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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

nell’ultimo inverno di guerra

italian

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La miniera di ferro, l’Eisenberg, era sempre battuta dalla tormenta, e sui gradoni degli scavi il vento e la neve vorticavano come la bufera infernale che mai non resta, in un vortice verticale.
Si può dire che su quei gradoni erano a lavorare deportati e prigionieri d’ogni nazione d’Europa e anche popolazioni asiatiche. I belgi, i francesi e gli inglesi avevano i posti migliori: al riparo dentro le gallerie, nelle baracche dove con le forge temperavano e appuntivano gli arnesi per scavare, o anche ai servizi per i trasporti con mezzi meccanici e alla funicolare che saliva da Eisenerz. Forse avevano avuto questi posti di privilegio perché erano arrivati prima e avevano sostituito via via gli austriaci richiamati nella Wehrmacht e avviati sul fronte russo. Ma tra quelle migliaia di forzati si diceva anche, e forse era vero, che nella scala dei valori razziali inglesi, belgi e francesi valessero di piú dei russi, polacchi, serbi e slavi in genere, e dei greci, italiani, mongoli, cosacchi, uzbeki. Gli slavi, i mongoli e gli italiani avevano i posti peggiori, sui gradoni piú alti a scavare il materiale pesantissimo, a caricarlo sui carrelli, a spingere a forza di braccia sette vagoncini alla volta fino allo scarico e rovesciarlo nel colatoio per farlo scendere ai ripiani di carico dove i treni lo portavano verso le fonderie di Leoben o di Wiener Neustadt. Il lavoro era continuo giorno e notte, di otto ore per turno, e ogni squadra doveva produrre un certo numero di carrelli.
Naturalmente i gradoni piú alti erano quelli maggiormente soggetti alle inclemenze e alle bufere; sia per l’altezza della quota che per l’esposizione a ogni vento, in quanto la montagna di ferro non fa parte di una catena o di un massiccio, ma è isolata dalle altre e allo sbocco delle correnti. Lassú il vento, certi giorni, non faceva respirare e la neve era come vetro che tagliava il viso. Qualche volta nelle nicchie delle pareti, appoggiati in piedi e rigidi come ghiaccio, si incontravano i cadaveri dei prigionieri che invece del rifugio trovavano la morte. Sulla cima c’era una croce di putrelle arrugginite e dalle sue braccia pendevano candele di ghiaccio.
Ma ormai, in quel febbraio del 1945, le guardie armate e i capi squadra civili, vecchi minatori stiriani, non erano rigorosi come nei mesi e negli anni precedenti; e questo per i bombardamenti degli Alleati che avevano distrutto la maggior parte delle fonderie, e per i grandi stormi delle «fortezze volanti» che riempivano il cielo anche in pieno giorno, ma anche e soprattutto avevano timore per l’Armata Rossa che inesorabilmente avanzava da est e che era già penetrata dai confini del Grande Reich. Non lo dicevano apertamente, ma anche loro speravano fosse questo l’ultimo inverno di guerra, e non credevano all’«arma segreta». Nella latrina del gradone piú in alto uno di loro aveva scritto in tedesco: «L’arma segreta di Hitler = le rape gialle». Le Goldrüben, che la propaganda diceva molto nutrienti e con tante vitamine.
In quel febbraio su quelle montagne la neve cadde abbondante, e per qualche giorno la miniera restò anche ferma. Squadre di prigionieri e di deportati spalavano le strade dei Lager e i tetti delle baracche, e anche i viottoli di accesso alle baracche di servizio sulla montagna della miniera.
Fu in quei giorni che per la strada che saliva per la valle e scavalcava il passo di Präbichl transitò una colonna di ebrei. Erano bambini, donne e vecchi che chissà da dove venivano e chissà dove andavano. Certo a morte. Sfilarono vicino ai reticolati, camminando a fatica nella neve alta e che continuava a scendere. Al seguito avevano qualche vacca e qualche pecora patite e stentate come loro; erano anche poco vestiti. Qualcuno a piedi nudi. Camminavano sospinti dalle guardie di scorta e ogni tanto uno sparo finiva chi si adagiava sulla neve. Le guardie del Lager dei prigionieri erano piú tolleranti della scorta e finsero di non vedere i barattoli d’acqua e qualche pezzetto di pane che attraverso i reticolati venivano porti a quei disgraziati.
La fila era lunga e frazionata, si perdeva nella strada che saliva al passo tra due muraglie di neve. Dopo qualche ora che furono passati, il sottufficiale del Lager chiamò una squadra di prigionieri con pale e picconi per andare a seppellire le donne, i vecchi e i bambini dentro il bosco silenzioso e bianco.
Nevicò ancora per giorni, senza smettere; baracche, reticolati, bosco e montagne, tutto era bianco uniforme e silenzioso. Su in alto la neve aveva sommerso anche l’ultima vegetazione: mughi, larici e ontani erano completamente coperti e le slavine scivolavano con rumore di vento per i fianchi che denudavano: dove erano passate riapparivano le rocce scure e ferrigne, i tronconi degli alberi spezzati, e dove la neve si era fermata, tronchi divelti, rami, sassi e, forse, caprioli e cervi. Giú nel fondovalle, invece, pioveva a secchie rovesciate, i fiumi si erano ingrossati e arrivò voce che alcuni ebrei passando su un ponte sopra il Mur, si erano gettati nella corrente per finire le pene.
