requiem per l’alpinista guerriero
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Proprio in vetta al Paterno, Paternkofel, un’alta e acuta piramide di roccia, sotto un cumolo di sassi segnato da una semplice croce di legno, gli alpini del caporale Da Rin, nel luglio del 1915, avevano seppellito il corpo di Sepp Innerkofler guida alpina e Standschützen di Sesto Pusteria. Gli Innerkofler erano una famiglia di guide, come i Dimai, i Siorpaes, i Dibona ampezzani e tante volte, con i loro clienti inglesi, tedeschi e italiani si erano incontrati sulle cime a cavallo dei confini. Poi venne la Grande Guerra.
Quelle selvagge Dolomiti non avevano fortificazioni, linee di trincee, sbarramenti e dall’una e dall’altra parte si cercava di salire le cime piú alte anche se impervie per avere punti di osservazione per controllare i movimenti dell’avversario: una guerra da alpinisti in divisa a servizio dell’imperatore d’Austria da una parte e del re d’Italia dall’altra. Il Sepp di Sexten, benché anziano, era un montanaro che conosceva a occhi chiusi le sue montagne e con una «pattuglia volante», fatta da pochi uomini esperti tra cui il fratello Christl e il cognato Forcher che gli obbedivano ciecamente, si spingeva a fare ricognizioni oltre le posizioni che gli italiani avevano occupato dopo il 24 maggio del 1915. Tra il Monte Popera e le Tre Cime cercava di conoscere le intenzioni degli avversari che avevano osato occupare la Cima Undici e la Croda Rossa con piccoli distaccamenti di alpini del battaglione Pieve di Cadore.
Il 19 maggio Innerkofler incomincia a scrivere sui fogli di un quaderno Il mio diario durante la guerra con l’Italia; fatalmente sarà un diario breve dove, però, si possono leggere e capire quei giorni di vigilia e i primi scontri vissuti dalla gente di confine in maniera romanticamente assurda: non nazione contro nazione, ma valle contro valle; quelli del Comelico contro quelli di Sesto.
Il 21 maggio la guida Sepp Innerkofler, dopo che volontariamente si era presentata alla gendarmeria per offrire i suoi servizi, viene promossa capo pattuglia e scrive: «Partito alle sei del mattino per il monte Paterno. Neve pessima; si possono osservare senza difficoltà gli italiani dietro la Forcella Lavaredo che schierano le loro batterie e sgomberano la strada dalla neve…» Sale quelle pareti che per primo aveva scalato con clienti alpinisti; sosta nei rifugi che per lui sono casa: lo Zsigmondy, il Tre Cime; persino il figlio Gottfried lo segue, la moglie e le figlie Adelheid e Mizzi preparano gli zaini.
«22 maggio: partenza alle tre del mattino per il Rifugio Zsigmondy molto faticoso, tre ore. Da lí nell’Alta Val Fiscalina e a sinistra della Lista verso Monte Giralba, dove Purcher e io vediamo circa venti uomini. Magnifica discesa con gli sci fino alla chiusa di Valle e poi al Dolomitenhof. Partecipiamo al ballo». Se non fosse per quel «venti uomini» si potrebbe credere una bella e pacifica escursione con lieto finale; ma il giorno dopo, andando verso le pendici della Cima Ovest di Lavaredo, incontrano una pattuglia di alpini; si guardano da lontano, un alpino punta il fucile, anche Sepp lo punta ma non si sparano. «… la sera arriva la notizia della dichiarazione di guerra. Il rifugio viene sgomberato. Ricevo assieme con Forcher l’ordine di andare sul Monte Paterno per osservare il nemico…» Per la prima volta appare questa parola: nemico.
Il 24 maggio, alle tre del mattino, salgono in cordata il loro Paternkofel; fa molto freddo e il figlio Gottfried lo soffre in modo particolare. Dalla cima vedono gli italiani che scavano trincee a Forcella Lavaredo; alle otto sentono partire il primo colpo di cannone; altri ne seguono, ma Sepp sembra un po’ deluso perché scrive nel suo diario: «… Alcuni cadono anche a Sesto, ma io credevo che la faccenda fosse molto piú animata e non limitata a singoli colpi d’artiglieria!…» Quando nel pomeriggio ritorna e fa la sua relazione al capitano, viene elogiato, ma anche riceve l’ordine di ritornare lassú l’indomani, con libertà di scegliere orario e compagni di cordata.
Il 25 maggio gli italiani centrano con alcuni colpi il Dreizinnenhütte: «… il tutto mi sembra piú interessante che pauroso e terribile…» osserva dalla cima del Paterno il pacato Sepp nel vedere bruciare il rifugio di cui è anche proprietario. Ma il giorno dopo avremo il primo scontro di pattuglie e tra Paterno, Tre Cime e Croda del Passaporto fischiano le palle dei fucili, non a colpire camosci ma gli uomini. Gli austriaci occupano Forcella Passaporto; raggiungono anche la Forcella Lavaredo, ma poi l’una e l’altra vengono riprese dagli italiani. Il 27 scrive nel suo quaderno: «… La Forcella Lavaredo non può essere tenuta da nessuno dei due avversari e ammiro la tenacia degli italiani che vi sono rimasti cosí a lungo. Alle nove di sera incominciamo a scendere; ma prima invio ancora un colpo alla vedetta italiana che, al momento del cambio, deve sempre correre».
