in un villaggio sepolto nella balka
italian
Non nevicava, era il vento che sollevava la neve in un turbinio che oscurava le stelle; ed era come camminare in sogno dentro una nuvola grigia che pungeva con aghi di ghiaccio fin dentro le ossa. A volte lo prendeva lo struggimento di lasciarsi andare giú nella neve, e raggrumarsi per godere quell’ultimo poco calore che ancora gli restava dentro in fondo. Il maggiore aveva ordinato: – Andate svelti fino a raggiungere le pattuglie di testa e dite al tenente di aspettarci perché bisogna cambiare strada.
Poi si levò la tormenta, dapprima come per assaggiare la resistenza della neve e dell’aria, poi via via sempre piú violenta; e dopo, quanto dopo?, si accorse di essere solo e di camminare dentro una nuvola di neve. E non c’era un cane che abbaiasse, un’isba, un albero, una qualunque cosa oltre la neve turbinante. A volte sentiva i piedi che camminavano su un terreno duro e gelato, e le scarpe gli risuonavano come fossero di lamiera; altre volte sprofondava dentro avvallamenti ricolmi di polvere bianca e gli pareva di soffocare.
Venne l’alba e quasi non se ne accorse. Gli occhi bruciavano e la pelle del viso e delle mani era come biscottata; tra il ghiaccio che gli incrostava il passamontagna con barba e sopracciglia distinse una luce lattiginosa: ma aria e luce erano come un insieme di spolverio congelato.
Sul far del giorno il vento si calmò e dentro lo spolverio ora gli pareva di andare leggero leggero; solo che le gambe, ecco, facevano fatica a portare avanti il passo. Tutt’intorno non c’era niente: solo neve, e, sui dossi lustrati dal vento, erbe secche. Non c’era nessun posto dove andare, nessun posto dove fermarsi, proprio nessun posto. Né in cielo né in terra. Nemmeno rannicchiarsi.
Non si vedeva un paese bruciare, non si sentiva gridare, non sparare, non uomini armati, non slitte, non esplosioni; nemmeno piú morti; nemmeno corvi. Niente. Dove andare, allora? Camminare, camminare e basta. Un passo dopo l’altro. Un passo dopo l’altro.
Pensò di staccare le mani dall’orlo della coperta che si teneva attorno avvinghiata, e pareva che gli si spezzassero le dita. Poi con le mani di vetro frugò in una tasca della giubba, e le dita trovarono dei chicchi di caffè tostato che si ricordava di aver preso una volta, passando accanto a una slitta rovesciata. Li raccolse nel fondo della tasca dentro il palmo della mano e se li portò in bocca dopo aver alzato con l’altra mano l’orlo del passamontagna che era diventato come legno.
Anche le mandibole fecero fatica a masticare, ma il gusto del caffè venne fuori buono e forte. Si strinse la coperta attorno al corpo e riprese a camminare. Ora il respiro gli veniva piú facile anche perché il vento era calato.
Da un dosso vide lontano su un altro dosso la linea piú scura di un bosco, ma nessun villaggio ancora: – Se arrivo fin là, – pensò, – forse riuscirò ad accendermi un fuoco –. E prese deciso in quella direzione.
La batteria era stata assegnata alla retroguardia con una compagnia d’alpini; avrebbero dovuto ostacolare l’inseguimento dei russi sulla strada che proveniva da sud, mentre la testa della colonna tentava di rompere l’accerchiamento. Loro dovevano restare là fino all’alba del giorno successivo.
Per la pista erano già passati innumerevoli reparti, inquadrati e no; molti avevano già buttato le armi, anzi gli ungheresi erano già tutti disarmati. Sul fondo di una balka c’era un groviglio di autocarri, slitte e materiali abbandonati, e laggiú si aggiravano gruppi di sbandati cercando chissà cosa. Si vedevano in lontananza salire nel cielo grigio alte colonne di fumo nero e giallo; e scoppi, s’udivano, lontani, ogni tanto accentuati da cupi brontolii.
