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Stories by mario rigoni stern

ritorno nel lager i-b

italian

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Negli anni trascorsi mi capitava di andare alla ricerca di carte geografiche dell’Europa dell’Est e, con una lente d’ingrandimento, scoprire i nomi scritti in piccolo di villaggi e luoghi: ormai nella memoria si è formato un archivio d’immagini legate da strade, ferrovie, fiumi, laghi e città.
Lassú nella Polonia, in quella regione ora chiamata Warminsko-Mazurskie, c’è il voivodato di Olsztyn; un tempo quella città si chiamava Allestein, la regione Ostprussen, Prussia orientale, storicamente, invece, è la Masuria. Nel Medioevo, era la terra dei Cavalieri Teutonici, che la cristianizzarono al ritorno dalle crociate rendendola loro Stato sovrano. Da lí si espansero a est e a ovest ma a est, nella Moscovia, nel 1242 furono respinti e sconfitti sul lago Peipus da Aleksandr Nevskij. Secoli dopo, quando la Germania si unificò come impero sotto Guglielmo I, la Masuria divenne la terra degli Junker, figli cadetti dei principi proprietari di grandi estensioni di campagna dove, come braccianti e servi, lavoravano i nativi di origine slava. Loro, gli Junker, fino ai tempi di Hitler fornirono generali di Stato Maggiore e alti funzionari di governo. A Rastenburg, ora Ketrzyn, Hitler aveva fatto scavare la Wolfsschanze, «Tana del lupo», da dove dirigeva le operazioni dei suoi generali.
Di questa lontana terra conservavo un tristissimo ricordo che il tempo ha attenuato, non cancellato, e che negli anni Cinquanta mi accompagnava ogni giorno. A tenerlo vivo era stata anche la lettura di due libri: La selva dei morti e La vita semplice di Ernst Wiechert, che mi aiutarono, con altri, a ritrovare speranza quando con molta fatica presi a riscrivere i ricordi della ritirata di Russia.
Sessant’anni or sono, proprio in questi giorni d’autunno, ero in un Lager qui vicino, e ora, da Varsavia, dopo l’incontro con i lettori organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura, con auto a noleggio e interprete, parto di buon mattino per ritornare lassú. Un ritorno che avrei voluto fare da tempo ma che sempre rimandavo perché qualcosa mi tratteneva e mi turbava; questa poteva essere per me l’ultima occasione di rivedere quel luogo.
Vi ero giunto il 17 settembre 1943 dopo due giorni e due notti di tradotta con sofferenza, fame e rabbia. Da Innsbruck, rinchiusi in cinquanta dentro ogni vagone bestiame a formare un lungo treno, attraversammo Austria, Boemia e Polonia. Di giorno, quando potevo, mi alzavo sulla punta dei piedi per leggere dalla finestrella inferriata il nome della stazione e avere conoscenza di dove ci stavano portando.
All’alba del secondo giorno, vagone per vagone e per pochi minuti, ci fecero scendere in aperta campagna per i bisogni corporali e per prendere qualche gavetta d’acqua da una riserva delle locomotive. Per tutto il viaggio e da dividere tra tutti cinquanta, alla partenza da Innsbruch ci avevano consegnato due chili di pane nero. Dopo due notti e un giorno che si viaggiava cosí stipati e puzzolenti, le reclute, che ancora avevano sulle labbra il sapore delle minestre di casa e il bacio d’addio, incominciarono a illanguidire e, di notte, a piangere sommessamente per la fame.
