tra fango e tormente
italian
Eravamo frastornati; troppe cose erano accadute in pochi giorni: la improvvisa partenza dalla Val di Fiemme dopo che era arrivato l’ordine e il contrordine di congedo delle classi richiamate, la marcia notturna sino a Ora, il treno che ci portava lungo l’Adriatico per quanto è lunga l’Italia, il caldo e l’arsura della Puglia e quel vino sciropposo che non levava la sete, l’imbarco a Brindisi durante l’incursione aerea e poi tutta quell’acqua oscura e paurosa sotto la nave, lo sbarco a Durazzo tra i sommergibili inglesi in agguato e poi, finalmente, l’accampamento nelle colline sopra il mare in una terra cosí differente dalla nostra.
E ora siamo qui, dentro questi camion che arrancano nella notte per tornanti, e tutt’attorno è un abisso buio. Nessuno di noi parla, e nessuno dorme; seduti sopra gli zaini, elmetto in testa e fucile stretto tra le ginocchia, ciondoliamo a ogni sobbalzo. Nelle curve sbandiamo uno addosso all’altro e gli elmetti cozzano tra di loro facendoci rintronare la testa dolente per il pesante odore della nafta che segue e compenetra tutta la colonna. Non si riesce a pensare, né a renderci conto della fretta con cui ci hanno fatto salire su questi camion. Gli accantonamenti della Val di Fiemme, i boschi, le nebbie autunnali sono piú lontani dei ricordi dell’infanzia, ma anche questi sono torbidi come li separasse dalla vita questa polvere densa e grassa che sentiamo appiccicata ai vestiti, alle armi, alla pelle, in bocca, nei polmoni; assieme a questo odore che fa vomitare e ottundere i sensi e la testa piú dell’elmetto. Da molte ore ormai piú nessuno parla, né canta, né bestemmia, né prega. Il rumore dei motori e delle ruote sui sassi par che esca da noi. L’alba segna di grigio i contorni dei nostri visi dove barbe lunghe e polvere fanno unica maschera. Qualcuno cerca di allungare una gamba o stendere un braccio; provo a dire qualcosa dopo tante ore ma dalla bocca non esce alcun suono. Allora cerco uno spiraglio nel telone e vedo un pezzo di montagna sterposa ma nessuna casa o segno di vita; nemmeno uccelli.
La colonna rallenta, un compagno ne approfitta per slegare e alzare il telone che ci copre. Si beve come assetati l’aria del mattino e con stupore vediamo un grande lago azzurro, limpido, deserto e sulla sponda opposta, lontano, montagne alte e cilestrine. I camion si sono fermati come per farci ammirare questo luogo imprevisto e il tenente del plotone collegamenti passa camminando lungo la colonna.
– Quello è il lago d’Ocrida, – dice; – aldilà c’è la Macedonia.
– Ma dove ci portano, signor tenente? Quanta strada abbiamo ancora da fare?
Il tenente si stringe nella spalle e fa: – Mah!
I camion riprendono il viaggio sulla strada polverosa; non si parla né di rancio, né di viveri di riserva; le giberne ripiene di cartucce ci pesano sullo stomaco come cibo non digerito. Si costeggia un altro lago, ma piú piccolo e con rive paludose e basse dove nuotano uccelli acquatici; le montagne si allargano lasciando il posto a una larga e piana vallata e a una città con moschee e minareti. Passiamo per le strade della città e gli uomini ci guardano impassibili; seduti davanti agli usci delle case basse e bianche girano tra le dita una corona di grossi grani gialli.
Tra quello dei camion ora ci sembra di distinguere un rumore nuovo: sono scoppi di bombe e raffiche di armi automatiche. La colonna si ferma lateralmente a un campo d’aviazione; colpi di mortaio esplodono vicino a noi e sul campo, due aeroplani si levano in volo tra le vampate. Scendiamo in fretta per radunarci a ridosso del monte e i camion vuoti si girano e ritornano via sobbalzando. Ora si sentono chiari i mortai, le raffiche delle mitragliatrici e la fucileria.
