ritorno sul don
italian
Ogni anno, quando cadeva la prima neve e dalla finestra che guarda gli orti vedevo tetti e montagne imbiancarsi, mi prendeva una malinconia che stringeva il cuore e mi isolava da tutto il resto. Come se questa neve avvolgesse e coprisse la vita che è nel corpo. Anche di notte mi svegliavo quando nevicava. Lo sentivo che nevicava, e stavo immobile dentro il letto.
I primi anni prendevo gli sci e andavo. Andavo da solo dove non avrei incontrato nessuno. Nessuno, tranne quello che avevo lasciato là.
Certe volte che ero in ufficio a trascrivere le volture catastali sui vecchi registri mi pareva che il nero dell’inchiostro ferro-gallico sulla pagina fosse come la colonna in ritirata nella steppa. E mi capitava pure di scrivere nomi di compaesani che non erano ritornati.
Allora per delle giornate intere stavo zitto e chiuso; i colleghi d’ufficio e a casa dicevano che era perché avevo la luna di traverso. Era difficile spiegare, o non volevo. Perché una madre che aspetta non poteva sapere. Aspetta, prega, ma non si stanca di sperare. Magari, dice, è sposato in qualche parte perché la Russia è grande; e magari avrò anche dei nipotini, laggiú. Mi mandasse almeno una cartolina, pensa. E intanto vive.
Ma io sapevo. Avevo visto cose che non si possono dire alle madri. Cosí, ogni volta che nevicava era come morire un poco. Ma passavano anche gli inverni, e a primavera, quando ritornavano le allodole, il cuore si liberava dalla stretta come il prato dalla neve.
Fu per questo vivere, forse, che un mattino di dicembre il cuore si fermò? Forse poteva essere un allarme per dirmi che avevo ancora poco tempo? Ma io so che il tempo della vita non è quello che si misura con l’orologio.
Andai in pensione. Per mesi ogni tanto mi capitava in casa un contadino per chiedermi di controllare sui registri la superficie delle sue proprietà, o una vecchia perché spiegassi la maniera di fare un testamento giusto, o un emigrante per la successione del padre, o un bottegaio per la denuncia dei redditi. Sentivo il mio cane abbaiare verso la strada che saliva dal paese e dicevo: eccoli, vengono da me. E se anche mi distoglievano dai miei lavori manuali, in fondo ero contento di giovare a qualcuno.
Però solo una cosa, ora, mi interessava veramente: avere quanto prima l’indennità di buonuscita che da Roma doveva liquidarmi l’Enpas. Quei soldi li volevo per ritornare in Russia. Forse avrei potuto trovare anche un giornale che avrebbe finanziato il viaggio; ero pur sempre quel tale che aveva scritto Il sergente. Anche degli amici comunisti avrebbero trovato il modo di farmi ritornare laggiú con poca spesa. Ma non volevo questo, o non cercavo queste strade; volevo essere libero di andare a modo mio.
Quando arrivò l’assegno della Banca d’Italia scrissi all’Inturist di Milano. Era d’estate, e mi risposero che avrebbero organizzato il viaggio per ottobre, quando non ci sarebbe stata la confusione dei turisti; ma fino a Harkov: arrivati là, avremmo dovuto, per proseguire, prendere accordi con le organizzazioni locali.
Interessai un amico di Roma il quale a sua volta parlò con altri amici che telefonarono a Mosca: – Che venga intanto fino a Harkov, – dissero.
Mi bastò quell’intanto. Sí, perché non solo attraverso i loro poeti e i loro narratori, ma dal vivo, in Ucraina e in Russia Bianca, ma piú ancora nei Lager tedeschi, avevo capito il loro animo. Tante cose vissute in comune con loro, la fame specialmente e l’amicizia soprattutto, non potevano cadere nel niente.
Quando ogni cosa fu pronta mi decisi a parlare per telefono con il direttore del «Giorno». – Vado in Russia, sul Don, forse. Pubblicheresti qualcosa che potrei scrivere?
Era di notte. Il mio cane abbaiò forte e festoso perché certo credeva che si andasse sulla montagna a galli: – Stai buono, – gli dissi, – per questa partenza non mi dispiace perdere il passo delle beccacce. Ma quando tornerò ne troveremo ancora qualcuna.
In cucina, su tre fogli distinti, erano scritte le incombenze sotto ogni nome: uno doveva badare alle galline, al cane, all’orto (le api non avevano bisogno di nulla in questa stagione); uno alle pulizie della casa; uno a preparare il cibo per tutti.
Pioveva, era notte fonda e mentre l’automobile ci portava giú per i tornanti della montagna per prendere il treno che da Torino arriva fino a Togliattigrad, pensavo alle altre mie partenze.
Questa era la terza volta che andavo nelle Russie; la prima fu quando partimmo da Aosta con il Cervino, la notte del 13 gennaio 1942. Nevicava, allora. Gli alpini salivano sui vagoni con fiaschi e bottiglie in mano e nello zaino, e vino in corpo; si cantava e uno della mia squadra frantumò un fiasco pieno sulla testa di un ufficiale superiore che ci voleva contegnosi e disciplinati. Il vino rosso gli colava giú dal viso e fino in terra lungo la divisa, e con il cappello schiacciato in testa stava lí stupito senza dire parola.
Il viaggio fu lungo, durò fino al 21 febbraio: quaranta giorni attraverso la Germania, la Polonia e l’Ucraina. Il freddo era intenso e persistente. Il treno tutto coperto di ghiaccio molte volte era costretto a fermarsi perché si congelavano gli impianti di riscaldamento, o i freni non funzionavano. Nei vagoni installammo delle stufe e per farle funzionare molte volte andavamo a rubare il carbone nei depositi delle stazioni.
Piú avanti, in Polonia, il treno si fermava perché i partigiani facevano saltare i binari o i ponti sui fiumi. Allora, in quelle lunghe soste, l’aiutante di battaglia Gualdi ci raccontava di quando era stato al Polo Nord con il capitano Sora alla ricerca della Tenda Rossa; o, anche, con Gigi Panei cantavamo le canzoni abruzzesi.
Ogni mattina con il fiato scioglievo un cerchietto di ghiaccio sul vetro del finestrino e attraverso questo foro osservavo curioso un mondo insolito e nuovo: sterminate pianure, foreste sepolte nella neve, villaggi, voli di corvi, lepri, caprioli.
Un giorno incrociammo un treno carico di feriti che scendevano dal fronte di Mosca; stavano ammucchiati sulla paglia dentro i vagoni merci, fasciati con bende di carta, poco coperti, pidocchiosi. Erano nelle medesime condizioni di come si sarebbe stati noi un anno dopo, all’uscita della sacca del Don. Un alpino di Gressoney che parlava tedesco chiese a uno di loro che a sua volta ci aveva chiesto da fumare: – Come va la guerra? – Merda!– ci rispose.
Nello scompartimento di terza classe assieme a me c’erano De Marzi, Bonomi e Marcellin; due dormivano sulle panche e due sui teli da tenda tesi come amache. Io stavo sopra, dentro il telo, e quando il treno partiva o si fermava gli scossoni erano tali che si dondolava per un bel poco. Nelle stazioni dove si fermavano per fare rifornimento di acqua e carbone, andavamo di corsa nei posti di ristoro della Croce Rossa; là ci davano in abbondanza infusi di tiglio che le inservienti si ostinavano a chiamare tè, o anche, ci davano, pappette di semolino. Strane, in quelle stazioni, erano anche le latrine: stanghe sospese orizzontalmente sopra le fosse dove si stava accovacciati con la stanga sotto le ginocchia come lunghe file di uccelli sui fili della luce.
Una volta ci dissero che il treno sarebbe stato fermo per almeno sei o sette ore. C’era una stazioncina semidistrutta con un passaggio a livello, e lontano, dentro la bianca pianura, un villaggio coi tetti di paglia. Andammo verso il villaggio, e lungo la strada un contadino ci fece salire sulla sua slitta. C’era il mercato: uova, galline, nastri, paste colorate, semi di girasole, sedie impagliate, utensili da tavola in legno e donne che conversavano animatamente. Due soldati tedeschi delle SS, armati di tutto punto, osservavano staccati e con aria di sufficienza. Barattammo due saponette e un pettine con parecchie uova.
In un altro villaggio incontrai un vecchio che nel 1917 era stato con gli austriaci nel mio paese devastato; io gli offrii tabacco e lui mi portò un secchio di birra, e stemmo a conversare in una lingua strana, ma dicendoci tante cose, durante tutta la sosta.
