nella steppa di kotovskij
italian
Su quota 228, intanto, due battaglioni del 6° alpini, il Vestone ed il Val Chiese, attendevano l’ordine di attacco.
Ecco come il «comando tattico», da cui dipendeva il 6° alpini, mandò al macello questi reparti.
Alle 4 niente preparazione dell’artiglieria, niente intervento dell’aviazione italiana.
Alle 5 l’aviazione non era ancora comparsa. Anche le due colonne corazzate tedesche erano mancate allappuntamento.
Arrivarono, sferragliando, una ventina di carri armati italiani, leggeri come scatolette di latta: tre tonnellate pesavano, meno di un camion.
La piana, l’immensa piana di nessuno che gli alpini avevano di fronte, aveva preso forma, appariva immensa. Un piccolo campo di girasoli, lontano, fra le linee russe; tre alberi nudi come scheletri, ed il resto steppa.
Su quel terreno piatto, in leggera pendenza, gli alpini cominciarono a scendere curvi sotto gli zaini affardellati. Erano lenti, massicci. Con il sole che stava nascendo, si contavano anche i fili d’erba, si vedeva tutto.
I mortai russi aprirono all’improvviso un fuoco infernale. Caddero centinaia di alpini.
Correndo alla garibaldina, i battaglioni scesero contro le mitragliatrici. Si dispersero.
I nostri carri armati andavano di qua e di là. Avevano le torrette aperte. I carristi, con fucilate e colpi di bombe a mano, tentavano di neutralizzare i fuciloni calibro 20, affondati nelle sterpaglie. Bastava un colpo di fucile per immobilizzare i nostri carri armati.
A sera, sulla base di partenza, tornarono pochi alpini. Tornarono quattro carri armati. I quattro carri ne trainavano altrettanti fuori uso, carichi di feriti.
Molti morti, nessun risultato. Molte medaglie. Forse, per il «comando tattico», anche le sacrosante promozioni per merito di guerra.
Dopo due notti, su quota 228 rientravano ancora gli ultimi sbandati del Vestone e del Val Chiese. Un gruppo si era spinto fino alle cucine di un comando di battaglione russo.
NUTO REVELLI, La guerra dei poveri
Distese di frumento e di girasoli che aspettavano di essere raccolti, papaveri rossi nell’oro del frumento, improvvisi villaggi dentro un avvallamento con le isbe abbandonate strette attorno al pozzo, oche negli stagni e silenzio nel sole estivo. I corvi volavano dove erano passati i combattimenti.
Si camminava per ore e sembrava d’aver fatto pochi chilometri, e sui dossi lunghissimi e dolci i mulini a vento restavano per giornate a vederci passare vibrando appena le lunghe pale. E noi si andava su due file ai lati della pista polverosa di terra giallo bruna. Lo zaino affardellato era pesante, gli scarponi e le mollettiere erano gialli di polvere, ma la polvere ti saliva pure alla bocca e s’impastava nei polmoni; lo sputo era denso e l’acqua della borraccia sapeva di creta e d’alluminio. Lungo la pista ci sorpassavano le colonne dei camion tedeschi che portavano materiali e munizioni giú in basso, verso il Volga e il Caucaso; allora alzavo la testa e guardavo verso sud-est per vedere se apparivano le montagne immaginate.
Qualche volta, improvviso, arrivava il temporale: una piccola nube nera e lontana cresceva e cresceva fino a occupare tutto il cielo che poco prima era immenso e libero. S’udiva il tuono brontolare e il vento scuoteva le erbe alte e secche; le prime gocce cadevano grosse e rade e nella polvere calda si frantumavano in piccoli grumi che correvano come fa il mercurio sul palmo della mano. Infine la nube s’apriva con scrosci e fulmini che ti assordavano. Ma era bello.
Dopo, le scarpe diventavano pesanti per il fango, e anche i panni e lo zaino, per l’acqua che li aveva inzuppati; cosí veniva da rimpiangere la polvere e il sole di prima.
Non avevo una idea precisa di quanti chilometri ci separassero dalle montagne poiché non avevo una carta geografica ma, ripensando a una geografia immaginata, calcolavo che camminando con quella andatura nel giro di venti o venticinque giorni si sarebbe arrivati a vederle.
Laggiú sarebbe stato molto bello: cime alte con neve e ghiacciai, valli profonde ma calde, con viti e fichi; corsi d’acqua limpida, selvaggina da cacciare, uomini come lo zio Jeroska e Lukaska e ragazze come Marjana.
Dopo qualche giorno le marce divennero notturne; dicevano che era perché gli aerei russi avrebbero potuto osservarci. E nelle notti d’agosto si andava in silenzio e non capivi se eri sul cielo o sulla terra perché era come camminare tra le stelle. Qualche volta mi sorprendevo ad ascoltare il canto delle quaglie.
Un mattino arrivammo a Vorošilovgrad. Al centro della piazza c’era un gigantesco tank che probabilmente aveva fatto la Rivoluzione d’Ottobre: era alto come un’isba e tutt’intorno la corazza aveva le feritoie vuote ormai inefficienti, come un fortino portato lí e immobilizzato a difendere i crocevia.
E ai crocevia, che l’ormai inutile tank guardava, c’erano i cartelli indicatori; tanti, inchiodati sui pali uno sotto l’altro. Verso il nord indicavano: Millerovo, Rossoš, Voronež, Tula, Mosca e persino Leningrado; verso l’est: Čir, Don, Serafimovič, Kalač, Stalingrado; e verso il sud: Rostov, Krasnodar, Maikop, Groznij, Terek.
Ecco, laggiú a sud dovevamo andare. Laggiú c’erano montagne piú alte del Monte Bianco e del Cervino, e forse piú belle del Pelmo e della Marmolada. Come ci sarebbero apparse? E c’era anche un fiume, il Terek, che scendeva dalle montagne in mezzo a gole profonde e poi andava per la pianura deserta fino al mare Caspio. Era già forse Asia?
