Korimba

Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

la bottiglia ritrovata

italian

Save as PDF
In quell’ottobre del 1917, dopo mesi di trincea tra Monte Palo e Toro di Moline, il battaglione era sceso a riposo, finalmente, nella zona di Marostica. Era da maggio, da quando erano saliti sull’Altipiano per l’offensiva che avrebbe dovuto ristabilire il fronte rompendo le difese austroungariche a Zebio, Forno e Ortigara, che il battaglione era sempre rimasto nelle trincee di prima linea, o a ridosso di queste per lavori campali. Era ora che i soldati potessero camminare senza abbassare la testa per le pallottole, o sdraiarsi senza tendere l’orecchio alle artiglierie, o accendere la pipa in pace, in ozio, anzi sotto un albero, e giocare a scopa seduti a un tavolo d’osteria. Quel pomeriggio d’autunno il tenente colonnello, dopo il rapporto ufficiali, disse al sottotenente Roero: – Domani dovrebbe rientrare dalla licenza il suo collega Villanova e cosí domani l’altro potrà partire lei. Il suo foglio di licenza è già pronto, manca la data e la mia firma.
Giovanni Roero si allontanò dal Comando – era in una casa di contadini – con il cuore allegro e il passo svelto: erano sette mesi che non abbracciava i suoi e la ragazza! E poi, dopo quell’inferno del mese di giugno che alla fine l’aveva visto ancora in piedi e senza ferite serie! Per questo aveva dovuto pagare da bere ai colleghi superstiti perché, aveva detto il suo capitano Busa, è raro, rarissimo, che un ufficialetto di prima nomina se la scapoli cosí a buon mercato pur facendo buona figura verso il plotone.
Il capitano Enrico Busa non lasciava passare occasione per brindare, o per mangiare un buon pasto. Non che fosse un mangione o un beone: gli piacevano le cose buone, l’amicizia e l’allegria, e proprio per quella sera d’ottobre aveva organizzato in un’osteria di San Luca una cenetta a base di polenta e tordi e vino di Fara per i suoi ufficialetti; e a questa cena per festeggiare il «riposo» dalla prima linea aveva invitato anche il capitano Monelli e un amico d’infanzia, medico condotto da quelle parti.
Fu una bella sera, si cantò, si brindò alla vita. Il capitano Busa con l’amico medico volle ricordare il tempo dell’università e di quando andavano a morose nei paesi su per le montagne, e certi piatti di polenta e vitello che la nipote del medico preparava per loro tra il dicembre e il febbraio: vitello da latte cucinato con olio burro e rosmarino, polenta maranella, vino nostrano, un sorso di grappa da sentieri.
Giovanni Roero ascoltava con gli occhi un po’ lucidi; il suo animo era intriso di riverenza e devozione verso il capitano che usava scherzare anche quando le cose si mettevano male: ascoltava quei vecchi amici parlare e un giorno avrebbe voluto essere come loro. E poi era felice per la licenza promessa. Tra una pausa e l’altra il pensiero andava al viaggio che l’indomani avrebbe intrapreso verso casa. Gli sarebbe stato piú conveniente andare per Vicenza o per Thiene? Come erano gli orari dei treni per Torino? Sarebbe riuscito ad arrivare a casa in serata? Chissà che sorpresa per i suoi! Ma bisogna avere prima il foglio di licenza in mano, perché con la naia può capitare di tutto…
Il sottotenente Roero quella mattina del 12 ottobre 1917, a Vicenza, salí sul treno per Torino, dove giunse prima di notte. Il capitano Busa gli aveva ordinato, piú che ritornare in tempo allo scadere degli otto giorni, di portargli qualche bottiglia di bonarda, un vino, diceva, che gli andava giusto. Quei giorni passarono troppo in fretta. Giovannino era coccolato dalla madre, guardato con ammirazione dai fratelli minori, amato dalla ragazza e con orgoglio il padre lo portava a prendere l’aperitivo al Cambio. Ma quando ritornò nei pressi di Marostica non trovò piú il suo battaglione, e al Comando Tappa gli dissero che doveva raggiungerlo in linea nei pressi di Prà Campofilon, sull’Altipiano.
