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Stories by mario rigoni stern

nel cuore la rabbia del don

italian

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In quel settembre del 1943 ci trovavamo verso il Brennero; i plotoni erano accampati sulla sinistra dell’Isarco, in alto nel bosco a dominare la valle. Laggiú vedevamo passare giorno e notte lunghe colonne di automezzi e treni che trasportavano soldati, carri armati, cannoni tedeschi. I nostri reparti che presidiavano le fortificazioni e i viadotti ricevevano continuamente ordini contraddittori. Se il tenente ci ordinava di spostare tende e postazioni delle mitragliatrici pesanti, subito dopo sopra di noi apparivano i soldati tedeschi; era come giocare a rimpiattino, tanto che gli alpini erano esasperati e si sfogavano nelle osterie prendendo a botte i «tognini» che con noi presidiavano la zona.
Una notte, nei pressi di Colle Isarco, mentre ero nel piú profondo sonno mi sentii strattonare: era un conducente anziano che, seduto sul mio giaciglio, voleva dirmi qualcosa. Capivo che aveva un po’ bevuto e gli dicevo di andarsene a dormire; ma lui insisteva a scuotermi e a borbottare, e finalmente capii che aveva rotto il calcio del moschetto.
– Ma va’ dúrmer! Quando sarà giorno andremo in fureria.
– Sergenmagiú, l’hò spacàt su’l co’ d’ún tugní!
L’aveva spaccato sulla testa di un soldato tedesco che voleva prenderlo in giro. Lui e un suo compagno avevano dato una botta alla lampadina e poi menato alla cieca.
Cosí il nostro animo in quei giorni. Noi anziani, ormai, eravamo rimasti in pochi dopo le campagne di Francia, Albania e Russia, e le reclute erano impreparate e tanto giovani; a comandare la compagnia, poi, era venuto un capitano richiamato dopo il 25 luglio perché ex gerarchetto, cui obbedivamo di malavoglia e che concordemente da noi tutti era chiamato «capitano della Gil» (la nostra compagnia era conosciuta nel reggimento come «la Repubblica» perché piuttosto poco osservante dell’ordine militare; lui, il «capitano della Gil», voleva ribattezzarla «la Serenissima»!)
Malgrado tutto, qualcosa si sarebbe potuto fare se dai Comandi di un certo livello fossero arrivati degli ordini chiari. Far saltare strada e linea ferroviaria sulla via del Brennero non sarebbe stato per noi un grosso problema; anche perché dentro avevamo ancora la rabbia e il ricordo della sacca del Don e il dolore per i nostri compagni lasciati nella steppa. Invece, pochi giorni prima dell’8 settembre ordinarono di svuotare le camere da mina dei ponti e delle gallerie. Le opere fortificate già da tempo erano state disarmate e rese inefficienti.
Quel giorno il comandante di battaglione mi aveva fatto chiamare al Comando per certe proposte di medaglie e promozioni che riguardavano la campagna di Russia e per dirmi di avere pazienza con il «capitano della Gil»; ci diedero anche in consegna dei mitra Beretta, una trentina per tutto il battaglione. Alla sera, dopo il rancio, con tre compagni scendevo dal bosco per andare nell’osteria di una frazione, e fu qui, sulla porta, che incontrammo il cappellano padre Marcolini che ci fermò. Aveva sentito alla radio il messaggio di Badoglio e stava facendo il giro di tutte le osterie e delle strade del paese per invitare gli alpini a rientrare negli accampamenti e a prepararsi a qualcosa di brutto.
Un’aria pesante e un cupo silenzio gravavano su tutta la valle; sulla strada e sulla ferrovia non transitavano né automezzi né treni; i soldati tedeschi erano come spariti nel nulla e ogni tanto si sentivano delle raffiche. Una di queste, lo seppi dopo, uccise il cuciniere della nostra compagnia che stava preparando il caffè per l’indomani: all’arrivo di un automezzo tedesco aveva preso il fucile e si era messo a sparargli contro.
Arrivati al piccolo accampamento del plotone, feci spegnere il fuoco; con noi non c’era nemmeno il tenente; gli ufficiali erano stati sorpresi mentre erano alla mensa del battaglione. Su per la mulattiera di terra battuta giunse una motocarrozzella e la tenemmo sotto tiro; un tedesco sventolava uno straccio bianco. Alla luce dei fari ci fecero leggere una carta intestata del nostro reggimento dove, a macchina, era scritto e firmato dal maggiore l’ordine di scendere in paese con le armi; lí le avremmo dovute consegnare ai tedeschi che poi ci avrebbero mandati a casa.