Tutt’intorno la steppa fino a poche ore prima era stata come un formicaio, ma quando a ovest era cessato il combattimento la grande massa camminò in fretta per i fianchi della lunga collina. Ora sulla neve calpestata restavano sparsi dei grumi neri: oggetti abbandonati e armi, ma anche caduti per suicidio, ubriachezza, congelamento, ferite.
La batteria era piú indietro, schierata sulla pista: i quattro obici puntati verso un vuoto di cielo e di neve, gli inservienti attorno ognuno al proprio pezzo, a distanza regolamentare le casse con le bombe; piú indietro i muli in piccoli cerchi, immobili nel gelo con le orecchie basse e coperti di brina; davanti tra obice e obice le due mitragliatrici. E piú avanti ancora, gli alpini stesi nella neve a squadre aperte.
A guardare da lontano, da sopra la collina, sembrava lo schieramento per una manovra al termine delle escursioni invernali.
Scese la sera e la tormenta. Venne prima leggera, poi, sempre piú violenta, sibilava. Venne la notte. Passò la notte e venne l’alba. Qualcuno si mosse, altri no.
Vennero loro. Sul principio il silenzio dell’alba e la pausa della tormenta furono rotti dal rumore dei motori, dopo frantumato dagli spari e dalle esplosioni.
Nel grigio gelo i primi colpi di fucile e le incerte raffiche delle armi automatiche sembravano cose assurde, come erano assurdi i movimenti degli uomini nella neve; tutto era come trattenuto, rigido, legnoso. Le bocche si muovevano ma non uscivano parole.
Spararono dapprima gli alpini contro le figure vestite di bianco che stavano accovacciate sui carri armati. Qualche carro bruciava e poi esplodeva con gran fragore, ma quasi tutti proseguivano tra scoppi di bombe a mano e fucilate. Spararono gli obici a granate perforanti: i colpi scivolavano via con strani sibili, ma anche qualcuno esplodeva, e il carro s’arrestava.
Ma erano tanti. Troppi. Vennero avanti e con i cingoli e con la massa fecero il resto. E passarono via con la tormenta.
Quando anche il loro rumore venne meno, si rifece il silenzio rotto ogni tanto dal vento che alzava turbini di neve. Dopo nevicò e tornò tutto bianco.
Da sotto un cumulo uscirono due figure umane; raccolsero qualcosa frugando tra la neve e s’incamminarono per dove non si vedeva la fine.
Andarono per tutto il resto del giorno verso occidente, in linea retta, senza parlarsi, senza mai fermarsi.
Da un dosso lontano, dopo che la neve si fu un poco placata, videro un altro dosso. – Forza! – disse uno. Era la prima parola che gli usciva dalla bocca, ma con dolore fisico, come scongelandosi. – Forza, – ripeté. – Forse dietro quel dosso troveremo delle isbe –. Sembrava che mai piú potessero arrivarci. Un passo dopo l’altro, un passo dopo l’altro; un respiro dopo l’altro. Ancora.
La neve aveva fatto crosta sopra i pastrani e i passamontagna; l’elmetto stringeva la fronte, e le scarpe erano un unico blocco con piedi e calze, come fossero di pietra. Avanti ancora un passo, avanti ancora un passo.
Incominciava l’imbrunire di un’altra notte; videro sul bianco della neve un’ombra scura che andava come loro. Ma non se ne rendevano conto, e non ebbero la forza di accelerare il passo e di chiamare. Quando furono a pochi metri si fermarono. Nessuno parlava o voleva parlare per primo. – Italiani? – chiese finalmente l’ombra.
– Italiani, – risposero.
– Alpini?
– Artiglieri del 2°. E tu?
– Alpino del 6°.
Andarono insieme. Arrivarono, i tre, nel bosco di betulle. Tentarono di staccare dei rami per accendere il fuoco, ma erano troppo alti sui tronchi lisci e sopra di loro cadeva la neve dagli alberi. Si ritrovarono vicini sotto i tronchi nudi e diritti dove passava il vento; si sdraiarono e si strinsero l’uno contro l’altro.
– Ma qui non possiamo restare, – disse l’alpino. – Dobbiamo andare via.
Il silenzio e il freddo erano diventati assoluti; dai rami delle betulle si staccavano grumi di neve che, cadendo, si sfarinavano.
