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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

nelle caverne dell’ortigara ancora odor di guerra

italian

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Sono passati cinquant’anni con temporali, frane, gelo e sole e rocce sgretolate; e anche uomini a raccogliere salme, bombe, armi di ogni genere, putrelle, lamiere, reticolati; e passeranno anche i secoli e non saranno cancellate le caverne, le trincee profonde e non raccolte tutte le ossa che ogni primavera le pietre mosse faranno uscire al sole.
Tra queste due montagne frantumate dove i mughi e i larici sono stati segati raso terra dalle mitragliatrici, fra le trincee che si fronteggiano, un poco piú a est del baracchino dei pastori e della Pozza, c’è un quadrato dove l’erba è già alta e spuntano i primi fiori bianchi e azzurri tra la neve che va sciogliendo: e dove erano sepolti migliaia di alpini di ventidue battaglioni, gli artiglieri di ventuno batterie da montagna, i fanti della brigata Regina e bersaglieri del 9°. È il pomeriggio del 13 giugno 1967 e sono seduto sulle pendici del Caldiera; è silenzio come lo può essere a duemila metri in questa stagione, da Malga Pozze arriva portato dal vento il grido dei mandriani che raggruppano le mucche per la mungitura e un merlo è volato dalle macerie di una baracca rompendo l’aria. Dalla Valsugana sale per il Passo dell’Agnella una nebbia vaporosa che appena è colta dal sole si scioglie in vapori rosa.
Sono salito quassú per la Val di Nos, ho camminato per lo Zebio, il Colombara, i Granari di Bosco Secco, monte Palo; ho lasciato sulla sinistra il monte Forno e il Chiesa e per i Campi Luzzi sono salito alla Cima delle Saette. È una strada che conosco da ragazzo e che faccio quando vado a caccia, ma oggi non è per i galli di monte o le pernici bianche che sono venuto quassú, ma è per questi pezzi di pipa, per queste bottiglie rotte, per queste schegge di ossa: per stare un poco con loro e cercar di capire quello che da anni mi chiedo: Perché la guerra?
La trincea è scavata nella roccia, c’è il gradino per salire a sparare, ci sono i ricoveri bui che penetrano nella montagna e lí tavole e travi marciscono sotto lo stillicidio – una volta erano lettiere, panche, scansie; le feritoie delle mitragliatrici si aprono come occhiaie su un paesaggio desolato. Dietro le trincee, sul rovescio del monte, resti di baracche di tutte le misure: piú piccole vicino alla trincea, piú grandi dopo. Qui sarà stato il comando di compagnia, proprio un baracchino di pochi metri quadrati e c’è ancora il resto di un letto di tavole, una nicchia dove forse c’erano il telefono e la bottiglia della grappa, per terra un mucchietto di chiodi e caricatori vuoti; il tetto è crollato o forse portato via da una cannonata. Dietro una roccia resti di carbone coke e pietre annerite: qui era il maniscalco perché tra l’erba rada e bassa si intravvedono chiodi per ferrare i muli; qui si tempravano anche gli stampi da mina per forare le rocce e mettere la carica. La mulattiera è ancora ben visibile anche se spezzata da buche di granata, si inerpica, gira, e delle tracce di gradini ogni tanto si dipartono e salgono su ripiani riquadrati da resti di mura: erano ospedali, magazzini, comandi.