Ricordavo, e ripassavo nella memoria, vedendo quei nomi sui cartelli indicatori, i racconti di Tolstoj e di Gor’kij che avevo letto nelle edizioni economiche quando ero nel prato a pascolare le vacche del nonno. Ma quanto c’era ancora da camminare per arrivare fin là?
Quel giorno, a Vorošilovgrad, piantammo le tende su una collina che guardava la periferia della città. Le isbe si spingevano fino al fondo di una balka ed erano povere e tristi come tutte le case di periferia. Queste isbe, poi, invece che di terra, paglia, legno e calce erano costruite con materiali di scarto dei cantieri.
Nella balka scorreva un rivo d’acqua e scendemmo giú seminudi a lavarci la polvere e la stanchezza; ci sarebbero state quarantotto ore di riposo e ci sentivamo allegri. Le donne e i ragazzi guardavano in silenzio la nostra incosciente serenità.
Il mattino successivo il cappellano celebrò la messa nel centro dell’accampamento e all’omelia raccomandò agli alpini di non bestemmiare. Ma io, in quell’ora che stemmo lí inquadrati e in silenzio, ripensavo ai fuochi che di notte si accendevano lungo le piste.
Quando potevo mi avvicinavo per sostare con i profughi vagabondi, e ascoltavo in silenzio il loro sommesso discorrere. I ragazzi, in braccio alle donne, fissavano imbambolati il fuoco ed ero contento quando riuscivo a non farmi rifiutare da loro un pezzo di galletta o la razione di marmellata. Venivano da lontano, specialmente quelli che scendevano dall’estremo nord, e camminavano per centinaia di chilometri tirandosi dietro poche cose sui carrettini, evitando le città occupate e i tedeschi. Quaggiú, mi ero fatto spiegare, era piú facile trovare frumento o altro cibo, e i soldati italiani non erano come i tedeschi o gli ungheresi.
Al pomeriggio arrivò la posta, era tanta e ce n’era per tutti; e ognuno s’appartò felice con le lettere o le cartoline per leggerle in pace.
Quando arrivava la posta pregavo il furiere che lasciasse a me la distribuzione; non erano passati tanti giorni da quando ero stato assegnato a questa compagnia e leggendo a voce alta gli indirizzi mi sembrava di venir a conoscere i soldati. Ma era anche vero che leggendo i nomi e i timbri sulle buste e vedendomi davanti i visi in quel momento, meglio che in qualsiasi altra maniera li capivo.
Ma quel giorno, appena distribuita la posta, venne un ufficiale che ordinò di spiantare subito le tende e affardellare gli zaini perché dei camion sarebbero venuti immediatamente a caricarci.
Da questo pomeriggio incominciarono le giornate di naia dura e finirono i sogni del Caucaso.
Viaggiammo tutto il pomeriggio, e la notte, e il giorno dopo. Durante il viaggio ci fermammo brevemente un paio di volte per muovere le gambe indolenzite e cercare acqua per la bocca arsa e polverosa. In un villaggio abbandonato c’erano migliaia di oche che sguazzavano negli stagni e scendemmo velocemente a far bottino poiché eravamo anche senza viveri.
Mentre i camion correvano nella steppa, noi, dentro i cassoni e tra i sobbalzi che ci facevano sbattere uno contro l’altro, spennammo le oche. E lungo la pista, come leggeri fiocchi, restavano nell’aria le piume bianche.
Prima di sera arrivammo in prossimità della linea; davanti a noi, dicevano, avrebbero dovuto esserci dei reparti di fanteria, ma il cielo e la terra erano cosí vasti e vuoti che avevo la sensazione di essere dentro una voragine infinita.
Venni assegnato di ricognizione con la mia squadra, ma non c’era proprio niente da riconoscere poiché ogni luogo era uguale, e, tranne le starne che si alzavano rumorosamente in volo al nostro camminare guardingo, non vedemmo essere vivente.
Il battaglione si schierò a difesa sparpagliandosi tra le alte erbe e la nostra compagnia venne assegnata di rincalzo. Ma era rincalzo oppure avanguardia? e dov’era il nemico? Attorno a noi non c’era assolutamente nessuno.
Il vento della notte agostana dondolava l’erba e ci portava il canto delle quaglie. All’alba, spingendoci lontano, scoprimmo una decina di isbe dentro un avvallamento dove affiorava l’acqua; ma anche lí non era rimasto nessuno e scavammo negli orti abbandonati per tirar fuori le patate, che mettemmo a cucinare nelle gavette con i pezzi d’oca. Si parlava sottovoce perché ci sembrava di disturbare quella profonda quiete.
Non piantammo le tende e giacevamo nascosti tra le erbe. A sera rimettemmo in spalla gli zaini. Ancora con fretta; e camminammo e camminammo senza sostare, fino a notte fonda, e ancora.
Per dove? E chi lo sapeva dove andavamo. Ora, guardando una carta geografica, ricostruendo quei giorni e leggendo le storie ufficiali, so che eravamo nella grande ansa del Don, dove il fiume sembra voler congiungersi con il Volga e scendere giú nel Caspio, e invece, dopo, gira improvvisamente verso sud‑ovest per sfociare nel Mar d’Azov.
Si camminava in silenzio, quella notte, stanchi, assonnati. Radio Scarpa diceva che dovevamo entrare in combattimento assieme a un reggimento di tedeschi, per cercar di prendere alle spalle un reparto russo che premeva contro un caposaldo circondato. Diceva anche, Radio Scarpa, che una divisione di fanteria era stata sopraffatta e messa in fuga, e che noi dovevamo riprendere le posizioni.
Quando improvvisa scoppiò la battaglia noi stavamo risalendo un profondo calanco. Era caldo là dentro, e buio. Sopra di noi passarono sibilando i primi colpi d’artiglieria che andavano ad esplodere fuori nella steppa. Poi pallottole traccianti, raffiche di mitragliatrici e di parabellum, granate. Udimmo anche sferragliare di carri armati e gridare.