Lo zaino era pesante perché oltre alle cose personali, biancheria e maglie che sua madre volle portasse da casa pulite e nuove, aveva aggiunto tre bottiglie di bonarda per il suo capitano e una bottiglia di grappa che a Vicenza, in attesa di un mezzo per Marostica, aveva comperato allo spaccio della stazione. Al Comando Tappa chiese se c’era qualche camion che avrebbe dovuto salire verso il fronte. Era pronta, gli dissero, una colonna di 18 BL carica di munizioni d’artiglieria, da scaricare a Campomulo.
Salí sul terzo camion, accanto all’autista. Gli automezzi montavano per i tornanti di Conco, ma giunti nei pressi di Campomezzavia aspettarono che scendesse la sera per non essere visti dal nemico dall’alto degli osservatori del Monte Mosciagh. Ripresero la marcia distanziati e con le luci al minimo, anche se la strada tra Bertigo e Gallio era mascherata da stuoie di canna e da teli di iuta. A Campomulo si fermarono a scaricare i grossi proiettili e il sottotenente Roero proseguí a piedi lungo la strada per Fiara. Ogni tanto incontrava una batteria, un Comando, una sussistenza, un ospedale da campo. Ai lati della strada, ogni due o tre chilometri, un focherello denunciava la presenza di un posto di corrispondenza riparato agli sguardi dove attorno al fuoco un paio di portaordini immalinconiti, ciondolando dal sonno, stavano ad attendere un messaggio inutile di qualche comandante insonne che voleva rompere le scatole a chi in linea aveva ben altre cose da fare.
Quando venne l’alba si trovò a camminare nel Boscosecco. Il biancore scendeva dagli alberi e lentamente il bosco riprendeva tutte le sue forme vive, le sue luci e i suoi suoni. Ma anche qualche fucilata lontana e lo scoppio di qualche granata punteggiava il giorno che nasceva. Lo zaino incominciava a pesargli, sentiva gli spallacci sulle spalle e con le mani dietro la schiena cercava di sollevare il peso. Ma il battaglione non doveva essere lontano; all’ultimo posto di corrispondenza gli avevano detto che poco dopo le vecchie casare in travi, un camminamento profondo e ben nascosto in mezzo al bosco portava al Comando.
Lasciò la strada militare, non si infilò nel camminamento ma prese un sentiero che un tempo era stato dei pastori. Dopo un poco si levò lo zaino e si sedette ai piedi di un vecchio peccio. Come gli sembrava lontana la guerra! e come ancora caldo il ricordo della licenza. Non sentiva ancora la melanconia ma una dolcezza felice innondargli il cuore, e sulle labbra ancora il sapore dei baci. Dal taschino della giubba estrasse un portasigarette d’argento che aveva intrecciate due iniziali: CG. «Portalo sempre nel taschino, – gli aveva detto quella sera, – ti proteggerà il cuore». Levò una sigaretta e l’accese.
Chiudendo gli occhi verso il sole, si appoggiò contro il tronco. Quando li riaperse vide camminare lungo il sentiero un gallo cedrone e rimase immobile a osservarlo finché scomparve dentro i cespugli di una radura. Si rialzò, si rimise in spalla lo zaino e riprese il cammino. Il gallo cedrone s’involò con fracasso dalla radura, lui ebbe un sobbalzo e poi sorrise per il suo batticuore.
– Siamo in ritardo, signor Roero! – gli disse il tenente colonnello al Comando. – Doveva presentarsi entro la mezzanotte e sono ormai le nove!
– Ieri pomeriggio ero a Marostica, ma il battaglione era partito.
– Lo so, ma se non arrivava entro mezzogiorno la davo per disertore. Si presenti subito dal suo capitano!
Il capitano Enrico Busa, nel ricovero sul rovescio della trincea di prima linea disse nel rivederlo: – To’, guarda qua el bocia che el ne gà trovà! – E a lui: – Ti sei ricordato della bonarda?