Per esperienza e prevedendo il peggio, a Innsbruck, con incosciente destrezza e per fame ero riuscito a rubare dal magazzino tedesco, mentre distribuivano il viatico, tre filoni di pane e tre scatole di carne. Nel vagone lo zaino mi faceva da capezzale e anche da sedile; mio vicino era Dotti, l’anziano sergente maggiore dei conducenti, mio compagno di marce dalla Russia all’Ucraina alla Bielorussia. Sottovoce gli dissi del mio bottino e dell’idea di dividerlo con le reclute. Naturalmente era d’accordo. Ma quanti erano questi ragazzi? Era difficile contarli e in quella ressa di corpi era difficile anche distinguerli, allora mi alzai in piedi e con voce decisa invitai quei disgraziati ad alzare una mano. Dapprima titubarono; insistetti, cercando di metterci autorità, e guardandoli in viso uno a uno ne contai una ventina. Mi sedetti e apersi lo zaino. Dotti aveva un coltello robusto, e con quello incominciai ad aprire le scatole di carne che erano di un chilo l’una, e a tagliare a fette il pane, cercando di essere preciso nelle razioni. Dotti metteva una fetta di carne su ogni fetta di pane; distribuimmo tenendo anche per noi una razione ciascuno. Nessuno dei nostri anziani mise parola o fece commenti sul nostro operare. Avevano osservato in silenzio.
Alla fine del viaggio eravamo allo stremo delle nostre forze. Vagone dopo vagone, aperte le portiere, ci fecero scendere urlando ordini che quasi nessuno capiva. Hohenstein, avevo letto sul muro della stazione appena sorpassata. «Ma dove siamo?» mi chiedevo. Mai avevo sentito nominare quel posto.
C’inquadrarono per cinque, ci contarono e ci ricontarono, controllando sui loro fogli vagone per vagone; ci fecero uscire per un cancello carraio e ci avviarono per una strada selciata che si addentrava nella campagna. Ai due lati erano schierate delle scolaresche con i loro maestri: al nostro passaggio incominciarono a tirarci sassi e a sputacchiarci addosso. Gridavano: – Badoglio! Badoglio!
Che triste quel camminare e che rabbia per quei ragazzi, che desiderio di prendere a calci gli insegnanti in camicia bruna che li accompagnavano. La strada divenne in terra battuta. Noi si andava in silenzio, barcollando per la fame.
Ma cosa mi riporta ora a rivedere questi posti, a risvegliare queste memorie sessant’anni dopo? Perché rivedere i luoghi della sofferenza e della morte? Allora eravamo giovani e in tanti; forse ventimila italiani fummo qui rinchiusi come conseguenza dell’8 settembre 1943. Tanti non avevano vent’anni, erano i ragazzi dell’ultima leva che doveva rifare i battaglioni distrutti in Russia nell’inverno precedente, altri erano soldati dei depositi e dei distretti, o dei magazzini, che noi pochi sopravvissuti consideravamo imboscati e che chiamavamo con il nomignolo di topi. Noi pochi veci che avevamo alle spalle tre fronti di guerra, anche senza dircelo sentivamo verso i piú giovani e inesperti il dovere di proteggerli e aiutarli. Cosí pensavano i vecchi sergenti Baroni e Bertazzoli e i piú anziani ex caporalmaggiori Antonelli e Tardivel, promossi sergenti e decorati sul campo per merito di guerra. Il nostro capo, che era arrivato al Lager sul nostro stesso convoglio perché a Innsbruck si era rifiutato decisamente di andare con gli ufficiali, era un prete scalcinato e in tonaca nera, non in divisa militare, con due straccetti di gradi e un cappellaccio d’alpino: padre Ottorino Marcolini, si chiamava, dell’Oratorio della Pace di Brescia, uno che il giorno della festa del 6° reggimento alpini, il 10 giugno, anniversario dell’Ortigara, davanti al nostro battaglione schierato aveva sfidato gerarchi e autorità parlando non di vittoria ma di pace.
Il primo a morire nel Lager I-B fu un alpino della mia baracca, che nel 1940 era stato per breve tempo nella mia squadra e con il battaglione Verona era uscito dalla sacca del Don. Dopo pochi giorni che eravamo lí rinchiusi, una mattina, ancora buio, alle urla dei guardiani non si alzò dal tavolaccio. – Nefrite, – ci disse padre Marcolini, che lo accompagnò alla sepoltura.
