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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

il caporalino del don

italian

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Non si notava, non interveniva nelle discussioni, parlava poco con i compagni, si isolava a leggere un libro di poesie, non si offriva volontario a uscire di pattuglia, o a posare i reticolati davanti alla trincea. Piuttosto restava da solo a far la vedetta. Faceva quel che doveva ma niente di piú, e se anche caporale vice comandante di squadra fucilieri, non dava mai ordini; a governare bene la squadra ci pensava il vecchio caporalmaggiore. Nel tempo libero puliva il pavimento del ricovero, spalava la neve dal camminamento. Scriveva anche le lettere per il Barbasecca che appena sapeva mettere la sua firma. A volte il caporalino, cosí ormai lo chiamavano gli alpini di quel caposaldo sul Don, dava l’impressione di avere paura: paura quando nevicava perché erano facilitate le pattuglie e le sorprese dei russi, e paura se il tenente ordinava la nostra pattuglia nella terra di nessuno. Quando aveva la possibilità, di giorno, scriveva lunghe lettere con parole fitte e minute.
Lo avevano mandato a questo caposaldo avanzato sulla riva del fiume assieme ai complementi, dopo che un assurdo e inconcludente combattimento aveva distrutto due battaglioni di alpini. Il nuovo capitano, cosí a caso, lo aveva assegnato al primo plotone fucilieri e, tra i suoi compagni, il caporalino faceva quasi impressione per la sua mitezza. Il vecchio sergente della compagnia lo osservava e tra sé diceva: – Quello è troppo sensibile, lo devo tenere sott’occhio che non mi faccia qualche stupidaggine.
Una sera il tenente, in via di confidenze, invitò il sergente nel suo ricovero a fumare un paio di sigarette e a bere un sorso. Gli disse della sua preoccupazione perché sospettava un prossimo attacco russo con i carri armati – di là si sentivano di notte rumori di motori lontani – e che niente si aveva per fronteggiarli. Diceva anche degli alpini che erano stanchi per i turni di vedetta e per i lavori notturni di scavo per fortificare il caposaldo; del freddo che creava problemi per il funzionamento delle armi automatiche. A un certo punto gli chiese che cosa pensasse di quel caporalino della prima squadra fucilieri, che aveva le postazioni nel punto piú delicato del caposaldo.
– Mi sembra tanto timido e spaesato. Sarà perché non è loro compaesano e non capisce il dialetto.
– Nemmeno io lo capisco, – rispose il tenente, – ma quando è necessario mi faccio ben capire.
– Già, ma lei ha grado e scuola.
– Ti dico una cosa in confidenza, ma tienila per te. Quel caporale che ti preoccupa è diplomato maestro e iscritto all’università. Al corso allievi ufficiali di Bassano l’hanno rimandato al reggimento perché non aveva attitudine al comando. Cosí diceva la nota informativa che l’accompagnava. Il capitano l’aveva assegnato al nostro plotone e io alla prima squadra perché il caporalmaggiore è davvero in gamba.
– Quello è un cacciatore di camosci e contrabbandiere, di poche parole ma riflessivo.
Poche settimane prima, per la stessa via gerarchica, era pure arrivato un alpino nuovo e se i veci avevano battezzato Caporalino il ragazzo timido, quest’ultimo arrivato lo chiamarono el Segnurí: era tutto nuovo dalle scarpe all’elmetto. Parlava italiano, non diceva parolacce, si radeva la barba ogni giorno; ma i pidocchi fecero presto a contaminarlo. Si lamentava dei pidocchi, del fumo della stufa, degli odori del ricovero; al turno di vedetta dimostrava paura; il caporalmaggiore lo mise in coppia con il Bogia, l’alpino piú impassibile della compagnia.
Una sera, sempre nella sua tana, il tenente disse al sergente che quest’ultimo arrivato era giunto direttamente da Roma e che il capitano glielo aveva particolarmente raccomandato. Era figlio di un personaggio importante e voleva fare un periodo di volontario sul fronte russo per acquistare meriti nella carriera. Voleva, insomma, una medaglia. Lo avevamo assegnato al nostro reparto direttamente dal Comando di corpo d’armata. Il nostro caposaldo era quello piú vicino ai russi. Un raccomandato tutto speciale.
Era scesa una notte calma, non si sentiva uno sparo; la luna rischiarava nubi da neve. Una notte da colpi di mano, e il tenente incaricò il sergente di fare controppattuglia di sorveglianza. Doveva prendere con sé il Barbasecca con il mitragliatore, il Bogia, il Caporalino e quello nuovo, el Segnurí.
Non era difficile, né tanto pericoloso fare la pattuglia in terra di nessuno. Bastava avvisare le vedette, essere prudenti e silenziosi dentro il camice bianco. Come fantasmi.
Andarono a perlustrare il vuoto verso il caposaldo del Morbegno, sfilarono al di là dei reticolati dopo aver avvisato le vedette, passarono a sinistra nell’altra terra di nessuno coperta da cespugli ed erbe secche; si acquattarono sulla riva bassa del fiume. Invisibili sulla neve e tra le erbe alte. Era profondo il silenzio, soffusa la luce della luna dietro le nubi da neve. Dopo un po’ il sergente vide un’ombra correre sul fiume e intuí un lepre che venne a nascondersi vicino a loro. Veniva dall’altra parte. Si allarmò. Lentamente prese dal tascone due bombe a mano e levò le sicurezze. Sussurrò: – Non muovetevi, non fate rumore.
Videro delle ombre sul fiume gelato verso la loro direzione. – Stai pronto a sparare, – bisbigliò al Barbasecca. Quando furono a venti passi tirò le due bombe gridando: – Spara!
Anche la pattuglia dei russi sparò raffiche con i pomahiot, ma poi si ritirò sostenendo due feriti. Dal caposaldo aprirono il fuoco con le due mitragliatrici, spararono anche con i mortai da 81. Quando rientrarono si accorsero che mancava el Segnurí. In due rifecero la strada seguendo le tracce e lo ritrovarono nascosto dentro un cespuglio. – Set ferit? – gli chiese il sergente. – Non so, – rispose.
Il sergente lo tirò in piedi e rientrarono. Al lume del ricovero el Segnurí appariva smunto e stralunato, ma né il sergente né il tenente, che era subito accorso nella trincea, né gli altri alpini, pronunciarono una parola in proposito. Il sergente disse solo che quel lepre, mosso dalla loro parte, lo aveva messo in sospetto. Una cosa normale.
Dopo la nevicata seguirono alcune giornate di calma e di grande freddo. Per via gerarchica el Segnurí ritornò a Roma e il maggiore che comandava il battaglione chiese spiegazioni per la motivazione di una medaglia che gli volevano dare.
La notte del 17 gennaio arrivò l’ordine di ripiegare dal Don. Seguirono tormente di neve, combattimenti, fame, sonno, sete, allucinazioni; molti cadevano e non si rialzavano piú, altri al mattino non riuscivano a riprendere il cammino perché congelati nei piedi. Il plotone fucilieri del caposaldo aveva perduto il tenente, il sergente, il caporalmaggiore. Il caporalino aveva preso il comando dei pochi rimasti e il Barbasecca lo seguiva con il suo fucile mitragliatore. Giunsero cosí all’ultimo combattimento. – Andiamo, – disse quella mattina il caporalino. Cadde anche lui.
Dopo quattro anni giunse alla famiglia una comunicazione «… è da considerarsi disperso in data 26 gennaio 1943».
… era timido, parlava poco, aveva paura, non era idoneo a fare l’ufficiale, leggeva poesie.
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