Ci stendemmo giú in silenzio con il cuore che batteva forte. Ma non si capiva dove potevano essere amici o nemici; o cosa dovevamo fare noi. C’erano caldo, afa, scoppi, strisce luminose nel cielo sopra le nostre teste, che cercavamo di tenere rannicchiate tra spalle ed elmetto.
Camminammo ancora avanti dentro il calanco, seguendo il combattimento che si spostava. Ma verso dove? Fuori. In su, forse, o in giú. Noi eravamo sempre dentro il profondo calanco. Passarono parola di mettere la baionetta in canna e di posare gli zaini. Venne impressionante il silenzio che faceva sentire il vento leggero che scuoteva le erbe della steppa.
Ritornammo indietro camminando il resto della notte e parte del mattino, finché giungemmo dove eravamo la sera prima. Tutto sembrava un sogno; solo che un sogno non poteva lasciarti questa mortale stanchezza.
Alle quattro del pomeriggio vennero ancora dei camion a caricarci; gli autisti erano preoccupati e ci facevano fretta. Dissero che ci riportavano dove era il nostro reggimento, piú a nord; avremmo trovato anche i battaglioni Cervino e Tirano, e la cavalleria.
Era il pomeriggio di una domenica estiva; immaginavo la gente che sulle spiagge dell’Adriatico faceva i bagni, gli escursionisti che in Val d’Aosta e nelle Dolomiti ritornavano dalle ascensioni e al mio paese gli amici che andavano al cinema con le ragazze. Noi, dentro i camion, sballottati e pieni di sonno e di fame andavamo in nessun luogo, dentro l’abisso della steppa.
Doveva andare il Tirano al nostro posto, invece toccò al Vestone per qualche fatalità della naia e della guerra. Nel mio notes di allora trovo scritto: «Sistemati in posizione di appoggio – ci muoveremo in avanti presto», e dopo, scritto in matita perché forse avevo perduto la penna stilografica: «Domattina andremo all’assalto».
Spunta l’alba del 1° settembre e ne sta uscendo una giornata limpida e chiara. Siamo raccolti dentro un avvallamento sul fianco di una mugila; poco avanti, nell’erba come noi, sono i tre plotoni fucilieri, e un poco dietro il capitano con il plotone Comando. Ma sono arrivati anche i bersaglieri con i carri Elle, le scatole di sardine, e la chimica con i lanciafiamme. Intanto, per mimetizzarci, sporchiamo l’elmetto con la terra bagnata d’orina.
Controllo i quattro mortai da 45 della mia squadra, e le munizioni, le bombe a mano, le cartucce. Moreschi è piuttosto tetro e nel distribuire i due cucchiai di cognac a testa, come una comunione, non ha voglia di scherzare. Tourn mi ammicca, ma senza brio; in testa gli balla l’elmetto e raccomando di legarselo ben stretto. Zugni si prova il mortaio sulle spalle aggiustandosi bene gli spallacci: su quella schiena cosí larga il mortaio sembra un giocattolo per bambini. Le reclute come Dotti, Monchieri e Cappa cercano di darsi un contegno: per loro sarà la prima volta.
Anche il sergente maggiore Cavalleri, vicecomandante del nostro plotone e vecchio dell’Albania, controlla le tre pesanti.
Il tenente, che è appena tornato dal rapporto ufficiali, ci raccomanda di tatticare per gruppo di tiro e di non fermarci a raccogliere i feriti. A questi, dice, ci penserà il plotone Comando, dietro. Si parla anche che alla nostra destra manovrerà il Valchiese e persino un reggimento di carri armati tedeschi, e gli aeroplani Stuka, e tanta artiglieria. Insomma non dovrebbe essere dura, anche se il terreno è tutto nudo.
Quando i plotoni fucilieri escono dall’erba a squadre sparse, pure il sole è tutto fuori. Un sole caldo e gioioso, e mi godo la sua luce.
Hanno già superato il dosso e vedo gli elmetti con la penna di legno tinto sparire dall’altro versante; ci passano accanto i carri Elle e il plotone della chimica. Il tenente grida: – In piedi! Plotone pesante, avanti! Avanti, tocca a noi!
Si sente qualche scoppio di mortaio. Forse sono i nostri che fanno il tiro d’accompagnamento. Cavalleri esce dall’erba con la prima squadra mitraglieri, poi Storti con la sua, noi. – Andiamo, – dico, – in piedi.
Camminiamo svelti e curvi e siamo subito sul dosso, allo scoperto, nel mattino di sole. Sento distinti dei colpi in partenza, leggeri come fucilate di cacciatori lontani: – Corriamo svelti, – dico. Ma i colpi ci sono sopra, ci vengono incontro come un treno che corre nel cielo, e cosí, ancora su quattro file distanziate, ci buttiamo per terra, teste contro piedi.
Scoppiano tra squadra e squadra, con bagliore piú forte del sole, e mi riparo la testa con le braccia facendomi piccolo. Dopo il bagliore le schegge sibilanti che tagliano l’erba e grumi di terra che mi cadono sulla testa e sulla schiena. Odore acre e fumo. – Avanti! Avanti, via! – urla il tenente.
Mi alzo sulle braccia; vedo laggiú davanti i fucilieri che avanzano, i carri Elle, l’erba e il sole sull’erba. Attorno sento lamenti, ancora scoppi, urla. – Andiamo, – dico, – andiamo avanti, muoviti».
Ma l’alpino che scuotevo per il braccio aveva un piccolo foro sotto l’orlo dell’elmetto e non respirava piú. Gridando – Portaferiti! – piú volte, sento che la voce mi si strozza in gola per quel fumo acre e denso. Mi agito gridando – Portaferiti! Portaferiti!, – e sento il tenente gridare anche lui – Avanti, via! I portaferiti vengono.
Storti si sorregge sulla terra puntando i pugni: tutt’intorno è rosso di sangue e di sole e Storti mi dice: – Te’, Rigoni, accendimi una sigaretta –. Gliela accendo e gliela metto tra le labbra: – Coraggio, – gli dico, – verranno a prenderti subito e andrai in Italia –. – Ciao, – mi risponde, – ti saluto –. E lo lascio morire cosí.
