la scure
italian
In quella mattina di primo inverno era stato un continuo stacco e un continuo ritorno. E il ritornare era piú doloroso che il partire. Restava fermo, il corpo, dentro il letto e la finestra inquadrava un’alba grigia e un abete scuro.
Tutto lo scalpiccio, il bollire delle siringhe, il ronzio degli strumenti che aveva fatto arrivare il professore, la ricerca delle medicine e, infine, la barella e l’autoambulanza erano cose che non mi riguardavano perché venivano fatte per quella parte di me che aveva deciso di abbandonarmi. Solo che quell’altro luogo dove doveva andare quello che di me era l’essenza, e che a tratti in questi momenti intravedevo, non era poi come lo avevo pensato: non colline boscose con ruscelli, non praterie con fiumi, non montagne azzurre con torrenti; nemmeno i cari amici e le care donne amate, né notti limpide, né albe, né animali e uccelli da cacciare senza far morire. Non era cosí, no. Intravedevo solidi luminosi di luce propria in un liquido grigio e pure luminoso: e tutto dava il senso di una grande pace. Fuori da ogni immaginazione. (Ma io, ora, continuo a sperare che oltre questi solidi geometrici con luce propria in un liquido grigio ci sia quell’altro luogo: il mio).
Dopo una settimana di ospedale chiesi come ero orientato; dove guardassero le finestre della stanza, a che piano ero. Rimasi male quando mi disse che avevo la testa a sera e i piedi a mattina. La finestra guardava a mezzogiorno e nel cielo plumbeo a segnare il tempo era solo il volo dei corvi. Lei mi spiegava che si vedeva il bosco con una fascia di pascolo e una casara e, piú basso, un altro dosso boscoso di fitti abeti. Capii che quello lassú era il posto dove nelle sere di ottobre si aspettava il volo della beccaccia e dove in primavera si vedono i branchi di caprioli al pascolo. Vicino alla casara c’è un grosso abete bianco.
– Lo vedi? – chiedevo. – È là, sai, che alla prima neve viene a svernare un vecchio urogallo. Tutto l’inverno rimane su quell’abete, da anni. E lui mi conosce.
– Non parlare, ti stanchi, – lei mi rispondeva. – Immaginalo pure ma non parlare.
– E quel dosso basso allora non era cosí: la guerra aveva tutto distrutto quel bosco. Vedevi solo trincee e scavi e reticolati: da bambino andavo a scavare le cartucce, dopo vi crebbero lamponi e fragole, dopo, ancora, rimboschirono e con mia cugina andavo a raccogliere i funghi. Quanto saranno alti quegli alberi, ora?
– … basta, non parlare. Non vuole il professore. Vuoi che ti legga il giornale? –
– … non me ne importa niente del giornale.
Un pomeriggio venne a trovarmi il guardacaccia; odorava di bosco, di tabacco e di aria libera. Restò impacciato in fondo al letto rigirando tra le mani il cappello e in quella stanza bianca di medicina e di silenzio mi parlò della nostra riserva alpina, di come si era chiusa la stagione, quanti animali erano rimasti vivi, quanti abbattuti. Fui felice nel sentire che gli urogalli del bosco della Bulda nessuno li aveva trovati, che ancora intatta era tutta la famiglia. Arriverò a sentirli cantare la primavera prossima? Pure, anche se non ci sarò, è bello sapere che loro ci saranno. Ma la novità del guardacaccia era questa: che nei boschi a sud è stata accertata la presenza di una famiglia di cervi. Erano stati visti piú volte. Che lo chiedessi per conferma qui al Walter, il meccanico dell’ospedale. Ricordavo una fotografia che avevo visto in casa di vecchi amici: sullo sfondo del bosco tre cacciatori vestiti all’antica posavano attorno a un grande cervo; anche i cani erano in posa. Dietro c’era la data: bosco dei Meltar, settembre 1901. Dopo d’allora piú nessun cervo era stato visto; ed ecco che ora ritornavano. Che siano venuti per prendermi?
