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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

il mortaio del primotenente hans stiegland

italian

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Allora, nel 1917, la linea del fronte era su in alto, nella corona dell’Altipiano, e i paesi lungo la Valsugana erano ricolmi di soldati d’ogni nazionalità dell’Impero asburgico; dalle radici dei monti le teleferiche salivano alle gole tra l’Ortigara e Cima XII da dove, poi, ripartivano le mulattiere e i sentieri sino ai camminamenti e le trincee, passando per baracchini, depositi, comandi, ricoveri in caverna, ospedali da campo e costruzioni in pietra estese come villaggi, i cui resti si possono vedere ancora oggi.
Nei paesi la vita era molto grama ed erano in pochi, ormai, i paesani rimasti: i fornai, gli osti, le guardie comunali, gli impiegati dell’I. R. Governo ma nessun contadino. Quando nel 1915 i soldati italiani, salendo da Primolano, avevano occupato parte della valle, molte famiglie furono costrette a lasciare le loro case e scendere giú per l’Italia fino in fondo; ma prima ancora altre famiglie, quelle che gli austriaci consideravano filo-italiane, erano state internate nell’Austria Superiore o in Boemia.
Nelle osterie delle terre liberate gli alpini e i fanti impararono a bere una mistura infernale che gli ungheresi e i croati avevano importato dai loro paesi, dove l’avevano a loro volta appresa dai turchi. I valsuganotti la italianizzarono in «parampampoli», storpiatura di chissà quale vocabolo balcanico: era composta da acquavite, rum, cannella, pepe, chiodi di garofano, caffè in polvere e zucchero mescolati insieme a fantasia e riscaldata fino a ebollizione. Bevuta cosí dava calore, anzi bruciava labbra e fauci e faceva giungere il suo effetto sino alle unghie dei piedi.
Ma gli alpini, come ci raccontava Paolo Monelli, al parampampoli preferivano il vino del parroco e del sindaco e quando nel febbraio del 1916 presero il paese di Marter e il capitano Nasci disse loro che il vino delle cantine era stato avvelenato dagli austriaci, i vecchi della compagnia decisero: si tira a sorte e quello che viene fuori prova a bere un bicchiere.
Nel giugno del 1916 gli austroungarici rioccuparono le terre della Valsugana e con la loro diabolica bevanda, lassú nelle gole e sulle cime dove il vento urlava e la neve si ammucchiava a decine di metri, superarono quel freddissimo inverno. E forse questa mistura di fuoco fu fatta bere anche a quei reparti d’assalto che ripresero l’Ortigara ai nostri alpini dopo venti giorni di furibonda battaglia.
In quei tempi, in un villaggio ai piedi della Cima XII, per un ordine arrivato da lontano, vennero fatte scendere dal campanile le quattro campane che per secoli avevano regolato la vita in quelle povere case. Diceva, quell’ordine, che le campane dovevano essere requisite e il metallo rifuso per fare cannoni; cosí al 4 di novembre dell’anno 1918, quando arrivò la notizia che era stato firmato l’armistizio e che gli italiani erano entrati a Trento, per festeggiare la ritornata pace non ci furono scampanii e i pochissimi paesani che erano ritornati guardavano sconsolati e in silenzio le rovine del villaggio e del loro campanile dove sopra le macerie era stata posata una piccola bandiera tricolore, chissà da dove uscita.
Verso la primavera del 1919 ritornarono i profughi che erano andati giú per l’Italia e anche le famiglie internate nell’Austria Superiore e in Boemia. Si avevano invece pochissime notizie di coloro che nel 1914 erano stati mobilitati per ordine di Francesco Giuseppe e poi mandati a combattere in Galizia e sui Carpazi: si diceva che i sopravvissuti erano finiti in Siberia e in Manciuria e che sarebbero ritornati per l’Estremo Oriente.
Si ricostruirono case e campanile, ma questo restava silenzioso e non si trovavano i soldi per comperare le campane. Una sera, dopo una leggera bevuta di parampampoli, leggera perché non c’erano in tasca abbastanza soldi per arricchirla e dovettero allungarla con l’acqua, con il cuore caldo ma l’animo malinconico, alcuni giovani e il curato per delle parole buttate là sulle campane che non c’erano piú, pensarono di fare una cosa ardita: salire tra Cima XII e l’Ortigara, cercare qualche cannone abbandonato, farlo calare con le corde giú per il Vallone dei Morti dove tanto tempo prima erano precipitati due contrabbandieri di scarpe dell’Altipiano, trascinarlo fino a una strada e poi a Trento o a Rovereto o a Verona dove si trovano le fonderie, farlo tramutare in sonanti campane aggiungendo all’acciaio il rame delle corone di forzamento delle granate, il piombo degli shrapnel e l’ottone dei bossoli che lassú tra quelle rocce carsiche oltre i duemila metri dovevano essere a tonnellate. In questo modo, e forse solo cosí, le campane che la guerra aveva fatto tramutare in armi, con la pace le armi ritornavano a essere campane: la cosa appariva giusta, anzi doverosa perché, dopo tutto, non facevano che riprendere il loro.