Restammo in pochi del plotone pesante a riprendere la corsa. Anche Cavalleri era sanguinante.
Davanti c’era l’erba e il mattino. Vedevo i fucilieri camminare curvi e distanziati per la lunga discesa e i colpi di mortaio e di artiglieria che cadevano negli spazi a cercare gli uomini. I carretti dei bersaglieri venivano avanti anche loro e ogni tanto si fermavano a sparare con la mitragliera di bordo come per farci coraggio. Giú, dove finiva la discesa, c’era un profondo calanco dove, da sopra, non ci potevano vedere: «Arrivare fin là, – pensavo, – bisogna arrivare fin là».
Un colpo di mortaio che non feci in tempo a notare tra gli altri venne a scoppiare senza che facessi in tempo a buttarmi per terra. Ci pensò lui, sollevandomi prima in aria; e fu forse perché in quel posto la terra era soffice e profonda che le schegge si spensero dentro. I grumi di terra erano come pugni sulla testa e sulla schiena. Il capitano in quel momento mi stava sorpassando; teneva in mano la pistola e gridava: – Avanti, cinquantacinque!
Tra le erbe incominciarono a schioccare le pallottole delle mitragliatrici e dei fucili anticarro, e mentre correva verso la balka un geniere della chimica svaní in una vampata altissima e bianca. Forse aveva preso una pallottola nel serbatoio del lanciafiamme. Anche un paio di carri armati erano immobili e abbandonati.
Fu lunga la steppa per arrivare fin là; lunga o anche breve perché il tempo non si può misurare in certi momenti. Sentivo tanta sete e nella bocca come sabbia. Quando mi sdraiai con la schiena contro la terra della ripida scarpata trassi un profondo respiro. Con il fazzoletto mi pulii il viso e gli occhi che bruciavano e, finalmente, bevvi tre sorsate dalla borraccia.
Accanto a me avevo posato l’arma della pesante e non riuscivo a capire come l’avessi portata fin là e a chi l’avevo presa. Di fronte a noi, che stavamo raccogliendoci dentro la balka, scendevano gli ultimi superstiti della compagnia, o quelli che erano rimasti indietro a soccorrere i feriti, o i feriti che volevano raggiungerci perché su quella lunga discesa continuavano a cadere le bombe, e l’erba a essere falciata dalle mitragliatrici.
Cavalleri non era arrivato fin giú, e lo rivedrò in Italia tanti anni dopo. Parlammo poco di quel giorno. Fare il muratore è meglio che essere sergente degli alpini; solo, ecco, che i tanti figli gli danno da pensare, e fastidio le vecchie ferite quando il tempo cambia.
Gli ufficiali, dentro la balka defilata, stavano radunando i plotoni; il capitano guardava desolato quanti pochi alpini gli erano rimasti per proseguire l’azione e gridava verso quelli che ancora si muovevano allo scoperto: – Venite qui, imbecilli! – Poi brontolava tra sé, forse ricordando una promessa: – Dovrebbero venire gli aeroplani, ora, per bombardare la Quota. Ma dove sono andati a finire ’sti tedeschi?
Una recluta della squadra esploratori era stato ferito a una mano, teneva il braccio alzato, e agitandolo in aria il sangue della ferita gli spruzzava il viso e il petto. Era euforico e gridava: – Mé son ferit! Mé vado en Etalia… a ca’, ve saludi! Vado a ca’. Qua l’è na féra! L’è na féra!
Qui è una fiera, ripeteva con tono allegro. E si mise deciso a camminare verso ovest, risalendo la lunga china per dove eravamo scesi e dove continuavano a cadere le bombe.
Sostammo ancora un poco per riprendere fiato. Della mia squadra chi aveva ancora il mortaio era Zugni; Monchieri aveva la cassetta delle bombe. Ma di tredici eravamo rimasti forse in cinque; anche i mitraglieri erano in pochi: per quelle scariche di mortaio che ci avevano sorpresi appena usciti allo scoperto il nostro plotone aveva subito le perdite maggiori.
Ora bisognava risalire tutto il dosso che ci vedevamo davanti: una lunga collina coperta da erbe alte ma senza un albero o un sasso dove ficcar dietro la testa. Una salita lunga e dolce da farsi sotto il sole ormai alto.
I soldati russi erano lassú, sul culmine. Tra le esplosioni e le pallottole ogni tanto avevo alzato lo sguardo verso quel terrapieno lontano: era da lassú che sparavano con le mitragliatrici e, da dietro, con i mortai e i cannoni. Se riuscivamo ad arrivare fin là forse non avrebbero piú sparato. Ma arrivarci.
Il tenente Moscioni si mise alla testa dei plotoni fucilieri; il sergente Della Torre prese il posto del tenente Dell’Acqua che era stato ferito; il tenente Davoli seguiva subito con l’altro plotone. Noi dovevamo intervenire con le due mitragliatrici e il mortaio rimastici per appoggiare l’attacco dei fucilieri.
Questi erano già fuori dalla balka e avevano preso a salire la collina a squadre molto distanziate. Osservavo i fucilieri di Moscioni che non attaccavano di petto l’erta ma la prendevano alla larga, e molto guardinghi. Riuscii a pensare: «Quelli, li vogliono aggirare».
Era silenzio, ora. O sembrava silenzio perché i colpi di mortaio continuavano a caderci alle spalle, lontano. L’erba molto alta ci nascondeva bene e ogni tanto qualche raffica di mitragliatrice ci passava sopra la testa.
Riapparvero tre carri Elle dei bersaglieri e seguimmo quasi di corsa la loro scia nell’erba. Ogni tanto si fermavano ad aspettarci ed allora sparavano con le mitragliere e il cannoncino. Sembravano cavalli che s’impennavano e nitrivano.
Non spararono molto, i russi, dal loro caposaldo. Forse, da dietro, erano già arrivati i fucilieri di Moscioni.