Personalmente, invece di scendere salii per la montagna tenendomi il mitra con una buona scorta di munizioni e di viveri. Forse avrei dovuto seguire le reclute e non abbandonarle al loro destino; ma non mi sentivo di coinvolgerle nella mia avventura, né di consegnare le armi ai tedeschi. Per boschi e montagne pensavo di raggiungere la mia casa, anche se i chilometri da percorrere sarebbero stati tanti, ma ormai a questo ero abituato.
Non andai molto lontano, perché i contadini del Sud Tirolo non furono con noi come i contadini ucraini. Il giorno dopo, mentre scendevo in Val di Vizze, che per forza di cose ero costretto a valicare e che sarebbe stata la prima di altre cinque, mi sentii sparare sopra la testa e poi intimare l’alt. Uscirono dal bosco dei civili armati di fucili da caccia a cannocchiale: mi aspettavano come un capriolo al pascolo. Mi disarmarono e dopo tre o quattro ore mi ritrovai con i miei compagni rinchiusi nel campo da tennis di Colle Isarco.
Una grande rabbia mi tormentava per quello che avrebbe dovuto essere e non era stato. Ragionando lucidamente mi rendevo conto in maniera chiara di come i tedeschi ci avessero giocato; ma piú ancora mi rendevo conto di come con pochi uomini ben preparati e comandati avremmo potuto far saltare la galleria ferroviaria di Laste, i ponti sull’Isarco e le rocce sopra e sotto la strada: cosí avremmo isolato tutte le truppe tedesche che erano scese in Italia e impedito l’accesso di altre, anche occupando con i nostri reparti alpini gli alti passi dei confini. Ma io non ero un generale, ero solo un sergente anziano stanco di guerre.
Camminavo con rabbia attorno alla rete del campo da tennis e come un lupo in gabbia guardavo i soldati tedeschi che, pistole mitragliatrici spianate, ci circondavano stando al di là. Intanto, con tre o quattro sergenti delle altre compagnie cercavo il motivo di quanto era accaduto, e perché i nostri ufficiali non ci avevano dato ordini precisi, e perché ci avevano tenuti all’oscuro di tutto. Nel frattempo le reclute che avevano poche settimane di naia si stringevano attorno a noi come pulcini, e quando in una esplosione di rabbia mi scagliai contro colonnelli e generali mi sentii battere una mano sulla spalla: – Stai buono, adesso dobbiamo pensare noi a non far sbandare queste reclute.
A parlare cosí era stato il cappellano, padre Marcolini, che si era rifiutato di andare con gli ufficiali e che, vestito da prete, voleva seguire la nostra sorte. Che poi fu amarissima.
Il giorno dopo, incolonnati e sotto buona scorta, passammo il Brennero a piedi, come una mandria che scende dall’alpeggio. Camminammo fino a Innsbruck, dove ci rinchiusero in un campo sportivo.
Lungo la strada meditavo di scappare, di gettarmi nel bosco dal luogo piú propizio; studiavo il comportamento della scorta, calcolavo quanto dovevo correre per essere fuori tiro e se mi conveniva prima buttarmi verso valle. Padre Marcolini, che assieme al sergente Baroni mi camminava al fianco, aveva notato la mia concentrazione e quando feci per balzare mi sentii afferrare: – Stai buono, calmati. Non faresti in tempo a raggiungere la scarpata. La guerra finirà presto.
Ora nel campo sportivo eravamo in tanti; alla rinfusa; alpini piemontesi, lombardi e veneti, quasi tutti reclute e complementi arrivati nei nostri reparti dopo che avevamo combattuto in Russia l’inverno del 1942-43. Come animali in un recinto o peggio, e con le mitragliatrici piazzate tutt’intorno pronte a sparare e gli altoparlanti che trasmettevano canzoni patriottiche. Il giorno 13, dopo un «Attenzione!» ripetuto piú volte con voce solenne, ci venne annunciato che Mussolini era stato liberato e in Italia rifatto il governo fascista. Dalla nostra massa si alzò dapprima un brontolio sordo, poi forti mugugni e fischi acuti.
Fu quello stesso giorno che mi sentii chiamare per nome da un Feldwebel che stava accanto a una mitragliatrice su uno spalto dello stadio. Con mia grande sorpresa riconobbi un altoatesino che era stato nel mio plotone alla Scuola militare d’Aosta nel 1939. Volle offrirmi delle sigarette e del pane; poi chiaramente mi invitò a passare dalla loro parte, con molte promesse.
Trascorse ancora qualche giorno, tra fame disperazione e rabbia; ci distribuirono pochi viveri, ci scortarono alla stazione ferroviaria, ci pigiarono come sardine dentro i carri bestiame, ci rinchiusero, e dopo sette giorni ci fecero scendere molto lontano, verso il Baltico tra Polonia e Lituania. A causa di quell’8 settembre 1943 per quasi tutti noi ci furono venti mesi tra i reticolati.
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