Un mattino, era ancora buio e un silenzio assoluto avvolgeva il Lager sepolto dalla neve, il sottufficiale andò a svegliare la terza squadra. Dovevano scendere alla stazione di Trofaiach, salire sui vagoni dei civili e arrivare a Eisenerz, da qui con la funicolare salire alla miniera, attraversare la montagna dentro una delle tante gallerie e, infine, spalare un pezzo di strada per permettere ai prigionieri belgi di raggiungere gli spazzaneve.
Non erano mai saliti, durante i sedici mesi di prigionia, su un treno civile, e il fatto di ritrovarsi dentro uno scompartimento al caldo, tra viaggiatori comuni e con i posti a sedere era veramente inusitato e impensabile. I viaggiatori, per lo piú ragazzi e donne, venivano da Graz e da Leoben e forse andavano a Linz, e non dimostrarono imbarazzo per la loro presenza, e se proprio non si manifestavano cordiali lasciavano intravedere qualche timido accenno di sorriso.
Il treno, formato da pochi vagoni e con una locomotiva in testa e una in coda, dopo il segnale di partenza sbuffò e fischiò e, tra nubi di vapore, incominciò la salita tra il rumore di ferraglia della cremagliera. Passate alcune gallerie ora viaggiava lentamente a mezza costa tra un turbinio di neve che il vento aveva cambiato in tormenta e sbatteva contro i vetri dei finestrini senza lasciare nulla alla vista dei viaggiatori. Infine si fermò. Fuori c’era solo una luce bianca che vorticava. La locomotiva che era in testa fischiò forte e breve per due volte, quella che era dietro rispose con tre fischi, il treno retrocesse per una decina di metri come per prendere la rincorsa, le locomotive allora fischiarono i loro segnali e la corsa riprese. Ma per poco, perché con rumore di respingenti che cozzavano e sussulti di vagoni che quasi fecero cadere i passeggeri dai loro sedili, il treno si fermò definitivamente.
Quando ritornò un po’ di calma i ragazzi vollero aprire i finestrini, ma le raffiche di vento e neve li costrinsero subito a rinchiuderli. Il tempo passava e nessuno si muoveva; i viaggiatori incominciarono a domandarsi cosa mai fosse successo; chi stava leggendo aveva ripiegato il giornale e guardava preoccupato la neve che incominciava ad accumularsi sui vetri; qualche donna incominciò a rivolgere la parola ai prigionieri; un vecchio dopo aver acceso la pipa di maiolica borbottò: – Scheißkrieg, – e un soldato molto pallido che forse era in viaggio per andare in licenza di convalescenza lo guardò approvando. Un prigioniero osò domandare a una signorina che aveva ripiegato il giornale nella borsa dove erano arrivati gli americani e se i russi avevano ripreso l’offensiva. – Siamo in fase di ritirate strategiche, – disse il vecchio della pipa, – e in attesa dell’arma segreta –. Il prigioniero ricordò la scritta nella latrina della miniera e disse: – L’arma segreta di Hitler sono le rape; hanno tante vitamine –. Al che il vecchio aggiunse dopo aver levato la pipa dalla bocca: – Anche le patate e i cavoli! – E rise apertamente.
Il vento sbatteva la neve contro il vagone e si sentiva l’ululare della tormenta; gli spifferi di freddo incominciavano a farsi sentire anche dentro il vagone e i passeggeri si stringevano i cappotti attorno al corpo e si calcavano in testa i berretti di panno con i paraorecchi. Finalmente entrò il capotreno e tra il silenzio di tutti spiegò che delle valanghe si erano staccate dalla montagna e chiudevano il treno in una morsa di neve: non si poteva andare né avanti né indietro; anzi si era stati molto fortunati perché la valanga che era caduta davanti avrebbe potuto investire il treno: non l’avevamo incontrata per pochi minuti. Non si poteva nemmeno mettersi in contatto con le stazioni piú vicine, né sapeva se da queste sarebbero potuti partire i mezzi di soccorso. Unica cosa da farsi era di raggiungere una baracca della miniera, e da lí per le gallerie interne arrivare alla stazione della funicolare e scendere al paese. In marcia, quindi, tutti insieme ad affrontare la tormenta; i prigionieri italiani avrebbero fatto da battipista.
Le tre guardie fecero scendere i prigionieri, poi scesero anche i civili; c’era anche un vagone di prima classe e quei signori erano vestiti con abiti da città: cappotti, scarpe basse e valigie; anche costoro si accodarono alla piccola colonna.