Uno si mise a camminare di fianco a un carro; andava lungo e diritto tenendo il fucile a bilanciarm e ci volle parecchio prima che ci accorgessimo che non era dei nostri. Qualcuno di noi gli sparò, cosí, per farlo correre, ma lui continuava a camminare come se la cosa non lo riguardasse. Uno gridò: – Ma corri, no, imbecille, corri! Ma quello perché non scappa? – Un altro si inginocchiò come ci avevano insegnato al poligono, poggiò il gomito sul ginocchio e sparò.
Ora c’era una pista sulla terra polverosa che percorreva la sommità lunga e piana, e noi si andava cautamente per quella pista. Un carro dei bersaglieri era andato in avanscoperta verso il caposaldo; lo osservammo sparare, correre avanti e indietro come caracollando tra la polvere e gli spari; poi fermarsi sul punto piú alto e quindi ritornare verso di noi.
Da breve distanza fummo investiti da una scarica di fucilate e ci buttammo tra le erbe. I russi stavano nascosti in profonde buche coperte con sterpaglie e non si vedevano; allora ci mettemmo ginocchioni a gettare le bombe a mano. Le mie non riuscivano ad avere slancio e sentivo come una punta dura al gomito; mi accorsi che sul palmo della mano si era raggrumato del sangue e che la camicia e la giubba erano appiccicate al braccio.
Non erano tanti i soldati russi nascosti nelle buche; forse i piú erano già andati via e qualcuno usciva con le mani alzate e senza armi.
Un alpino era lí fermo con il lungo fucile e la baionetta in canna e il soldato russo era uscito a metà dalla buca con le braccia in alto. Sorrideva e pareva un gioco come quando si è ragazzi, perché anche l’alpino sorrideva pacioccone ed era felice di aver fatto un prigioniero: tel qua el sovietico! Il nostro tenente guidava l’azione: anche lui aveva il moschetto e tirava bombe a mano. Vide il soldato russo con le braccia in alto e l’alpino di fronte che, come imbambolati, si sorridevano: – Spara! Sparagli, cretino! – gli gridò il tenente. – Sparagli!
Capirono tutti e due, il russo e l’alpino, e si guardarono attorno smarriti. L’alpino sparò. Vidi la smorfia dolorosa e il corpo afflosciarsi nella buca.
Anche Turrini ricordo. Turrini che dopo aver lanciato le bombe a mano vide frullare le starne: per un attimo la sorpresa lo colse, ma subito si riprese e fece l’atto di portare il fucile alla spalla come fa il cacciatore per una stoccata e quindi camminare guardingo per dove erano andate a rimettersi.
Invece il sergente della squadra esploratori, che teneva legata su un bastone la bandierina tricolore della compagnia con su scritto «55 LA REPUBBLICA», lo vidi su un rialzo di terreno con il fucile a tracolla, la pipa in bocca e le mani in tasca, che guardava noi e i russi come fosse a teatro o a una partita di calcio.
Uscirono anche i russi che fino allora si erano tenuti nascosti nel caposaldo, ma invece di venire verso di noi incominciarono a ripiegare verso le loro retrovie. C’erano, sul principio, sempre queste colline coperte d’erba che declinavano dolcemente; ma laggiú si vedevano anche degli alberi, dei campi di girasoli, villaggi, pagliai e, a tratti, apparire un fiume azzurro. Ma tutto era dentro una luce gialla e verde che il sole estivo impastava insieme, sfumando. Era già forse il meriggio?
– Piazza la pesante, Rigoni! Piazza la pesante e spara a quelli laggiú che si ritirano! – mi ordinò il capitano.
Mettemmo l’arma sopra il treppiede, mi sedetti dietro e calcolai l’alzo. Uno mise la piastra del caricatore, tirai il carrello e premetti la leva di sparo impugnando forte perché non traballasse. Partí un colpo solo. Tornai a manovrare il carrello e non partí piú niente. Cercando cos’era che non funzionava vidi che una scheggia l’aveva messa fuori uso colpendola nella valvola di recupero gas.
E i russi si allontanarono tranquilli senza dimostrare tanta fretta.
La Quota era stata conquistata e la nostra compagnia aveva eseguito l’ordine del maggiore Bracchi. Per arrivare laggiú al fiume ora il terreno era libero. Ma dove erano andati a finire i tedeschi? e gli aeroplani? e cosa dovevamo fare noi, ora?
Ci mettemmo a difesa in uno spiazzo tra l’erba, oltre le buche dei russi; ma, a contarci, eravamo rimasti veramente in pochi. Sdraiato sull’erba, stanco e sudato, mi pareva di veleggiare nell’aria.
Il capitano prese collegamento con i plotoni fucilieri che erano ai fianchi e mandò avanti delle vedette a nascondersi tra le erbe piú alte. Ora il capitano parlava con il tenente dei bersaglieri che era uscito dal suo carro per respirare un po’ d’aria e con il nostro comandante di plotone. Capivo che non sapevano cosa decidere; forse aspettavano il collegamento con il Comando di battaglione, o con i tedeschi che non si decidevano di farsi vivi. Ma dove erano andati a finire?
Vicino a me – e li sorvegliavo con un altro alpino – c’erano un maggiore d’artiglieria e un politruk. Erano stati feriti alla testa da schegge di bombe a mano e mi misi a fasciarli con il mio pacchetto di medicazione. Al maggiore avevo preso un bel revolver e al commissario la stella rossa che aveva sul berretto. Mi guardavano in silenzio, e con gli occhi sereni come due buoni zii. Mi chiesero dell’acqua accennando alla borraccia, cosí svitai il tappo e li feci bere. Ma poco, perché anch’io avevo molta sete.
Sul terrapieno del caposaldo che avevamo lasciato alla nostra sinistra erano riapparsi dei soldati russi; camminarono ritti in piedi e poi scomparvero come inghiottiti dalla terra. E tutto restava silenzio.
