musil in trincea
italian
Quando nelle belle e silenziose sere invernali leggendo un libro incontro un paesaggio o un richiamo che ha come riferimento la mia terra, questa che gli avi scelsero mille anni fa scendendo dal Nord, sempre una emozione e un certo orgoglio mi prendono l’animo; e le sorprese e le scoperte sono numerose, tanto che mi pento di non aver tenuto una bibliografia delle citazioni o delle descrizioni, anche se certi libri, come quelli che narrano le vicende della Grande Guerra, sono numerosi e vasti.
Una sera, leggendo Andrea o I ricongiunti di Hugo von Hofmannsthal, mi soffermai pensieroso là dove si racconta del personaggio che venendo dall’Austria attraverso le Alpi Carniche per raggiungere Venezia qualche volta proseguiva nel viaggio sino alle mie montagne per incontrarsi con una amorosa vedova, e dice anche della arcaica lingua che qui si parlava. Con questo autore mi trasferisco in quel tempo, immagino il paesaggio e la gente di allora, e gli studiosi che da Oltr’Alpe o da Padova, pedibus calcantibus o a dorso di mulo, arrivavano fin qui. Come quel gruppo di inglesi guidati da Tuckett che qui giunse accolto festosamente nel 1870.
Ma persino nei Diari di Kafka – o era nelle Lettere a Milena? – ho trovato il ricordo della mia terra: un praghese di ritorno dal fronte gli aveva raccontato di una battaglia cruentissima e Kafka annota (cito a memoria) «Racconto con una descrizione di una battaglia sull’Altipiano», da cui certamente non derivò Descrizione di una battaglia perché scritto tra il 1907 e il 1908. Questa annotazione del Diario mi aveva stimolato, e ancora qualche volta si riaffaccia alla memoria, tanto che in un viaggio a Praga chiesi a uno studioso se tra i racconti di Kafka ci fosse accennato anche questo. Mi rispose che ancora molte cose di lui erano da scoprire e da pubblicare; e ora supporre che in qualche remoto angolo di quella arcana città ci sia un manoscritto di Kafka che parla dei miei luoghi, mi dà misteriosa emozione.
Con Hofmannsthal e Kafka ecco anche Robert Musil, che tra il 1915 e il 1917 fu su queste montagne, e proprio in quei pascoli e malghe che frequentavo da ragazzo con i miei di casa, e poi da uomo come cacciatore, e che ora alle soglie della vecchiaia attraverso con gli sci da fondo. Ma Musil con le sue parole sa rendermeli ancora piú belli che nella realtà e nel ricordo; anche perché le sue sensazioni di allora erano simili alle mie sulle rive del Don; solo che nessuno ha saputo trovare parole come le sue per descriverle.
Nel suo racconto Il merlo scrive: «… Solcava la valle come un’ondata di sole, al di là di due colline dai bei nomi sonanti, e poi risaliva dall’altra parte per perdersi nel silenzio della montagna […]. Tuttavia non c’era notte in cui io non alzassi la testa oltre l’orlo della trincea e non la girassi con prudenza come un innamorato; allora vedevo il gruppo del Brenta color celeste chiaro, con le sue pieghe rigide di vetro. E proprio in quelle nottate le stelle erano enormi e sembravano ritagliate in carta dorata».
Ma anche Piero Jahier, il valdese tra gli alpini veneti nel suo foglio «1918 l’Astico, giornale della trincea», ricorda i paesi abbandonati e le montagne tragiche, e ancor piú gli uomini; non certo come Mussolini che sul «Popolo d’Italia» in quelle date scriveva a proposito dei nostri profughi: «Se incontrate uno di costoro sputategli in faccia».
Ma quanti altri ancora nei loro diari, memorie, ricordi, lettere raccontano un episodio, un paesaggio, una roccia, un albero? Ogni tanto da luoghi lontani mi arrivano fotocopie di diari, di raccolte di lettere riesumati dai ragazzi delle scuole medie che vogliono conoscere la storia della Grande Guerra. Tra Mario Puccini, Weber, Monelli, Frescura, Fraccaroli, Gladden, De Mori, Hemingway, e generali e marescialli di vari eserciti, mi sono piú cari i libri e il ricordo di Emilio Lussu e di Carlo Emilio Gadda. Personaggi contrastanti tra di loro, ma simili per rigore morale e bravura di narratori testimoni.