Il 7 febbraio eravamo a Leopoli e qui piú che altrove si vedevano i segni della guerra. I cittadini silenziosi e dimessi nella stazione semidistrutta mi fecero piú impressione che non i carri armati e gli aeroplani sui campi delle grandi battaglie. E dopo, a mano a mano che ci si addentrava nell’Ucraina, non si vide una stazione ferroviaria intatta, né una fabbrica; cosí che pareva impossibile che un treno potesse ancora andare.
Il 23 febbraio il generale Messe che comandava il Csir venne a Jassinovataia e ci fece il discorso. Disse che il Cervino era un battaglione speciale, da non sprecarsi, e che il nostro compito sarebbe stato di far pattuglie nelle retrovie russe e colpi di mano.
Venne un marzo freddo che per niente annunciava la primavera. Si andava di pattuglia con gli sci per le pianure nei dintorni di Rykovo, e un giorno ci imbattemmo in una grande fossa ricolma di cadaveri nudi di ogni età e sesso. Restammo sconvolti e quando un tenente volle ritornare su quel posto con la macchina fotografica, trovò le fosse coperte con terra e neve.
Nei giorni di riposo andavamo a fare i tiri contro le piramidi dei materiali di scarto delle miniere, o anche in un grande stabilimento dove ci dicevano di disfare gli impianti elettrici e i grossi cavi di rame delle centrali. E mi faceva rabbia veder distruggere impianti costosi per ricavare il metallo. Dicevano, gli alpini, che il rame serviva in Italia per solforare le viti.
Qualche pomeriggio ci portavano anche a teatro. La compagnia teatrale era di ragazze e ragazzi ucraini che ballavano e cantavano in costume. I soldati che affollavano il teatro di Rykovo fischiavano, urlavano e battevano i piedi quando nel ritmo della danza apparivano le ginocchia delle ragazze o sobbalzavano i seni. Ma certe canzoni profondamente malinconiche facevano stare tutti zitti.
Quel che era strano in quel periodo era che di notte si facevano pattuglie e colpi di mano e di giorno si andava a spasso per la città o a teatro.
Nella primavera del 1942 ritornai in Italia con altri compagni, alla Scuola d’Aosta. Alla stazione di Jassinovatia, Simonutti e Anzi rubarono alla sussistenza un barile di cognac; dopo la bevuta si addormentarono in Russia e si svegliarono a Udine.
Nell’estate ritornai al mio reggimento e ripartimmo per le Russie la seconda volta.
Eravamo in tanti, questa volta, tre divisioni: nove reggimenti di alpini e tre di artiglieria, e i servizi; tanti lunghi treni, con tanti muli, non i trecento alpini del Cervino. Diceva, Radio Scarpa, che si sarebbe andati nel Caucaso per poi scendere da lí per l’Armenia sino a incontrare l’armata dell’Africa che sarebbe salita dall’Egitto.
Ma in una tampa a Torino, la sera prima di partire un operaio della Fiat mi aveva detto: – Non finirà tanto presto questa guerra. La Russia è grande. Cosa credono di fare Mussolini e Hitler? La fine di Napoleone, faranno. Quello che ti auguro è di ritornare a casa –. Bevemmo insieme un paio di bottiglie.
Era una domenica mattina e, al comando «Zaino in spalla, riposo», uscimmo dalla caserma Monte Grappa con la bocca ancora impastata per il vino della notte. Le strade mattutine di una Torino ancora addormentata erano deserte; i rari passanti si fermavano sui marciapiedi e ci guardavano passare senza farci alcun gesto. Il rumore dei chiodi degli scarponi e degli zoccoli dei muli sull’asfalto di corso Vinzaglio sembrava riempire la città; nelle case la gente dentro i letti forse ascoltava questo rumore giungere alle finestre e svanire come un brontolio. Erano gli alpini della Tridentina che andavano in Russia.
Alle 10,40 la tradotta partí, e Gazzoli, il tromba della compagnia, suonò l’avanti; il macchinista rispose con il fischio del vapore. Gli alpini urlarono. Dopo i primi giri delle ruote Bona intonò: «Non ti potrò scordare piemontesina bella…» e tutto il treno rispose al suo invito. Cosí, con un grande coro, partimmo dalla stazione di Porta Nuova quella domenica del 26 luglio.
A Brescia trovammo tanto vino perché dalle montagne erano scesi i parenti dei nostri compagni bresciani; vino, pane e salame anche a Verona per i veronesi, e anche a Trento per i trentini. Poi, quando il treno scese dall’altra parte delle Alpi, stavamo a guardare dalla porta spalancata del carro ferroviario, con le gambe a penzoloni.
Ora sono venuto in Russia per la terza volta. Il treno è entrato in Ucraina e corre via liscio e veloce; a Kop, mentre ci controllavano i passaporti, gli operai hanno cambiato i carrelli ai vagoni e ora non si sentono piú i sobbalzi e gli scossoni che nell’attraversare l’Ungheria ti mescolavano il cervello e le viscere. Allora i treni non facevano questa strada, passavano piú a nord, per la Cecoslovacchia e la Polonia. Da Leopoli sí che sarà la stessa. Sarò forse il primo alpino che ritornerà in quei luoghi dopo trent’anni. Come sarà?
Il treno corre tra i boschi della Transcarpazia, ricordo i miei due viaggi precedenti, i compagni di allora. In silenzio guardo le cittadine e i villaggi con i camini che fumano, le oche negli stagni, i vagoni che sfilano nelle ampie curve. L’autunno è meraviglioso di colori e questi boschi sembrano i miei. Volentieri mi fermerei a parlare con quel cacciatore e quel ragazzo: hanno appena sparato e il cane gli riporta la beccaccia. È un mondo pulito e pacifico, ma pure sento dentro qualcosa che risale, come una paura profonda e assopita, e quando giungiamo a L’vov (la Leopoli per i polacchi, la Lemberg per i tedeschi) mi ritrovo dentro la stazione di allora, quella distrutta dai bombardamenti e le donne ebree di quel lontano 1942, e non questa ricostruita, con la gente tranquilla e serena attorno ai treni.
È notte, mia moglie prepara i lettini nella cabina e intanto parlo nel corridoio con i compagni di viaggio. Due sono italiani, gli altri russi. Il piú giovane degli italiani si è laureato a Mosca e ha sposato una ragazza di qui, ora si interessa di import-export; l’altro italiano è un vecchio fuoruscito della Bassa Padana, al suo paese faceva il fabbro ma nel 1925 dovette emigrare in Francia perché i fascisti di Farinacci volevano ucciderlo; dalla Francia passò in Russia dove continuò a lavorare come forgiatore in una grande officina. Mi parla delle lotte proletarie del 1920 e poi del suo mestiere di ferraiolo, di come conosce bene i metalli e di come li tempra, di come i cacciatori del suo paese e anche qui in Russia gli portavano i fucili perché li aggiustasse quando saltavano le molle dei cani. Mi mostra con orgoglio la lettera che Longo gli ha mandato in occasione del suo cinquantesimo di militante comunista, la medaglia d’oro e la cicatrice sulla mano, quando venne ferito in uno scontro davanti la Casa del Popolo. Gli aveva fatto impressione rivedere il suo paese dopo tanti anni, e commosso la festa dei vecchi compagni; pure sentiva nostalgia della moglie che lo aspettava a Mosca e del pane nero e saporito. Mi dice anche in confidenza che quando al confine sono saliti i funzionari russi, ha sentito che tra loro dicevano di un certo Rigoni, un italiano, scrittore di guerra, che avrebbe dovuto essere sul treno. Mi aspettavano, insomma.
Tra i viaggiatori russi c’è un giovane tecnico che viene da Torino. Sono quasi due anni che manca dall’Urss e la sua impazienza per arrivare a casa è grande e comprensibile. Sí, certo, dice, in Italia si sta bene e la gente è brava, ha trovato anche amici con cui andava a pescare le trote nei torrenti delle Alpi piemontesi, ma a Uljanovsk, sul Volga, è un’altra cosa.