Da dove eravamo saliti vedemmo venire verso di noi una figura allampanata e strana. Proseguiva in piedi, indifferente e senz’armi: pareva un ubriaco che rientra a casa al mattino. Uno di noi gli andò incontro e quando si avvicinarono vedemmo che quell’uomo era il caporalmaggiore Bertolazza dei fucilieri. Veniva avanti bianco come carta, stringendo i denti sotto le labbra dischiuse, gli occhi sbarrati per lo sforzo. Era senza giubba e la camicia aperta sul petto mostrava una grande macchia di sangue che gli colava giú per i pantaloni. In ogni mano teneva una bomba. – I russi vengono – disse. Quasi crollò davanti a me e gli feci bere la rimanenza della borraccia.
Il sole era caldo e il frinire degli insetti riempiva l’aria. Le starne ripresero a cantare; ma certamente era la vecchia che chiamava a raccolta i pulcini sbandati dalle bombe a mano.
Venne uno che era di vedetta; correva trafelato tra l’erba e si guardava attorno a cercare il capitano o il tenente: – Ci sono dei carri di fieno che vengono verso di noi, – disse. – Ma senza che nessuno li tiri, – aggiunse.
– Rigoni vai a vedere, – mi ordinò il capitano. – E poi ritorna subito a riferire.
Corsi curvo con l’alpino, e le erbe ci coprivano. Dove erano piú basse strisciavamo. Dove il terreno incominciava a declinare verso il fiume lontano ci fermammo e un’altra vedetta venne da noi: – Vedi? – disse. – Quei due carri si muovono da soli.
Non c’era nessuno sparo, nessun altro rumore fatto dagli uomini: solo insetti che frinivano. Pensavo: – Ai nostri lati abbiamo i fucilieri; come mai non si sono accorti di questi carri di fieno?
Poi si fermarono, e c’era un silenzio teso. Mi era ritornata viva una pagina di Tolstoj, dove descrive i cosacchi che si avvicinano agli abrekti, circondati nella steppa ai piedi delle montagne, spingendo un carro di fieno per ripararsi dalle pallottole. Forse stavamo anche noi per fare quella fine e ritornai dal capitano per dare l’allarme.
Quando vi giunsi non feci nemmeno in tempo a spiegare quello che stava succedendo che una scarica di parabellum segò le erbe sopra le nostre teste. Immediatamente le pallottole incominciarono a venire da tutte le parti come vespe arrabbiate, e chi si alzava in piedi restava colpito.
Cercammo di reagire e tutt’intorno erano sibili, scoppi, grida di feriti. Alcuni fucilieri riuscirono a ricongiungersi con noi ma non era possibile capire chiaramente cosa stesse succedendo. Chiaro era solamente che eravamo circondati; ma non da quanti, perché le erbe alte nascondevano chi ci attaccava.
Il capitano gridò l’ordine di far arretrare i plotoni fucilieri per ritirarci. Ma un ordine cosí chi avrebbe potuto portarlo? Il carro dei bersaglieri aveva richiuso in fretta la torretta e sparava girando in tondo. Ma poi finí le munizioni.
I russi si erano avvicinati e ora sentivo i rumori degli otturatori e le loro voci. Il capitano si alzò in piedi e gridò: – Si salvi chi può! – e subito cadde ferito. Il tenente mi urlava: – Rigoni, ammazza quei due! Sparagli! Sparagli! – e indicava il maggiore e il commissario feriti. – Sparagli! – e io, tutto curvo perché le pallottole come vespe arrabbiate passavano sopra la testa, tenevo la carabina spianata. Non sparavo e li guardavo negli occhi. Ci intendemmo.
– Mettetemi sul carro armato! – diceva il capitano. – Sono ferito alle gambe. Venite a prendermi! Rigoni, aiutami!
Con il tenente e un altro alpino mettemmo sul carro armato il capitano ferito; non si lamentava ma era tutto rosso in viso. Anche il tenente ci salí sopra con un paio d’alpini feriti. Il carro puntò deciso verso ponente schiacciando le erbe tra odore di polvere e di nafta, e i russi gli sparavano contro con i parabellum: – Sparagli, sparagli, Rigoni! – mi urlava il tenente, e mentre il carro si allontanava una pallottola lo colpí.
Il carro si allontanava e sulla sua scia cercavano di salvarsi i pochi superstiti. Nella confusione vidi l’alpino Rossi cadere colpito e quindi rialzarsi e gridare: – Il mitragliatore! Sergente, prendi il mio mitragliatore!
Buttai via la carabina e mi chinai a raccogliere il mitragliatore; aveva infilato un caricatore ancora intero e sparai tutt’intorno all’altezza dell’erba. Camminai via e vidi Rossi che seguiva la scia del carro armato. Quando si accorsero di me, per i loro mitra ero quasi fuori tiro; cosí mi spararono con i fucili.
Sentivo i colpi isolati, le pallottole zufolarmi intorno e strapparmi i pantaloni e la giacca. Dovevo solo cercare di correre in fretta e a zigzag, perché girando la testa avevo visto due o tre russi che mi seguivano in piedi puntando i fucili. E nel mitragliatore non avevo piú nessun colpo.
Smisero di spararmi e capii piú tardi perché: stavo attraversando un campo minato e aspettavano per vedermi saltare in aria.
Camminando cosí, mi vidi affiancato al caporale Bertolazza, ma non ce la faceva piú. Anche se teneva una bomba in mano era bianco come la morte e gli passai un braccio attorno alla vita per sorreggerlo: con una mano tenevo in spalla il mitragliatore e con l’altra sostenevo Bertolazza.
Raggiunsi, o ci raggiunse, Dotti che mi aiutò a tirare avanti Bertolazza che ora aveva le gambe rigide e non pronunciava piú una parola. Sembrava che solo noi tre ci fossimo in quella immensità tutta d’erba, e attorno ci ronzavano le mosche che si appiccicavano al nostro sudore. Non si sentiva niente, e pareva impossibile. E a che momento eravamo della giornata? Avevo tanto desiderio di bere.