Il Verona e il Vestone sono già su che combattono assieme ai battaglioni del Quinto. Ma la Julia non doveva essere dentro per le montagne del Pindo?
Ci ordinano di lasciare gli zaini, di tenere solo la borsa tattica con le munizioni e i viveri di riserva: mi ritorna viva l’immagine vista da ragazzo sui libri di mio padre: file di zaini allineati per tre e la didascalia «Zaini di un reparto entrato in combattimento nella zona del Lémerle». Non si vedeva nessun soldato, nemmeno uno di sentinella, ma l’immagine di quegli zaini abbandonati mi faceva stare pensieroso per lungo tempo. Ora toccava a me lasciare lo zaino e andare. Le lettere, due libriccini, un quaderno con degli appunti e gli altri oggetti di tutti i soldati. Avevo anche un orologio da polso comperato a rate da un compagno con i risparmi di quando eravamo sul Monte Bianco ai lavori della teleferica, era senza vetro e con la cinghietta rotta: lo nascosi sul fondo dentro una calza dopo averlo caricato e ascoltato all’orecchio.
Chiamano il mio nome. Mi vuole il colonnello per portare gli ordini. Piemontese delle montagne ha fama di duro e spietato, porta il cappello piegato a sinistra e cammina sempre con un inseparabile bastone che spesse volte usa sulle spalle di soldati e ufficiali. Dicono che quel bastone sia il regalo della sua donna: durante il ripiegamento lo perderà in una casa isolata sulle montagne, ma cinque mesi dopo, durante l’avanzata, andrà a riprenderselo nella medesima casa. Il colonnello mi fissa; sul viso magro e brutto ha una smorfia che non so interpretare: mi squadra dalla testa ai piedi, dalle scarpe all’elmetto, soffermandosi alla camicia sbottonata sul collo. Ma questa volta non dice niente, guarda anche la mia carabina per vedere se è caricata. Con la saliva chiude una busta gialla e porgendomela dice: – Consegnala personalmente al comandante del battaglione Vestone; è su quella montagna. Fai presto e ritorna con la busta firmata per ricevuta. Prendi insieme un soldato della tua squadra». Con questo comandante, sul fronte Occidentale, feci cinque giorni di corse a portar ordini da il Col de la Blanche all’Isère alle compagnie del Vestone e del Valdorco, tra fortini, postazioni e batterie francesi. Ora si ricomincia, si è ricordato del mio nome.
Cammino lesto per un bosco cespuglioso e arido, Agnoli mi segue a fatica; piú si sale piú si sentono vicini i rumori della battaglia, finché sopra le nostre teste sentiamo il sibilo delle pallottole disperse.
Il maggiore è seduto dietro un tronco e sulle ginocchia tiene distese le carte topografiche; ha accanto l’aiutante maggiore, un tenente richiamato, e tre portaordini di Collio Valtrompia; poco discosta vi è anche la stazione radio che non riesce a mettersi in comunicazione con le altre delle compagnie. Consegno la busta, legge, scrive un biglietto sul notes, lo mette nella busta dicendomi: – Consegna al signor colonnello.
Per tutta la notte cammino e corro da un comando all’altro, per boschi, calanchi, montagne; come punto di riferimento ho gli scoppi delle bombe. A notte fonda la battaglia si placa, come per stanchezza. Non riesco piú ad orientarmi per ritrovare il comando di reggimento e i miei compagni; l’ultima cosa che mi hanno detto di fare l’ho fatta, e cosí mi sdraio sul nudo terreno guardando le stelle nella profondità del cielo. Per un attimo penso di scrivere una cartolina in franchigia a lei che non mi scrive da agosto; ma non c’è una cartolina e nemmeno un postino per portarla via.