– Dobbiamo alzarci, – disse un artigliere. – Dobbiamo muoverci e camminare. Forza.
Ma ancora cadeva la neve e nessuno si muoveva: – Come ti chiami?
– Angelo. E voi?
– Io Marco, lui Toni.
Oltre i rami, in alto, tra gli squarci tirati delle nubi, apparvero le stelle. Ma lontanissime, fredde. – Dobbiamo alzarci e camminare, andiamo. Forza…
All’orizzonte, dopo i tronchi diritti e bianchi delle betulle la linea della notte si stava confondendo con la neve: – Andiamo, – disse uno, – dobbiamo uscire da questo bosco. Forse, dall’altra parte c’è un villaggio.
La neve era alta e sprofondavano fino al ginocchio; proseguivano senza parlare; ogni tanto uno dei tre passava davanti per fendere la pista a turno. Uscirono dal bosco ed ebbero il vuoto, finché tutti insieme videro una piccola luce. Piccola, lontanissima, in fondo al mondo.
Vi arrivarono con meno tempo e fatica di quanto avessero vagamente supposto: era la prima isba di una fila nascosta in una lunga balka. Lí era ancora intatto: nessun incendio, nessuno sparo, vergine la neve senza tracce. Nemmeno i cani abbaiarono. Un ovattato silenzio avvolgeva tutto.
La luce della candela baluginava da una piccola finestra incrostata di ghiaccio. Girarono attorno allo steccato e trovarono la porta. Bussarono, chiamarono, o almeno credettero di chiamare. Finché la porta si aprí.
Là dentro era caldo: un dolce e profondo caldo con odore di cavoli, patate bollite, latte. Senza parlare si avvicinarono alla stufa per sgelarsi da dosso le coperte e i passamontagna. Finalmente, quello che dei tre aveva sulla giubba i gradi di caporale, rivolgendosi al vecchio che aveva aperto chiese: – Niema partisàn? Niema ruschi soldati? – E le parole pareva gli si sgelassero dalla gola.
– Nièt, – rispose il vecchio.
– Niente mangiare? Ièst… – e fece il gesto di portare il cibo alla bocca.
– Malo, poco poco, – disse il vecchio, rassicurante.
– Non sento piú i piedi, non li sento proprio piú, – disse con voce debole l’alpino sedendosi sulla panca.
Si tirarono giú la coperta, sfilarono il pastrano, si cavarono l’elmetto e il passamontagna e provavano la sensazione di sentirsi nudi e inermi davanti a quella vecchia e al vecchio che li guardavano in silenzio.
L’alpino sulla panca tentava di levarsi le scarpe e le calze, i due artiglieri attorno alla stufa stavano riprendendo vita; ma tutti e tre risentivano la fame e il dolore del sangue che riprendeva a circolare negli arti: era come se tanti aghi pungessero in profondità mani e piedi, e uno stecco rimestasse nello stomaco. L’alpino ora guardava in silenzio i suoi piedi nudi e bluastri posati sul pavimento di terra dell’isba e per il dolore sentiva le lacrime premere. – Se ti fanno male, – disse finalmente il caporale, – vuol dire che sono salvi. Aspetta, che ti sfrego con un poco di grasso anticongelante.
Dalla tasca a cacciatora trasse fuori una scatola di cartone bruno e fece allungare i piedi dell’alpino sulla panca. La vecchia si avvicinò e fece capire di lasciar fare a lei. Il vecchio, che fino ad allora era stato immobile a guardarli, si avvicinò al forno e l’aperse: ne trasse una olla pesante che posò sul tavolo. Mise accanto tre cucchiai di legno e disse: – Cúsciai, italiani. Mangiate.
I due artiglieri si accostarono senza sedersi, rimestarono fondo e presero a mangiare. Dopo due o tre cucchiaiate di quella zuppa bollente uno dei due si rivolse all’alpino: – Dài, forza, – disse, – arriva fin qui. È bella calda.
Tutti e tre si sedettero in silenzio attorno alla tavola; si sentiva il rumore dei cucchiai e delle bocche che sorbivano il cibo, del vento che mordeva il tetto e della neve che sbatteva sui vetri delle finestre. Dei ragazzi che dormivano sopra la stufa si mossero e parlarono nel sonno, una donna con voce sommessa e dolce li acquietò.
