – Weidmannsheil! – e ci strinse la mano dopo un leggero inchino con la testa. Ci indicò la spalla dove la pallottola era entrata sino al cuore e ci presentò il vecchio canuto e rubizzo che aveva avuto la fortuna e la sorte di sparare.
Ci sedemmo tutti attorno al cervo per consumare la colazione. Quello che aveva sparato passò dall’uno all’altro a versare la grappa di pere e ognuno beveva dicendo la parola d’augurio a lui e al cervo. Infine uno di loro si alzò dal gruppo, si allontanò di qualche passo e verso il cervo prima e poi ai quattro punti cardinali, suonò con il corno d’ottone un malinconico motivo.
Ora si poteva scendere verso la strada che a tornanti saliva al passo. Al passo c’era anche l’osteria e il nostro piccolo Lager che a vederlo da lassú era proprio come un campetto di patate o un orto: le sei baracche come aiuole. Era stato tutto come in un sogno e la vista del Lager, laggiú, mi incupí. Per fortuna non c’era tempo di meditare; in attesa del nostro sopraggiungere i vecchi avevano tagliato, cercando nel bosco gli abeti e i larici piú maestosi, dei rami robusti e lunghi; toccò a noi andare a raccoglierli e poi adagiarvi sopra il grosso cervo che anche cosí pulito era piú di duecento chili.
A fatica lo trascinammo, come sopra una slitta, fino alla scia delle valanghe, e poi in verticale per questa giú fino al paravalanghe sopra la strada.
All’osteria del passo, che aveva l’insegna Riposo del cacciatore, era pronto un carro da fieno tirato da un vecchio cavallo sauro. Venne il carro e sul carro adagiammo il cervo adornando tutto con rami d’abete bianco.
All’osteria erano già radunati i ragazzi dei villaggi e qualche uomo ancora piú bianco e rugoso dei nostri cacciatori. Guardavano il cervo, lo toccavano, e verso di noi dicevano: – Weidmannsheil!
Vennero anche il Lagerführer e il caporale Hara che chiesero al capocaccia come ci eravamo comportati. Bevemmo tutti insieme grandi boccali di birra. Il suonatore soffiò ancora con forza nel suo ottone, questa volta con allegria; ma a questo punto il Lagerführer fece un cenno al caporale Hara che ci riportò tra i reticolati.
Non parlammo di tutto questo con i nostri compagni, fummo evasivi; era stato un sogno, ecco, e certi sogni non si raccontano subito. La realtà restava pur sempre la grande fame arretrata, le nostre miserie, l’umidore freddo della baracca, gli alti reticolati verso il bosco e le sentinelle, il lavoro nella miniera.
Una domenica di novembre ci fu la sorpresa, un’incredibile sorpresa se pensiamo a quei tempi: dopo il solito mestolo di rape e patate bollite nell’acqua avemmo tutti un pezzo di carne con un sugo denso e squisito e una fetta di pane nero. Era il cervo, tutto, che i vecchi cacciatori avevano voluto donare ai prigionieri: a loro era bastato il trofeo.