Mi sveglia il freddo del mattino, le ultime foglie gialle delle querce tremano al crepuscolo, un ragno cala da un ramo verso il mio viso, la punta di un sasso preme contro la schiena, nessun uccello canta e mi sembra d’essere l’unico uomo sulla terra deserta. Dove sono? Cosa faccio qui? Mi vedo accanto l’elmetto con dentro le bombe a mano rosse e nere; la mia mano stringe ancora la carabina. Mi metto a sedere e provo a ricapitolare le vicende di ieri e dei giorni precedenti: sono qui in Albania a fare la guerra contro i greci e ho diciannove anni da pochi giorni. Ma quando ritornerò mi faranno gran festa e lei sarà ad aspettarmi sulla banchina. Ma potrei anche morire. Anche se sono forte e agile potrei morire. Il ragno si è posato sulla mia testa, da quando ho aperto gli occhi non ho piú sentito sparare. Ma stanotte mi sono addormentato che ancora sparavano. Che i greci mi abbiano già sorpassato? E i miei compagni?
Mi alzo in piedi con fatica perché i muscoli delle gambe mi dolgono per le corse di ieri. Laggiú vedo una valle, una strada e, lontano, la città dei minareti. Discendo per la montagna. Incontro degli alpini del Verona che salgono portando ognuno due bombe per mortaio da 81. Per raggiungere il comando dovrei portarmi piú a sinistra e in basso. Dopo un bel po’ che cammino lo riesco a trovare; raggiungo la mia squadra. Nessuno si stupisce di vedermi arrivare dopo una notte che manco; Marco ha preso in consegna la mia razione di viveri a secco e si fa premura a consegnarmela. A uno stagno riempio la borraccia; ritrovo il mio zaino e vado a rinfrescarmi il viso e i piedi. Mi stendo al sole accanto ai miei compagni: siamo assonnati e infreddoliti per la stanchezza. Lassú riprendono a sparare e noi aspettiamo. Ma che cosa aspettiamo? Mi addormento. Ma il mio sonno dura poco perché qualcuno mi scuote: è un maresciallo di maggiorità, un uomo grasso e untuoso che sento di odiare. – Pelandrone! – mi grida, – muoviti che il signor colonnello ti vuole! – Mi metto in testa l’elmetto, abbottono la camicia, prendo la carabina e la borsa delle bombe a mano. E via; ancora verso la battaglia, su per le montagne, per posti sconosciuti.
Passo piú volte accanto alle batterie; gli artiglieri fanno fuoco accelerato; piú avanti sento i proiettili che sibilano sopra la testa. Quelli del Vestone sono all’attacco del Mali Kapkes e del Mali Koqknit; le due montagne sono prese ma i greci vengono piú volte al contrattacco in massa; suonando le trombe. Il tenente Lanari muore buttando bombe a mano contro i reparti che tentavano di aggirare la sua compagnia e io corro da una parte all’altra portando queste notizie.
Non so quante ore o quanti giorni sono passati, non ricordo nemmeno se era giorno o notte quando il colonnello mi manda a portare l’ordine del ripiegamento alle compagnie in linea. Mi disse solo: – Questo che ti consegno è l’ordine di ripiegare. Non devi cader prigioniero. La vita di molti dipende da te.
Vado lesto e sicuro; ormai la strada l’ho imparata bene.
Sono vicino a due mitragliatrici che sparano a raffiche lunghe, senza intervallo. Sento le trombe dei greci e poi li vedo salire tra le radure del bosco: le due mitragliatrici sparano e loro suonano le trombe. Ho consegnato al tenente l’ordine ma loro continuano a sparare un caricatore in seguito all’altro. Fortuna che qui i greci non hanno mortai. Una pesante si sposta indietro mentre l’altra continua a sparare. Riprende quella piú indietro e questa arretra. I greci salgono sempre; ormai siamo sul crinale del monte. Disteso dietro un cespuglio sparo con la carabina e tengo pronte le bombe a mano. I mitraglieri smontano le armi e discendono composti verso la valle; ma io non sono capace di seguirli: le gambe si sono indurite. Radicate saldamente nella terra non riesco a muoverle. Le batto con i pugni ma sono dure e insensibili. Gli alpini mi gridano dal basso e i greci vengono avanti senza sparare; posso distinguere i loro visi trasfigurati e eccitati dalla battaglia e le lunghe e sottili baionette triangolari sui loro fucili. Con la forza del terrore riesco a crollare a terra come un tronco, mi rotolo giú per il monte come una pietra travolta dall’acqua, cado in un calanco ripido e nudo e continuo a rotolare.