Giungemmo alla balka dove si era sostati prima di iniziare la salita; qui c’erano adesso un posto di medicazione e la compagnia Comando. I nostri compagni, quelli che avevano potuto essere raccolti, giacevano stesi sull’erba e in silenzio guardavano il cielo profondo. Il tenente medico, sporco di sangue e sudato, medicava e faceva iniezioni. Stendemmo Bertolazza e chiamai il tenente perché lo vedesse.
Era svenuto nell’erba: il suo viso era color cenere, e il petto e il ventre rossi di sangue. Il tenente Giannotti gli alzò le palpebre e fece di no con la testa; ma in mano teneva una siringa e gli fece un’iniezione. Poi disse ai portaferiti: – Questo qui fatelo sgomberare subito, – e passò a medicare gli altri.
Bertolazza lo rividi l’autunno scorso. Una domenica ero appena ritornato a casa dalla caccia in montagna e mi telefonò da un albergo del centro: – Sei tu, sergente Rigoni? Sono venuto a trovarti, – disse. – Ti ricordi di me?
Dopo mi spiegò che la pallottola lo aveva passato per lungo, entrandogli alta nel petto e uscendogli in fondo alla schiena mentre stava chino. Ora lavora in una cartiera e mi ha invitato a casa sua a mangiare i tordi con la polenta; poiché anche lui è cacciatore, ma da capanno.
Stavo seduto sull’erba, stanco, assetato. Accanto a me c’era Dotti, poi si avvicinò anche Marangoni; rividi Moreschi, Zugni, Minelli. Nessuno di noi aveva voglia di parlare. Tourn mi diede un sorso dalla sua borraccia; la mia non la ritrovavo piú: forse era rimasta con la borsa della maschera antigas, dove tenevo dentro le bombe e oggetti personali, quando avevo fasciato la testa ai due russi. Anche il bel revolver avevo perduto; la stella rossa del commissario la ritrovai in una tasca.
Vennero verso di noi il maggiore Bracchi con l’aiutante; dopo averci guardato in silenzio chiese: – Dov’è la compagnia? – Il suo sguardo sembrava il solito: azzurro e ridente, e la voce ferma; ma dentro sentivo che qualcosa lo sconvolgeva. – Non so, – risposi. – Credo che non ci sia piú nessuno.
Volle sapere come erano andate le cose, ma forse gli apparivo confuso o non sapevo spiegarmi; allora mi offrí una sigaretta e me l’accese. Con il fumo mi pareva di soffiare fuori tutta la stanchezza mortale che avevo dentro.
– Non c’è nessuno dei nostri lassú? – mi chiese ancora. – Che cosa fanno i russi?
– Non so, – risposi.
– E gli altri? Dove sono gli altri?
– Sono andati via con il carro armato dei bersaglieri.
– Quelli li ho visti. C’era anche il capitano ferito –. Il maggiore scrollò la testa, si accese una sigaretta e si allontanò.
Dopo un poco venne ancora da noi e disse: – Bisognerebbe che qualcuno andasse a vedere cosa fanno i russi, e se ci sono ancora dei nostri. Quel mitragliatore funziona?
– Sí, ma non ha piú munizioni.
Il maggiore Bracchi si guardò attorno e gridò forte: – Chi ha ancora munizioni per la cavrina?
Venne uno con la cassetta. – Vai tu, Rigoni, – mi disse, – ma senza farti vedere. Te la senti? E poi conosci già la strada. Guarda cosa fanno i russi, se ci sono ancora dei nostri. Prendi con te due volontari e ritorna a riferirmi.
Vennero con me Marangoni e Dotti. Risalimmo tutta la balka e dove il canale terminava uscimmo nell’erba, strisciando. Ogni tanto alzavo cauto la testa per guardarmi attorno con attenzione ed ascoltare. Marangoni e Dotti non mi seguivano appresso e li aspettai. Non volevano venire piú avanti; eravamo sdraiati e io cercavo di convincerli che andando cosí non c’era pericolo.
Poco dopo che avevamo ripreso a strisciare, Marangoni mi tirò per una gamba e accostatomi mi sussurrò indicando con la mano: – Guarda là! – Tra l’erba c’era fermo uno. Spianai il mitragliatore e levai la sicurezza, feci: – Ehi! – sottovoce, ma quello non si mosse. Lo raggiunsi strisciando e lo toccai a una mano. Non era un alpino dei nostri ma un fante italiano morto da qualche giorno; era senza scarpe, senza giubba, senza alcun segno di riconoscimento. Teneva le braccia raccolte sul petto e pareva stesse riposando dopo un lavoro nei campi.
Da questo punto non vollero piú proseguire e allora dissi che mi aspettassero lí, dove, come riferimento, c’era un cardo viola che fuoriusciva dall’erba. Lasciai loro anche il mitragliatore.
Giunsi gattonando fin sotto il caposaldo dei russi e tutto era tranquillo: nessuno sparo, nessun grido e la terra era piena del frinire degli insetti. Misi lentamente gli occhi fuori dall’erba e rimasi immobile a osservare.
I russi camminavano tranquilli attorno ai loro ricoveri; uno stava seduto con le gambe penzoloni sullo scavo della trincea e beato si fumava la pipa guardando la sera, un altro passava tenendo due cavalli per la briglia come volesse farli ammirare in fiera. Tendendo l’udito riuscivo ad ascoltare le loro voci; ma non sentivo quelle di alpini, né spari da dietro il caposaldo dove c’eravamo spinti durante l’attacco.
I russi continuavano le loro faccende e pareva che il combattimento del mattino e la guerra fossero cose lontanissime perché anche la loro vita era come la nostra. Il sole era ormai basso e il paesaggio della steppa riprendeva contorni distinti e sereni. Tutt’intorno le quaglie avevano ripreso a cantare. Un cavallo grigio, senza alcuna bardatura, girava pascolando attorno a me, strappava un ciuffo qua e un ciuffo là scegliendosi l’erba piú appetitosa e con la coda si scacciava le mosche. Si avvicinò fin quasi a calpestarmi e allora, come fosse un gioco, con le braccia gli circondai il collo e gli balzai in groppa.
