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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

my dog is in the garden

italian

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Ogni anno, prima che iniziasse la stagione della villeggiatura, un viaggiatore solitario con una borsa a tracolla scendeva dal treno a Vicenza. Era un signore distinto, ben rasato, sorridente e gentile con gli sconosciuti compagni di viaggio; la borsa, il modo di vestire, il passo agile gli davano un aspetto molto giovanile. Fuori dalla stazione aspettava l’autocorriera di linea per l’Altipiano e prendeva posto nei primi sedili per poter ammirare il paesaggio.
La corriera, dopo Thiene, saliva per i tornanti; ma prima, sotto il monte Cengio, aveva fatto una breve sosta davanti alla Trattoria dal Pelado per rifocillare i viaggiatori e l’autista. L’uomo con la sacca a tracolla invece scendeva a guardare le rocce che delimitano a sud l’Altipiano, la valle dell’Astico che si addentra a nord con la Montanina e il Cimon d’Arsiero e, piú a sinistra, i contrafforti del Pasubio. Respirava a pieni polmoni l’aria fresca che scendeva dalle montagne e una leggera ombra gli oscurava il viso.
Dopo un’altra ora la corriera arrivava al paese. Il viaggiatore gentile entrava in un albergo per mangiare qualcosa di molto semplice e bere due bicchieri d’acqua fresca; infine mi telefonava: «Ciao Rigoni! Sono Novello…»
Era cosí che negli anni trascorsi, puntuale, arrivava quassú Giuseppe Novello, pittore e disegnatore. Quest’anno compie novant’anni, ma era quasi un ragazzo quando nel gennaio del 1918, con il battaglione Tirano, 5° reggimento alpini, partecipò alla «battaglia dei tre monti», la prima offensiva dell’esercito italiano dopo la rotta di Caporetto; di quei giorni ricorda con precisione i luoghi, le date, i nomi dei compagni e il suo annuale ritorno sull’Altipiano era per lui un devoto pellegrinaggio laico.
Qualche volta lo accompagnava Filippo Sacchi; un giorno venne con Rota, suo compagno di trincea. All’Osteria della Linda del Beniamino, nel piccolo borgo di Sasso, ci fermavamo per una rustica colazione e i loro sguardi erano oltre le finestre, sui dossi dove avevano tanto intensamente vissuto la loro giovinezza. Dalla spianata davanti all’osteria, Novello indicava a braccio teso le pendici del Grappa, con il Pertica, l’Asolone, il Col Caprile, il Col della Beretta dove nel dicembre del 1917 i battaglioni alpini piemontesi e friulani avevano fermato l’offensiva di tedeschi e austroungarici; davanti a noi, a meno di un tiro di schioppo, c’erano il Pizzo Razea, la Croce di San Francesco, il Sasso Rosso, e alle nostre spalle il Col del Rosso, il Col d’Echele, il Valbella. Tutti questi nomi diranno poco ai lettori di oggi ma allora, per centinaia di migliaia di persone d’ogni luogo d’Europa, erano oggetto di racconti e di memorie. Forse qualcuno ha ancora un ricordo. Novello certamente!
Un giorno ci raccontò che al Comando del suo battaglione erano arrivati un ufficiale superiore inglese e il suo aiutante. Lo scopo della visita era di prendere contatto con lo schieramento degli alpini e accordi con quel settore per eventuali interventi della loro artiglieria. La giornata era tranquilla e dolce e nel profondo della Val Frenzela erano ritornati a cantare gli usignoli. Dall’osservatorio ben mascherato di Pizzo Razea l’ufficiale inglese osservava con il binocolo le linee avversarie e poi prendeva note e metteva segni sulla carta topografica. D’un tratto le artiglierie si scatenarono senza motivo apparente e una grandinata di proiettili d’ogni tipo incominciò a cadere sulle nostre trincee.
Gli ufficiali inglesi e il maggiore Malavasi del Tirano furono obbligati a ritirarsi nel ricovero scavato nella roccia. Qui l’ufficiale italiano offrí la grappa, ma gli ospiti non sapevano una parola d’italiano, né gli ufficiali degli alpini una d’inglese. La situazione era diventata imbarazzante e l’aiutante maggiore pensò di risolverla mandando a chiamare quell’aspirantino cosí beneducato che certamente qualcosa d’inglese doveva aver studiato. Novello arrivò, rifiutò con garbo il gavettino di grappa e rimase imbarazzato e confuso nel ricercare nella memoria le frasi adatte che potessero dare avvio a una conversazione; ma non gliene veniva una. Finalmente, illuminandosi, disse sicuro: – My dog is in the garden –. L’ufficiale superiore inglese rimase come fulminato, e poi ripeté: – My dog is in the garden? – Yes – rispose semplicemente Novello, – my dog is in the garden!– I due inglesi scoppiarono in una fragorosa risata, e anche gli altri che erano nel ricovero e non avevano capito un’acca del discorso si misero a ridere a tutta bocca.
– My dog is in the garden! – ripeté l’ufficiale inglese alzando il gavettino della grappa. Successivamente quella frase venne ripetuta tra un brindisi e l’altro, cantata in a soli e in coro. L’artiglieria si stancò di sparare; finí anche la grappa del maggiore Malavasi e tutto il vino della mensa del Comando di battaglione. Quando venne sera i due ufficiali inglesi, sostenendosi a vicenda e traballando per la mulattiera, scesero verso le loro retrovie cantando a piena voce «My dog is in the garden».
Queste e altre storie magari meno allegre ci raccontava Novello; ma lui, signore di buona famiglia, era anche uno che sapeva affrontare e vincere la paura e questo, solo questo, in guerra è vero coraggio. Lo dimostrò in Russia quando il 26 gennaio 1943 venne con noi all’assalto senza gesti retorici o parole inutili; con un fucile, da semplice alpino e non da capitano. E nei Lager tedeschi patí fame e miserie per non mettere la firma di adesione sotto un noto foglietto.
In una delle sue annuali visite mi portò un giorno un regalo: due volumetti della Bur, Napoleone di Russia di Philippe de Ségur, e come dedica mi fece un disegnetto sul secondo volume, quello, appunto, che racconta della ritirata della Grande Armata. C’è la steppa, c’è un’isba, e c’è Napoleone con il classico copricapo e la mano sinistra infilata nel cappotto. Alla sinistra dell’imperatore si vede il capitano Novello con il cappello d’alpino, il viso glabro, goccia al naso, fucile in spalla e la mano destra protesa a discutere con Napoleone; dall’altra parte c’è il sergente Rigoni, cappello d’alpino, fucile in spalla, barba con i ghiaccioli, mano sinistra protesa, anche lui che discute con Napoleone. Cosa gli dicono? Non c’è didascalia, ma certamente protestano per qualcosa.
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