– Bona la suppa? – chiese il vecchio ai tre.
– Molto buona, – rispose l’artigliere. – Spasíba.
Ora che aveva ripreso forza, il caporale si alzò per ispezionare l’isba: in un angolo ardeva il lumino ad olio davanti alle icone, ai fiori di carta e alle spighe; sul palco della stufa stava accovacciata una giovane donna, e tre ragazzi dormivano tranquilli sopra pelli di pecora. Girò attorno al tavolo, sollevò la botola e guardò in cantina; aperse la porta del ripostiglio; guardò fuori attraverso i vetri sciogliendo con il fiato la tendina di ghiaccio: era tutto buio e il vento mulinava la neve.
I due vecchi e la donna stesa sopra la stufa lo seguivano in ogni movimento. Finalmente si avvicinò all’uomo e spiegandosi con qualche parola russa e tedesca, inframmettendo molto dialetto materno e aiutandosi con i gesti, fece capire che stanotte avrebbero dormito lí, che fuori c’era la tormenta ed era impossibile proseguire, che, infine, erano molto, molto stanchi e avevano sonno. Tanto sonno. Accennò ai due compagni che, posata la testa sul tavolo, si erano già addormentati. – Buono taliano, – rispose il vecchio. – Un minuto – e andò nel ripostiglio.
Ritornò con dei sacconi di paglia, pelli di pecora e un vecchio pastrano che posò per terra vicino alla stufa: – Spat’ qua, – disse. – Dormite tranquilli, ma fate piano per non svegliare mateloti.
Fu a questo punto che il caporale si accorse che il vecchio usava parole del suo dialetto. Lo guardò stupito in silenzio e poi tornò a guardarsi attorno: la vecchia immobile sotto le icone, i suoi compagni addormentati sul tavolo, la giovane donna con i tre ragazzi sulla stufa: si rendeva conto che questo era vero. Certo, il vecchio aveva parlato russo, esclusivamente, e lui aveva capito in dialetto: forse erano la stanchezza, lo sfinimento della tormenta e il combattimento del giorno prima con i carri armati, che lo facevano fraintendere. Era proprio in una isba russa in una notte di gennaio, dopo aver camminato chissà quanto senza mangiare, dopo una battaglia dove erano rimasti tutti i compagni. Tutti tranne loro due, forse. E poi avevano incontrato l’alpino, si erano fermati nel bosco di betulle dove poco mancava che ci restassero per sempre; ed erano arrivati qui.
Si riprese e aiutò il vecchio a preparare il giaciglio. Chiamò i compagni; dovette scuoterli per le spalle e sostenerli, e subito si lasciarono andare giú borbottando qualcosa nel dormiveglia. L’alpino gridò: – Eccoli, eccoli! – ma subito si riaddormentò.
Il caporale si stese anche lui, senza levarsi le scarpe; si tirò addosso il pastrano e sotto si tenne vicino il moschetto e la bomba a mano che si ritrovò in tasca. Si sentiva al caldo, leggero, in bocca aveva ancora il sapore della kaša; quasi gli pareva d’essere sul fieno della sua stalla, a casa, in una valle tra le montagne.
Teneva gli occhi aperti fissando la candela che allungava le ombre sulle pareti e le faceva ballare ogni volta che il vento soffiava piú forte per il camino della stufa. Il russo fumava con una corta pipetta e lo guardava in silenzio; d’un tratto gli disse sottovoce: – No vot cavarte le scarpe? Chi l’è tutt calmo… Càvete le scarpe.
Questa volta era certo, aveva inteso giusto e di scatto si alzò a sedere: – Ma voi, – disse, – sè taliàn?
Si guardarono, ma il russo stava zitto, fumando. Dopo si alzò dalla panca, da uno stipo trasse una bottiglia e porgendola al caporale gli disse: – Bevi un poco. No pensarghe, dopo dormirai meglio.
