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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

polenta e formaio zè bon!

italian

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Era verso il 20 di giugno, quando i crepuscoli sono lunghi e brevi le notti. Il temporale li sorprese sulla mulattiera che saliva alla malga. Il vento del Garda aveva portato le nuvole che improvvisamente coprirono tutto il cielo. Diventarono nere e poi giallastre. Il primo lampo sembrava volesse dilaniarle, e subito dopo incominciarono a cadere grosse gocce e violenta grandine. Si tirarono sulla testa il cappuccio della giacca a vento e allungarono il passo.
In quel punto la montagna era nuda d’alberi; tra le macchie dei rododendri cresceva l’erba dei pascoli e sulle rocce una fitta boscaglia di pino mugo. Non c’era nessun riparo dove fermarsi per far passare il temporale che intanto si stava sfogando con impressionanti lampi e tuoni che scuotevano le montagne e lasciavano nell’aria odore di zolfo. – Anche questo sarà da raccontare a nonno Gigi, – disse lei gridando.
Erano partiti due giorni prima da una città del Sud ed era stato nonno Gigi a spingerli in questa che consideravano un’avventura. Tante volte aveva detto: – Vorrei ritornare dov’ero in quegli ultimi anni di guerra. Vorrei vedere come è adesso lassú e ritrovare qualche compagno, finché siamo in vita. Mi dicono che anche lí è cambiato tanto –. Ripeteva queste cose con insistenza, come fanno i vecchi, le diceva ai figli e ai nipoti quando andavano a trovarlo. Sembrava ascoltassero solo per compiacenza. Per tanto tempo non ci aveva pensato, ma ora che quasi non poteva piú camminare, dopo piú di cinquant’anni, quei tempi e quei luoghi gli ritornavano sovente alla memoria. E ricordava con insistenza il 9 settembre del 1943 quando il comandante del battaglione alpini guastatori, il Caccia Dominioni, aveva detto che ognuno era libero di scegliere la propria strada, giacché il re e Badoglio avevano scelto la loro.
Lui era andato poco lontano poiché erano arrivati subito i tedeschi. Si era fermato in una casa di contadini, in una contrada fuori mano, e visto poi che gli era impossibile raggiungere la sua città tanto distante, quell’inverno si era messo con la banda partigiana. Ritornò a casa dopo ventun mesi.
Un giorno nonno Gigi aveva chiamato Luisa, sua nipote: – Senti, – le aveva detto sottovoce, – all’università quest’anno ti è andata bene; potresti prenderti una vacanza. Mi piacerebbe che tu andassi con Franco verso il Nord, in quelle montagne dov’ero partigiano. Non dovrebbe essere difficile convincerlo! Io vi pago il viaggio. Con il treno arrivate diretti a Padova e da lí proseguite in corriera fino ad Asiago. Il giorno dopo salite alla malga Hotara. Su quei monti ho passato i venti mesi piú importanti della mia vita. Lo chiedo a te che sei la mia nipote piú cara, io non posso andarci. Poi mi racconterai tutto.
Nonno Gigi ormai leggeva con fatica; forse era per questo che amava parlare alle nipoti di quei tempi passati con la brigata, lassú in montagna. Alla memoria gli ritornavano chiari i nomi dei compagni, dei luoghi, le date di certi avvenimenti, episodi curiosi fitti di particolari, le canzoni che credeva dimenticate. E sempre raccontava di quella polenta e formaggio, quasi unico cibo in tutti quei mesi. Polenta e formaggio, e acqua del pozzetto tra le rocce.
Franco aveva accettato con entusiasmo di accompagnare Luisa: soli, insieme per belle montagne e vasti boschi. Sarebbe stato, pensava, un meraviglioso tempo d’amore. E cosí, dopo aver superato un esame, partirono.