Il luogo delle sepolture era fuori dal recinto. Già tante e grandi erano le fosse comuni dei soldati russi, in quella terra desolata.
Ma perché ritornare in questi luoghi? Io so com’era e cosa c’era dentro quei recinti di reticolati, in quelle tetre baracche che contenevano ognuna trecentocinquanta di noi; quelle nebbie invernali, quella fame che di notte faceva piangere i piú deboli, quelle lusinghe per farci cedere e arruolarci nell’esercito di Graziani. Quelle urla:
– Aufstehen! Schnell! Raus! Raus! – e quei colpi di bastone sui pali della baracca e sulle schiene di chi tardava a scendere dai tavolacci. Cosí anche nel cuore della notte, e piú volte, per poi farci sostare ore al freddo o sotto la neve per una conta che, secondo loro, non tornava mai.
Ora so perché voglio ritornare; è troppo labile la memoria degli uomini, e poi voglio che mio figlio, mia moglie, mia nuora e anche l’interprete intuiscano quello che abbiamo patito per colpa del fascismo. Voglio lo sappiano i miei lettori, anche se sono storie dell’altroieri. Anche se ancora pochi di noi sono testimoni, questo nostro passato non deve restare nell’oblio perché ora i nostri ventri sono sazi e le case calde, perché abbiamo un letto pulito per dormire e i nostri nipoti sorridono compassionevoli se ci vedono raccogliere e portare alla bocca le briciole che rimangono sulla tovaglia o se mettiamo da parte un pezzo di pane rimasto sulla tavola.
Qualche volta sorridendo mi veniva da dire di aver fatto venti mesi di villeggiatura in Germania. Da ora non lo dirò piú. Faccio mie le parole di Primo Levi: Voi che vivete sicuri | Nelle vostre tiepide case, | Voi che trovate tornando a sera | Il cibo caldo e visi amici… | Meditate che questo è stato.
In questa mattina di un sabato d’ottobre sulla strada che mi riporta all’I-B ricordo tutto e anche i versi di Levi. Sono in una comoda auto e mio figlio guida tranquillo; lo invito a non andare in fretta. In questa stagione la campagna polacca è davvero bella, vasta e molto colorata. Sembra impossibile che tanta crudele guerra l’abbia percorsa. Per breve tratto costeggiamo la Vistola, poi la attraversiamo e proseguiamo per la strada n. 7 che conduce sul Baltico. Dopo un centinaio di chilometri il traffico dirada e si fa piú contadino che industriale: carri con cavalli, trattori, camion carichi di prodotti di questa terra: patate, carote, rape, barbabietole, cavoli. Cavalli bradi pascolano tranquilli; attorno alle fattorie maiali che grufolano, contadini che lavorano. Boschi decidui si alternano a boschi di conifere, a laghetti, a terreni paludosi. Osservo anche i campi arati soffici e profondi, di grana fine e brillante: è il deposito del grande ghiacciaio che nell’Olocene qui ricopriva tutto. È luminoso, l’autunno!
Non parlo, osservo e confronto. Allora non era cosí, quando vi giunsi e non sapevo dov’ero. Lo ricordavo tetro, grigio, freddo, come quando lo fissavo stando al di qua dei reticolati. Era la fame? Il viso smunto e affilato dei ragazzi non ancora ventenni che erano rinchiusi con noi? Le improvvise chiamate notturne per la conta? Le liti per la distribuzione del pane? Il silenzio dall’Italia, la dimenticanza? Quell’orribile momento storico che stavamo penando?
Ora, per letture e per curiosità, so che in questa terra d’Europa ci sono state scorrerie di eserciti e di popoli, che nel 1410 polacchi e lituani sconfissero a Tannenberg il potente Ordine Teutonico dei Portaspada, che nell’agosto del 1914 pure a Tannenberg il generale von Hindenburg sconfisse l’armata zarista del Narev e nel settembre l’armata del Njemen sui laghi Masuri.