I miei compagni di viaggio dormono nelle loro cabine, il treno corre liscio sulle rotaie, la notte è serena e le costellazioni mi indicano l’orientamento: andiamo verso sud-est. Passano foreste, villaggi con piccole luci, città illuminate, distese di terra nera arate di fresco, stoppie, altre distese, ancora villaggi: questa è la Russia. Domattina saremo a Kiev. Per questa strada ferrata passammo anche allora, e da Vinitza era Lisa Mitz che faceva la cuoca al distaccamento di prigionieri lungo la ferrovia del Baltico. Sarà ancora viva?
Il treno corre nella notte e non dormo. Allora eravamo in tanti dentro i vagoni dalle porte spalancate e si stava distesi tra armi e zaini. Ma ha un senso andare alla ricerca di quel tempo?
A Kiev, appena siamo giú dal treno si avvicina una ragazza: – Scusi, – dice in perfetto italiano, – è lei il signor Rigoni Stern? Le do il benvenuto. Sono dell’Inturist.
Un uomo ci porta i bagagli sino a una macchina che ci aspetta davanti alla stazione. Andiamo con fiducia e mia moglie mi prende a braccetto. Certo, questa che vedo ora non è la Russia dei miei ricordi: la città è pulita, ordinata, fresca; e la gente se ne va tranquilla per le belle strade alberate. Ma questo parlare mi riporta i compagni con i quali ho diviso i lunghi mesi nei Lager tedeschi, e i ragazzi che se ne vanno a scuola allegri altri ragazzi che in tristissimi tempi si erano aggregati alla cucina del Cervino per poter sopravvivere.
Si sa che Kiev è una città antica, con parchi sterminati e il grande Donec, la gente cordiale; ma la prima cosa che qui appare evidente è la grande pulizia che si nota dovunque: nelle strade, nei parchi, alla stazione delle corriere, nei sottopassaggi, sulle rive del fiume.
L’interprete vorrebbe accompagnarci nei soliti luoghi che i turisti vogliono vedere: il Gum, il metrò, i musei, le cattedrali, i vecchi conventi, e rimane sorpresa quando le dico che preferisco stare tra la gente.
I colori e il sole di questo lungo autunno sui giardini di Kiev mi allontanano dallo scopo del mio viaggio fino a quando in un parco sopra la collina vediamo il monumento ai soldati caduti per liberare la città nel dicembre del 1943. Leggo il nome di un generale di quarantadue anni e quello del giovanissimo soldato che per primo vi entrò su un carro armato, e vedo la grande fossa dove sono tutti insieme sepolti e i fiori freschi sulle pietre. Due sposi si fanno fotografare davanti alla «fiamma della gloria eterna» e l’interprete mi spiega che tutte le giovani coppie vengono qui a portare i loro fiori per riconoscenza e ricordo.
Nella primavera del 1945 a Kiev erano sopravvissuti appena duecentocinquantamila abitanti, ora sono oltre i due milioni. I trucidati, i deportati, i caduti in combattimento in Ucraina furono milioni, e non c’è casa o famiglia che non abbia avuto i suoi morti.
Ma questo lo sapevo anche se la guida-interprete non me lo diceva; lei lo ha imparato a scuola, io qui, allora. Ed è per questo che vorrei camminare per le strade come uno di loro; come quel contadino dalla faccia tartara, quel mutilato con le stampelle, quell’operaio con le mani in tasca e la berretta alla Lenin che si fuma la sua papiroska aspettando il tram. O sedermi accanto a quell’ebreo, chissà come sopravvissuto, che sulla panchina si gode il sole guardando i ragazzi che giocano. No, noi qui non eravamo come i tedeschi; e dopo, quando ognuno poté scegliere, fui con voi. Per questo posso dire tranquillamente: «Ià italianschi» e voi rispondermi sorridendo: «Italianschi carasciò!»
Oggi, qui a Kiev, potrebbe essere venuto dalla campagna dei dintorni anche Vassilij, il partigiano russo che aveva combattuto sulle mie montagne e che ancora i compaesani ricordano con affetto. Io l’avevo conosciuto quel giorno che andammo a recuperare il corpo del Moretto, giú per i precipizi della Valsugana. E Kremenčug? Era grande e grosso, e nella «baracca della fame» ricordava il pane della sua Ucraina e i campi di frumento e di girasoli. Faceva il ferroviere, e lo chiamavamo con quel nome perché era macchinista sulla linea Kremenčug-Kiev. Sarà ritornato a far correre i treni per le sue pianure? e a mangiare il suo pane saporito? Era quasi sempre allegro, ma certe volte lo prendeva la nostalgia e piangeva come un bambino.
Il giorno dopo sono in viaggio per Harkov: è da questa città che spero di raggiungere il Don. Qui a Harkov vi era un grande ospedale italiano dove molti nostri compagni sono morti. Anche il mio capitano che venne ferito a Nikolaevka il 26 gennaio. E nei pressi di Belgorod, a una ottantina di chilometri da qui, siamo usciti dalla sacca in quel febbraio del 1943.
In treno ci fa compagnia una donna ucraina; fu deportata in Germania nel 1942; nel 1944 arrivò sino in Italia, nel Friuli, come operaia lungo le ferrovie; dopo, fu liberata dagli americani, e dalla Germania passò in America dove aveva dei parenti emigrati. Ora è ritornata in Russia come turista, ma il mondo della civiltà consumistica non è riuscito a cambiarla perché è rimasta la dolce babušca contadina. Si fermerà qui un paio di mesi e si porta al seguito una nipote per fare il giro di tutti i conoscenti. A Harkov scendiamo allo stesso albergo.
Anche qui mi aspettano alla stazione, e dopo, in albergo, il direttore dell’Inturist mi chiede se il mio desiderio è proprio quello di visitare i luoghi dove hanno combattuto gli italiani. Ci tiene a precisare che le distanze sono grandi, le strade non tutte buone e, infine, mi chiede se sono disposto a pagare in valuta, ossia in dollari o lire, tutte le spese per autista, macchina, accompagnatrice. Mi domanda con insistenza perché voglio andare in quei posti scomodi e lontani dopo tanti anni, se lo scopo del mio viaggio è speculativo e se dietro di me vi sono organizzazioni politiche, o giornalistiche, o la televisione. Mi assumerò tutte le spese in lire, lo rassicuro; dietro di me non vi sono organizzazioni, e lo scopo del mio viaggio è solo quello di portare un saluto ai miei compagni caduti e rimasti per sempre in quelle steppe, e anche un ringraziamento alla gente dei villaggi e delle isbe. Solamente ora sorride appena: – Allora siamo d’accordo, – dice. E sul volume delle carte stradali dell’Urss, che un amico di Milano mi aveva mandato a casa (lo stupisce questo volume di carte edito a Mosca, nemmeno loro lo conoscevano), facciamo l’itinerario per l’indomani.
Lasciamo Harkov al primo albore perché la strada sarà molto lunga. Dopo circa centocinquanta chilometri di camionabile asfaltata ci inoltreremo per piste di terra battuta sino a raggiungere Valujki, poi piegheremo a nord-est per Nikitovka e Arnautovo, e da lí, per Nikolaevka lungo la strada del nostro ripiegamento, ritorneremo a Harkov per Šebekino e Belgorod.
Per buona sorte il cielo è limpido e la temperatura fresca, appena qualche grado sotto zero. Il nostro autista si chiama Jurij e l’accompagnatrice, che parla il francese, Larisa. La macchina, una Volga, affronta con buona velocità la strada e sorpassiamo i camion dei kolchoziani che vanno al lavoro, trattori, motocarrozzelle. Dopo una cinquantina di chilometri costeggiamo un grande lago artificiale e Larisa ci spiega con orgoglio che quest’acqua serve per le industrie metallurgiche di Harkov: viene pompata, usata, depurata e nuovamente qui rimessa.
Piú avanti entriamo in quella parte dell’Ucraina meno abitata, i villaggi sono lontani tra di loro decine di chilometri; a tratti, dopo le distese di terra nera e grassa, affiorano colline biancheggianti solcate dai calanchi; le isbe hanno quasi tutte il tetto di paglia; le strade sono piste di terra battuta, come allora, e, ai lati di queste, ogni tanto compaiono i lunghi pagliai dove avevano trebbiato nell’estate.
Era su pagliai come questi che molte notti si cercava riparo dal freddo e dalla tormenta; qualche volta venivano incendiati da quelli che stavano sotto, e chi stava sopra finiva bruciato. Spiego questo sottovoce a mia moglie ma anche Larisa ha capito qualcosa e chiede spiegazioni. In russo-francese tento di farmi capire e l’autista che segue attentamente le mie parole dice dopo: – Anch’io ho combattuto da queste parti; da Voronež a Valujki nell’inverno del ’43. Davanti a noi avevamo gli ungheresi; ma poi ho visto anche gli italiani. E sempre camminando sono arrivato sino a Berlino nel 1945.
