sulle nevi di gennaio
italian
Si era appoggiato alla slitta con il braccio destro, quello sinistro lo teneva infilato davanti, dentro il cappotto. Quando una pallottola della raffica l’aveva colpito aveva sentito solamente un colpo secco, come una sassata. Dopo aveva provato un po’ di caldo lungo il fianco, ed era il sangue che colava. Infine piú niente perché il freddo aveva saldato la ferita. Erano le ginocchia, ora, che facevano fatica a sostenerlo e poi i piedi erano attanagliati nella neve. Si lasciò andare e tenendosi con il braccio si fece trascinare. La slitta si fermò. L’alpino che conduceva il mulo per la briglia si girò e lo vide: – Via! Staccati! – gli gridò. – Il mio mulo non ce la fa piú.
Non rispose, non aveva forza per parlare, nemmeno di staccare il braccio dal bordo. Il conducente si avvicinò adirato e minaccioso. Vide che era un ufficiale, sulla manica aveva ancora i gradi di tenente: – Staccati dalla mia slitta, – gli ordinò. Ciglia e sopracciglia del tenente erano incrostate di neve ghiacciata, il passamontagna da sotto l’elmetto gli scendeva sul volto: – Sono stato ferito, – disse con fatica aprendo gli occhi.
Il conducente bestemmiò e si guardò attorno dove una moltitudine di soldati sbandati, di muli, di slitte era ferma su un grande spazio bianco. Erano tutti in attesa che lí, dove si sentiva sparare, si riprendesse a camminare. Guardò ancora quell’uomo appeso alla sua slitta e, maledicendo, slegò le funicelle che tenevano fermo il telo che copriva il carico. Sempre imprecando scaricò nella neve due casse piene di carte che un maresciallo di maggiorità gli aveva fatto caricare e nello spazio lasciato dalle casse sistemò il ferito e lo coprí. Ora, il tenente disteso su un po’ di paglia e sotto le coperte non sentiva piú freddo, nessun dolore. C’era una profonda quiete.
… saliti sull’Altipiano per le esercitazioni invernali, un giorno di gennaio dopo una marcia lunga e faticosa si erano acquartierati nella vecchia caserma. Finite le escursioni tra Vezzena e Marcesina per Portule, Cima XII, Ortigara e Fiara ora gli allievi godevano di un periodo di relativo riposo e si addestravano sul Kaberlaba. Fu qui che la conobbe. Durante una discesa l’aveva vista cadere fuori dalla pista sollevando una nuvola di neve farinosa. Si era precipitato giú come un falchetto per aiutarla. Era proprio buffa, cosí tutta bianca e il viso imbronciato. Fu lui a scusarsi per averle dato una mano a risollevarsi sugli sci perché lei, come fu in piedi, senza dire grazie riprese la discesa indispettita e crucciata. La rivide alla Casetta Rossa dove con il plotone e un sergente erano entrati per bere un vino brulè. Lei si era avvicinata per dirgli: – Mi scusi, ero proprio arrabbiata per quella stupida caduta.
– Cosí tutta piena di neve mi sembrava un pupazzo. Questa sera viene al ballo della Croce Bianca? Domani noi partiamo per Bassano.
Non credeva di rivederla, ma quando la festa era già avviata la vide comparire. Senza la tenuta da sci, ora, in quel vestito, appariva leggera, luminosa e sorridente.
Ballarono. C’erano ragazzi e ragazze arrivati per le gare studentesche, ufficiali e allievi ufficiali degli alpini, maestri di sci.
– Qui dentro c’è tanta confusione e fa anche troppo caldo. Davanti all’albergo ho visto delle slitte in sosta ed è una notte molto bella e serena. Perché non andiamo a fare una corsa con la slitta?
– Con questo freddo?
– Vada a mettersi qualcosa di lana. L’aspetto. O l’accompagno? Dove abita?
– Qui, in questo albergo. Mi aspetti nella hall.