La linea della prima trincea correva lungo la cresta di monte Palo; quella austriaca lungo le pendici del Corno Bianco. Quel settore era calmo e i contrapposti soldati non avevano velleità se non quella di scavarsi tane e ricoveri ben protetti e fare scorta di legna per l’inverno, ben ricordando come quello precedente li avesse sepolti sotto metri e metri di neve, tanto che la guerra la dovevano fare con il badile e non con il fucile. Il sottotenente Giovanni Roero riprese il comando del suo plotone e i suoi soldati, nel rivederlo, lo accolsero con: – La gà magnà la licenza, signor tenente! Adeso gavimo un leto duro!
Il suo baracchino, due metri per tre, era ben scavato dentro la montagna e protetto con muretti a secco e tronchi e terra. Mandò il suo attendente al magazzino per ritirare il saccopelo, le coperte, il moschetto, l’elmetto e quanto altro aveva depositato prima di partire per Torino. Intanto disfece lo zaino levando le tre bottiglie di bonarda per il capitano e la bottiglia di grappa comperata a Vicenza. Ma la grappa non voleva offrirla alla mensa ufficiali: pensava di aprirla quando sarebbero venuti il freddo e la neve, e un sorso avrebbe riscaldato il cuore alla pattuglia o alle vedette. Si guardò attorno per cercare un luogo dove riporla. Levò una pietra dal muretto e poi un’altra, con le mani ripulí e allargò lo spazio nel profondo, nascose dentro la bottiglia, rimise sopra una zolla di terra e una falda di muschio. E la lasciò lí.
Passarono quindici giorni tranquilli, ma la guerra ha le sue leggi di logica e sintassi, dice von Clausewitz, e per fare piú sicuro il fronte venne l’ordine di ripiegare sulla linea delle Melette, predisposta ancora da Cadorna e resasi necessaria dopo la rotta di Caporetto. Il giorno 27 ottobre il comandante della 1ª armata, Pecori Giraldi, scriveva ai Comandi dipendenti: «Grave è il compito nostro in questo momento, ma pari all’altezza di esso dovrà essere la nostra tenace volontà di resistere a qualunque costo…» E poi, rivolgendosi agli ufficiali: «… Facciamo appello al loro patriottismo, alla loro massima energia, al loro spirito di abnegazione e di sacrificio per infondere alle truppe fede nel buon successo, che non può mancare se tutti concordemente faranno il massimo per resistere. Ricordo il nostro compito: l’armata deve costituire una barriera insormontabile per il nemico e impedirgli ad ogni costo di sboccare in piano…»
Ma ai soldati in trincea quelle parole non arrivavano, nemmeno al sottotenente Roero, nemmeno al capitano Busa e quando la notte del 9 novembre arrivò improvviso l’ordine di ripiegamento il primo a mugugnare fu proprio il capitano: – Apena te credi de esere ben intanà, eco che i te stana e riva l’ordine «zaino in spala riposo». E proprio stasera se mete a nevegare –. E ai sottotenenti chiamati a rapporto per stabilire l’ordine di ripiegamento della compagnia, e chi doveva restare di retroguardia per mascherare il movimento disse: – Avanti, bocie, coraio, bisogna andare indrio.
Il sottotenente Roero era stato comandato di retroguardia. Il plotone si era sparso lungo tutta la trincea tenuta dalla compagnia con l’ordine di sparare ogni tanto una fucilata e tenere accesi i fuochi nei ricoveri per dare agli austriaci l’impressione che tutto fosse normale. Un’ora prima dell’alba anche questi ultimi abbandonarono le postazioni, le trincee e i ricoveri che tanto lavoro erano costati, e dove anche avevano sperato di passare un inverno tranquillo. Camminavano guardinghi e in silenzio, ogni tanto tendendo l’orecchio.
Nevicava. Quando furono nei boschi di Fiara, dove li aspettava la compagnia, al vedere il capitano Busa con sulle spalle un telo da tenda e il cappello che gocciolava come una gronda, il sottotenente Roero si ricordò con grande rammarico di aver dimenticato la bottiglia di grappa in quel nascondiglio dove l’aveva deposta al ritorno dalla licenza. Ormai era troppo tardi per andare a riprenderla; forse lí c’erano già gli austriaci e sperò solo che non la trovassero. Di questo non volle parlare nemmeno al suo capitano che gli era accanto: chissà che pipa gli avrebbe smoccolato! Averla ora quella bottiglia!