Correvo al galoppo lungo la discesa; dietro sentivo i russi che gridavano eccitati e, dopo, che sparavano fucilate. Mi stesi allora stringendo forte con le gambe.
Tirandogli la criniera cercavo di guidarlo dove mi aspettavano Dotti e Marangoni e quando mi sembrò di essere vicino al cardo viola saltai giú. Ritrovai il cardo e il corpo del fante, ma loro non c’erano.
Mi chiamarono dalla balka agitando le braccia fuori dall’orlo e quando li raggiunsi mi chiesero se ero diven- tato matto. Ma io ero felice di avere un cavallo: sarebbe stato bellissimo correre liberamente per queste pianure con un cavallo cosí. Lo sentivo mio e gli accarezzavo il muso, e pensavo che nome avrei potuto dargli.
Giungemmo dove ci aspettava il maggiore Bracchi con i resti del battaglione. Mi venne incontro il capitano Signori e con avidità guardò il mio cavallo: – Dove l’hai preso?
– Dai russi l’ho preso.
Anche il maggiore mi chiese: – Ma dove l’hai preso ’sto bel cavallo? – e dopo averlo rimirato: – Ma non vedi che ha una pallottola nel culo?
Era vero. Aveva preso una fucilata dietro, ma non usciva piú sangue e non aveva rotto niente: la pallottola era penetrata nel muscolo. Guarirà presto, pensavo.
Il maggiore mi chiese cosa stavano facendo i russi e se avevo visto o sentito dei nostri alpini.
Gli raccontai come era. Mi chiese ancora se, secondo me, sarebbero venuti al contrattacco. – Non credo – gli risposi; – si stanno spulciando e se la fumano tranquilli –. Io pensavo, anche, che avevano dispetto per il cavallo che gli avevo portato via. – Va bene, – disse il maggiore, – sei stato bravo ma anche asino. Ora fa adunata della tua compagnia e ritorna dove siamo partiti stamattina. Camminate sparsi e in fretta perché certamente riprenderanno a sparare con i mortai –. Poi indicò con il braccio teso un punto nella steppa dove apparivano piú numerosi i buchi delle granate: – Vedi quelle esplosioni? Ecco, proprio là vi è una pesante abbandonata. Passa da quel posto con qualcuno a prenderla.
Chiamai l’adunata della 55. Non c’era piú nessun ufficiale, piú nessun sottufficiale. In tutti eravamo una decina, e al mattino eravamo piú di duecento.
Quando stavamo andandocene da quel posto, si avvicinò il capitano Signori e con modi bruschi mi prese il cavallo. Pieno di rabbia gli piantai gli occhi sul viso rotondo e rosso. – Te lo darò domani, – mi disse. Ma non lo rividi piú.
Risalimmo la mugila che avevamo sceso al mattino e dove erano rimasti colpiti la maggior parte dei nostri compagni; il terreno era pieno di buche e restava ancora nell’aria l’odore dell’esplosivo. Anche ora sparavano, ma i colpi erano radi e svogliati, imprecisi anche, e non davano preoccupazione. Certo anche i russi erano stanchi.
Con Minelli e Bodei passai a recuperare la pesante nel luogo che mi aveva indicato il maggiore.
Il sole tramontava e l’aria si faceva fresca, le quaglie cantavano con piú lena e i fiori emanavano piú forte i loro odori. I superstiti della nostra compagnia camminavano in silenzio nella steppa, verso un orizzonte che non aveva fine.
Quando venne notte il maggiore Bracchi mi fece piazzare la pesante in una buca tra l’erba e ci raccomandò di vigilare per non farci sorprendere dalle pattuglie.
Avevo freddo e battevo i denti, ma non avevamo niente per coprirci; la gola mi bruciava e per sciogliere il secco che avevo in bocca masticavo foglie amare. Eravamo stretti uno addosso all’altro dentro la buca, ma non riuscivo a dormire perché, come chiudevo gli occhi, sotto le palpebre si accendevano bagliori e dentro le orecchie ronzavano insetti. Il braccio ferito mi faceva male e non riuscivo a trovargli un posto.
Lentamente incominciai a piangere; poi convulsamente. Uscii fuori dalla buca per vomitare e aspettare l’alba.
Dopo due giorni il tenente Abram venne a prendere il comando della compagnia e ritornò anche il sottotenente Dell’Acqua. Ora, leggo nel mio notes, eravamo in cinquantasei perché erano rientrati i feriti leggeri, quelli che durante il combattimento si erano dispersi, i mensieri, gli attendenti, i magazzinieri e i conducenti del primo scaglione. Ma ne mancavano piú di centoquaranta.
Il furiere Filippini chiese l’elenco dei presenti perché era piú semplice. Per piú volte, all’alba perché di giorno sparavano con i mortai alle corvè, ci mandarono razioni di viveri per duecento. Mangiavamo direttamente dalle casse di cottura senza procedere alla distribuzione. Quasi tutto il rancio restava abbandonato e con le pagnotte facemmo un muretto a secco davanti le postazioni. Ci portavano anche l’acqua perché lí attorno non ce n’era; ma nessuno si lavava perché avevamo sempre sete.
Sulla nostra sinistra, a un paio di chilometri, c’era un caposaldo di fanteria, o di camicie nere, con il quale eravamo collegati a vista; parecchi chilometri a destra c’era il resto del battaglione. E cosí ci pareva di essere su una zattera in mezzo all’oceano.
Arrivò anche la posta. Tanta, piú di ogni altra volta, e sottovoce feci la chiamata. Ad ogni silenzio, ed erano tanti, guardavo la lettera o la cartolina che mai avrebbero avuto risposta e mi ritornavano davanti il viso o la voce di chi non allungava la mano.
Una notte uscii da solo a camminare per la steppa e quando il cielo si coprí persi l’orientamento. Camminai fino all’alba prima di ritrovare i miei compagni.