Arrivarono al paese di montagna la sera dopo la loro partenza. C’era nell’aria odore di fieno. Chiesero informazioni; comperarono una carta topografica a scala 1:20.000 e una guida dei sentieri; trovarono da dormire in un alberghetto pulito e silenzioso e la mattina successiva si avviarono con gli zaini in spalla. Dapprima per contrade e prati, poi per i boschi.
Fu passati i boschi che vennero sorpresi dal temporale, che poi, cosí com’era venuto, cessò. Le nubi corsero via con il vento verso il Trentino e si svuotarono di fulmini e grandine sulle cime piú alte. Il sole riapparve e dentro il cielo si stabilí un azzurro limpido e nuovo. La temperatura si era notevolmente abbassata e il suolo faceva salire il suo fiato.
La malga Hotara comparve improvvisamente dentro la conca. Il fumo usciva dal camino e sotto, lungo gli sporti, si era accumulata la grandine.
Le pozze dell’abbeverata riflettevano il cielo e anche le vacche vi si specchiavano. La mandria, tranquilla e sparsa, pascolava l’erba verdissima tra il bianco delle pietre e della grandine. Un cane grigio e fulvo si avvicinò ai due senza abbaiare; li annusò e poi scodinzolò. Luisa chiese permesso a voce alta e spinse la porta.
Il casaro stava rimestando il latte con la lira dentro la grande caldaia per rompere la cagliata; una donna anziana era seduta su una panca a rammendare un paio di scalfarotti. – Levatevi di dosso quella roba bagnata e avvicinatevi al fuoco, – disse la donna.
Era buono l’odore del latte che cagliava e ancora piú gradevole il fuoco alto sul focolare dove, appeso alla catena, c’era un paiuolo pieno d’acqua. Luisa, girandosi ora da una parte ora dall’altra per asciugare i pantaloni, disse alla donna che erano arrivati fin lassú per trascorrere qualche giorno di vacanza: – In paese ho saputo che qui fate anche agriturismo. Ci piacerebbe fermarci. Se c’è posto.
– Non siamo in agosto, – la interruppe il casaro.
– Se vi adattate, – disse la donna sempre agucchiando gli scalfarotti, – su c’è una stanza. Il mangiare è quello che mangiamo noi, e con i nostri orari. Il prezzo è trentamila lire a testa. Al giorno, naturalmente.
– Ci va bene, – intervenne Franco.
La stanza, sotto il tetto ripido e alto, era tutta rivestita di tavole d’abete; pulita e semplice: due letti, una brocca per l’acqua e un catino di ferro smaltato, due sedie, uno sgabello, un attaccapanni. La finestra guardava sui pascoli e sulle rocce dove si arrampicavano dei larici luminosi.
– Qui la notte fa molto freddo, – disse la donna che li seguiva. – Potete unire i letti e le coperte.
Lasciarono lí gli zaini e scesero. L’uomo stava levando il formaggio dalla caldaia. Chino, con le braccia nude affondate nel siero, con un telo di canapa estraeva la pasta e la ricalcava nelle fasce di legno preparate sullo sgocciolatoio di peccio. Luisa e Franco seguivano con attenzione il lavoro.
L’acqua dentro il caldaio bolliva allegramente e il casaro, dopo aver dato un’occhiata alla sveglia che ticchettava su una scansia, disse: – È ora di fare la polenta. Il sale l’ho già messo.
Da un sacco rimboccato la donna prese un pugno di farina e, mentre girava la mestola con l’altra mano, la lasciò lentamente cadere dentro l’acqua. Girava lesta e accaldata, cercando di evitare gli spruzzi che il bollore mandava in aria. Premendo con un ginocchio su un asse rivestito di lamiera, teneva fermo il caldaio contro la parete del camino. Luisa e Franco guardavano in silenzio. A un tratto Luisa disse come a se stessa: – Questa scena l’ho già vista attraverso gli occhi del nonno –. Poi, rivolgendosi alla donna: – Possiamo levarci gli scarponi per metterli ad asciugare vicino al fuoco?
– No. Non vicino al fuoco, si rovinano, – intervenne il casaro. – Andate sotto il portico, riempiteli di paglia e lasciateli all’aria.