La baracca era a circa un chilometro, ma anche mille metri tra quella tormenta erano tanti. I primi cento metri vennero affrontati con impeto; in testa c’era una guardia, poi venivano i prigionieri, i civili, e, per ultimi un paio di ferrovieri. Ma ben presto il gruppo si scompose; la guardia lasciò il primo posto a un prigioniero che aveva ancora il cappello d’alpino; i prigionieri si frammischiarono ai civili e i due ferrovieri incitavano quelli che restavano indietro.
La tormenta faceva mancare il respiro e la neve pungeva la pelle scoperta del viso e delle mani; qualcuno scivolava e cadeva, delle donne si aggrapparono ai prigionieri, uno prese in braccio un bambino. Un prigioniero ogni tanto girava le spalle al vento per respirare profondo e incitare i compagni: in questa situazione si sentiva allegro, gli sembrava di essere ritornato libero perché guardie di scorta e civili erano nella sua medesima condizione. Anzi, lui stava meglio perché non aveva assolutamente nulla da perdere: né bagagli, né cibo, né treni, né appuntamenti o coincidenze; insomma dopo tanti mesi di dura prigionia e di tanta fame l’avventura del treno, delle valanghe e ora della tormenta per una montagna sconosciuta, gli aveva fatto ritrovare un sentimento di libertà, come quando affrontava un’ascensione. – Avanti! – gridava in italiano e in tedesco, – Avanti!, – e ironicamente aggiungeva: – Viva la grande Germania! Viva Hitler! Viva Mussolini!
Si fermò per vedere la sfilata di quei disgraziati flagellati dalla tormenta, li incitava e li spronava, rideva e lo prendevano per matto. Laggiú, staccati da tutti, gli sembrò di vedere due che avanzavano con grande fatica; cadevano, si rialzavano, si fermavano a riprendere fiato, barcollavano. Invece di proseguire con il gruppo ritornò indietro verso quei due e quando arrivò a sostenerli mentre stavano cadendo per una ennesima volta, vide che era una giovane donna ad aiutare l’uomo.
I due avevano ai piedi scarpe da città, lisce, e invece di cappotti invernali indossavano leggeri impermeabili e sul capo avevano legato un fazzoletto. Non avevano fiato per parlare o per chiedere aiuto e allora si prese l’uomo sulle spalle. Riprese a calpestare la neve e ad affrontare la bufera come avesse ritrovato, con la sensazione della libertà, una nuova forza. Ora anche la donna si era aggrappata a lui e camminò cosí fino a raggiungere gli ultimi del gruppo che stavano entrando nella baracca.
Erano arrivati tutti, gli ultimi con lui; si guardò attorno e li fece sedere su una panca appoggiata alla parete. Le guardie contarono i prigionieri e i ferrovieri controllarono i passeggeri. C’erano tutti e il piú era fatto.
Ora donne e ragazzi, vecchi, ferrovieri, guardie e prigionieri fraternizzavano e reciprocamente si aiutavano a levarsi la neve da dosso commentando l’avventura. Lí dentro era molto freddo e un paio di prigionieri provvedevano ad accendere la grande stufa di lamiera con legna e carbone che avevano trovato in un angolo. L’uomo e la donna che erano stati aiutati dal prigioniero italiano restavano seduti immobili sulla panca e non parlavano; l’uomo teneva la mano della ragazza e gli occhi, dietro gli occhiali molto spessi, sembrava guardassero lontano, oltre la porta. Ambedue erano giovani, dai lineamenti molto delicati e molto somiglianti tra loro; forse erano fratelli, e vestiti con una certa ricercatezza, ma non certo da inverno. Quando il tepore della stufa incominciò a farsi sentire i due si parlarono sottovoce, quasi bisbigliando. Ogni tanto la ragazza alzava gli occhi per cercare il prigioniero che li aveva aiutati e che ora, vicino alla stufa, fumava la pipa di maiolica che il vecchio gli aveva porto dopo averla caricata di tabacco. I due giovani parlarono ancora piú animatamente, la ragazza a un certo punto si alzò e andò a chiamare il prigioniero, lo prese per mano e lo accompagnò davanti all’uomo dicendo: – È stato questo soldato italiano; un prigioniero che lavora nella miniera di ferro.
L’uomo mise una mano nella tasca interna della giacca e levò un portasigarette d’argento con le cifre in oro e senza aprirlo e senza dire una parola glielo porse. Al prigioniero venne da sorridere e disse «no» con la testa e con la voce. – Dank! Eine Zigarette, – disse. Allora l’uomo aperse con difficoltà l’astuccio d’argento e oro e con la mano a dita aperte abbrancò tutte le sigarette che c’erano dentro porgendole con il braccio disteso.
Fu a questo punto che il prigioniero si accorse che quell’uomo non vedeva, che forse era completamente cieco, e gli venne una grande compassione che gli spense quel senso di euforia che aveva provato nell’affrontare la tormenta e che ancora assaporava con la pipa del vecchio e con il vecchio vicino alla stufa come fosse in un rifugio sulle montagne di casa. La ragazza gli disse: – È successo in guerra, accetti almeno queste sigarette –. Allora le prese. Ritornò vicino alla stufa; la tormenta stava calando e, oltre i vetri della finestra, si incominciavano a intravedere i profili delle montagne.
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