Ha la mia stessa età, ed è uno dei rari sopravvissuti di questa leva in Urss. – I nostri compagni, – dice, – sono tutti morti!
La strada diventa sempre piú accidentata, sul fondo delle balke ci sono dei fossi che ci fanno sbattere la testa contro il tetto della vettura, ma Jurij è un autista eccezionale e guida la sua Volga come fosse un carro armato. Il viso di Larisa non è piú allegro come alla partenza; anche per lei, abituata ad accompagnare operatori stranieri nelle officine di Harkov, questa Russia forse è nuova.
Quando attraversiamo un villaggio mia moglie guarda curiosa le isbe e dice: – A vederle, le donne, sembrano vestite in maniera goffa, ma tra le casupole ho visto stesa della biancheria che non ha niente da invidiare alla nostra.
È mezzogiorno e abbiamo continuato ad andare senza mai fermarci; consultando le carte e i chilometri fatti dico che si dovrebbe essere fuori dall’Ucraina e già nella Repubblica russa. – È vero! – mi conferma Jurij. E Larisa ridendo: – Andiamo per le Russie!
Finalmente incontriamo una tabella che indica Valujki a quarantatre chilometri. Ci arriviamo dopo l’una e quando scendo dalla macchina sento che ora, sí proprio ora, sono tra loro. Tra gli alpini, dico. E mi allontano dal gruppo per una strada qualsiasi. Quasi mi viene da chiamare nomi.
Qui, tra queste case, per queste strade, per questi orti finirono i resti della Julia e della Cuneense tra il 26 e il 28 gennaio del 1943. I paesani e i ragazzi mi guardano curiosi: «Chi sarà questo straniero dal passo incerto?»
Mia moglie mi chiama e anche Larisa e Jurij mi fanno cenno di ritornare.
Nel ristorante del soviet locale è pronto da mangiare per noi. Ma io prima mi aggiro ancora, solo, attorno alla chiesa bianca e celeste dove vecchie contadine sono forse venute in pellegrinaggio dalla campagna. Cantano sommesse, e sopra le loro voci esili sento quella baritonale del pope. Quanti nostri feriti, quanti nostri morti alpini saranno stati dentro e attorno questa chiesa di Valujki? La luminosità del cielo, il miele dorato della chioma delle betulle sopra il prato, il suono delle campanelle nell’arco della porta bianca e azzurra, i canti sussurrati, i giochi delle ombre che il sole tra le foglie fa sui volti di alcune vecchie appoggiate al muro e che mi guardano miti, mi fanno per un attimo cancellare ben altre immagini che impetuose risalgono vivide e con violenza. Sto trepidante a guardarmi attorno assorbendo da ogni poro questo di oggi per mitigare quello di allora.
Finché mia moglie e Jurij mi vengono a prendere perché la tavola è già imbandita e la sol’anka va raffreddandosi.
La nostra colazione non è ancora terminata che viene da noi un uomo con gli occhiali; ci dice: – Il segretario del soviet di Valujki vi aspetta nella sede; vi prego, quindi, appena avete finito, di seguirmi.
L’edificio vecchio mi ricorda la Scuola elementare della mia infanzia: le spesse mura di pietra, i pavimenti di legno, le porte tinteggiate con olio di lino e terraombra, le pareti a calce, l’odore di varechina e il silenzio. Sí, certo, qui dentro c’erano; mi sembra di sentire la loro presenza fisica e guardo attorno in ogni angolo e sento parole piemontesi e furlane nell’aria immota. Saliamo in silenzio quattro rampe di scale; in un corridoio un ufficiale d’artiglieria – forse un generale? – passeggia in attesa di qualcosa. L’accompagnatore con gli occhiali e dall’aria di seminarista, senza bussare apre una porta e ci fa entrare. Mi accorgo che con noi non c’è Jurij e mi sento come indifeso; sento pure la preoccupazione di mia moglie e la improvvisa remissività di Larisa.
Stava dietro una scrivania e dietro, sopra la parete, campeggiavano un ritratto di Lenin e una bandiera rossa ricamata con simboli in oro. Con un gesto ci indica una panca laterale dove sederci; di fronte a noi, sull’altra panca, stanno seduti l’uomo che è venuto a chiamarci e un altro uomo piú anziano dall’aria bonaria di fabbro paesano. Senza farsi vedere dagli altri, mi sorride con gli occhi. Il segretario del soviet è magro, asciutto, dai lineamenti del viso decisi e convinti, lo sguardo assorto; parla sottovoce senza alcun gesto o inflessione. Anche Larisa, che è seduta sull’orlo della panca dopo mia moglie e fa da interprete, risponde sottovoce e compunta: sembra di essere in una chiesa di frati. Ma, anche, mi sembra un interrogatorio.
Finalmente, dopo le mie risposte, l’ambiente si rasserena e, sempre lui, ci racconta che «allora» era qui e aveva quattordici anni. Mi sembra di rivederlo in uno di quei ragazzi che con un parabellum di traverso il petto o un fucile piú alto di loro operavano con i partigiani.
Ricorda gli italiani e il loro ultimo combattimento quando furono circondati dalla cavalleria cosacca; i prigionieri. Ricorda che cantavano, anche. Cantavano, precisa, quelli che erano qui a Valujki con i servizi, prima dell’offensiva dell’Armata Rossa. Parla ancora dei nostri prigionieri e dei nostri feriti, del freddo che avevano perché erano male coperti e delle scarpe che gli congelavano i piedi; e la fame che avevano tutti, anche loro russi.
– Le so, queste cose, – dico. Di sua iniziativa mi dice che i nostri morti sono stati sepolti in una fossa comune, fuori dal paese, verso la steppa.
Forse questo sarà anche vero, ma so per certo che a Nikolaevka tutti i nostri morti li hanno raccolti davanti alla chiesa, cosparsi di benzina e inceneriti: non era possibile scavare una fossa perché il terreno era gelato in profondità, duro come la pietra. Quello che mi dice è forse una pietosa bugia e non gli chiedo dove è la fossa comune degli italiani. Forse nemmeno me la indicherebbe, o mi indicherebbe un luogo qualsiasi. Cosa importa, ormai? Da qui al Don è tutta una tomba d’alpini.
Mi chiede del mio paese, dell’Italia, di come si vive. Rimane molto stupito quando gli spiego che da noi, sulle montagne, viene tanta neve e qualche inverno arriviamo ai trenta gradi sotto zero. Mi nomina qualche città: Torino, Milano, Napoli, Roma, e mi chiede quale di queste è piú vicina al mio paese. – Venezia, – gli rispondo. Allora con un sorriso aperto e per farmi contento ci dice che una volta aveva visto su un libro delle illustrazioni di Venezia che è «Bolsciòi krasíva». Bellissima.
Si alza, ci alziamo tutti e ci avviciniamo a un tavolo. Su un foglio fa scrivere a macchina l’indirizzo del soviet di Valujki e mi dice di scrivergli, quando sarò ritornato a casa, e di salutargli a nome dei compagni di qui i compagni del mio paese; ci offre ospitalità, ci stringe le mani. (Quel foglio con l’indirizzo l’ho perduto chissà dove, e mi dispiace veramente non potergli scrivere come avevo promesso).
Fa portare al tavolo una carta geografica della zona, la confronta con la nostra carta stradale della Russia, con le mie italiane e gli dico dove intendo andare. Ma in nessuna carta russa è segnato il nome che cerco: Nikolaevka. C’è solo sulle carte italiane. – Ma non esiste questo paese? – dico. – Ma qui c’è pure Nikitòvka e Arnautòvo –. Noi abbiamo sempre pronunciato in maniera sbagliata: c’è, mi dicono, Nikítovka e Arnáutovo.
Le due carte russe non corrispondono, le tre italiane nemmeno. Forse, su quelle italiane, vi sono errori di trascrizione dal cirillico o dal tedesco. E poi tutte e cinque hanno scala diversa. Rimango imbarazzato e confuso quando uno di loro sbadatamente si appoggia sul vetro che ricopre la loro carta incorniciata e lo rompe. Sono io la causa di questo danno.