Mi risveglio dentro un cespuglio, una mano è ancora indurita all’impugnatura della carabina, l’elmetto è ancora in testa saldamente legato con la cinghia sotto il mento ma sono tutto graffiato; sento il corpo pieno di ammaccature e un piede che mi dolora fortemente. Il piede destro è slogato; è debole, questo piede, e fu da quella volta che finii in un crepaccio sul Bianco. Taglio un bastone e mi appoggio, a fatica raggiungo un sentiero che porta nella strada a valle. In alto continuano a sparare, ma non da dove sono precipitato, piú a nord. In fondo alla strada vedo un gruppetto di alpini e mi sforzo per raggiungerli. C’è anche l’aiutante maggiore del reggimento: è eccitato e frettoloso; mi presento a lui e capisco quanto poco conta la vita di un caporale: mi squadra con aria di sufficienza dicendomi: – Arrangiati, se resti qui tra poco sarai prigioniero dei greci –. E s’incammina lesto seguito dai scritturali e dai sottufficiali di maggiorità.
Loro camminano in fretta e io, zoppicando, li seguo a distanza come un cane senza padrone ma non ancora maturo per fare il randagio.
Si avvicina la sera, gruppi di alpini silenziosi e neri mi sorpassano. Mi passa accanto la 57 del Verona con in testa il capitano Bracchi. Il capitano cammina deciso come sempre e incita i suoi soldati chiamandoli per nome. Ogni tanto alza la testa verso le montagne scure contro il cielo e quasi grida: – Hanno ammazzato il mio fratellino! Hanno ammazzato il capitano Mazzotti, ma la pagheranno…
A un bivio vi sono dei carabinieri e un ufficiale degli alpini che indirizzano i reparti; sulle montagne a destra si sente sparare e si vedono bagliori: forse sono le retroguardie del Quinto.
Scendiamo lungo una valle stretta e buia, la strada costeggia un fiume rumoroso; i reparti mi hanno sorpassato e mi trovo con un gruppetto di sconosciuti che mi seguono in silenzio; piove a dirotto e camminando pieno di amarezza mi ricordo di come mio padre raccontava della ritirata di Caporetto. Poco sopra la strada vediamo un lume che si muove e avanziamo cauti con i fucili spianati. Il lume scompare e nel buio pesto distinguiamo ombre di baracche. Entriamo prudenti; sentiamo passi precipitosi e finestre sbattere, sparo un colpo, qualche altro spara; un alpino tira una bomba a mano dalla finestra e ritorna il silenzio: solo l’acqua sul tetto e il fiume giú nella valle. Accendendo dei fiammiferi vediamo pendere dal soffitto delle cose che sembrano sopresse. Sono formaggi provoloni molto salati e piccanti. Forse quelli del lume erano albanesi venuti a rubare. Decidiamo di fare dei turni di guardia. Ci sdraiamo sulla paglia per riposare, ma durante il resto della notte vi sono ancora spari e allarmi.