Chiesto il permesso, Luisa e Franco salirono in camera da dove poco dopo scesero con gli scarponi in mano e le scarpe da ginnastica ai piedi.
Intorno a mezzogiorno arrivarono in casara anche i due ragazzi che erano fuori a sorvegliare le vacche. Salutarono i nuovi ospiti con cortesia. Il casaro che era andato a governare il formaggio nella stanza della salagione, rientrando disse: – È cotta, buttala fuori.
La polenta gialla e soda fu in un attimo in mezzo alla tavola e il suo profumo si diffuse per la stanza. La donna preparò la mensa con i piatti, un boccale di vino e un pezzo di formaggio. Da una vecchia cucina economica prese un tegame e incominciò a distribuire il coniglio con sugo di burro e timo serpillo. I tre uomini di casa si erano già seduti sulla panca, le spalle rivolte alla parete.
– I vostri posti, – disse la donna a Luisa e Franco che erano rimasti in piedi, – sono quelli con il tovagliolo di carta.
Si sedettero di fronte agli uomini, accanto al posto della donna, con le spalle rivolte al focolare dove il fuoco stava consumando la legna. – Servitevi come faccio io, – disse loro il casaro. E mostrò come, tagliando con lo spago sottile una grossa fetta di polenta. Luisa e Franco erano un po’ imbarazzati dal silenzio degli uomini che li stavano osservando. Fu la donna a tagliare per loro le fette. Incominciarono a mangiare. L’intingolo era veramente molto buono, profumava di timo, anche la carne era saporita. – È davvero buonissimo, – disse Luisa.
– Sono conigli che alleviamo noi, qui fuori. Mangiano solo erba di montagna, – rispose la donna.
– Mio nonno Gigi mi diceva che un tempo si mangiava solamente polenta e formaggio.
– È la seconda volta che nomina suo nonno, – osservò il casaro.
– È stato qui a fare il partigiano.
L’uomo alzò la testa dal piatto: – Come si chiamava? – chiese.
– Si chiama Luigi Millo, è ancora vivo.
– Come si chiamava qui, da partigiano.
– Come puoi ricordare, – intervenne la donna, – allora eri un ragazzo.
– Lo chiamavano Teròn, anche come nome di battaglia, perché era del Sud.
– Il Teròn! – esclamò il casaro. – Ci faceva ridere quando voleva parlare in dialetto. Mi diceva sempre: «Bocia, polenta e formaio zè bon, ma zè bon anche spaghetti con la pommarola ’n coppa».
– Ma l’ha conosciuto?
– Ero ragazzo, ma lo ricordo bene. Quando era di guardia in cima allo Scoglio del Gallo qualche volta andavo a trovarlo.
– Me lo ricordo anch’io, il Teròn. Quando dopo i rastrellamenti del giugno veniva alla sera qui in malga con il Balota a prendere un po’ di latte, era tanto gentile. Mi faceva un po’ la corte, – disse la donna.
Luisa sorrise con tutto il viso pensando a suo nonno tra quelle montagne, quando aveva poco piú di vent’anni.
– Mi racconta sempre dei suoi compagni partigiani. Ricordo alcuni nomi: Aramis, Giulio, Barba, Moretto, Broca, Pat.
– Sono rimasti in pochi. Molti sono emigrati finita la guerra. In Australia e in Argentina. Altri sono morti. Ma Aramis uno di questi giorni dovrebbe salire in malga da noi, – disse la donna.
Detto questo sembrava non volessero piú parlare, continuarono a mangiare in silenzio. Dentro i piatti rimasero in breve solo le ossa del coniglio, ormai ripulite dall’intingolo. La donna prese il coltello e lo porse a Franco invitandolo a tagliare un pezzo di formaggio: – È formaggio di un anno, fatto in luglio qui in malga. È buono con la polenta. Siete giovani, mangiate.
