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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

incontro in polonia

italian

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Era l’inverno del 1942. Gennaio. Quel freddissimo gennaio del 1942. Eravamo in viaggio su un lungo treno verso la guerra che allora imperversava all’Est. A Verona avevamo fatto una buona provvista di vino e a Vienna il vino era già finito. Faceva troppo freddo e le gole, arse per tanto cantare, avevano bisogno di essere bagnate di sovente. Cantavamo: «Sul ponte di Bassano bandiera nera», oppure: «Da Aosta siam partiti con la tristezza in cor»…
Dopo Vienna una notte il treno stette fermo in una stazioncina deserta e si congelò. Ci alloggiarono, allora, in una vecchia fabbrica che in tempo di pace faceva chissà che cosa e adesso niente, e, durante il giorno, andavamo a sciare per le colline assieme ai ragazzi del paese. La neve era veloce e secca. Quando sgelarono il treno ripartimmo per poi fermarci nuovamente in Slesia. Ci misero in baracche di legno nei pressi di una cittadina: di notte i soldati dell’aviazione ci tenevano accese le stufe a carbone e al mattino ci portavano una bevanda che assomigliava al tè.
Ormai era passato un mese da quando eravamo partiti L’Est era ancora lontano, non pensavamo alla guerra come quando eravamo partiti dall’Italia o come quando, dopo, vi fummo dentro. Si giocava a carte o alla morra, si andava a sciare o a far l’amore con le ragazze del luogo.
Ai primi di febbraio partimmo anche dalla Slesia. Passò il frenatore a battere sulle ruote con il lungo martello; il treno cigolò per il freddo, sbuffò, slittò e, infine, si mosse. Correva nell’inverno e sui vetri dei finestrini s’era formato uno spesso strato di ghiaccio. Noi con il fiato si liquefaceva quel ghiaccio per un cerchio di pochi centimetri e attraverso quel buco si osservava il paesaggio.
Abeti, betulle, paesi, città, betulle, paesi, corsi d’acqua gelati, ragazzi sui pattini, una slitta nella pianura, una casupola, abeti. Allegria portava la vista di una grossa lepre che sbucava spaurita dalle siepi para-neve che fiancheggiavano la ferrovia; stupore e poesia i piccoli branchi di caprioli che dall’orlo dei boschi guardavano passare il nostro treno coperto di ghiaccioli e pareva impossibile che nel mondo ci fosse la guerra e noi armati.
Parecchio dopo Varsavia il treno si fermò in aperta campagna. Anzi eravamo vicini al Pripet. I partigiani avevano fatto saltare un ponte e bisognava aspettare che i tedeschi della OT lo rimettessero. Era la prima volta che sentivamo la parola «partigiani», non sapevamo nemmeno cosa volesse dire e intanto, rintanati nel vagone, giocavamo a carte vicino alle stufe roventi in grazia al carbone rubato ai tedeschi. Come sempre perdevo e il mio compagno, il caporale dei portaferiti, si arrabbiava. Cosí tra una mano e l’altra sentimmo, e io l’afferrai a volo, una frase rotta gridata da fuori:
– Io Italia. Io guerra Italia. Io Asiago.
Dovete sapere che io sono di Asiago e a sentire questa ultima parola, detta cosí da uno straniero, buttai giú le carte e mi affacciai alla porta del vagone. C’era lí sulla banchina un uomo anziano, infagottato in un vecchio pastrano, con le gambe infilate in stivali di feltro; era grigio con i baffi giallastri e ridendo mostrava i denti radi e scuri.
Non poteva essere che lui che aveva parlato.
– Paesano, – gli gridai, – tu Italia? Tu Asiago?
– Sí, – disse, – io guerra Italia; io Asiago.
Con un salto fui a terra e gridando, giacché quando parli con uno che capisce poco la tua lingua gridi come se fosse sordo, gli dissi che io pure ero di Asiago. Pareva proprio di esserci incontrati tra paesani e mentre mi batteva la mano sulla spalla io gli stringevo le braccia.
