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Stories by mario rigoni stern

il naufragio dei contadini

italian

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Nell’alto Isonzo, ottant’anni fa, la grande offensiva austroungarica con l’apporto di un’armata tedesca era stata meticolosamente studiata e preparata in grande segretezza. Secondo le informazioni, il settore scelto come punto di sfondamento era difeso da forze modeste e poco scaglionate in profondità. L’intento era quello di prendere alle spalle il settore meridionale del nostro fronte e «infliggere un colpo veramente forte al morale del nemico». Ma non si possono avvicinare alla linea dell’attacco centinaia di migliaia di soldati senza far apparire nessuna traccia; qualche segnale era pur giunto al nostro Comando Supremo, solo che non era stato considerato nella sua gravità e Cadorna pensava di poter fermare gli avversari con il solo fuoco di sbarramento delle artiglierie.
Errore di valutazione, supponenza, errori tattici portarono alla sconfitta che va sotto il nome di Caporetto. Per capire come andarono le cose su quella drammatica battaglia sono usciti molti libri, altri stanno uscendo. L’Editrice Goriziana ha pubblicato in bella veste i due tomi di La Grande Guerra sul fronte dell’Isonzo di Antonio Sema; anche il nostro massimo storico militare, Giorgio Rochat, ha dato alle stampe un’analisi di questa nostra sconfitta.
Ma se i fatti militari dell’una e dell’altra parte sono oggetto di attento studio, se conosciamo come pensavano Cadorna e Capello, se buona colpa del disastro fu addossata a Badoglio, se si ritengono alti la bravura strategica di von Bellow che comandava il corpo tedesco, il grande ardire del tenente Erwin Rommel che guidava la punta di diamante, e lo spirito di von Boroević «il Leone dell’Isonzo», ben poco conosciamo invece le conseguenze sulla popolazione civile in seguito al ripiegamento fino al Piave.
Già nel 1916 le popolazioni dell’Altipiano dei Sette Comuni e delle valli contigue dovettero abbandonare focolari e beni alla furia distruttrice della guerra; ora, a seguito della rottura del fronte sull’Isonzo, con l’invasione del Friuli e del Veneto fino al Piave e con l’occupazione delle montagne dalla Carnia al Grappa, furono decine di migliaia le famiglie costrette ad abbandonare città e paesi, altre decine di migliaia scelsero di restare ma anche costoro per un anno soffrirono e penarono fame, malattie, isolamento, incomprensione e derisione. Molti erano poi gli alpini e i fanti che, costretti a lasciare quel fronte, avevano al di là i loro cari.
Immagini rapide di quei drammi le troviamo nelle memorie di qualche autore. Emilio Lussu in Un anno sull’Altipiano scrive:
La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull’Altipiano di Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei Sette Comuni si riversa sulla pianura, alla rinfusa, trascinando sui carri a buoi e sui muli vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che avevano potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini, allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre.
Camminando verso Udine, dopo aver abbandonato Cividale, Ernest Hemingway in Addio alle armi racconta:
Durante la notte molti contadini si erano uniti alla colonna dalle strade di campagna, e nella colonna vi erano carri carichi di masserizie domestiche; vi erano specchi che spuntavano tra materassi, e polli e anatre legati ai carri. Sul carro davanti a noi nella pioggia vi era una macchina da cucire. Avevano salvato le cose di maggior valore. Su alcuni carri le donne sedevano rannicchiandosi contro la pioggia e altre camminavano avanti ai carri tenendosi piú vicine che potevano alle ruote. Ora nella colonna c’erano dei cani che non uscivano da sotto i carrozzoni mentre procedevano. La strada era fangosa, i fossi laterali erano pieni d’acqua, al di là degli alberi che costeggiavano la strada i campi erano troppo intrisi d’acqua per tentare d’attraversarli.
«Passano vecchie tristi e bambini sulle carrette lente dei buoi, – scrive Arturo Stanghellini nel suo Introduzione alla vita mediocre. – Le donne, pallide, coi bambini in collo o per mano, ci guardano senza lacrime». Queste visioni di profughi in fuga cosí sono annotate tra gli squarci di un esercito in ritirata, ma la loro storia non è mai stata ampiamente raccontata o studiata. Tra questa gente quanti sono morti mentre erano sui ponti dell’Isonzo o del Tagliamento nell’attimo in cui venivano fatti saltare in aria per rallentare l’avanzata del nemico? O per bombe o pallottole? O per sofferenze fisiche e morali in quell’autunno piovoso e freddo? Per non dire della strage che tra queste popolazioni indebolite, malnutrite e vagabonde per l’Italia fece poi l’epidemia di febbre spagnola: pochi bambini e pochi vecchi hanno fatto ritorno al paese natio dopo il 4 novembre del 1918; e le loro ossa riposano sparse in fosse comuni fino al nostro Sud. Come molti soldati sui campi di battaglia.