Due membri del soviet di Valujki si offrono di accompagnarci verso la pista che porta a Nikitovka e Arnautovo: – Andiamo, – dico, – si fa tardi –. Poi penso tra me: – Da lí la strada per Nikolaevka la troverò io. Diavolo se la troverò!
Dopo che i compagni di Valujki ci hanno lasciato con grandi gesti di saluto, seguiamo per un pezzo la ferrovia; ma la pista, dopo un bel tratto, diventa impraticabile anche per la Volga di Jurij.
Non si vedono villaggi: solo terra, terra arata e no, cielo, e corvi che si alzano gracchiando al nostro passaggio. Larisa è visibilmente stanca e mia moglie guarda stupita in silenzio. Finalmente incontriamo delle isbe e Larisa chiede la strada per Nikolaevka: – Non so, – ci rispondono. Oppure: – Mai sentito nominare questo paese.
Mi viene il dubbio che il nome sia quello del tempo degli zar, Nicola, appunto, e prego Larisa di chiedere ai piú vecchi. Non lo sanno nemmeno loro. Non c’è.
Larisa e Jurij sono preoccupati. «Ma dove ci vuole portate questo pazzo di italiano? Alla ricerca di un paese che non esiste?» Allora prendo io l’iniziativa: controllo i chilometri fatti da Valujki, guardo le carte, il sole: – Vai per di qua, – dico a Jurij. E dopo: – Prendi per quella traccia.
Il sole è basso all’orizzonte, non si vede un’isba, un uomo. Solo cielo e terra. Scendo. Una nuvola di corvi si alza da un arato senza confini. Ma laggiú, tra pochi alberi coi colori dell’autunno, in un grande silenzio, due villaggi sembrano confondersi e impastarsi con l’aria e la terra: Nikitovka e Arnautovo. Non mi posso sbagliare. No, non mi sono sbagliato.
Cammino fuori dalla pista. Capitano Grandi del Tirano, dormi in questa pace. Ti porto i saluti dei superstiti del tuo battaglione, di Nuto Revelli e di tutti gli alpini della Tridentina. Dormite in pace amici valtellinesi, in questo silenzio, in questa terra nera, in questo autunno dolcissimo. Chino la testa e poi faccio un cenno con la mano: «Ci ritroveremo un giorno. Arrivederci.
Dalla macchina mi chiamano. Salgo e non parlo; con la mano indico la direzione del sole che sta per tramontare.
Da sopra il dosso mi appare come allora. Non riesco a dire di fermare la macchina ma Jurij ha capito. Le mie mani a stento aprono la porta, a stento i piedi si posano sul terreno. Cammino? Cammino verso Nikolaevka. Il dosso. Questo dosso dove siamo scesi la mattina del 26 gennaio. I resti dei battaglioni, delle compagnie, delle squadre del 6° alpini. Il Vestone, la 55: la valletta ricolma di neve, il terrapieno della ferrovia, il sottopassaggio, il casello. Giuanin, Minelli, il capitano, il tenente Pendoli, i russi vestiti di bianco con le due mitragliatrici, i cannoni anticarro che i paesani del genio alpino hanno assaltato a bombe a mano. Tutto. Tutto come allora. Metro per metro. In quell’isba sono entrato con Antonelli e la pesante, e Dotti e Menegolo mi hanno portato poi le munizioni. Là sono andato a mangiare e c’erano dentro i soldati russi con la donna e i bambini. In questa il tenente Pendoli era con il capitano ferito a morte; e da qui sono usciti i soldati russi con i parabellum. Quanti siamo rimasti? Forse in due, forse in quattro con loro. Guardo e non sono capace di dire una parola, di fare un gesto. Rino, Raoul, Giuanin, il generale Martinat, il colonnello Calbo, Moreschi, Tourn, il tenente Danda, il maggiore Bracchi, Cenci, Baroni, Moscioni, Novello, don Carlo Gnocchi. Tutti qui eravamo,
Mi fanno risalire in macchina e scendiamo lentamente per la strada che va verso la chiesa; da questa strada dove, dopo ore e ore di battaglia, il generale Reverberi e un gruppo di disperati hanno trascinato la massa che aspettava. Per questa strada, tra queste isbe che fanno da quinta, e la chiesa da fondale. È stata la porta che abbiamo aperto per arrivare a baita. Qui, davanti a questa chiesa, con Baroni ho chiamato quelli che mai piú sarebbero venuti avanti; e il tenente Zanotelli diceva: – Ma dove sono tutti? Vestone! Vestone! – Il freddo, la notte e il silenzio erano scesi su questo villaggio. E gli alpini morti restavano nella neve.
Mia moglie, Larisa e Jurij si guardano in faccia, dicono qualcosa che non capisco, ma vedo i loro occhi gonfi di pianto. E la macchina riparte veloce.
È scesa la sera, non si vedono piú villaggi e, quando mi giro, nemmeno Nikolaevka. Come allora neve e cielo, ora terra e cielo. Quando parlo dico a fatica: – Per questa pista siamo passati il 27 gennaio. La riconosco.
Quelle lunghe marce, eterne, senza soste, senza cibo, con i congelati che restavano ai lati della pista, con i feriti che morivano sulle slitte, con i sopravvissuti che si trascinavano. Neve cielo, notte giorno, neve cielo. Ma come abbiamo potuto?
Dopo ore di corsa con la Volga incontriamo un villaggio, dopo ore un altro, e quando arriviamo a Šebekino è vicina la mezzanotte.
Tutte le porte e le case sono chiuse; ma rivedo le isbe che ci hanno accolto dopo quei diciassette giorni di marcia dal Don; dove era il Comando della Tridentina, e del 5° e del 6° alpini, e del 2° artiglieria. Qui ci siamo contati, e qui è morto il nostro colonnello Signorini.
Ancora due ore di macchina e poi saremo a Harkov, in albergo. Un tè, un letto pulito, il caldo. Ma è possibile? Ma come è stato possibile?
Ho visto Kiev e Harkov; le università, gli alberghi, i negozi, i monumenti a Lenin, le piazze, le chiese, i musei. A lungo mi sono soffermato in una sala dove erano esposte molte armi della nostra guerra, bandiere naziste e, in una vetrina, alla rinfusa, croci di ferro di ogni classe, spalline di generali e un bastone di maresciallo. Sulle pareti, pannelli plastici in altorilievo riproducevano ingenuamente fasi di battaglie.
Avevo chiesto anche di passare una giornata o due in un kolchoz, ma, mi dicono, in questa stagione non è possibile perché i kolchoziani sono tutti impegnati nell’aratura e nella raccolta delle barbabietole; e per questo l’ospitalità verrebbe trascurata. Mi propongono in cambio una visita a una fabbrica, e una mattina fredda e ventosa andiamo.
L’ingegnere che mi guida nella visita era un pilota di aerei da combattimento; quelli che volavano bassi sopra la steppa e d’improvviso ti erano sopra a spezzonare e mitragliare. «La morte nera» li chiamavano i tedeschi; lui era stato abbattuto due o tre volte dietro le linee, e anche ferito malamente, e sempre se l’era cavata. Nel pannello dove sono le persone illustri che hanno lavorato in questa fabbrica c’è anche la sua fotografia perché eroe nazionale.
Anche questo ingegnere, dopo una prima fase di staccata riservatezza, si lascia naturalmente andare e della fabbrica mi racconta e mi vuol far vedere tutto. Ma io non me ne intendo assolutamente di meccanica e piú che le macchine elettroniche e la produzione dei trattori mi interessano le bacheche dove sono esposte vecchie fotografie e lettere, si vede come qui vivevano e lavoravano settant’anni fa, Lenin che parla agli operai proprio in questa fabbrica e come l’avevano ridotta i tedeschi nel 1943.
Quando vuole riparlarmi di motori diesel dico ancora che non me ne intendo. – So solo, – gli dico, – che le vostre macchine, armi o carri o trattori che fossero, andavano sempre, anche quando sembravano scassate, mentre le nostre… – E lui ride divertito.
Al funzionario dell’Inturist, in albergo, dico del mio desiderio di ritornare ancora una volta sui campi di battaglia. Ma non a Poltava dove nel 1709 i russi sconfissero gli svedesi, e nemmeno a Jassinovataia e Rykovo, che mi propongono: tra l’altro arrivare laggiú, dove ero il primo inverno con il Cervino, o dove il 1° settembre il Vestone fu distrutto, è troppo lontano. – Sul Don, – dico, – desidero andare.