Siamo sempre questo gruppetto di sette o otto che cammina sotto la pioggia per montagne sconosciute, non sappiamo dove sono andati i nostri, né dove sono i greci; i formaggi sono finiti, io ho una scatoletta di carne e una galletta ammuffita che divido con un alpino dell’Edolo. È il piú stanco di tutti noi; è pallido, anche. Una sera, dopo esserci sdraiati sotto un albero e coperti con il telo da tenda, sento un respiro strano e ascolto attento; è il mio vicino: l’alpino dell’Edolo. Forse sta male e io non riesco a capire: un soffio d’aria gli esce da mezzo il petto. Lo guardo stupito e mi metto a sedere; mi fissa con due occhi luccicanti e mi sussurra: – È stata una pallottola che mi ha passato parte a parte. Ma io non voglio restare prigioniero; voglio andare a casa, io –. Mi rimetto sotto il telo ma quel sibilo non mi lascia dormire; una mano mi stringe con forza il braccio e poi lui mormora all’orecchio: «Stai tranquillo, vedrai che me la caverò». E rafforza la sua convinzione con una bestemmia.
Il giorno dopo arriviamo a tre case isolate sul fianco di un monte; fino a qui abbiamo seguito un sentiero che segnava tracce di scarponi alpini. È ancora un’altra sera. Gli albanesi ci guardano diffidenti e silenziosi; non ci sono né donne né ragazzi, solo uomini che non parlano. In un baracchino di legno troviamo delle pannocchie di granturco: le abbrustoliamo sul fuoco che abbiamo acceso all’aperto. A fatica, minacciandolo con la carabina, faccio parlare un vecchio vestito con pelli di pecora. Mi fa capire che ieri sono passati diversi alpini con un ufficiale e sono andati in su, verso le montagne piú alte. Siamo troppo stanchi per proseguire e il mio piede è molto gonfio; decidiamo di passare qui la notte e di riprendere il cammino all’alba. Anche l’alpino dell’Edolo camminava stringendo i denti: con il telo da tenda sulle spalle come uno scialle, pallido e smorto.
Quando ripartiamo non è ancora giorno, quei pochi uomini albanesi che erano qui ieri sera ora non si vedono piú; la salita è ripida e il nostro passo è piú lento di quello che si vorrebbe. Il ferito tiene duro e mi segue come un’ombra. A mano a mano che saliamo il bosco si dirada e le querce sono piccole e contorte, frammiste a qualche pino e a cespugli spinosi. Anche il panorama si allarga: montagne ovunque e valli profonde e su, in alto, le montagne sono ampie e nude, coperte di neve. Il sentiero sale ripido a serpentina verso un passo: non si vede alcun segno di vita, non si sentono rumori di uomini o di animali. Quando ci fermiamo a riprendere fiato ci sembra di essere su un pianeta sconosciuto. L’alpino ferito è piú pallido di sempre, ma sempre piú deciso, anche. Si appoggia a me e guardandosi attorno bestemmia. Dice anche: – Ma dove ci hanno mandato? E che se ne vuole fare il Mussolini di tutte queste montagne? – Ormai siamo sul crinale; improvvisamente sento il rumore metallico di una mitragliatrice che si carica e mi getto per terra seguito dai compagni. Una voce poderosa grida: – Chi va là? – e una bestemmia. Ma questa voce e questa bestemmia io le conosco; sono di Bona, il capocoro della mia compagnia!
– Bona! – grido. – Bona! Sono io. Rigoni! – E mi alzo in piedi agitando le braccia per farmi vedere; dalla paura piú irrazionale passo alla sicurezza e alla gioia facendo quasi di corsa i venti metri che mi separano da Bona che mi aspetta ridendo, in piedi, dentro una postazione appena abbozzata. – Vi credevo greci, – dice, – vi ho visto venire su ed ero indeciso se sparare o gridare. Ma poi ho visto che non eravate greci. Vi volevo spaventare.
In poche parole mi spiega che sono qui da due giorni, che la compagnia tiene questo valico con due mitragliatrici avute da una batteria del gruppo Vicenza; che il Verona è a destra e il Vestone a sinistra su quelle montagne alte piene di neve. Il colonnello e il Comando sono qui dietro il passo ma tanti compagni mancano.