Furono dunque due le ondate di profughi: la prima nel maggio 1916 a seguito dell’offensiva sugli Altipiani; la seconda, piú grave, a seguito di Caporetto ottant’anni fa in questi giorni. Mio nonno paterno aveva tre figli al fronte (uno non è tornato) e, dopo aver abbandonato case e beni all’incendio e alle bombe, con cinque donne, un bambino e un ragazzo prese la strada della pianura. Si fermò nella campagna padovana dove aveva delle conoscenze, ma dopo poco piú di un anno, con la rotta di Caporetto e il timore che il nostro esercito si dovesse ritirare fino al Po, come in principio si diceva, a piedi e con due carri tirati da due muli, arrivò nei pressi di Reggio Emilia, a Casalgrande di Salvaterra, dove trovò ospitalità e comprensione. Il nonno materno, invece, con moglie e due ragazze – il figlio era al fronte sul Carso – trovò ospitalità a Montebelluna, dove lavorò come correttore in una tipografia. Ma dopo Caporetto dovettero fuggire anche da lí. Salirono su una tradotta che girò piú giorni per la pianura padana. Una mia zia raccontava, allora aveva quattordici anni, che vissero quei giorni con qualche pagnotta elemosinata dai soldati che andavano verso il Piave. Giunti a Milano, dopo un giorno di sosta ebbero un po’ di minestra calda e un alloggio in una casa popolare, una sorta di casermone, fuori Porta Ticinese. Ricevettero in dono quattro materassi di alga e quattro coperte militari; in quattro avevano due cucchiai e due scodelle; per mangiare andavano alle cucine popolari gestite dalla Società umanitaria che aveva sede in via San Barnaba 38. Dopo, lo Stato passò un sussidio giornaliero di ottanta centesimi per ragazza, due lire alla madre e due lire e mezza al padre vecchio e ammalato, che sarebbe poi morto di tisi sul materasso di alghe steso sul pavimento.
Nell’Italia in guerra il problema dei profughi venne affrontato dal regio commissario generale per l’emigrazione, senatore barone Mayor des Planches; venne anche costituito un Alto Commissariato dei profughi, ma la massa di questi disgraziati aveva colto di sorpresa le pubbliche amministrazioni, che certamente non avevano previsto il disastro.
L’Umanitaria – centrale dei segretariati laici di assistenza agli emigranti – stampava un bollettino settimanale per informazione e ricerche. Nel primo numero, in data 8 dicembre 1917, si legge:
Il sempre crescente affluire delle domande di ricerche, di collegamento, di informazioni, di aiuti, mentre dimostra che l’assestamento dei profughi non ha potuto ancora compiersi, ci incoraggia a perseverare nell’opera di assistenza morale dei profughi che abbiamo intrapreso e per la quale l’Umanitaria – giovandosi della sua organizzazione – viene a fiancheggiare nobile e ammirevole attività riparatrice che in favore dei nostri fratelli vanno compiendo gli Istituti di Stato, degli altri Enti pubblici e i Comitati.
Solamente dopo un anno, attraverso le prefetture, sarà possibile procedere a un censimento. Tra il 15 e il 30 ottobre 1918, con la distribuzione di centosessantacinquemila schede in tre colori diversi e con una scheda per nucleo-famiglia, si potranno finalmente sapere, comune per comune, il luogo di provenienza e quello di provvisoria residenza. I dati saranno pubblicati a guerra finita con questa premessa: «I dati che si presentano non sono purtroppo completi perché l’operazione è stata troncata [sic!] il 5 ottobre 1918, per ordine dato dalle Prefetture e dall’Alto Commissariato profughi, mentre si stavano ultimando la compilazione e rinvio delle schede da parte di pochi uffici ritardatari». Difatti, a mio parere i dati ricavati sono molto in difetto. Sulla mia terra dell’Altipiano non era rimasto nessun civile, ma sui circa ventitremila abitanti anteguerra i profughi che risposero al censimento furono 17 819. Ma quanti erano alle armi? Dove erano sparsi per l’Italia i rimanenti? E di questi, quanti erano i deceduti?
Non ci fu regione dove i profughi veneti e friulani non arrivarono; la maggior parte li troviamo in Toscana, poi in Lombardia, Piemonte, Campania, Liguria, Sicilia… I censiti furono 534 565. Gli alpini sulla vetta dell’Ortigara scrissero «Per non dimenticare», ma non dobbiamo dimenticare le pene e le morti di questa nostra gente inerme.
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