Quando qualche volta scendevo a Roma, era a casa di Lussu che ritrovavo il silenzio dei miei boschi e il profumo della Sardegna; e lui per amicizia mi raccontava, e io devotamente ascoltavo. Sapevo, so, quasi a memoria il suo Un anno sull’Altipiano e a mie domande a tanti particolari rispondeva allargando i suoi ricordi a cose che non aveva scritto, o non aveva voluto scrivere; mi chiedeva anche se ero andato a cacciare le coturnici al Sasso Rosso, o se avevo visto sorgere il sole dalla cima di monte Fior.
Ai miei insistenti inviti rispondeva che quassú non poteva ritornare perché «è come se dovessi camminare sulla carne dei miei fratelli». E mi raccontava del suicidio del caporal maggiore Sanna che era uscito dalla trincea dello Zebio con un tubo di gelatina acceso stretto al petto, e del coraggio dei disertori: «In prima linea ci vuole piú coraggio a disertare che andare all’arma bianca».
Ma anche mi raccontava dei paesaggi dolcissimi e dei tramonti che infuocavano il cielo sopra il Pasubio, e di come aveva raccolto tra le rovine della Villa Rossi il volume dei Fiori del male, l’Orlando Furioso e un libro sugli uccelli. – Andando lí, – gli dicevo, –sei passato per il sentiero dietro la mia casa.
Una volta vedemmo assieme Uomini contro, il bel film che Rosi aveva tratto dal suo libro. Film tragico, duro, violento e pazzo. Dopo un po’, mentre si tornava a casa: – Lo sai bene anche tu, non è sempre cosí la guerra. Qualche volta abbiamo anche cantato, scherzato, sognato.
Dopo tutto questo, mi sembra che tra la Sardegna di Lussu e il mio Altipiano ci sia un legame di sangue per i tanti sardi che qui riposano per sempre e per quel pacchetto di tabacco che un caporale della brigata Sassari diede a un nostro vecchio profugo che si allontanava dal paese in fiamme. Ora non so dire il rimorso che ho in cuore quando al suo ultimo biglietto che mi invitava ad andare a trovarlo ancora per una volta, non fui sollecito: pochi giorni dopo morí. Ma quando risalgo alle trincee di monte Fior o dello Zebio, o di Valbella dove fu gravissimamente ferito nel Natale del 1917, è come se venisse con me, maestro e signore.
Non cosí, invece, fu con Carlo Emilio Gadda che incontrai in ascensore quando a Viareggio vinse quel premio con Novelle del ducato in fiamme. «Sono arrivato da Roma con il rapido delle 17,31 ma aveva tre minuti di ritardo. Lei da dove arriva?»
Di lui non conoscevo ancora una pagina, ma dopo avere riletto il suo Giornale di guerra e di prigionia ebbi l’ardire di scrivergli dicendo che le postazioni delle mitragliatrici Saint-Étienne della sua 2ª sezione, 89° reparto mitraglieri del 3° reggimento alpini, erano ancora lí, sull’orlo della Val d’Assa, e che seguendo i suoi schizzi avevo ritrovato il suo ricovero tra Magnaboschi e monte Lémerle; ma anche che le ferite dell’Altipiano si erano rimarginate. Se voleva ritornare sarei stato ben lieto di offrirgli ospitalità e compagnia.
Mi rispose dopo pochi giorni e la sua lettera, tutta manoscritta, in bella calligrafia e stile, sino dall’indirizzo, dal mittente e dalla maniera di attaccare il francobollo, denotava la sua personalità. Per qualche ragione non poté venire, anche se tutto, lui e io, avevamo predisposto. Ora rileggendo il suo Giornale di guerra e di prigionia, Il castello di Udine, La cognizione del dolore, lo rivedo alto e massiccio, rigoroso e addolorato guardare dalla pianura verso la mia terra che era infuocata e rossa nelle notti del giugno 1916.
Ma è anche certamente sua la pagina piú bella della nostra letteratura contemporanea, quella dove nel suo Giornale, in data 3 luglio 1916, scrive: «Asineria N. 2. Fra le ondulazioni dolcissime dell’Altipiano, vestite del folto pratíle, il trillo dell’allodola nell’estate è segnato da una nota di apprensione paurosa: un bizzarro spaventapasseri fa venir l’itterizia alle povere creature avvezze al deserto silenzio della vegetazione. Esse lo credono un mostro giallo e maligno, che guarda l’universo con l’occhio dell’augurio funebre: ma egli non è che il vecchio e bravo capitano, a cui il Ministero ha tardato la promozione…» Sono queste le sue «sciocchezze» che, scriveva, «saranno interessanti di qui a trent’anni».