Piú tardi chiesi all’infermiera se era possibile vedere il Walter. È vero, mi confermò lui. I cervi chissà da dove sono venuti. Piú volte i suoi cani li avevano scovati e inseguiti: alla piana dei Meltar, al Prunno e anche alla Luka e alla Busa della Tanna. Il maschio ha un bellissimo palco e correndo nel bosco, con la testa portata all’indietro, fa un fracasso da mettere paura.
– E non hai sparato? – gli chiesi.
– No, – rispose lui. – Mi dissi: non sparare Walter. Eh no! urlai a mio fratello. Non sparare! E poi ci siamo passati parola tra noi segugisti per proteggerli e lasciarli in pace a prolificare, finché ce ne saranno tanti come i caprioli.
– Sarebbe meglio farli proibire in calendario, – dissi, – perché se quando viene la neve si spostano verso la Pedemontana è finita per sempre.
Mi venne l’angoscia in fondo alla gola perché pensai che anche per me era finita per sempre: non piú le albe tra i larici rossi e i mughi cupi, non piú l’ottobre dentro il bosco umido e odoroso di terra viva, non piú il sole di striscio sui falaschi dei beccaccini. Nascosi la testa sotto il lenzuolo e lei mi disse: – Vuoi dormire? Abbasso le tapparelle?
Da giorni il cielo s’era ingrigito, ogni tanto qualche fiocco di neve scendeva leggero, ma non riusciva a imbiancare: era troppo freddo. Tirandomi un po’ su riuscivo a vedere dal letto una striscia di bosco e immaginavo lí dentro i cervi.
Una mattina ci fu grande silenzio; anche le preghiere delle suore erano lontanissime: al di là delle corsie, e delle pareti, e delle mura, e dei boschi, e delle montagne. Forse venivano, quelle preghiere, da dove erano i solidi geometrici di luce propria. Attraverso la finestra scendeva la neve.
Fu come se la stanza dove ero disteso dentro il letto bianco si staccasse da tutto il resto del fabbricato e se ne andasse per conto proprio come una mongolfiera, o meglio come un palloncino colorato nel cielo di aria buona e di neve: sopra i boschi dei cervi, sopra le case degli uomini. Tutto appariva nuovo come il giorno della Creazione dopo un milione di anni luce. Cosí era stato allora. Nel 1945.
Il Lager avrebbe dovuto restare dietro le spalle, lontano; in una landa della Polonia. Ma non era perché le baracche allineate nei blocchi, i reticolati con sopra, alte come su trampoli, le torrette delle mitragliatrici mi seguivano. Camminavo da centinaia di chilometri e attorno restavano sempre queste cose: mi attorniavano come un abito. Reali, non di impressioni o di aria, e non riuscivo a liberarmene. Forse neanche tentavo, anche se fisicamente ero riuscito a scappare e a camminare, come fossi libero, per pianure e boschi e montagne fino al giorno in cui l’acqua scese dall’altro versante. La neve di queste ultime montagne, che avrebbero dovuto essere le mie, era ancora neve di steppa. Le erbe e le chiocciole che mangiavo non erano ancora erbe e chiocciole ma pur sempre restavano rape guaste e sabbiose.
Anche la pianura e la festa per la Liberazione e il giorno della pace, in quel maggio del 1945, non erano ancora per me. Non mi accorgevo delle rondini, del suono delle campane, dei fiori dei ciliegi, del canto dei tordi, delle api sui colchici, perché ancora avevo i comandi urlati. Come frustate su un animale che non reagisce. Neanche la strada dove avevo giocato, la casa dove ero nato, la tovaglia bianca sotto la luce riuscivano a estraniare la fame, il freddo, le battaglie, le morti innaturali, il Lager.
Di notte, nel sonno, urlavo. Di giorno andavo per i boschi senza sentire i fringuelli, senza vedere le tracce del capriolo, senza odorare il sambuco. E non cercavo nessuno.
Una mattina sentii battere una scure sul fianco del monte: un rumore nuovo. La scure di un legnaiuolo, non la mitragliatrice, e lo avevo percepito.
Camminai per il sentiero, quasi corsi sul filo di quel suono, e quando fui vicino mi fermai. Alzando la testa vide che lo guardavo; mi salutò sorridendo; staccò da un ramo la borraccia di legno, fece spillare l’acqua e me la porse: – Vuoi bere? – disse.