Camminarono sotto la neve e la pioggia fino al Nodo delle Melette dove avrebbero dovuto fare una «barriera insormontabile per il nemico ed impedirgli ad ogni costo di sboccare in piano».
In quella prima quindicina di novembre, sotto gli occhi dell’imperatore Carlo, che una Commissione araldica aveva già nominato «Margravio di Asiago», austriaci e bosniaci, appoggiati da trecentocinquanta cannoni, attaccarono il Nodo delle Melette con lo scopo di aggirare le difese del Grappa e la linea del Piave. Da lassú già vedevano la pianura veneta.
Il cannoneggiamento fece ribollire il Monte Fior, Castelgomberto e Tondarecar e, dopo, battaglioni e battaglioni di austriaci e bosniaci vennero all’assalto. Mitragliatrici, fucilate, bombe a mano, arma bianca, corpo a corpo. Fu qui e cosí che Giovannino Roero finí la sua vita il 15 novembre. Il giorno prima aveva ricevuto una lettera d’amore e gli pareva, come un cavaliere antico, di lottare per la donna amata. Enrico Busa riuscí a vivere fino al 5 dicembre. Quest’uomo che amava la vita, l’amicizia, la buona compagnia; che da civile faceva il segretario comunale in un nostro comune a mezza montagna, assieme a pochi alpini superstiti di tante battaglie, cadde combattendo come un leone dopo giorni e giorni di asprissima lotta. Girando lo sguardo a mezzogiorno vedeva Bassano, le colline di Marostica, i Colli Berici e Euganei, il Brenta fino alla Laguna e Venezia: lottava per gli amici, per le donne amate che erano laggiú, per il buon vino di Fara. Per lui la patria era una cosa troppo astratta. Morí cosí, e il suo corpo fu uno dei tanti senza nome, nel mucchio di Malga Lora dove, senza nome, c’era anche quello di Giovannino Roero.
Da questi fatti che ho cercato brevemente di raccontare con immaginazione e realtà, erano giusti passati trent’anni. Una domenica di fine novembre del 1947, un paio d’ore prima dell’alba, mi ero messo in cammino con lo schioppo e la cagna per cercare di portare a casa un lepre, o un forcello, o magari un gallo cedrone da accompagnare alla polenta. Il tempo era da neve e appena si riusciva a distinguere il biancore della strada; camminavo con il mio solito passo e i ricordi accompagnavano il mio andare. La cagna ogni tanto correva avanti, annusando i margini della mulattiera dove erano passati i caprioli.
Giunsi al cimitero dei Turchi, dove erano stati sepolti i soldati bosniaci caduti nel ’17, che incominciava l’alba e, dopo aver mangiato un pezzo di pane e formaggio e bevuto dalla borraccia, caricato lo schioppo e armati i percussori, con passo leggero, occhi e orecchi all’erta mi misi in caccia. Incominciai con il perlustrare i ripiani di Fiaretta attorno allo Scoglio del Tasso, quindi le Buse Magre e poi il Boscosecco: erano posti da galli cedroni e poteva darsi il caso di sorprenderne uno al pascolo mattutino. Li trovai, anche, ma per qualche motivo non sparai. Sparai, invece, a un lepre bianco nelle Buse del Mitterbald e la cagna me lo portò tutta ambiziosa e scodinzolante; ma anch’io ero contento e ambizioso, e buono il peso nello zaino, dove l’avevo riposto.
Intanto era incominciato a nevicare e dopo un poco il bosco era diventato tutto bianco. Ero preoccupato, non per la neve, che tanta sempre ne ho calpestata, ma per un guardacaccia che avrebbe potuto contestarmi una multa e il sequestro del lepre. E non avevo testimoni da poter confermare che avevo sparato quando la neve non aveva ancora coperto il terreno.