Un giorno di maggio del 1920 tre ragazzi salirono verso l’Ortigara per il Sentiero del Civeron prima e per il Passo di Val Caldiera poi. Arrivati dove il sentiero lascia i precipizi della Valsugana per immettersi sull’Altipiano, davanti ai loro occhi si presentò una orrenda visione: tra le rocce giallastre e sbriciolate, tra lenzuola di neve sporca, tra reticolati aggrovigliati a perdita d’occhio, resti di trincee e di postazioni, caverne, brandelli di divise, elmetti sfondati, scarpe, armi rotte, gavette, zaini, maschere antigas, munizioni di ogni tipo, barattoli, casse, schegge di bombe d’ogni calibro, stavano sotto il cielo primaverile centinaia e centinaia di cadaveri in decomposizione, scheletri, teschi, membra umane, ossa. E non un filo d’erba, non un fiore, non il canto di un uccello.
Una fredda angoscia strinse il loro cuore e i loro petti affannati per la dura salita: in quel silenzio assoluto sembrava che l’aria mormorasse «pace! pace!» e un qualcosa li spingeva a correre via come se fossero vergognosi della loro vita e della loro giovinezza. Andavano tra quelle cose con passo trepido, incerto, guardando dove poter appoggiare il piede, attratti e respinti da pietà e orrore.
Dietro i camminamenti dei Campigoletti, in una postazione bene riparata, trovarono due obici Skoda da 7,5 e si dissero che forse potevano essere recuperati per diventare campane. Tra Cima XI e Cima del Prà, ben nascosto in una gola, si imbatterono in un mortaio da 15 e accanto, sulla parete di roccia, una lapide in cemento portava scritto: «Im Weltkrieg | a. D. 1917 | stand hier ein 15 cm Mörser M. 80 |…» e uno dei tre computando con fatica tradusse: «Nella guerra mondiale | Anno del Signore 1917 | Stava qui un mortaio da 15 modello 80 | Dell’Imperiale 7° reggimento d’artiglieria da fortezza | Con grande fatica fu portato quassú | Sul Caldiera fece buona guardia! | Cosí come nel salire non precipitò nei dirupi | Valorosamente colpí ogni bersaglio | Poiché ora noi andiamo giú in Italia | Lui purtroppo deve restare quassú | Siamo rattristati nel profondo del cuore | Tuttavia è meglio che rimanga qui | Riposa in pace | 11 novembre 1917 – primotenente Hans Stiegland».
Con negli occhi le immagini tragiche e crudeli e il cuore gonfio i tre giovani, quasi precipitandosi per il Sentiero delle Trappole, scesero in Val di Sella per ritornare dal loro curato a riferire.
Dopo una settimana si organizzò la spedizione per il recupero dei due Skoda e del mortaio da 15. Il prete con una ventina di giovani del villaggio e qualche reduce che nel frattempo era ritornato dai fronti lontani, partirono di buon mattino che era ancora buio e l’alba la trovarono lassú salendo il sentiero tra pinnacoli di roccia e burroni. Giunsero con il sole a vedere quello che increduli avevano sentito dire una sera dai primi tre. Davanti al Corno della Segala e per il Vallone dell’Agnella, dove i battaglioni di alpini piemontesi erano andati all’assalto nel giugno di tre anni prima, un gruppo di prigionieri austroungarici stava raccogliendo le salme o i resti di uomini che un cappellano militare cercava di identificare.
Arrivarono dove c’erano i due obici Skoda da 7,5; un reduce che era stato in artiglieria incominciò a smontarli e i giovani piú robusti a trasportarne i pezzi al passo di Castelnuovo: era da lí che con le corde li avrebbero fatti calare sino al Baito della Rossa, dove si poteva dire che il piú era fatto. Testate, scudi, bocche da fuoco incominciarono a penzolare nel vuoto; ma non tutto poté arrivare in fondo perché le corde, sfregando contro gli spigoli delle rocce, a un certo punto si ruppero e le due bocche da fuoco precipitarono in luoghi inaccessibili dove ancora «riposano in pace». Con grande attenzione e con ancora piú grande fatica e pericolo osarono calare la bocca da fuoco del mortaio da 15 che pesava ben cinquecentotrenta chilogrammi. Poi dal Baito dei Contrabbandieri con due muli la trascinarono ai piedi del campanile e dopo altri due giorni venne trasportata nelle Officine Colbacchini di Trento per la fusione in campane.
A questo punto dice una memoria: «… persona malefica presentò denunzia all’Autorità…»; la bocca da fuoco venne sequestrata in fonderia e il curato denunciato per furto di materiale bellico. Forse del fatto si interessò il Vescovo Principe perché con Decreto «… il Regio Commissario di Trento, d’accordo con l’Intendente di Finanza, rilasciò alla Fabbriceria il cannone per la fusione delle campane». E cosí il giorno della sagra patronale, ultima domenica di giugno, in quell’anno che venne dopo, con grande concorso di popolo, quattro nuove campane che erano state cannoni o altre cose di morte suonarono a gran distesa: il loro suono arrivò fin lassú dove chi vuole, o sa, ancora lo può ascoltare tra rumori confusi di battaglia.
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