Era vodka forte che sapeva di cipolla, ma scaldava dentro. Bevette un lungo sorso anche il vecchio: – Io son nato sotto l’Austria, ai tempi di Francesco Giuseppe, nell’Ottantaquattro…
Raccontava che aveva fatto il soldato in Bosnia, poi era stato congedato e aveva preso moglie; nel ’14 capitò la guerra e lo richiamarono nei Kaiserjäger. Nell’offensiva del ’16, in Volinia, quella del generale Brusilov, venne fatto prigioniero dai russi e portato oltre gli Urali, per le Siberie. Dopo venne anche la Rivoluzione, e i bianchi e i rossi, e lui, cercando di vivere, camminava per terre che non finivano mai. Chissà fin dove. Fin dentro i deserti dove c’erano i mongoli e in quei paesi dell’Asia centrale dove ci sono i cammelli. Ma lui voleva tornare a casa, e finalmente un anno, ma che anno era?, arrivò in questo paese. Era d’autunno; era stanco, c’era tanta pace e terra da seminare, e quasi nessun uomo per lavorarla. Si fermò.
Ai paesani disse che era un soldato russo fatto prigioniero dagli austriaci, nel ’15 in Galizia, che aveva lavorato sulle Dolomiti con gli altri prigionieri a costruire una ferrovia dietro le linee, e che, finita la guerra, era ritornato a casa. Ma non aveva trovato piú nessuno e cosí era venuto in questo villaggio dove, aveva sentito, c’era tanto da lavorare. Si fermò tutto l’inverno; forse era nel ’27. In primavera non ripartí piú.
Il caporale ascoltava quel parlare sommesso ma sentiva che la vodka ora gli saliva alla testa. Desiderava distendersi e dormire. «Svegliarsi in primavera, – pensava, – che bello!» Poi chiese al vecchio: – Ma in che paese siete nato sotto l’Austria?
– Nel Trentino. Sono delle Giudicarie.
– In che paese delle valli Giudicarie?
Il russo lo pronunciò alla vecchia maniera e il caporale al sentire il nome del suo paese fu come se una scossa elettrica lo avesse percorso. Quasi a fatica si alzò dal giaciglio, si sedette sulla panca, con una mano tirò accanto il vecchio che gli stava davanti in piedi: – Disème, disème…
La vecchia sedeva sotto le icone, immobile, come assorta; la giovane donna si era stesa accanto ai ragazzi, e i due soldati dormivano. Nel sonno l’alpino si lagnava e muoveva le gambe come se stesse arrancando nella neve. – Disème, – ripeté il caporale, – anca mi son nat là.
Il vecchio gli stava seduto accanto, lentamente ricaricava la pipa con torsoli di tabacco tagliati sottili; forse non voleva parlare, forse aveva già detto troppo a questo soldato dell’esercito italiano, che in una sera di bufera gli era capitato in casa. Erano fatti lontanissimi, ormai; non solo trent’anni erano passati, ma trecento potevano essere.
I ricordi che credeva sepolti per sempre si rifacevano vivi, immediati, precisi; gli era bastato sentire pronunciare il nome di un paese e parole in un dialetto nel quale nemmeno piú pensava. Da quella primavera del 1928, da quando aveva deciso di essere un soldato russo reduce dalla prigionia nel Trentino.
Come sarà ora laggiú? Ricordava precisi i profili dei monti contro il cielo, con i prati, i boschi, i pascoli e le rocce, e dentro, in fondo alla valle, il lago con sopra i nevai dove era andato a camosci da ragazzo, con suo padre. Anche gli orsi, c’erano, e suo padre ne ammazzò uno che era venuto giú a devastargli il campo di orzo e a saccheggiare le arnie. Era stato quattro o cinque notti ad aspettarlo. Lui forse era allora sui nove anni, e tutte quelle notti aveva lottato contro il sonno dentro il letto perché aspettava di sentire lo sparo e il rugliare dell’orso colpito. Ricordava i compagni di gioco e di scuola: l’aula con i banchi, come erano disposti nelle tre file, il forno di cotto, l’inchiostro che gelava dentro i calamai, la carta geografica dell’Impero, il ritratto di Francesco Giuseppe, e il maestro con la bacchetta e il cipiglio fiero che insegnava le aste miste, poi le vocali, le consonanti, la dottrina cristiana, l’aritmetica: – L’è ancora vivo il maestro Andrea? – chiese d’un tratto.