L’aspettò con la mantellina sul braccio e il cappello in mano. Lei giunse subito rivestita da neve, sorrideva imbarazzata e un poco anche confusa. Le slitte erano sulla strada in attesa dei clienti, i proprietari stavano insieme a parlottare e battevano i piedi. Si avvicinarono alla prima della fila, era dipinta di bianco con fiori alpestri azzurri e rossi sulle fiancate. Il cavallo con una coperta sul dorso stava mangiando la biada nella musetta.
– Volete fare un giro? – chiese il contadino.
Salirono sul sedile posteriore, con la schiena rivolta al guidatore. Si avvolsero insieme in una coperta, con una seconda coperta si coprirono le gambe fino ai piedi. Il contadino sfilò la musetta dalla testa del cavallo dicendo: – Basta Baldo, finirai dopo quando ritorneremo –. Levò la coperta dalla groppa e salí al sedile di guida; si avvolse nel mantello, con la coperta del cavallo si coprí le ginocchia e infilò i piedi dentro il sacco del fieno: – Vai Baldo! – disse facendo leggermente schioccare la frusta.
– Dove vogliono andare?
– Dove vuole, non abbiamo preferenze. Per i prati, dentro il bosco, – disse lui.
… andava la slitta nella notte che rifletteva le stelle nei cristalli di neve, leggera scivolava come su una nuvola nel cielo e il campanello di bronzo sul collare del cavallo tintinnava a ogni passo. – Vai Baldo! – disse il contadino toccandolo leggermente con la frusta. E il cavallo prese il trotto, dapprima leggero e poi via via piú veloce e disteso. Infilò una strada che si inoltrava nel bosco. La luna che stava sorgendo illuminava gli alberi sul dosso della montagna e la luce si diffondeva tra i rami carichi di neve…
Si alzò la tormenta. Un vento radente sollevava come sabbia del deserto la neve della steppa e come degli spettri gli uomini silenziosi camminavano curvi contro il vento e la neve. Andarono cosí tutta la notte, molti cadevano e non si rialzavano, alcune slitte restavano ferme nella neve. Venne un’alba livida, senza luce e, lontano, confuso nella neve, apparve un villaggio… A lato della pista un ufficiale incitava chi aveva ancora forza di andare avanti perché non tutti potevano trovare posto in quelle isbe. Ancora qualche chilometro, diceva, e troverete altri villaggi dove riposare al caldo.
… la slitta scivolava su grandi cristalli luminosi e il cavallo Baldo ora galoppava sfiorando la neve. Ogni tanto scuoteva la testa come volesse far sentire piú squillante il campanello di bronzo. Il corpo di lei si era abbandonato contro il suo, la testa nell’incavo della spalla, le braccia in reciproco abbraccio. Il suo respiro era leggero e sembrava quasi il respiro di una piccola bambina.
– Dormi? – le chiese.
– No, – rispose sottovoce, – guardo le stelle e il bosco.
– Hai freddo?
– Oh no, qui sotto c’è un bel tepore.
Il conducente fece fermare il mulo nel centro del villaggio, vicino a una casa con il portico. Guidò la slitta dentro il cortile. Slegò il mulo e lo condusse sotto il portico dove c’era del fieno sparso; ne raccolse una bracciata e gliela depose davanti al muso. «Domani mattina, – pensò, – ne metterò un bel poco sulla slitta». Con le mani pulí dalla neve il telo che copriva la slitta e slegò le funicelle che lo tenevano fermo alla forza del vento della steppa. Scostò il telo e la coperta. Il volto del ferito aveva un’espressione di serena felicità, sorrideva e gli occhi socchiusi avevano una luce sconosciuta. Guardando bene quel volto gli parve di riconoscere quell’allievo ufficiale che in una notte di gennaio, con una bella ragazza, aveva portato con la sua slitta in una corsa per i prati e dentro il bosco. Lo prese sotto le braccia, lo trascinò dietro la casa, scavò nella neve, adagiò il corpo e con le mani ricoperse quel viso sorridente e quegli occhi felici.