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Stories by mario rigoni stern

miserere nel vento dei carpazi

italian

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Le genti di confine di questa nostra vecchia Europa, a causa delle vicende che fanno mutare Stati e governi, spesso si sono trovate in situazioni quanto meno assurde. Nel 1915 molte famiglie trentine che avevano dimostrato spirito di italianità vennero internate in Boemia, in Moravia e in Austria; quando poi la Grande Guerra si estese vennero evacuati verso l’interno dell’Impero austroungarico tutti i paesi che erano a ridosso del nostro fronte. Diversi giovani, per lo piú studenti dei ceti medioborghesi, passarono i confini per arruolarsi nel regio esercito italiano; circa settecento furono i volontari che formarono la legione trentina, associazione ideale piú che reparto organico, perché, per ovvie ragioni politiche e militari, questi trentini venivano assegnati e dispersi in diversi reggimenti. Tra le mie montagne dell’Altipiano molte lapidi restano a ricordare i giovani «irredenti» che preferivano morire in combattimento piuttosto che cadere prigionieri, in quanto la fucilazione come traditori e disertori sarebbe stata la loro fine.
Ma tra la gente di frontiera e di diverse nazionalità vi erano pure quelli che restavano leali cittadini e con fedeltà servivano il governo legale. Queste scelte di coscienza per l’una o l’altra parte (nazionalismo: male d’Europa!) erano fatte per lo piú da nobili, o da intellettuali, o da benestanti, perché la povera gente «seguiva il destino», come sempre aveva fatto da secoli.
Nell’estate del 1914 l’Austria-Ungheria aveva richiamato alle armi ventidue classi di leva e quando, nel 1915, entrò in guerra l’Italia, ne richiamò altre dieci.
Quarantamila trentini e migliaia di giuliani, con la divisa dei Landesschützen e dei Kaiserjäger, partirono per la guerra: molti non ritornarono piú; quindicimila sopravvissuti, dopo essere finiti in Siberia, ritornarono attraverso la Cina, il Giappone, l’America, l’Inghilterra, facendo cosí letteralmente il giro del mondo.
Oramai, per lo scorrere naturale del tempo, sono rimasti in pochi; ma in certe valli, in certi paesi e città del Trentino qualcuno ancora vive; come pure vivono alcune donne russe di nascita che questi ex soldati dell’Impero asburgico, ritornando a baita intorno al 1920, si erano portate a casa come loro spose. Il padre ormai centenario di un mio amico ancora ricorda e racconta di quando era in Siberia, contabile in un mulino da grano, e di come avevano insistito perché là restasse anche quando i bolscevichi presero il potere.
Due libri, uno a cura di Camillo Medeot, Friulani in Russia e in Siberia (1914-19) (Gorizia 1978) e l’altro di Renzo Francescotti, Italianski (Bologna 1981), ci raccontano le vicende e le testimonianze di questi italiani, e leggerli e guardare le fotografie e i disegni di quel tempo è come ritrovare un pezzo di storia sconosciuto ai piú.
I trentini e i giuliani di leva, nel 1914, si erano trovati sulla linea del fronte, in Galizia, e il 17 agosto, inquadrati in nove reggimenti nel corpo d’armata dell’arciduca Giuseppe Ferdinando di Toscana, parteciparono all’offensiva contro l’esercito dello zar comandato dall’arciduca Nicola di Russia. Dopo un primo successo che li portò oltre il Bug, furono contrattaccati e le armate dello zar entrarono nel territorio di Francesco Giuseppe occupando Leopoli e mettendo in crisi tutto il fronte orientale.
A parte la famosa fortezza di Przemyśl che venne assediata dalla 3ª armata russa, la Galizia e la Bucovina vennero quasi interamente occupate e quaranta divisioni austroungariche pressoché distrutte. Molti soldati di lingua italiana caddero in questi cruentissimi combattimenti, molti vennero fatti prigionieri. Si richiamarono alle armi altre classi; ragazzi di diciassette anni e padri di molti figli vennero mandati a rinsanguare i reparti al fronte, dopo breve istruzione nelle caserme di Innsbruck e di Graz.
In un secondo sfortunato scontro, la battaglia della Vistola tra il 20 e il 27 ottobre dello stesso anno, venne sgominata la Iª armata austroungarica, e nell’inverno i russi progettarono di invadere l’Ungheria e i Balcani attraverso i Carpazi.