Da questa terra mi costrinsero via nell’estate del 1944 e mi rinchiusero in un luogo ancora piú triste dove c’erano miniere di carbone, erbe aride e vento secco che sollevava sabbia…
Voli di corvi e di ghiandaie che rapide attraversano la nostra strada sghignazzando, stormi di cesene sui terreni arati. Sulla strada il traffico è ora rarefatto. Alla fine del gennaio 1945 l’Armata Rossa era arrivata qui accerchiando le forze tedesche e portando il terrore. Negli occhi di quegli uomini c’erano i seicentomila morti di fame dell’assedio di Leningrado, le stragi dei civili in Bielorussia, i mucchi di cadaveri dei loro compagni che erano stati fatti prigionieri, e non ebbero pietà, né per gli Junker, né per qualsiasi altra cosa che fosse tedesca: uccisero e distrussero quanto c’era che non fosse russo o polacco. Un soldato di quei reparti, che era qui giunto camminando e combattendo, mi raccontò che la loro artiglieria distrusse a «tiro diretto» il grande mausoleo dov’era stato deposto il corpo del generale von Hindenburg und von Beneckendorff, e che poi loro, a raffiche di pomaliot, ridussero in polvere anche i mattoni. Cosí il popolo russo cancellò il simbolo del militarismo germanico.
Davanti a loro tutti fuggivano verso ovest; c’era pioggia, fango, neve, desolazione e morte. Il Lager I-B era poco lontano dal grande mausoleo, incombeva anche su di noi. Qui, all’arrivo dei russi, i prigionieri che erano rimasti demolirono i reticolati; avevano anche preso il Lagerfeldwebel Braum per impiccarlo sul palo dove sventolava la bandiera uncinata, e dopo buttarono il suo corpo nelle latrine. Per lui sparare a un prigioniero russo – un Ivan, come genericamente li chiamava – era come sparare a un ratto.
Sempre quel veterano ormai canuto mi raccontava che a Königsberg ebbero rispetto solo per la tomba di Immanuel Kant: – Non si volevano arrendere neanche dopo che fu firmato l’armistizio. Allora distruggemmo tutto tranne la tomba del filosofo.
OLSZTYNEK, leggo sul tabellone all’entrata del villaggio, e poco dopo ci ritroviamo davanti alla stazione ferroviaria. Qui, in questo fabbricato, ero entrato solo una volta, sotto scorta, quando mi accompagnarono lungo la ferrovia per Königsberg, ora Kaliningrad, dove c’era un piccolo distaccamento di prigionieri, in una località chiamata Guldenboden che su nessuna carta riesco piú a leggere. La memoria però ritrova tutto come allora, la squallida sala d’attesa, le panche, gli orari, le pareti scrostate, l’odore del carbone. Non mi fecero sedere su quelle panche ma restare in piedi al centro della stanza, e quando tentai di scambiare qualche parola con le donne che mi guardavano curiose – magari solo dire «Sono italiano» – le due guardie armate mi zittirono minacciose. Erano vecchi soldati richiamati, con i baffetti alla Hitler. Ora da qui non transitano nemmeno i treni: sul muro esterno ho letto l’orario del passaggio dell’autolinea per Kaliningrad e per Brest-Minsk.
Esco sui binari, tra le rotaie cresce l’erba. Dovevo, lassú lontano, con un pesante piccone cavare quell’erba e sistemare la ghiaia tra le traversine, da buio a buio, e alla sera, una fetta di pane e un litro di zuppa di rape. Nient’altro. In questo nostro distaccamento tanti erano diventati tubercolotici. Quanti prigionieri polacchi, francesi, russi, italiani sono scesi qui dai convogli maledetti? Quanti non sono ritornati nelle loro case?
