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Stories by mario rigoni stern

«ricordi? ti ho sparato addosso»

italian

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Finiva il gennaio del 1943, al 1° febbraio la formidabile 6ª armata corazzata di von Paulus cessò di combattere e i superstiti si arresero agli scalcinati soldati russi del generale Vassilij Čuikov. La neve copriva migliaia di caduti da ambo le parti; in quelle steppe ritornava il silenzio e solamente il vento, ogni tanto, rafficava neve come spilli di vetro. Oltre il Don e il Volga lunghe colonne di prigionieri tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi andavano a piedi con le loro infinite sofferenze verso i campi di concentramento. Non arrivarono in tanti.
Ma anche noi eravamo rimasti in pochi. Nell’ultimo combattimento del 26 gennaio, il piú duro, il piú difficile da superare, avevamo perduto tanti compagni. A centinaia erano rimasti lí nella neve, e la notte era scesa, e la mattina prima dell’alba riprendemmo il cammino verso occidente. Con lunghe marce, senza soste per altri cinque giorni. Capimmo che eravamo fuori quando incontrammo dei soldati diversi da noi.
Un poco riposati, si riprese a camminare verso occidente. Si andava a piccoli gruppi, quello che era rimasto da una compagnia di trecento uomini lo guidavo io da villaggio a villaggio, ed erano i poveri civili russi che ci davano qualcosa da mangiare. In quelle marce senza combattimenti accadde che alcuni dei nostri compagni scomparvero senza lasciare traccia. Forse, durante le bufere di neve avevano sbagliato strada e chissà dove erano finiti.
Dopo molti anni ne incontrai uno che mi raccontò la sua storia. Si era perduto e camminò per giorni e giorni, mesi, evitando le città, i grossi villaggi e i soldati tedeschi. In primavera arrivò a Kiev. Lí una pattuglia della Feldgendarmerie lo prese e lo rinchiuse in un convento assieme ad altri soldati sbandati: anche qui tedeschi, ungheresi, rumeni, italiani, croati. Tre ufficiali delle SS giornalmente eseguivano un interrogatorio molto breve: tre domande e secondo le risposte decidevano. Molti passavano dietro un muro dove venivano fucilati. Mi disse che si salvò perché rispose che era un alpino che veniva dal Don. Ritornò in Italia tre o quattro mesi dopo di noi.
Sono passati molti anni, 56, eppure ancora ritrovo segni, persone, memorie. Una estate di qualche anno fa una Mercedes con targa tedesca si fermò davanti a casa mia. Stavo spaccando legna. Scesero un signore e una signora, si avvicinarono e non ebbero bisogno di chiedere chi fossi. Mi salutarono in italiano e li feci salire in casa. Mi guardava sorridendo quel signore; poi mi disse essere il dottor Bernhard Penninger, un colonnello medico delle truppe Nato, il 26 gennaio (tra noi non è necessario dire l’anno!) aveva ventun anni ed era sergente carrista dentro quel semovente che io volevo guidare verso l’isba dove era stato ricoverato gravemente ferito il mio capitano Giuseppe Signori. In Germania aveva letto il libro dove raccontavo questo episodio ed era venuto fin qui apposta per salutarmi e sentire il seguito. Ma volli io sapere il seguito della sua storia. Era arrivato a baita anche lui, ma molto ammalato nei polmoni. Riprese gli studi all’Università, si laureò che c’era ancora la guerra e quindi prestò servizio negli ultimi mesi in un ospedale militare al fronte occidentale. Curò anche feriti inglesi e americani e quando finalmente la guerra finí, continuò a fare il medico con gli Alleati. Ora era in pensione e cosí aveva voluto ritrovare quel testardo sergente degli alpini che aveva fatto perdere il periscopio al suo cannone corazzato per un colpo di fucile anticarro sparato da un russo che stava in agguato poco lontano.
Da San Pietroburgo – ma per noi che abbiamo vissuto quel tempo è pur sempre Leningrado – ho ricevuto una lettera che qui in parte trascrivo. È scritta in un buon italiano perché la figlia del signore che l’ha dettata è laureata in lingue: «… lei non mi conosce ma una volta ci siamo incontrati; sono un ex capitano dell’Armata Rossa, ho letto qui a Leningrado un suo libro che parla della nostra guerra e le posso dire che la notte del 27 gennaio 1943 ci siamo sparati addosso l’uno contro l’altro e per fortuna non ci siamo colpiti a morte. Ma io sono rimasto ferito. Ora sono a casa mia e sto bene. Vorrei tanto venirla a trovare assieme a mia figlia che parla italiano; ma se lei dovesse venire qui la mia casa è aperta…»
La notte del 27 gennaio, scrive. Ma io la notte del 27 gennaio non ho sparato; il 26 sí; dall’alba al buio. Forse, gli risposi, sarà stata la sera del 26, tra le isbe dopo il terrapieno della ferrovia, e che la mattina del 27, ancora buio, c’era stato uno scontro tra loro e una compagnia dell’Edolo.
Anche dal Don, da Pavlovsk, una città che dal nostro caposaldo vedevamo molto bene al di là del fiume, mi hanno scritto una lunga lettera: «… sono un giurista in passato il tenente dell’Armata Rossa…» «… sotto profonda impressione io sono stato in un villaggio Mamontovka dove nel ’43 sono andati a piedi i migliaia prigionieri italiani. Molti di loro sono morti assiderati nel cammino verso Mamontovka e poi sono stati sepolti in fosse comuni…» «… Letto i tuoi libri io e i miei amici siamo stati colpiti, sconvolti. Di quando in quando noi ci raduniamo sul riva del Don e passiamo oltre Belogorod, Builowka (era il mio caposaldo) Kasinka e allora sembra che parliamo con te e dei alpini del Vestone che ora dormono l’ultimo sonno…» «… poco fa gli scolari hanno trovato una gamella dove ha lasciato traccia queste parole: “CLIA (forse MIA?) ITALIA - L’Andra (Andrea?) Togni - Amore mio - baci ciao. Tina. Adele”».
La lettera è firmata, oltre che dal «giurista», da un reduce invalido, da quattro insegnanti, dal farmacista e termina con le parole «Ti vogliamo bene».
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