Loro si sono già informati e mi spiegano che invece di rifare la strada per Valujki è molto meglio arrivare a Rossoš scendendo da Alekseevka perché la strada è asfaltata per un bel tratto; non sanno, invece, come sarà verso Rossoš e il Don. Cosí, a un primo, conteggio, i chilometri sono circa novecento. Ce la faremo?
Non c’è Jurij questa volta a guidare la Volga; ha ancora le reni rotte per il viaggio dell’altro giorno. Boris si chiama il nuovo autista, ed è piú giovane; Larisa è ormai rassegnata ad accompagnarci anche questa volta.
Il mattino è meraviglioso e smaglianti i colori dell’autunno; nei campi senza fine stanno raccogliendo le barbabietole da zucchero e i mucchi immensi vengono caricati sui camion: ne incontriamo una lunghissima fila. Sono autocarri militari, ogni tanto intercalati da uno colcosiano; i militari sono contenti di fare questo servizio, lo si vede dai loro visi sorridenti e dai saluti che ci fanno con la mano.
Oltre Belgorod un odore acuto penetra nella macchina: viene dagli zuccherifici che stiamo costeggiando.
La strada corre diritta: sale, scende, risale, ridiscende; i limiti dei kolchoz sono segnati da insegne con il nome e il numero. Terre arate, terre seminate: nero, verde. Rosso di foreste di querce, bianco verticale di betulle con le chiome d’oro. Stagni con oche bianche e vaporose, pascoli con mandrie bicolori. La sorpresa in una balka è un gregge di pecore.
Dopo Alekseevka il paesaggio cambia; diventa piú selvaggio, ampie zone non sono coltivate, i villaggi sembrano piú poveri; la strada è una pista di terra battuta che sovente dobbiamo lasciare per i lavori in corso sul fondo delle balke. Piccole mandrie di cavalli girano libere nei pascoli; corsi d’acqua si impaludano.
– Fermati, – dico a Boris, – qui vorrei scendere.
Il luogo mi è noto anche se non c’è la neve. Sono certo di essere tra Postojali e Seljakino. Ma perché queste macchie d’alberi lontani, questa terra, queste lunghe erbe secche e questo cielo si impastano e sfumano in un’unica linea orizzontale? Si sciolgono come se una calda luce liquida li dissolvesse. Da laggiú siamo arrivati dopo aver lasciato il Don e per questo lungo dosso abbiamo camminato tra il 20 e il 22 gennaio. Vorrei camminare come allora lungo una traccia che so, e dormire nelle isbe; e vorrei che fossero qui anche loro: gli amici che sono rimasti vivi e che mai, forse, qui potranno ritornare. Ma gli altri come potranno capire questo?
Ecco, da qui, a ogni gruppo di isbe è legata la nostra storia; una storia di alpini della Julia, della Cuneense, della Tridentina, del Cervino. Siamo passati per ogni pista e i nostri nomi sono stati gridati nella tormenta di queste steppe. Morte, speranza, disperazione, fatalismo. Chi potrebbe dire tutto? Nessuno. Nessuno saprà tutto. E per tutti e per ognuno una storia diversa. Ed eravamo in tanti.
Cammino un poco da solo, e ai margini di uno stagno inselvatichito osservo i resti di quattro isbe. Vedo tra le erbacce le stufe di mattoni, i camini crollati, qualche trave carbonizzata. Per chi si sarà svolta qui l’ultima parte del dramma? Da quale paese delle nostre montagne sono venuti a morire qui?
Tutt’intorno non si vede un essere vivente. Nemmeno corvi, o uccelli nello stagno. Mi sembra d’essere dentro un profondo oceano, ma anche provo una malinconica pace. Mia moglie, Larisa e Boris non parlano; forse anche loro sono colpiti da questo immobile silenzio.
Passiamo per Olchovatka; scendiamo lungo il Kalitva e alle due pomeridiane arriviamo a Rossoš. Boris, Larisa e mia moglie cercano un ristorante o un’osteria, se c’è, ma io vado intanto per le strade dove hanno combattuto e sono morti gli amici del Cervino e della Julia. Mi guardo attorno e mi sembra strano vedere la gente tranquilla vicino alla chiesa ad aspettare la corriera, e non sentire i carri armati e le raffiche dei mitra. Proprio lí, tra la chiesa di San Nicola e la stazione (che ancora porta i segni di allora) è stato visto per l’ultima volta il Mario Pesavento, mio compagno alle elementari. Suo padre lo vedevo tutti i giorni passare davanti a casa mia quando tornava dalla cava; ora ha tanti anni, ma l’ultimo suo lavoro di scalpellino è stato un monumento per i dispersi in Russia.
Anche qui a RossoŠ c’è un monumento dentro un giardino di betulle e di aceri; è per i loro caduti e a fatica traduco: «Alla gloria eterna di coloro che sono morti per la liberazione e l’indipendenza del loro paese».
Un poco fuori del centro, lungo la strada che scende a Novo Kalitva, hanno trovato un ristorante.
Prima di sedermi al tavolo mi avvicino al banco per comperare qualcosa per il viaggio perché prevedo una cena molto lontana: – Sono un italiano, – dico alla donna che mi serve. E vedo il suo viso trasfigurarsi: impallidire, arrossire, gli occhi illuminarsi e inumidirsi; sorridere, infine.
Non riusciamo a parlarci. Questa donna che per l’emozione non è capace di avvolgere il pacchetto, allora avrà avuto vent’anni. Mi dice: – Dasvidània! – E poi, in italiano: – Arrivederci –. E nient’altro.
Mangiamo la solita sol’anka, montone arrosto, cavoli. Per bere c’è vino di ciliegie o birra. Boris beve solamente acqua, come aveva fatto Jurij del resto, perché chi guida non può assolutamente bere alcolici.
Ora ho fretta di arrivare sul Don, anche se Larisa, dopo essersi allontanata dal gruppo per telefonare, mi dice che il soviet di Rossoš gradirebbe una nostra visita. – No, – dico, – se è possibile; si farebbe troppo tardi. E poi bisogna ritornare a Harkov viaggiando tutta la notte. Andiamo subito a Podgornoe.
Vorrei anche andare verso Staraja e Novo Kalitva, a Quota Pisello, dove hanno combattuto quelli della Julia e della Cuneense. Ma lassú c’è il mio caposaldo: – Andiamo, – dico, accennando al nord.
Ecco Podgornoe con la fabbrica di calce e i carrelli che passano sopra la strada; qui ogni cartello indica un nome noto: Saprina, Morosovka, Sergheevka, Opit, Dacia, Skororyb, Basovka, Morozov. Passo dopo passo, dal Don fino a qui, la prima notte della ritirata, fino a queste isbe che ora mi vedo davanti nella verzura degli orti e con le donne sedute sulle panchine a chiacchierare. Allora ci apparvero dentro il fumo della tormenta dopo la notte piú lunga e fredda. E dopo, l’uscita da questo paese per la salita dove i camion non ce la facevano, e i magazzini che bruciavano e il nostro ospedale divisionale con la grande bandiera bianca e la croce rossa, e i feriti che si trascinavano fuori sulla neve della via perché volevano venire con noi.
Sulla strada che va a Dacia c’è ancora il mulino a vento dove un giorno incontrai il Silvio dalle Ave che faceva il guardafili: ero passato con gli sci prima di andare in linea, per trovare Rino al Comando del battaglione genio. Questo mulino indicava la strada ai nostri conducenti e ai portaordini, ed è come rivedere un campanile di paese.
Stiamo attraversando un villaggio e Boris ferma la macchina vicino a un pozzo perché ha sete. Anch’io scendo per bere e sento il cuore salirmi in gola: in queste isbe c’era il Comando del mio battaglione, del Vestone e là, verso la balka, avevamo scavato i ricoveri per invernarci. Invece, quando furono finiti, andammo in linea per prendere il posto del Valcismon. Gli scavi erano grandi e profondi, per stare al caldo e al sicuro; uno ogni due plotoni. Noi mitraglieri del tenente Sarpi eravamo con i fucilieri di Cenci. Quanto abbiamo cantato là sotto quando veniva la sera! Ci sono ancora i segni degli scavi ed è come mi ritrovassi davanti tutti i compagni di allora e le voci: Artico, Tardivel, Moreschi, Bodei, Monchieri, Linardi, Corazza, Barp. Tutti.
Bevo avidamente l’acqua di questo pozzo che ci dissetò anche allora. E adesso andiamo, andiamo in fretta Boris, voglio arrivare sul Don con la luce.
