il piccolo partigiano nella grande miseria
italian
Nelle mie brevi passeggiate mattutine di questa calda primavera, quando il bosco è risvegliato dal cuculo e la polvere gialla della pasciona delle conifere si posa sull’erba dei pascoli, mi viene da ricordare la terra d’Ucraina: i placidi fiumi, la vasta campagna, l’infinito cielo, i villaggi raccolti attorno alle chiese dalle cupole d’oro, e gli orti con i ciliegi, i pruni, i meli attorno alle casupole, i boschi di querce; ma anche Santa Sofia di Kiev e i monasteri sopra il Dnepr. È davvero bella e solenne questa parte d’Europa. Ma come vivrà la gente ora, laggiú, oltre la Zakarpatia e la Moldavia? Ho tanti buoni ricordi di quella terra e di quel popolo; di tutti i popoli dell’ex Urss che sono quelli che piú hanno sofferto: per gli zar e per Stalin prima, per Hitler poi e oggi per la mafia. A leggere I racconti di Kolyma di Šalamov e Le barriere dell’anima. Corrispondenza tra Pasternak e Olga Fréjdenberg viene al cuore profonda commozione. Sono i popoli che piú di ogni altro in Europa hanno sofferto per guerre, dittature e miserie, ed è per questo che da loro dovrebbe venire una speranza, una pur tenue speranza a ritrovare anche per noi la via per una rinascita spirituale, un ripensamento per questa civiltà che consuma senza riflettere sulle conseguenze.
Dopo la Pasqua, da una cittadina dell’Ucraina è giunta a un amico una lettera; questi era stato un «piccolo maestro», uno di quelli di cui ci racconta Luigi Meneghello nel suo libro, appunto I piccoli maestri che dopo l’8 settembre ’43 il loro vero maestro, il professor Toni Giuriolo, spronò a scegliere, come lui fece per poi trovare la morte, la montagna e la lotta per la libertà.
Nel 1944, sull’Altipiano, alla banda dei piccoli maestri si era aggiunto un soldato russo, Vassilij, che dopo l’esperienza del Lager tedesco, per non morire di fame come altri milioni di suoi compagni, decise di scegliere la collaborazione con la Wehrmacht. Venne in Italia ma subito passò con i partigiani, come aveva progettato. Era esperto di guerriglia, coraggioso e generoso, instancabile nei lavori per la banda e amico specialmente del Moretto, un ragazzo delle nostre contrade che era stato assegnato alla banda come guida perché conoscitore dei luoghi. Assieme a Vassilij, nella primavera del 1945, ricuperammo il corpo del Moretto che si era precipitato dalle rocce alte sulla Valsugana per non cadere in mano ai tedeschi durante un rastrellamento.
Ora cosí scrive a un amico dal suo paese dell’Ucraina Vassilij Ivanovič: «Caro Dante, ti scrive il tuo amico di battaglia contro il fascismo e nazismo Vassilij Melnin. Con grandissimo ritardo ti comunico che mi sono arrivati i tuoi doni. Molte grazie. Perdonami, amico, per il ritardo. Io sono ignorante e malato. Sono spesso in ospedale. Per le persone semplici non è facile scrivere lettere. Sí, c’è anche questo. Tu sai come vivo. Hai visto il mio appartamento, i dintorni e l’ambiente. Non mi lamento in modo particolare, vivo come tutti gli altri. Vista la mia età non ho bisogno di molto. Ricordo le nostre battaglie, tutti gli amici di battaglia, soprattutto i comandanti. Coloro che sono morti e che i vivi devono ricordare. Nel nostro paese, l’Ucraina, la vita è difficile. Si rimette in discussione tutto e non si vede quale sarà la fine. Ci sono molte cose assurde, speriamo per il meglio. Molto spesso ricordo la vostra bellissima Italia, le sue montagne e i suoi boschi. Il vostro è un paese meraviglioso. Che Dio vi faccia vivere a lungo felici. Mia moglie Olga è ancora piú malata di me. Saluta la tua grande famiglia, la moglie e le figlie. Salutami affettuosamente tutti gli altri amici di battaglia rimasti in vita. Auguro a tutti felicità e salute. Auguri per Pasqua. Arrivederci. Vassilij Ivanovič. 12 marzo 2001».
A lui, combattente sulle nostre montagne e fraterno amico del Moretto morto per la nostra libertà, parafrasando Anna Achmatova vorrei dire: «Il puro vento dondola i grani | la nuova erba copre la riva dei fiumi | piú non sentiamo il passo del nemico | rifiorirà la tua terra».