Senza saperlo ho fatto la loro stessa strada. Ma qui non c’è niente: né viveri, né ricoveri, né medicinali e pochissime munizioni. L’alpino dell’Edolo si riposa un poco con noi e poi riparte con due della mia squadra che vanno a cercare qualcosa da mangiare verso un gruppo di case che si vedono giú in basso, dietro di noi; dicono che laggiú c’è anche un tenente medico. Gli altri che erano sbandati con me se ne vanno a raggiungere le loro compagnie in linea.
Questo dove siamo ora è il passo del Poshtme, alto 1500 metri; il fiume che scorre nella valle è il Devoli, il monte di fronte il Tomori. La linea tenuta dal reggimento va dalla valle del Devoli al Valamare: diciassette chilometri di fronte su cime che passano i duemila metri, battute da bufere di neve. Dopo i combattimenti sui monti Morava i due battaglioni hanno perso molti uomini e armi, e anche la compagnia Comando deve tenere il suo settore. Pochi alpini, poche armi e quasi niente munizioni; non ci sono trincee, né mezzi per scavare; niente, proprio niente da mangiare; abbiamo tre teli da tenda e tre coperte ogni dieci uomini. Fa freddo e cade neve mista a pioggia; la terra è fangosa e gialla: ripidi calanchi, spuntoni di roccia, cespugli e qualche macchia di bosco.
Mi levo le scarpe e fascio stretta la caviglia facendo filacce con le pezze da piedi; ho freddo e batto i denti, forse ho la febbre. Bisognerebbe accendere il fuoco ma nessuno ha fiammiferi e nessuno ha una sigaretta accesa; nel folto della macchia cerco foglie secche sotto i tronchi rovesciati e stacco ramoscelli morti dai pini; levo dal portafogli e dalle tasche tutti i pezzi di carta possibili; vuoto la polvere di una cartuccia e sfrego la bacchetta di un fucile contro i pantaloni sino a farla scottare; l’avvicino alla polvere che incendia la carta e le foglie e i ramoscelli e i rami piú grossi; soffio lungo e leggero e, finalmente, le fiamme si alzano sicure. Mi sembra d’aver fatto la cosa piú meravigliosa della mia vita e ora siamo qui attorno al fuoco, e i nostri panni infangati fumigano vapore. Anche i miei compagni si mettono a cercare legna e altri vengono da noi a chiedere bracie per accendere altri fuochi in posti nascosti e defilati ai greci.
Le ore passano lente, viene la notte, tiriamo il telo tenda tra i rami e ci sdraiamo sotto vicino al fuoco.
La mattina è grigia, la neve si impasta con il fango e noi abbiamo gli occhi cisposi, le membra legnose e niente nello stomaco. Dicono che nel bosco piú in basso si potrebbero trovare delle ghiande. Marco me ne porta qualcuna ma sono dure: per il tannino fanno restringere la bocca. Poi vomito. Qualche alpino fortunato ritorna dopo ore di cammino con una pannocchia di granoturco.
Le squadre del plotone radio sono partite con le casse dei loro apparecchi verso i comandi di battaglione. Quella che va al Valamare deve affrontare tormente di neve, cosí: dopo due giorni di completo digiuno e senza pastrani o passamontagna, con le corte mantelline e con il cappello che non serve a niente dove la penna fa ironia sembrando quella di una gallina bagnata. Le mantelline rialzate sopra le casse spalleggiate li fa somigliare a una sfilata di gobbi; l’acqua di neve gocciolando lungo il cappello e per le pieghe della mantellina corre lungo i pantaloni e s’infila nelle scarpe. E dopo aver salito un centinaio di metri saranno tutti avvolti da una lamiera di ghiaccio. Quando, dopo nove ore di marcia nella tormenta, avranno raggiunto il battaglione, la radio non funzionerà perché le pile si sono congelate per il gran freddo di lassú. Cosí saremo ancora noi portaordini a tenere i collegamenti.