I miei e la signora polacca hanno capito il mio stato d’animo e mi lasciano solo a girovagare. Ecco il binario dove ci hanno fatto scendere, ecco il cancello da dove siamo usciti: di là ci aspettavano le scolaresche schierate parte per parte. – Badoglio! Badoglio! – ci gridavano, e sputi e insulti.
Mi avvio a piedi per la strada che portava al Lager. Non la ricordavo selciata, ma certamente sarà stata cosí anche allora. Il paesaggio intorno non mi sembrava cosí agreste. Il cielo era grigio e piovoso? Non ricordo bene, certamente era molto triste. Ricordo bene, invece, che fissai lo sguardo su quell’altura a destra, alla cui sommità si ergeva quella rossastra torre ottagonale di mattoni che sul vertice aveva dei fregi e una bandiera uncinata. Ora non c’è piú, e l’altura è ricoperta da un giovane bosco di latifoglie con i colori autunnali.
Non mi sembrava cosí breve la strada che dal paese arriva al Lager; l’ultimo tratto è in terra battuta, un suolo di grana sottile, siliceo, con erba selvatica. Dove la strada diventa una cavedagna, una tabella plasticata appesa a due pali porta la scritta: KRALIKOVO 1939-1944 – STALAG I | B, e un tabellone protetto da una tettoia, scritto in polacco, tedesco e russo, racconta un poco la storia di questo luogo; ma è difficile da decifrare perché è imbrattato con colori a spruzzo.
Sotto un acero che lo indora con le foglie cadute, un blocco di granito portato fin qui dal ghiacciaio in tempi remoti reca scolpite delle parole in memoria delle vittime del nazismo e del fascismo.
Assieme abbiamo letto queste parole, ma poi, da solo, mi avvio verso un luogo a destra che ritrovo preciso nel ricordo. Come segno c’è un avvallamento paludoso: era dove i prigionieri russi addetti allo svuotamento scaricavano il liquame delle latrine. Un po’ sopra c’era la baracca dello spidocchiamento e della disinfestazione e rasatura totale; e quella dell’accoglienza dove passai due mesi quasi in solitudine, meditando su quanto era avvenuto in quegli ultimi anni della mia vita. Mi erano amici i russi che qualche volta potevano avvicinarmi sfidando il Lagerfeldwebel.
Prima dello spidocchiamento, in questa mia baracca sostavano i prigionieri italiani che ritornavano nel Lager dai distaccamenti di lavoro e i prigionieri russi, tra i quali anche tanti feriti, che mi portavano le ultime notizie dal fronte. Certe volte mi davano qualche patata. Un giorno, un marinaio italiano che ritornava in patria perché aveva aderito volontario alla marina di Salò mi lasciò con baratto una mezza bottiglietta di acqua di colonia 4711: – Io presto ritorno in Italia, – mi disse. Fu davvero un bel regalo, e annusarla ogni tanto mi dava grande emozione.
Dall’angolo di sosta e spidocchiamento, per una Lagerstraße che piú volte sotto scorta ho percorso ma che non ha conservato la traccia, m’incammino verso un recinto di rete metallica: lí dentro c’era il «cuore» del Lager, la baracca sorvegliatissima e con piú giri di reticolato intorno dove stavano rinchiusi dei generali dell’Armata Rossa, dove c’erano il Comando, la caserma delle guardie, i magazzini, l’armeria. E l’archivio in cui c’erano i registri con i nostri nomi e le schede con le impronte digitali, la fotografia di ognuno con il suo numero sul petto. Com’ero?
Dentro il recinto pascola un gregge, ci giro intorno dall’esterno per cercare un passaggio; arrivo all’angolo estremo di sinistra dove, ultima di tante, c’era la mia baracca. Aveva il numero 55? In 329 eravamo lí rinchiusi e il Lagerfeldwebel, il giorno dopo il nostro arrivo, mi ordinò la responsabilità della distribuzione del pane e della pulizia.