Progetto ardito quanto difficile, tra montagne impraticabili, bufere spaventose e combattimenti feroci, con il costo di tante vite. Nel febbraio le armate dello zar attaccarono sui Beschidi e dopo aver insanguinato quei passi scesero verso l’Ungheria. In quelle condizioni ambientali impossibili si vennero a trovare i reggimenti dei soldati trentini e giuliani che erano stati trasferiti là dopo le battaglie estive.
Coloro che non caddero finirono prigionieri dei russi, e un cupo silenzio e un’ansia di notizie scesero sulle province italiane di governo asburgico; simili a quelli che nella primavera del 1943 avrebbero raggiunto dal Don le valli delle Alpi. Fu allora che in Trentino nacque una canzone popolare; si racconta di una sposa che parte dal paese e va a cercare il padre dei suoi figli: «Quando fui sui monti Scarpazi | miserere sentivo cantar. | T’ò cercato tra il vento e i crepazi | ma una croce soltanto ò trovà». Allora grida: «Maledetta sia sta guèra!» e vorrebbe seppellirsi in quella neve per restare vicina al suo uomo.
I prigionieri vengono avviati all’interno della Russia come tanti rivoli verso lontanissime contrade dopo incredibili sofferenze. Renzo Francescotti, insegnante di scuola media a Trento, ha potuto raccogliere diari e testimonianze prima che svanissero nel nulla. Racconta Clemente Fedele di Telve Valsugana:
Ci ritirammo nella fortezza di Przemyśl, camminando per una decina di giorni. Lí restammo circa un mese. Nel marzo del 1915, dopo aver combattuto in Polonia, ci inviarono sui Carpazi; nel mio reparto eravamo tredici italiani, quasi tutti trentini comandati da un sottufficiale austriaco. Fu allora che venni fatto prigioniero. La cosa avvenne molto semplicemente: uscimmo in perlustrazione, ma i russi ci aspettavano e dovemmo arrenderci. Fatti prigionieri, i russi ci fecero camminare per quindici giorni finché arrivammo a Kiev.
E Marino Bertolini di Caldonazzo:
Trovammo un soldato sdraiato sulla neve, ferito a un ginocchio. Lo mettemmo in una coperta e in quattro lo portammo con noi. Quando arrivammo alla fattoria ci accolse un gruppo di cosacchi a cavallo urlando e sparando in aria qualche colpo. Ci disarmarono prendendoci gli orologi e il denaro. Ci portarono al loro comando unendoci a una colonna di prigionieri in partenza per Leopoli.
Passarono il Dnepr, il Don, il Volga, gli Urali. Giorgio Cristelli di Pinè arriva sino a un villaggio del Caucaso che si chiama San Nicolò, cosí, all’italiana: San Nicolò. È abitato da lombardi, ticinesi e friulani, con un maestro italiano e una maestra russa che insegnano italiano, tedesco e russo; di un centinaio di abitanti, è stato fondato alla fine dell’Ottocento da nostri emigranti che laggiú avevano importato le colture della vite e di alberi da frutta.
Giorgio incontra una ragazza, Mariaska, di origine friulana, arrivata lí quando aveva tre anni, e la sposa. Altri prigionieri arrivano sul Bajkal, a Samarcanda, a scavare il canale Baltico-Volga, in Siberia. Anche tra costoro nasce una canzone, come in risposta a quella nata tra i monti trentini: «Siam prigionieri, | siam prigionieri di guèra | siam su l’ingrata tera | del suolo siberian…»
Nell’estate del 1915 il giornalista della «Stampa» Virginio Gayda, che si trovava a Pietroburgo, Vigilio Ceccato, un ex venditore ambulante di stampe nato a Cinte Tesino giunto in Russia quando aveva tredici anni e diventato influente proprietario di negozi e stamperie e fornitore imperiale, e la marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga ottengono dal governo russo che i prigionieri italiani siano riuniti a Kirsanov, piccola città nel governatorato di Tambov. (Lí ancor oggi esiste il monumento eretto da questi prigionieri a ricordo dei loro compagni caduti; di questa cittadina si parlò tanto quando si venne a sapere di soldati dell’Armir lí sepolti).
Il cavalier Vigilio Ceccato si diede da fare girando per tutte le Russie alla ricerca dei «prigionieri irredenti» e la marchesa Guerrieri Gonzaga si mise in contatto con ambasciate e governi per farli rientrare in patria. Ma poi nel 1917 venne anche la Rivoluzione d’Ottobre.
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