Quante decine di migliaia di uomini saranno passate qui? Piemontesi, lombardi, veneti, toscani, sardi, calabresi; ma soprattutto alpini, gli alpini dei ventidue battaglioni dell’Ortigara: Tirano, Vestone, Spluga, Stelvio, Valtellina del 1° Gruppo colonnello Porta; Ceva, Mondoví, Bicocca, Val Tanaro, Val Stura, del 2° Gruppo colonnello Gazagne; Val Ellero, Val Arroscia, Mercantour, Clapier dell’8° Gruppo colonnello Ragni; Verona, Bassano, Sette Comuni, Monte Baldo del 9° Gruppo colonnello Stringa e ancora il Saccarello, il Val Dora, il Marmolada, il Cuneo. Tutti i paesi delle Alpi su questa montagna. Da una piccola gola la trincea esce e scende tra i resti di due parapetti a secco, tra la terra e i sassi affiorano shrapnel, schegge, reticolati: da qui incominciarono a uscire nel pomeriggio del 10 giugno 1917 le prime compagnie di alpini. Da dieci ore oltre quattrocento cannoni italiani bombardavano le postazioni austriache, la nebbia stagnava negli avvallamenti e la montagna era coperta di nubi; pioveva a sprazzi, il fumo delle esplosioni rendeva l’aria grassa e giallastra, l’odore dell’esplosivo stagnava su tutto come quello della morte, la neve era diventata nera. I carabinieri facevano uscire i plotoni e un cappellano dava l’assoluzione; i capitani in testa alle compagnie scendevano balzando tra le rocce. Poi la nebbia si alzò e quando incominciò la salita tutte le mitragliatrici dalle caverne del Campigoletti e dell’Ortigara, tutte le artiglierie dal Corno Bianco al Salubio incominciarono a sparare. I morti nuovi si accavallavano su quelli del giugno precedente che le bombe riscoprivano da sotto terra.
Esco fuori dalla trincea e cammino verso la Pozza; ai piedi di un grosso sasso e tra radici secche di un larice raccolgo manciate di pallottole, guardando di fronte, a qualche centinaio di metri, sta una feritoia nel mezzo della roccia. Quanti alpini saranno caduti qui, per quella mitragliatrice nella roccia? Attraverso il pascolo dove c’era il cimitero – ma dove non c’erano morti? – e il passo è leggero come se anch’io fossi già morto; un morto dell’Ortigara o della Russia che è ritornato a ritrovare i compagni. Andando verso l’Agnella si incontra sempre piú evidente il segno; elmetti, giberne, caricatori vuoti, filtri di maschere antigas, badili, persino pezzi di panno; le buse e i crepacci che ora sono pieni di neve allora erano ricolmi di cadaveri. A quota 2003 incominciano le trincee austriache, le prime prese d’assalto dal Bassano; fu qui che due anni or sono raccolsi un elmetto italiano con dentro il teschio: le ossa erano intatte e bianche.
Risalgo la trincea austriaca, entro nelle caverne, guardo dalle postazioni delle mitragliatrici per dove sono scesi gli alpini, salgo scale dentro la roccia, esco nuovamente nelle trincee, vado dove c’erano i baraccamenti austriaci sul versante che guarda la Valsugana, e ancora per camminamenti, per trincee sconvolte, ricoveri scoperchiati, buche profonde dove affiorano, tra le pietre macinate, pali, reticolati, resti di armi, bombe: questa è la vetta dell’Ortigara, oggi.
A quota 2101 c’e la croce austriaca con i nomi dei reparti Feldjäger e Kaiserschützen; e piú sopra, a quota 2105, la colonna spezzata degli alpini: «Per non dimenticare». Queste rocce ora bianche perché lavate dall’acqua e dalla neve, vennero prese dopo nove giorni di assalti, qui i resti delle piú belle compagnie alpine resistettero per altri sei giorni ai contrassalti dei migliori reparti di von Conrad, al bombardamento di mille cannoni. Finché i lanciafiamme li bruciarono: era il 25 giugno 1917 e dopo quattro giorni sull’Ortigara era silenzio. Come oggi, forse. Ma migliaia e migliaia di giovani sui vent’anni coprivano immobili queste pietre bianche e sconvolte che scivolano sotto il passo. Dopo, quando finí la guerra, dissero che fu errore di generali, che mancò lo sfruttamento della conquista e tante altre cose ancora. Ma che giovava ormai?
Scendo dai Ponari verso Campigoletti, il sole è sopra le Cime di Brenta e sento la campana del Lozze che suona leggera nell’aria limpida: sarà forse un pastore o un vecchio di allora che vorrà cosí salutare, in questa sera tranquilla, i morti dell’Ortigara.
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