Belogor’e; il paese che declina verso il fiume, a destra e a sinistra le due montagne biancheggianti, il boschetto e la piana con il fosso anticarro, le erbe, la riva e l’acqua che va lenta. Lo riconoscete, amici del Tirano, questo posto? Quante volte siete venuti di pattuglia dove ora cammino e non sparano? Quaggiú sulla riva c’erano i posti avanzati dove venivate di notte; sui dossi ci sono ancora i segni delle trincee e delle postazioni e guardando verso il sole che tramonta indico con la mano i capisaldi. Lassú c’era il caposaldo «Madonna di Tirano» della 46, poi venivano quelli del Valchiese e del Verona; laggiú, lungo il fiume, l’Edolo, il Vestone, il Morbegno. E poi ancora, lontano, la Cuneense e la Julia.
Scendo alla riva, con l’acqua mi bagno la fronte e raccolgo una manciata di terra. Un cartello dice che è vietato fare il bagno: forse perché sul letto ci sono ancora bombe a mano o mine?
Un ponte di barche unisce le due rive; al di là la strada prosegue dentro il bosco e camminando su questo ponte dondolante ho l’impressione della vastità delle Russie. Quante migliaia di chilometri ancora? Foreste, città, pianure, fiumi, deserti, laghi, villaggi, steppe, montagne fino dove finisce il mondo.
Di notte, stando sulla riva alta di questo fiume, vedevamo lontano delle luci che parevano un altro firmamento; ed è da qui che sono partiti per liberare la loro patria e l’umanità dal nazismo. Si fermarono quando raggiunsero Berlino.
Sul ponte di barche, nel mezzo del fiume, un vecchio è assorto a pescare e mi fermo con lui in silenzio. Dopo un poco gli chiedo in russo: – Kak dielà? – Nicevò, – mi risponde girando appena la testa. E sorride con gli occhi, non stupendosi del mio essere straniero.
Con tutto il cuore avrei voluto sostare a lungo su quel ponte a pescare con il vecchio, a sentire l’acqua frusciare contro i legni mentre il sole incendiava di colori il bosco autunnale. Anche i pesci che tirava su brillavano nell’ultimo sole come le cupole delle chiese ortodosse. Il vecchio voleva offrirmeli.
Con un cenno lo salutai e ripresi la strada del ritorno. Mia moglie, Larisa e Boris mi aspettavano accanto alla macchina. E ripartimmo.
Allora, in quella notte del 18 gennaio 1943, questa pista che va a ovest era gremita di muli, di automezzi, di battaglioni di alpini della Tridentina che avevano lasciato il Don con troppo ritardo per obbedire a un ordine dell’Okw di Hitler; era stato lui che aveva ordinato al Comando dell’8a armata italiana che il corpo d’armata alpino non lasciasse il fiume.
Da Rossoš saliva la Julia che per un mese in aperta steppa aveva fermato la fanteria e i carri armati russi che avevano rotto il fronte nell’ansa di Verk Mamon e che avevano tentato di aggirarci. Dalla zona di Karabut veniva il 1° reggimento alpini e da Staraja Kalitva il 2° e i gruppi del 4° artiglieria alpina. Dal nord, dove la 23a divisione ungherese aveva abbandonato la linea di propria iniziativa, le masse degli sbandati ungheresi e tedeschi intasavano villaggi e piste da Judino a Podgornoe.
I soldati russi dei reggimenti della Guardia e i carri armati stavano chiudendoci nella sacca. I villaggi bruciavano, negli ospedali gli ufficiali medici piú giovani tiravano a sorte chi doveva restare per assistere i feriti che non potevano andarsene con le proprie gambe. Le tradotte con i complementi che arrivavano dall’Italia, nelle stazioni a ridosso del Don invece di trovare i nostri Comandi tappa trovavano i carri russi. Colonne motorizzate di servizi e di salmerie arretrate pistavano veloci al di là dello sbarramento per raggiungere Harkov.
Noi si restava dentro la bufera; ancora reparto per reparto, squadra per squadra. Fino a quando abbiamo trovato i magazzini abbandonati dove i pochi civili rimasti nei villaggi e i partigiani cercavano di salvare dalle fiamme quanto potevano. Allora incominciarono a staccarsi i primi; e di quelli che trovarono il cognac nelle botti forse non si è salvato nessuno.
Le notti e i giorni del 19 e del 20: incursioni di carri armati, mitragliamenti aerei, i primi morti assiderati ai lati delle piste, i primi bruciati dentro le isbe. La prima grande fame di sonno e di baita.
Ora abbiamo lasciato alle nostre spalle le case di Belogor’e, e al rosso di quello straordinario tramonto sul Don si è ora sostituita una notte tranquilla. Quelle luci che vedo alla mia destra sono forse delle isbe di Kasinka; allora, lassú, c’era il Verona, e di là partimmo in una notte di estremo gelo per andare giú verso Bujlovka, a dare il cambio in linea al Valcismon della Julia.
Che notti in quel dicembre del 1942! E don Carlo Gnocchi con gli alpini dell’Edolo preparava il presepio in una tana sopra il fiume gelato. Ricordo le postazioni, le pattuglie di collegamento con il Morbegno, le ore nei ricoveri e l’odore e la macina del grano e la polenta di segale e i semi di girasole; e le armi che non volevano sparare e l’alpino Lombardi che stava sempre silenzioso e staccato, indifferente nel suo grande coraggio perché la morte era già in lui. E Giuanin: – Sergentmagiú, ghe rivarem a baita?
Vorrei dire a Boris di fermare la macchina per farmi scendere, a Larisa di accompagnare mia moglie a Harkov e farla ripartire per l’Italia e io restarmene qui solo, per tutto l’inverno in questi villaggi, e camminare dall’uno all’altro. In silenzio, sulla neve. Fino a primavera, fino al disgelo, e dopo riprendere il treno per casa. Ma questo non lo posso chiedere; posso solamente pensarlo e immaginarlo; nemmeno accennarlo, a loro. È già molto cosí. Quanti di quelli che siamo usciti dalla sacca, dai Lager, dalla Resistenza, dalla guerra degli alpini, insomma, vorrebbero essere qui stasera con me?
La macchina corre veloce tra il Don e Alekseevka; ancora paesi di allora: dopo Podgornoe, Opit, Postojali, Novo Charkovka. Boris tiene il finestrino completamente abbassato per sentire il vento della corsa tenerlo sveglio e fuma in silenzio; mia moglie per il freddo si stringe a me. Ma forse non è solamente per il freddo. Larisa deve essere molto stanca perché da qualche ora non dice una parola. Ad un tratto accende la radio e dopo la musica jazz e cubana sentiamo il bollettino meteorologico; Larisa mi spiega che nel nord della Russia nevica, che il freddo e il fronte di basse pressioni ha investito l’Ucraina settentrionale.
È per questo che prima, guardando in cielo, non vedevo piú le stelle. Le foglie di betulla che il vento strappa dai rami vengono ad illuminarsi davanti ai fari della macchina come balenanti farfalle: «Se venisse ora a nevicare, – penso, – forse saremmo costretti a fermarci, a cercare un’isba per chiedere ospitalità e ripartire domani».
Ora desidero questa neve che ho tanto maledetto, che mi ha ossessionato per anni; la desidero per passare una notte sopra la stufa di un’isba, perché troverei ad aspettarmi tutti gli amici e i compagni che non sono arrivati a baita.
Mia moglie forse capisce qualcosa perché mi stringe il braccio. – Ho freddo, – dice poi. Ma se dovessi dire a Boris di chiudere il finestrino certo si addormenterebbe perché sono undici ore che guida, e cosí copro Anna con la mia cacciatora di velluto e lana.
Il paese che si dovrebbe raggiungere è Alekseevka (anche allora, in un primo tempo, fu una meta: dicevano che c’era un caposaldo tedesco, invece era già stato occupato); da Alekseevka prenderemo la strada asfaltata per Belgorod e Harkov. Ma questo paese sembra irraggiungibile, e quando Boris si accorge di aver perso la pista buona, chissà dove diavolo siamo.