– Polenta e formaio zè bon! – esclamò Luisa, e quell’accento meridionale fece sorridere i due ragazzi.
Il pranzo era terminato. Il casaro si alzò dalla panca dicendo: – Noi ora andiamo a riposare, stamattina ci siamo alzati alle quattro. Se ne avete voglia andate a dormire anche voi. Altrimenti potete restare in casara o farvi un giro qui intorno. Ci vediamo dopo.
Si alzarono tutti. La donna si fermò a lavare le stoviglie nel siero ancora caldo, poi anche lei si ritirò. Il meriggio sostava sulle montagne; le vacche ruminavano nei posti in ombra: non si sentivano i campanacci che dondolavano ai passi ma i botti improvvisi di quando scrollavano la testa per scacciare le mosche. Franco e Luisa si sedettero sulla panca davanti al focolare dove anche il fuoco si era assopito. Fumarono una sigaretta in silenzio. Infine decisero di uscire per prendere dimestichezza con il paesaggio intorno. Il cane grigio e fulvo che si era addormentato davanti alla porta della casara si alzò e li seguí.
Camminarono dapprima tra le vacche ruminanti; si fermarono a bere a una piccola sorgente che sgorgava da una fessura della roccia e pensarono che anche nonno Gigi aveva certamente bevuto a quella vena. Proseguirono per un sentiero tra i larici che li condusse a una selletta tra le rocce nude da dove si vedevano montagne fino all’ultimo orizzonte, le piú lontane bianche di neve e coperte da ghiacciai; e dall’altra parte, verso sud, boschi e dossi a perdita d’occhio. Sotto di loro si sprofondava una valle da dove giungeva il brusio del traffico stradale.
Sempre seguiti dal cane ritornarono sui loro passi, verso la malga.
Quando vi giunsero stavano mungendo le vacche. Il casaro chiamò presso di sé il cane e lo rimproverò duramente.
– Perché lo tratta cosí? – chiese Franco. – È stato bravo.
– Doveva restare qui per aiutarci a radunare le vacche.
– Siamo andati, – disse poi Franco, –per un sentiero fino a una sella da dove si vedevano la Valsugana e le montagne fino all’Austria.
– Da quelle rocce lí si è buttato giú il Moretto per non farsi prendere dai tedeschi. Sono passati piú di cinquant’anni.
– Anche questo ci ha raccontato nonno Gigi, – disse Luisa, che aveva anche letto I piccoli maestri di Meneghello.
I giorni che seguirono furono fitti di memorie e di scoperte. Franco e Luisa si alzavano appena il cielo incominciava a schiarire e, dopo aver fatto colazione con latte freddo e polenta abbrustolita, giravano per le montagne sempre accompagnati dal cane.
Un pomeriggio, invece di andare a riposare, il casaro li accompagnò dove un tempo c’era il rifugio dei partigiani. Dopo aver camminato solamente una mezz’ora per un terreno accidentato e con profonde fessure, coperto da un fitto e intricato mugheto, raggiunsero una cima tutta intersecata da profonde trincee scavate durante la prima guerra mondiale. Delle caverne si internavano nella montagna come gallerie di una miniera. – Stavano qui, – disse il casaro. – Quando ero in malga a servizio per guardare alle vitelle, ogni tanto venivo fin qui a trovarli. Mi avvicinavo gridando il richiamo delle vitelle. Avevo quattordici anni e qualche volta portavo dei messaggi che Cesare faceva arrivare in malga. Mi chiamavano Bocia. Quando c’erano i rastrellamenti non li trovavano mai perché per un camminamento e una galleria uscivano dall’altra parte della montagna, e questi posti sono difficili per chi non li conosce bene.
Quel luogo era veramente intricato e difficile da percorrere: i mughi intrecciavano rami e fusti striscianti su crepacci nella roccia e su scavi di trincee che sprofondavano in oscure postazioni di mitragliatrici. Si sedettero a riposare sopra un masso bianco e scanalato dall’acqua di neve. Luisa e Franco ascoltavano il casaro, lo seguivano in silenzio. Quel luogo e quelle parole erano chiari nella concretezza della storia.