– È vivo, – rispose il caporale. – È stato anche il mio maestro. Era severo ma bravo.
– E don Bortolo?
– No, don Bortolo è morto quando è scoppiata la guerra. Al suo funerale è venuta tutta la valle.
Don Bortolo, il maestro Andrea, il paese. Il vecchio lasciava spegnere la pipa tra le mani e i suoi occhi fissavano i vetri della finestra di fronte dove sbatteva la neve. Il vento si era fatto piú impetuoso e pareva volesse strappare il tetto dell’isba. Lui voleva chiedere ancora, chiedere della donna che aveva lasciato laggiú, dei parenti. Ma che diritto aveva?
Il caporale stava zitto, anche lui immerso nei ricordi; ma anche, a momenti, voleva sapere di piú di questo vecchio compaesano trovato in un angolo del mondo e come lui portato qua dalle guerre. – Ma voi, chi siete? – gli chiese.
Non gli rispose, forse non voleva farlo sapere. Il vecchio si alzò, prese dal forno una bracia e riaccese la pipa, riattizzò il fuoco e tornò a sedersi sulla panca dicendo: – Conosci il Matteo dei Baross?
– Il Matteo? Quello che fa il carraio su alla Riva? Ma quello è il mio santolo!
– E la Betta del Maso, la conosci?
– La Betta del Maso, el santolo Mattio. La Betta l’è sua mama, la mama là del Toni, quello che dorme tacà al forno.
Il vecchio prese la bottiglia e bevette un sorso; sospirò profondo, la passò al caporale e anche lui bevette come trasognato. – Senti, toi, ascoltami: chi sei?
– Marco dei Longhi. La me mama l’è la Margherita del Maso. Me pare l’era el Piero che è morto nella guerra del Quattordici, quando sono nato.
Il vecchio si alzò, camminò verso la porta, l’aprí a guardare fuori la tormenta e subito richiuse contro il vento che spingeva forte. Andò alla finestra; poi guardò la vecchia rincantucciata sotto le icone, la donna e i ragazzi sulla stufa, e ritornò davanti a Marco dei Longhi, fissandolo. Tremava nelle mani e gli tremava la barba rossiccia: – Tua madre, – disse rauco, – tua madre ti ha partorito quando ero al fronte, me lo scrisse nel marzo del Sedici. Ricordo. Sei nato il 2 marzo del Sedici. Ero in Volinia. Mi, Marco, son to pare.
Quando finí di dire questo si sedette sulla panca di fronte, sotto la finestra, con la testa tra le mani, e non trovava piú niente da dire.
Marco lo guardava e sentiva la tormenta che voleva strappare il tetto e il vento urlare nel camino. Sua madre aveva lavorato come una bestia per tirarli su: a opera nei prati, in bosco, a servizio in casa dei signori a Trento. Dopo, attraverso il governo italiano, era riuscita ad avere la pensione da Vienna. E lui, suo padre, era stato dato per disperso prima, e dopo per morto. Eccolo invece qui, in quest’isba della Russia.
La vecchia si mosse dal suo angolo e disse qualcosa; il vecchio le rispose sottovoce e anche lei andò a sdraiarsi sul palco sopra la stufa. Marco non si muoveva dalla panca e ora fissava i compagni che dormivano. Il vecchio si era alzato in piedi e voltandogli le spalle guardava dalla finestra fuori nel buio, dove ululava la tormenta.
Dopo, venne a sedersi sulla panca vicino a Marco e senza guardarlo gli chiese: – E tua madre? e Ida? e Vigilio?
– Stanno bene. Vigilio è guardia forestale. Ida è sposata. Anche Vigilio. E mia madre, povera vecchia, è lí che mi aspetta.
– Vedi, vedi. Non potevo fare in altra maniera. Ero stanco di camminare. Erano anni che camminavo e tutti i miei compagni erano morti. Ne avevo viste troppe. Qui c’era finalmente pace, e c’era da lavorare. Dopo mi sono accompagnato con quella donna e ho avuto tre figli.