Seguendo la carreggiata di un trattore arriviamo nelle vicinanze di un grande recinto fiancheggiato da due stalle. I fari illuminano un branco di cavalli e i puledri spaventati dalla luce improvvisa corrono in tondo con le criniere e le code al vento; e mi viene davanti un’altra immagine, quando la mia compagnia una notte era in testa alla colonna accerchiata: c’era tormenta e sbucarono dal buio due autoblinde che nel turbinio della neve ci spararono sopra la testa raffiche di pallottole traccianti. Poi sparirono nuovamente nel buio; come questi puledri, dopo che Boris ha spento i fari.
Non c’è nessuno qui, a custodire i cavalli, nessuno risponde al nostro richiamo. Risaliamo in macchina e ci inoltriamo cautamente verso il fondo di una balka; incontriamo delle isbe, Boris suona il clacson e scende. Dei cani abbaiano, qualche porta si apre e nel riquadro della luce compaiono delle figure di donne. I ragazzi saranno tutti a letto perché è tardi.
Chiediamo la strada per Alekseevka e rispondono tutte insieme, dicendo cose differenti. Dal gran ciacolare che fanno riesco a capire che grosso modo siamo in quella zona poco abitata che è tra Varvarovka e Ostrogožsk. Anche degli uomini sono usciti dal loro sonno, fanno stare zitte le donne e poi parlano con calma. Ci offrono anche ospitalità e dico a Larisa e Boris di fermarci: potremo riprendere domattina.
Non è possibile, dicono: dobbiamo ritornare nel nostro albergo anche a costo di viaggiare sino a giorno. A questo riguardo, forse, avranno ricevuto una consegna. Allora un giovanotto si offre di accompagnarci verso la strada buona e lo facciamo salire dietro, con me e mia moglie. Ripartiamo ringraziando e salutando la gente di questo paese sconosciuto: – Bolsciòi spasíba! – Dasvidània, – ci dicono loro.
Dopo un’ora il ragazzo scende, dice che in questo villaggio che stiamo attraversando c’è una donna che l’attende e che domani, con la fortuna di qualche trattore kolchoziano, ritornerà a casa per far pascolare i cavalli. Ci indica la strada buona e ci augura buon viaggio fino in Italia.
La macchina corre nel buio, il vento gelido della steppa entra dal finestrino tutto aperto, nessuno dice parole. Boris ogni tanto rallenta la corsa e china la testa sul volante: anche se andiamo fuori strada, penso, non succederà niente: è tutto piano!
Prima un tasso, poi una volpe, un’altra volpe ancora e delle lepri attraversano nella luce dei fari dove sempre le foglie dell’autunno sembrano farfalle rosse. In queste distese infinite dormono i miei compagni, e questa è la Russia che sono venuto a cercare.
Altre due volte abbiamo perso la strada in quella notte che avrei voluto ancora piú lunga. In un villaggio, dove Boris cercava qualcuno per chiedere dell’acqua, due giovani ci rispondono buffamente, ciondolando: anche qui ci sono gli ubriachi del sabato. Larisa e Boris sono seccati per questo incidente davanti agli ospiti stranieri, ma io sorrido al loro imbarazzo.
Piú avanti una gomma si sgonfia, lontano abbaiano i cani, delle gocce miste a neve ci sferzano mentre cambiamo la ruota. Dopo altre due ore di viaggio e di silenzio dico a Boris, che sento teso per la stanchezza e il dispetto di aver smarrito la strada: – Non prendertela! Se non arriveremo a Harkov arriveremo a Voronež o a Mosca. È lo stesso! – Finalmente lo sento ridere, e finisco: – Nicevò, Borís, nièt voinà! – Non prendertela, non siamo in guerra.
Se ci fossero le stelle, la troverei la strada per Harkov. Ma quanti nostri compagni allora, in quella bufera di fuoco e di neve come in un inferno, non hanno trovato la strada di casa? Camminavano, giravano in tondo, si trascinavano sulle ginocchia e si perdevano. Quando ritornavano le stelle o il sole, un piccolo rialzo sulla neve indicava che lí sotto c’era un uomo.
Finalmente troviamo una tabella che indica Koroča. Ci eravamo portati troppo a nord, ma tra centoquaranta chilometri di buona strada saremo a Harkov, nell’albergo dell’Inturist dove sarà fin troppo caldo. Ci arriveremo per la prima colazione; è da Rossoš, dal mezzogiorno di ieri, che non mangiamo; e come cena abbiamo succhiato le grosse caramelle di crema, comperate dalla donna che mi ha detto «arrivederci».
Per due giorni mia moglie stette quasi sempre a letto con la febbre e io verso sera uscivo un paio d’ore a passeggiare per la città. Mi piaceva andare lungo una vecchia strada, forse la piú vecchia e intatta e paesana via di questa Harkov rifatta nuova dopo tante battaglie. Su questa mia cara strada, dei gradini scendono verso le porte illuminate delle botteghe seminterrate: lí sotto è caldo, è intimo. Entro in tutte: vendono libri, stampe, tabacco, tè, ciambelle, bottoni. Sono riuscito a trovare un pacchetto di machorka, il vecchio e rustico tabacco ucraino che noi e i nostri paesani russi riuscivamo a fumare nei Lager. – Mario, davài gazeta, – mi diceva Pëtr Ivanovič. E con un pezzo di giornale propagandistico tedesco faceva delle grosse sigarette che quando aspirava si incendiavano. Ora questo ritrovato machorka mi sembra il tabacco piú prezioso e piú buono del mondo. La vecchia che l’ha spolverato dal piú riposto angolo della bottega me lo porge scrollando la testa e non vuole nemmeno i copechi del prezzo segnato sulla carta gialla; forse ha capito cosa cercavo.
Queste botteghe sotto il livello della strada piena del traffico serale mi ricordano la vecchia Russia di Gogol’ e Chagall; solo che una volta entrato non trovo vecchi mercanti, ma studenti. Ragazzi e ragazze che sfogliano libri, bevono il tè, discutono, si scambiano francobolli e distintivi, si fanno i fatti loro, insomma; e io vecchio sergente maggiore degli alpini che ho combattuto contro i loro padri prima di essere stato a questi fratello, mi sembra d’essere dell’era neolitica. O forse no, perché in una bottega color cannella dove mi sono fermato a bere tè e mangiare frittelle, quando stavo per uscire un paio del gruppo mi hanno detto «ciao». Proprio ciao!
Anche verso la periferia della città, dove stanno costruendo dei nuovi rioni, sono andato un paio di volte camminando tranquillo. Le costruzioni sono grandi e moderne, con centinaia di appartamenti, ma attorno vi sono ancora case a un piano con gli orti e le galline. Una profonda balka divide la città vecchia dalla nuova e un largo ponte la scavalca. Mi sono fermato sul ponte a vedere la gente che ritornava a sera con le borse della spesa; venivano anche dalla campagna in bicicletta e con ceste di funghi. Un cacciatore teneva al guinzaglio un magnifico bracco unicolore: passando mi annusò e mosse la coda. Certo avrà sentito sui pantaloni l’odore del mio Cimbro. Io lo grattai dietro le orecchie.
Ritornammo a Kiev e il giorno dopo riprendemmo il treno che da Togliattigrad va a Torino. Compagno di viaggio era un chiassoso italoamericano, nato da genitori trentini, che dal tempo della guerra di Corea vive a Tokyo. Aveva preso la transiberiana a Vladivostok e portava con sé un armamento di macchine fotografiche e cineprese; ma anche bottiglie di whisky e tanti dollari. Appena varcata la frontiera dell’Urss si mise a imprecare contro i doganieri sovietici che gli avevano messo a soqquadro la cabina.
Io volevo stare in pace, e in silenzio guardare dal treno la campagna dove i trattori rivoltavano la terra e gli uccelli volavano sopra gli arati. Anche allora, nel 1943, quando noi pochi rimasti prendemmo il treno per ritornare, avevo portato via una immagine simile che per anni mi aiutò a vivere: dopo un villaggio distrutto, su una collina nera contro l’orizzonte del cielo rosso un contadino arava solitario, un cavallo bianco e magro tirava l’aratro e la lunga frusta che il contadino teneva diritta pareva sostenere il cielo.
Ecco, sono ritornato a casa ancora una volta; ma ora so che laggiú, quello tra il Donec e il Don, è diventato il posto piú tranquillo del mondo. C’è una grande pace, un grande silenzio, un’infinita dolcezza.
La finestra della mia stanza inquadra boschi e montagne, ma lontano, oltre le Alpi, le pianure, i grandi fiumi, vedo sempre quei villaggi e quelle pianure dove dormono nella loro pace i nostri compagni che non sono tornati a baita.