Capii benissimo tutto quello che volle raccontarmi. Mi disse che aveva fatto la guerra del ’15 sulle mie montagne, che si trovò lí alla fine e che venne fatto prigioniero. Da prigioniero aiutò gli operai a sgombrare le macerie del paese e a seppellire i morti; mi parlò della fame che c’era tra di loro e di come le mie compaesane gli passassero le fette di pane.
Intanto i miei amici s’erano affacciati alla porta del vagone e seguivano il nostro animato discorrere. Dicevano tra loro:
– Rigoni ha trovato un compaesano in Polonia!
Lui intanto mi citava tanti nomi di località e di montagne che dovevo per forza credergli. Gli diedi da fumare e visto che aspirava avidamente il fumo gli diedi tutto il pacchetto. Mi fece cenno di aspettarlo lí e si avviò verso un gruppo di casupole saltellando tra la neve come una gracchia.
Faceva freddo e per riscaldarmi sbattevo le mani sotto le ascelle. Quelle case laggiú, dove era andato il mio polacco, erano raggruppate attorno a un pozzo dal lungo palo a bilanciere puntato verso il cielo grigio, ed erano larghe e basse con i tetti di paglia verde oliva che risaltavano tra il biancore della neve e il grigio del cielo. I camini fumavano lentamente e mi venne il ricordo della ritirata di Napoleone come è descritta in Guerra e pace e dei beccaccini che partono da queste parti per passare da noi e di tante altre cose piú per sensazione che per pensiero: giochi infantili tra la neve, la vecchia zia del nonno che faceva la calza per noi, caldo di stalle, odori, immagini remote e recenti. Quasi m’aspettavo di veder uscire da quelle case il mio fratello piú piccolo o la mia fidanzata e passare per le strade slitte cariche di legname tirate da cavalli fumanti.
Tutte queste cose e l’incontro con il paesano polacco e il muovermi che facevo sulla neve per non sentir freddo mi davano una dolce e allegra armonia.
Ritornò, il mio amico, portando un secchio di birra. Ne ho bevuta di birra in giro per il mondo, ma di simile no di certo; e mai, purtroppo, ne berrò. Giusta come temperatura, saporita, limpida, schiumosa e che lasciava la bocca profumata e desiderosa di berne ancora.
Tutto il tempo che il treno stette fermo si fermò anche lui. Io bevevo la sua birra portando il secchio alla bocca e chinando indietro la testa e lui fumava le mie sigarette. Mi raccontava della Polonia, dei tedeschi, della sua famiglia, di come riusciva a farsi la birra, della carestia e della fame, e degli ebrei che lavoravano sotto la sferza.
Gli domandai allora che cosa fossero i partigiani e qui sviò il discorso ritornando a parlare di tabacco.
Passò il frenatore a battere con il lungo martello sulle ruote del treno; venne l’ufficiale di servizio per vedere se c’eravamo tutti e svuotai la birra ch’era rimasta nelle gavette dei miei compagni. Riempimmo di gallette il secchio che era rimasto vuoto.
La locomotiva fischiò, il trombettiere suonò l’avanti e il treno, quel lungo treno che andava all’Est e trasportava tanti alpini, sferragliando riprese la sua strada verso la guerra.
Il polacco, il mio compaesano polacco, stette lí con i piedi nella neve finché non fu che un piccolo punto lontano, ma ancora vedo il suo braccio che agita il berretto in segno di saluto.
Quando venne sera accendemmo i lumi a nafta e il treno penetrò nella notte del Nord passando foreste d’abeti curvati dalla neve per lande battute dal libero vento, sfiorando villaggi addormentati, portando nel suo ventre uomini giovani e stranieri che andavano alla guerra.
Intanto, sdraiati nella paglia uno a fianco all’altro, dormivano sognando montagne e ragazze. Ma uno quella notte non dormí. In un angolo del vagone, accompagnato dal ritmo delle ruote sulle rotaie, pensava, per la prima volta in vita sua, al destino della povera gente, alla guerra che pretende che la povera gente s’ammazzi a vicenda e si chiedeva:
«Chi ritornerà di quanti siamo su questo treno? Quanti compaesani uccideremo? E perché?»
Giacché al mondo siamo tutti paesani.
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