Marco non parlava, ascoltava immobile le parole e il vento sul tetto. Lentamente aveva alzato il braccio e posandolo sulla spalla del vecchio aveva stretto forte. Al vecchio venne un brivido e si scosse.
– Uno è nell’Armata Rossa, – riprese, – e aspettiamo che un giorno o l’altro passi da qui. Quella donna che è sopra la stufa è sua moglie che è venuta qui a rifugiarsi con i miei nipotini. La figlia ci è stata portata via dai tedeschi un giorno che era andata al mercato e non sappiamo piú niente; il ragazzo è con i partigiani e sono tre mesi che non lo vedo… Che destino! Maledette guerre!
Il vecchio prese da terra la bottiglia e bevette ancora un sorso: – La guerra, la maledetta guerra della razza caina, – riprese. – Ma domattina attaccherò la slitta e ti porterò fuori. So dove sono i soldati nostri e dove è passata la colonna degli italiani in ritirata. Ti porterò fuori in un paio di giorni. A Harkov; e dopo ritornerò qui. Non posso abbandonarli. E tu non dire niente a loro, – continuò accennando ai due che dormivano, – non far capire niente. Parlerò solamente russo.
Marco dei Longhi faceva di sí con la testa, e con la mano stringeva la spalla del vecchio.
– Almeno tu, Marco, – gli diceva sottovoce, – arriverai a casa da tua madre e nella nostra valle. Ma non dire niente neanche a loro. Non dire in paese che mi hai visto. Capisci? Non dirlo mai. È meglio per tutti. Il mio posto è qui ora. Capisci? – accennò con il capo dove dormivano i ragazzi e le donne. – Resterebbero soli. Ma tu ci arriverai a casa. Ti farò io arrivare. Che destino!
La vecchia si mosse, tossí e disse qualcosa brontolando. Forse voleva sapere perché parlava in quella maniera con il soldato straniero, forse gli diceva di andare a dormire e di smetterla perché era tardi. Il vento continuava a mulinare la neve e a sbatterla contro le finestre dell’isba e sembrava che fuori il mondo non ci fosse piú.
– Vai a riposare, – disse il vecchio, – cerca di dormire un poco perché sei molto stanco e non sappiamo quello che ci aspetterà domani. Ti sveglierò io. Salirete sulla slitta e vi coprirò con il fieno. Parlerò solamente russo. Addio, Marco.
Il vecchio si liberò dolcemente dalla mano che gli stringeva la spalla, si alzò in piedi e fissandolo in viso seppe che certamente aveva capito. No, perdonare no; non c’era niente da perdonare. Solo capire.
Il caporale d’artiglieria alpina si alzò dalla panca e andò a sdraiarsi accanto ai due compagni. Sul palco della stufa sentí frignare un bambino e ancora la voce della donna che dolcemente gli parlava. Il vento sul tetto strappava i fili di paglia portandoli nella steppa, lontano, forse fin dove dormivano per sempre i suoi amici di batteria sepolti dalla neve, come dentro una nebbia. Quasi desiderava di essere anche lui con loro. Il vento ululava e mordeva rabbioso come un lupo affamato contro le pareti dell’isba. Il vecchio, dopo aver spento la candela, stava a fumare sulla panca, assorto.
Prima di giorno il vento calò e ora il silenzio sembrava coprire il villaggio sperduto nella balka. Il vecchio batté la pipa contro il palmo della mano per far cadere la cenere, si alzò in piedi, trasse un profondo sospiro e girò attorno lo sguardo sui dormienti: dal palco sopra la stufa al pavimento; quindi si avvicinò alla porta che piano piano aprí.
Il mulino del cielo s’era messo a macinare neve, e veniva giú fitta, leggera, calma come piume dondolanti nella luce crepuscolare. Allungò le mani per sentire i fiocchi sciogliersi sui palmi aperti. Prese dal ripostiglio una bracciata di sterpi e di legna e ritornò dentro a ravvivare il fuoco nel forno. Chiamò sottovoce la vecchia e le disse di pelare le patate e d’impastare un po’ di farina per fare le focaccette: forse sarebbe stato via un paio di giorni con quei soldati italiani. Camminando leggero uscí ancora dall’isba per ritornare poco dopo con mezzo secchio di latte che mise a bollire nella olla mescolandolo con il miglio pilato.