Quella sera del settembre del 1943 giungemmo qui barcollando per la fame e, come queste pecore, con Cecco Baroni, Tardivel, Bertazzoli e Antonelli, ci mettemmo a cercare e mangiare l’erba piú tenera. Dall’alto della torretta di guardia il faro e la mitragliatrice seguivano il nostro pascolo. Due giorni dopo venimmo a sapere da Radio Lager che in questo settore del campo prima di noi erano stati rinchiusi migliaia di prigionieri russi, e che tutti erano morti per un’epidemia di tifo petecchiale.
All’esterno del recinto, dove la terra è arata, rimangono scoperte delle grosse carote; dove è piú basso lo scavalco con un po’ di fatica. Cammino sul prato dove c’era la mia baracca, conto i passi, trovo il luogo dove stavo sdraiato a meditare: sul passato, sulla fame, sulla responsabilità. Sopra le ossa dell’anca, per la magrezza, si era formato un callo squamoso. Qui avevo schiaffeggiato un alpino sopravvissuto a Russia e Albania, perché aveva rubato un quarto di razione di pane a un suo compaesano, qui mi avevano rubato gli scarponi per scambiarli al mercato nero del Lager. In fondo, dopo un altro recinto di reticolati che impediva il passaggio ma non di comunicare, c’era una baracca dov’erano stati rinchiusi degli ufficiali italiani – anche colonnelli di qualche deposito o distretto – che offrivano sigarette in cambio di maglie, calze di lana, scarponi. Quando scopersi questo traffico m’indignai e inveii contro le reclute che accettavano, ma piú contro questi indegni e meschini ufficiali.
Mi guardo intorno, le pecore pascolano tranquille, non ci sono cani né pastori; l’autunno è nei suoi colori piú belli; è un paesaggio pastorale: sembra impossibile che qui sessant’anni fa c’erano fame, morte, miserie, urla di comando.
Dentro al recinto che rinchiude il gregge sono cresciuti degli alberi di melo selvatico, alcune pecore sotto questi alberi addentano e masticano i piccoli frutti che sono caduti. Ora voglio anch’io mangiare una mela, una piccola mela rossa del Lager I-B: mi sembra un dono che la natura mi offre come diritto, come risarcimento di tanta non-natura patita. Mi avvicino all’albero e le pecore semiselvagge si allontanano indispettite; scuoto il tronco e cadono tre piccoli frutti colorati e sodi. Uno lo raccolgo, lo addento e a piccoli morsi, masticando a lungo, ne gusto la selvatichezza: allora il suo sapore, il suo colore, la sua forma sarebbero stati possibili solo in un sogno. Ma anche ora è un sogno.
Non c’è nessuno intorno a me, solo memorie, volti lontani di compagni che erano qui. Mio figlio gira e mi guarda da lontano, mia moglie è con l’interprete e con mia nuora, mi aspettano dove una volta c’era l’entrata. Cammino ancora e con me, davanti, si spostano le pecore. Poi girano e mi ritrovo dove c’erano le baracche dei tedeschi, queste sí erano belle, alte da terra con una scaletta e un poggiolo; forse d’estate avevano anche i fiori. Sono le uniche che conservano una parvenza di perimetro; ci sono dei resti di tavolame, dei pali. Forse quelli che issavano la bandiera con la svastica. Guardo a lungo questi pochi resti del Lager I-B; tra poche stagioni spariranno anch’essi. Che cosa rimarrà? Forse queste mie povere parole?
Molte decine di migliaia di prigionieri sono stati rinchiusi qui dentro, erano cittadini d’Europa che vivevano tra l’Atlantico e gli Urali, ma anche siberiani, asiatici. 55 000 sono morti in questo luogo che sembra un prato, pascolato da pecore in un autunno luminoso e colorato. Erano molto bravi, i tedeschi, a tenere la contabilità. Io ero il n. 7943 I-I-B. Quell’I dopo il numero sta per «italiano» il b distingueva la serie dei Lager della Prussia orientale e della Polonia del Nord-Est.
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