Il 28 e il 29 il capitano lo lascia riposare, a casa, e Sepp accudisce ai soliti lavori come sempre faceva tra l’una e l’altra scalata. Ma proprio in quei giorni che lui e suo cognato non salgono al loro osservatorio, il maggiore Buffa di Perrero, comandante del battaglione Pieve di Cadore del 7° reggimento alpini, manda una pattuglia a presidiare, la cima del Paterno. Innerkofler continua il suo lavoro di capo pattuglia, ma il Paternkofel non ricompare piú nel suo diario. Il 3 giugno, Corpus Domini, festa importante per i tirolesi, sale alla Busa di Fuori di Cima Undici per osservare gli italiani dietro le Tre Cime di Lavaredo e i due cannoni che hanno piazzato sul versante orientale di Col Quaternà. Al ritorno, quella sera, il capitano gli darà in regalo venticinque sigari «portorico» e una bottiglia di Kalterersee: «… e il vino a pasto non mi è mai piaciuto come stasera…»
In quei giorni risale la Cima Undici, il Crodon di San Candido, la Cima Una. Qualche volta, fin dove è possibile, lo accompagnano anche la moglie e le figlie. Il 14 giugno, sul Pulpito, ha uno scambio di fucilate con gli italiani che hanno occupato anche le Crode Fiscaline; con Sepp ci sono altri otto uomini e il fratello Christl. Riescono a cavarsela e si calano a corda doppia lungo una parete di millecento metri. Il 19 è ancora su Cima Undici con una cordata dove c’è anche un prete di Innsbruck che, nei giorni successivi, non si farà alcun scrupolo a sparare contro gli italiani. Per scendere inosservati dalla cima si calano per il Vallone Popera: una prima alpinistica che è segnata nel Libro d’oro delle Dolomiti. Il giorno 21 Sepp Innerkofler viene promosso Oberjäger e decorato con la medaglia d’argento.
Avvengono ancora scontri con scambio di fucilate e salve d’artiglieria; le pareti delle Dolomiti di Sesto riecheggiano di spari; ogni tanto un uomo rotola dai ghiaioni. È in quel giugno che arriva dalla Germania (anche se l’Italia alla Germania non ha ancora dichiarato lo stato di guerra) l’Alpenkorps: 13 battaglioni con artiglierie.
Ma a sentire il capo pattuglia Hans Markart, meranese volontario del Club Accademico Alpino di Innsbruck, questi tedeschi non si trovavano bene perché racconta: «… Al ritorno per la parete ovest della Croda Rossa incontrai sull’Alpe Anderter una sezione di fanteria prussiana; erano intenti a portare in cima alla montagna una mitragliatrice. Era gente che non aveva mai visto una montagna in vita sua e mi insultarono: “Difendete da soli le vostre montagne!”»
Tra queste schermaglie del primo mese di guerra, quando rientra dalla pattuglia, Sepp trova anche il tempo di fare qualche battuta di caccia. Dopo uno scontro dalle parti della Croda Rossa scendono a valle: «…verso Kulawaldplatz, dove i nostri sei uomini iniziano una battuta di caccia al capriolo partendo dal Bastrich. Attendo alla posta in fondo alla Valle Larga. Vengono scovati cinque caprioli e una volpe, io ne vedo due senza riuscire a colpirli. Si sparano in tutto otto colpi, ma la preda è di un solo capo…»
Alla sera del 2 luglio, dopo una giornata di riposo, è convocato dal comandante del settore; si presenta con suo figlio Gottfried e con Scranhofer. Dopo, proseguono per il Rifugio Tre Scarperi. «3 luglio: sveglia alle sei; si beve una tazza di caffè e ci si incammina verso l’altopiano delle Tre Cime. Arrivati alle nove, ci presentiamo al capitano Wallean. Viene poi distribuito il rancio, che mangiamo proprio di gusto». Qui finisce il diario di guerra di Sepp Innerkofler, guida alpina di Sesto, grande scalatore innamorato della sua terra.
La mattina del 4 luglio partono prima dell’alba: hanno l’ordine di risalire e occupare la cima del Paterno. Sono due cordate: tre guide e tre volontari tirolesi. Salgono la parete che li porterà sulla cresta: una via che Sepp ha aperto nel 1896. Il figlio Gottfried aspetterà l’alba sul Sasso di Sesto per seguire l’azione. I sei salgono sicuri e silenziosi nel buio; ma quando il sole incomincia a illuminare le rocce del Cristallo la silhouette dei sei si staglia netta contro il cielo, sono scorti dalla vedetta italiana che sta sulla Forcella del Pian di Cengia. Si scatenano dall’una e dall’altra parte mitragliatrici e artiglierie.
I sei passano sulla parete ovest, in ombra, e continuano a salire riparandosi alla vista. Si avvicinano alla vetta e ritorna il silenzio. Gottfried, dal Sasso di Sesto, li segue con il binocolo. Vede suo padre che si sfila dalla cintura una bomba a mano e la lancia verso il muretto che fa da riparo al piccolo presidio degli alpini. Forse ne lancia qualche altra. Vede lo scoppio e poi giunge il rumore. Sepp allarga le braccia, abbandona la parete, cade lungo le rocce della vetta per poi fermarsi immobile all’uscita del camino Oppel. Un alpino che era lassú, lanciando un sasso dall’alto, l’ha colpito, e il corpo senza vita rimane lí incastrato tra le rocce del suo Paternkofel. Una notte l’aiutante di sanità Angelo Loschi e l’alpino Vecellio scendono lungo la parete per ricuperare il corpo. Lo seppelliscono sulla cima, ma nell’agosto del 1918 i suoi parenti e i suoi compagni caleranno la salma lungo le pareti del Paterno per riporla nel cimitero di Sesto, tra la sua gente.