La luce del giorno entrava per le piccole finestre come fosse filtrata dalla neve, o, meglio, come fosse la stessa neve a farla, la luce: era dolce e non fredda e ostica. Il lumino davanti alle icone non si notava piú, sembrava spento; vivi, invece, erano i fiori di carta e le spighe secche di grano. La giovane donna era scesa in silenzio da sopra la stufa, e nell’angolo dove c’era il catino si rinfrescava il viso. La vecchia rimestava dentro la olla per non far traboccare il bollore.
Il vecchio si avvicinò a Marco, si chinò a guardarlo in viso e quindi lo scosse senza parlare. Svegliò anche gli altri due. L’alpino brancicò con le mani come volesse afferrare qualcosa, poi si sfregò gli occhi e dopo essersi guardato attorno disse: – Madúna mé, che durmída!
L’artigliere si mise seduto per legarsi le scarpe; il caporale, invece, con gli occhi aperti fissava il soffitto senza muoversi: «Se mi fermassi qui» pensava. Ma poi anche lui si mise seduto sul giaciglio e infilandosi le scarpe disse: – Ieri sera, mentre voi dormivate della grossa, mi sono messo d’accordo con il vecchio. Attaccherà una slitta, ci nasconderà sotto il fieno e forse ci porterà fuori dalla sacca.
Mangiarono la zuppa di latte e miglio tutti insieme: loro, i ragazzi, la donna, i due vecchi. La vecchia aveva preparato sul tavolo tre ciotole di legno per gli stranieri, ma tutti attingevano nella olla. I ragazzi ogni tanto alzavano la testa per guardare i tre soldati e sottovoce chiedevano spiegazioni alla madre.
– Avete visto come nevica? – disse l’alpino. – Con questo tempo potremo farcela meglio.
Il vecchio ritornò fuori e fece cenno ai tre di aspettarlo al caldo. La vecchia, intanto, impastava le pagnottine di patate e farina, e prima di introdurle nel forno metteva dentro a ognuna un cucchiaio di latte cagliato.
L’alpino, che non si era ancora infilati gli scarponi, si levò le calze e si mise a sfregarsi i piedi con il grasso: – Non mi fanno piú male, – diceva, – ieri credevo proprio di perderli. Ma che bene che si sta qui!
L’artigliere cercava di discorrere con i ragazzi e la donna; il caporale aveva riposto la sua roba nella borsa tattica e ora guardava attraverso i vetri arabescati di ghiaccio.
Si sentirono i pattini scivolare sulla neve, poi lo sbuffo del cavallo e la voce del vecchio che lo fermava. La porta si spalancò, e, con l’aria che subito si condensò bianca al contatto del calore interno, entrò anche lui: – Davài, italianschi, – disse. – Bístro!
La vecchia trasse dal forno le pagnottine e subito un buon odore si diffuse per tutta l’isba; le ripose ancora bollenti in una pignatta.
L’alpino si affrettò ad allacciarsi le scarpe; si misero i pastrani, le giberne, presero le armi che avevano deposto in un angolo. – Dasvidània, bàbusca, – disse l’alpino, – spasíba. Ciao màlenchi, ciao sposa.
Il caporale salutò i ragazzi chiedendo il nome. Uno si chiamava come lui. Salutò la donna, la vecchia: – Spasíba, – diceva. – Balsciòj spasíba.
– N’ente putei? Il vecchio ha fretta, – diceva dalla porta l’artigliere. – Saluti a tutti e grazie.
– Bístro, – diceva il vecchio. – Davài, italianschi!
La neve aveva già imbiancato il fieno e la groppa del cavallino peloso. Il vecchio prese le redini e quando diede uno strappo la slitta scivolò via silenziosa. I ragazzi e la donna stettero sulla porta finché ben presto videro solamente la neve che cadeva dolcissima e calma. La vecchia guardava dalla finestra, poi si avvicinò all’angolo delle icone e si segnò tre volte borbottando qualcosa.