Ripresi a camminare verso il monte Palo. C’era proprio un bel silenzio! Speravo, in quei paraggi, di alzare magari un gallo forcello (ai tetranoidi si poteva sparare anche con la neve): per mia moglie, per il bambino e per me, con il lepre che già c’era, avremmo avuto carne per piú di una settimana. Non trovai nessun forcello; solo una gallina raminga nella Busa delle Terre More. Ma intanto mi si erano raffreddate le mani che ancora risentivano del gelo della Russia; anche i piedi erano bagnati, e le spalle. Mi misi sulla strada del ritorno senza passare da Colombara e Zebio come avrei voluto. Dal Fontanello dove mi ero fermato a bere, vidi che nelle Casare di Boscosecco doveva esserci qualcuno perché un fumo bianco e leggero si alzava tra la neve che ora, rada e leggera, stava per cessare: «Andiamo a vedere chi c’è lí, – mi dissi, – magari intanto mi riscaldo e mangio un boccone».
Prima di entrare scaricai lo schioppo, mi ripulii un poco dalla neve dicendo: – Permesso, gente! – e mentre sentivo: – Avanti, – spinsi la porta.
Distinsi subito la voce, era di Albino Vu, il recuperante solitario un poco strano e tanto saggio. Era lui che mi riforniva la polvere delle cartucce austriache per caricare le cartucce da caccia. La cagna si scrollò dalla neve e andò verso il focolare.
– Hai visto la bolpe qui intorno? – mi chiese. – È qui che gira…
– Ma voi non avete lo schioppo, e lei lo sa.
– Eh! È furba la bolpe!
– Ho però trovato un bel lepre bianco nel Mitterbald…
– E io lo sequestro e le faccio il verbale.
A dire cosí era stato Nane Monco, il guardacaccia piú guardacaccia di tanti conosciuti perché correva e camminava per le montagne giorno e notte quasi senza mangiare: era capace di fare anche dieci chilometri di corsa per controllare uno sparo, o di seguire per una giornata intera un cacciatore senza farsi vedere per studiarne il comportamento. Era rimasto in un angolo in ombra e non l’avevo notato; forse si era anche nascosto nel vedermi arrivare. La storia della volpe Albino Vu me l’aveva detta per mettermi all’erta, ma non l’avevo afferrata.
– Ho sparato stamattina prima che cominciasse a nevicare e il terreno non era ancora coperto dalla neve.
– Io so solo che lei ha ucciso una lepre.
– Ma non ha sentito la schioppettata?
– Ne ho sentito piú di una in giro per le montagne.
– L’ho sentita io, – disse Albino Vu, – ero poco lontano e posso dire che ho sentito lui chiamare la cagna. Diceva porta! porta!… E non c’era la neve.
Anche Nane Monco sapeva che Albino Vu era uomo di una sola parola e, quanto detto, l’avrebbe affermato davanti a chicchessia.
– Se è cosí… per questa volta.
Mi avvicinai al fuoco per riscaldarmi e asciugarmi un poco. Dallo zaino levai due fette di polenta e un pezzetto di formaggio e chiedendo permesso all’Albino Vu le posai su una graticola sopra la bracia. Diedi alla cagna un pezzo di pane vecchio e la crosta del formaggio; dalla tasca levai la scatola del tabacco e le cartine. Offersi da fumare a Nane Monco che era uscito dal suo angolo buio; senza dire una parola si arrotolò una sigaretta. Il fumo delle sigarette si confondeva con quello che evaporava dai nostri indumenti. Nessuno parlava e Albino gironzolava per i vani della casara. Sentimmo due fucilate dalle parti del Colombara; Nane Monco ebbe uno scatto, buttò la cicca nel fuoco: – Hanno sparato sul Colombara, – disse, e andò fuori con il suo passo da lupo senza dire altro.
Albino si avvicinò al fuoco e si sedette. Incominciai a mangiare la mia polenta calda con il formaggio. – Quello è un’anima in pena, – disse Albino, – e poi mangia poco perché è carico di figli –. E dopo: – Come va giú in paese? Hai visto il mio amico Gigi?