– Nel giugno del ’44 ero salito in malga Hotara per vedere se il pascolo era pronto per il carico delle vacche. Trovai qui le brigate nere che mi volevano fucilare. Per fortuna avevo tenuto in tasca la tessera della Gil che mi era servita per le gare di sci. Ma poi anche per fare la staffetta partigiana. Ho spiegato a quelli che ero venuto per controllare la malga. Mi chiesero se sapevo dov’erano nascosti i partigiani, ma io feci il tonto.
Un gallo forcello s’involò con fracasso dalle mughe. Luisa e Franco ebbero un sussulto. – Non è niente, – disse il Bocia, – abbiamo disturbato un gallo che faceva la siesta –. Continuò: – Quello stesso giorno, o il giorno dopo, tedeschi e fascisti fecero un rastrellamento. Fu quando morirono il Moretto e i tre studenti della banda del capitano Giuriolo. Era sempre allegro il Moretto. Quella sera, per la strada della nostra contrada, passarono i camion dei fascisti con dentro i loro morti.
Si alzarono in piedi sulla roccia bianca. Al loro naso saliva l’odore dei mughi. Il casaro si avviò, raccomandando di mettere i piedi dove li metteva lui. Girarono attorno a dei massi. – Ecco, qui c’era la cucina, – riprese il casaro, – cioè qui Aramis cucinava la polenta per tutti. E lí sopra c’era il posto di guardia.
Salirono. Si vedevano ancora i lavori di mascheramento: tronchi e sassi e mughi secchi, e una specie di sedile, anche questo con tronchi di mugo. Luisa volle sedersi in quel posto di vedetta dove anche suo nonno aveva vigilato sui compagni, sognando contemporaneamente un piatto di spaghetti al sugo di pomodoro e un’Italia libera.
Da lí si vedeva tutt’intorno: una grande pace. Un leggero vento portava odore di resine e di fiori alpestri. Tra le rocce crescevano le stelle alpine e Luisa ne raccolse qualche stelo: – Le porterò a mio nonno come ricordo, – disse al casaro che la osservava.
Una sera giunse in malga anche Aramis. Uno dei ragazzi era sceso al paese ad avvisarlo che la nipote del Teròn era lí. – Assomigli a tuo nonno, – disse Aramis dopo averla guardata in silenzio. – Come sta il nostro Teròn?
Quella sera raccontò a lungo; gli piaceva raccontare. Spiegò come arrivava fin lassú la farina che procuravano quelli del Cln di Padova: laggiú c’era Ottaviano, il figlio del Modestin Duri, che insegnava all’università. Farina, ma anche tabacco in foglia, li portavano i contrabbandieri di Valstagna. Il formaggio, invece, quando non erano in attività le malghe, arrivava dal Caseificio Sociale Cooperativo dove Massimo il contabile e Silvio il casaro riuscivano a ingannare quelli della Milizia annonaria.
Un’altra sera raccontò che il Teròn era esperto di esplosivi perché aveva fatto il corso guastatori. Una volta, insieme con Danilo, Bull, Mario berlinese, che era un disertore tedesco, e Vassilij il russo, si erano calati giú nella valle per far saltare la ferrovia Trento-Venezia dove passavano i treni con i rifornimenti per i tedeschi. E raccontò anche di quel giorno che Nico Fornaretto e il Teròn portarono in giro per le montagne una pattuglia di fascisti. L’avevano vista salire verso il bosco dove stavano preparando l’accampamento per passare l’inverno e Nico, che era anche cacciatore, disse che ci avrebbe pensato lui a stornarli, con un fucile mitragliatore e il Teròn con uno zaino di munizioni al seguito. Si nascosero dentro una vecchia trincea dove iniziava il bosco, e quando giú nel prato videro apparire le teste dei fascisti ci scaricarono sopra un primo caricatore. E subito corsero via su un altro dosso, lontano dall’accampamento dei compagni. I fascisti, dopo essersi ripresi dalla brutta sorpresa, cominciarono a tatticare al comando di un fischietto, alla maniera dei tedeschi. Dall’altro dosso Nico aveva mandato una seconda scarica; e cosí via di bosco in bosco, di dosso in dosso, di radura in radura; a sorpresa. Fino a sera. E quando il sole se ne andò e venne buio smisero di farsi rincorrere e li lasciarono stanchi morti e affamati in luoghi lontani che non conoscevano, con la paura in corpo.