Gigi era un signore che era venuto dalle nostre parti per ragioni di salute: polmoni guasti, diceva la gente. Aveva una potente motocicletta e, con questa, faceva le acrobazie per le strade che allora erano deserte. Si incontrava sempre con Albino Vu quando scendeva dalle montagne per la spesa; allora, assieme, facevano la ciucca all’Osteria della Pesa.
– Sta bene, credo, – dissi. – L’altro giorno l’ho visto passare con la sua motocicletta.
Albino si allontanò dal fuoco; andò nel vano della casara dove teneva il materiale di recupero e da lí mi disse: – Ti serve un po’ di polvere austriaca? Ne ho una bottiglia di asciutta.
Ritornò verso il fuoco con due bottiglie, una scura e una chiara: – Questa te la regalo, – disse porgendomi quella scura. – O magari alla prima occasione me la ritorni piena di crema marsala. Questa, – disse poi sedendosi, – l’ho trovata in un baracchino sul Palo, dove sono le trincee italiane.
Pareva contenesse acqua limpida, ma il tappo sigillato con il cappuccio di stagno poteva dire altra cosa.
– Era dentro un muretto di un baracchino. Avevo visto che mancava un sasso, ho levato via il muschio e la terra e ho messo dentro la mano credendo di trovare cartucce e invece c’era questa bottiglia. Penso sia cosa da bere. Hai un cavatappi?
Avevo in tasca un coltello moltiusi, Albino mi passò la bottiglia. Aveva sul vetro dei resti di etichetta dove si potevano decifrare alcune lettere: LLO… CIA… ORI.
– Credo sia grappa, – dissi.
– Apri, allora.
Con la lama levai lo stagno e piano, con attenzione, avvitai il tappo: – Ora levatelo voi, – dissi ad Albino.
Albino Vu tirò a sé con forza il coltello e lentamente il turacciolo incominciò ad uscire. Con lo stappo uscí anche l’odore della grappa che per tanti anni era stata rinchiusa lí dentro. Albino Vu annusò con gusto, poi con calma svitò il tappo dal cavatappi: – E adesso l’assaggiamo, – disse.
Posò la bottiglia sulla panca e andò a prendere il bicchiere da una mensola. Versò un dito di liquido dalla bottiglia, annusò ancora; la fece annusare anche a me: – È proprio grappa buona, – dissi.
La gustò lentamente, guardando il fuoco in silenzio: – Oggi ho fatto un buon recupero. Bevi un poco anche tu, – disse porgendomi bicchiere e bottiglia.
Era ripreso a nevicare, la cagna si era addormentata poggiata alle mie gambe, i miei abiti si erano quasi asciugati e c’era un buon silenzio. Il calore del fuoco, l’amicizia che sentivo venire da Albino, il lepre che avevo nello zaino, i tre sorsi di grappa creavano un buon vivere. Mi arrotolai ancora una sigaretta di trinciato.
Albino richiuse la bottiglia con il suo tappo che figurava essere ancora buono e poi andò a riporla da qualche parte. Lui si sarebbe fermato in quella casara per tutto l’inverno, fino a marzo, come un orso in letargo, con pochi viveri e un fuoco. La bottiglia di grappa diventava la sua medicina e il suo tesoro. Quando ritornò accanto al fuoco che avevo ravvivato, disse: – Chissà che fine ha fatto quel soldato che l’ha dimenticata. Probabilmente è morto in battaglia, se no l’avrebbe presa.
Mi alzai in piedi per riprendere la strada verso casa. Nessuno aveva l’orologio, ma potevano essere le due pomeridiane. Misi lo zaino in spalla e presi lo schioppo. Al mio movimento si alzò, stirandosi, anche la cagna: – Vado verso casa, – dissi, – saranno le due. Grazie per il fuoco e per la grappa. Credo ci rivedremo in primavera, quando scenderete in paese.
Mi accompagnò fino alla porta: – Stai attento alla bolpe! – mi raccomandò.
Quando mi girai verso la malga, nel riquadro nero della porta, tra la neve che cadeva dolcemente, c’era Albino Vu che guardava mentre mi allontanavo. Con le mani gli feci un cenno di saluto. Non mi rispose, si ritirò e richiuse la porta.
Save as PDF