– Questa storia mio nonno non me l’ha mai raccontata, – disse Luisa. – Voglio sentirla da lui quando lo rivedrò. Mi ha spesso parlato, invece, di un vecchio solitario e un po’ selvaggio che chiamavano Vu.
– Cosa ti ha detto del Vu? – chiese Aramis.
– Che stava sempre da solo e che un giorno lo presero le brigate nere e lo legarono a un albero per fargli dire dov’erano nascosti i partigiani. Lui lo sapeva benissimo, ma dopo che lo avevano anche picchiato rispose: «Che uccelli sono i partigiani?»
Aramis e il Bocia risero al ricordo del Vu: – Era furbo il Vu, – disse il Bocia. – Era come la volpe. È morto da diversi anni.
La vacanza di Luisa e Franco stava per finire. Sentivano anche il bisogno di fare una doccia e di cambiarsi i vestiti che odoravano di casara: fumo del fuoco di mugo, latte, vacche. Luisa aveva imparato a fare la polenta; aiutava anche la madre del Bocia nelle faccende.
Una mattina si spinsero fino a un vallone dove si era accumulata la neve e si divertirono a scivolare come bambini. Tra i mughi e i rododendri scopersero i resti di un soldato e quando rientrarono alla malga Hotara raccontarono emozionati il ritrovamento. – Cosa si può fare? – chiesero. – Riferiamo ai carabinieri giú in paese?
– No, – disse la madre del Bocia, che ora famigliarmente chiamavano mamma Rita, – non riferite a nessuno. È meglio lasciarlo lí tra i fiori e i mughi che chiuderlo in una cassettina di zinco. Dopo sessant’anni, ormai nessuno può sapere chi era e da dove veniva.
Nel pomeriggio andarono a riposare. Quando il sole batteva per ore sul tetto, la loro stanza diventava caldissima e nel silenzio l’odore di legno e di malga si faceva acuto. Non appena un improvviso temporale cominciò a scaricare tuoni e fulmini e grandine con fracasso, si tennero abbracciati stretti.
La sera Aramis salí alla malga per salutare la nipote del Teròn e il suo ragazzo. Sempre accanto al fuoco raccontò della «Missione Freccia» del maggiore Wilkinson, di Ivan che aveva rubato il camion dei tedeschi quando si erano fermati a bere in un’osteria. Poi il Bocia incominciò a cantare sottovoce: «La nostra patria è il mondo intero | la nostra legge la libertà | ed un pensiero | ribelle in cuor ci sta |…» Subito si unirono a lui Aramis, mamma Rita e i due ragazzi della malga. Ma anche Luisa, che improvvisamente ricordava le parole della canzone che il nonno le cantava quando era bambina.
Il fuoco si era spento; anche il vino era finito. Quando il barlume dell’alba incominciò a schiarire da oriente, Aramis si alzò in piedi e andò dove aveva riposto lo zaino. L’aperse, levò un sacchetto di tela e andando verso Luisa e Franco disse: – Portatelo da parte mia al Teròn; è farina da polenta. La polenta di Aramis. Tu, – disse rivolgendosi a Luisa, – hai visto come si fa. Preparagliela.
– Io vi darò un pezzo di formaggio dello scorso anno, – disse il casaro. – Ditegli che è quello della malga del Bocia.
– Polenta e formaio zè bon! – esclamò Luisa ridendo e con le ciglia umide di pianto.
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