Durante il giorno vi è una schiarita e sentiamo degli aeroplani volare sopra le nostre teste. L’aiutante maggiore grida che chi ha ancora i teli di segnalazione di metterli fuori. Riusciamo a trovarne tre e li metto dalla parte rossa sopra la neve. Un aeroplano gira, si abbassa sotto le nuvole sfiorando la montagna e lascia cadere un tubo; lo raccolgo e lo porto al colonnello che osserva con il binoccolo.
Nel pomeriggio mi mandano con un messaggio verso la valle: in qualche parte dovrei trovare un capitano addetto ai rifornimenti. La caviglia distorta non mi dà piú molta noia, solo quando inizio a camminare o quando poso male il piede. Piú in basso il sentiero diventa torrente, le pietre sono scivolose e abbandono la pista di fango e cammino dentro un bosco dove incontro le batterie da 75/13 che tanto bene verrò a conoscere durante questa campagna e poi in Russia.
Il capitano ai rifornimenti è un notaio con gli occhiali dalle stanghette d’oro, esercitava la professione in una cittadina lassú del Veneto e veniva a villeggiare sulle mie montagne; richiamato è ora qui in questa capanna albanese e dovrebbe procurare viveri e munizioni a due battaglioni alpini. Ma non ha niente da rifornire a chi manca di tutto. Legge il biglietto del colonnello al lume di un tizzone di pino resinoso che gli fa da candela e poi mi dice: – Il colonnello scrive che è in arrivo una colonna di rifornimenti a dorso di mulo. Glielo ha comunicato l’aereo; dovrai accompagnarla su.
Avevo anche un messaggio per il comando di divisione, il capitano notaio mi firma una ricevuta con formula estesa e lo fa proseguire con un altro alpino che era qui con lui. Mi fa sedere al fuoco di ginepro, mi porge una fetta di pastone di granoturco e il fondo di un gavettino di grappa albanese che sa di cipolla. Mi consegna anche quattro candele per il colonnello e mi chiede di un ingegnere mio paesano, pure lui richiamato. Forse il capitano si ricorda di testamenti, di compravendite, di divisioni o di altri istromenti con il numero di repertorio lasciato in sospeso, lí sulla scrivania del suo studio, per l’improvviso richiamo alle armi. Mi chiede anche notizie di una signora e sembra che la realtà del momento non lo tocchi minimamente.
Quando è notte arrivano i muli; non sono una colonna ma nove solamente, e non hanno viveri e bevande forti ma reticolati in rotolo e casse di munizioni. I conducenti, dalle scarpe al cappello, sono tutti di fango, anche le barbe. Solo dagli occhi si vede che sono uomini. Non dicono una parola, nemmeno bestemmiano; i muli soffiano vapore dalle narici umide e hanno le orecchie basse: ogni tanto inciampano nelle radici o scivolano nel fango nevoso: allora una secca bestemmia e uno strappo alla cavezza rompe l’ansare nostro, e loro. Sono in marcia da due giorni.
Arrivano al comando e vengono fatte le ripartizioni dei reticolati e delle casse di cartucce. Ma quelle per le mitragliatrici sono per le Breda 37 e noi, qui al passo, abbiamo le Fiat 35 che hanno calibro diverso. Bona dice che quando verranno i greci le tirerà con le mani.
Che sui muli non ci siano stati i viveri è una delusione per tutti e ci guardiamo in silenzio e pieni di fame. Il colonnello decide di far ammazzare due muli per ogni battaglione. Il caporale dei conducenti non sa quali scegliere e i conducenti, sentito l’ordine, tentano di sparire nella notte verso la valle. Una squadra armata corre a fermarli. Ora, accompagnati da quattro alpini, salgono a fatica la montagna coperta di neve ognuno trascinando il proprio mulo senza basto e finimenti: condannato a morte per sfamare gli alpini.
Le montagne sono dentro il cielo grigio e continua a nevicare; le compagnie del Verona combattono nella tormenta e vengono contrattaccate dai greci; ma piú che le armi sono il freddo e i disagi a cagionare le perdite. La 57 di Bracchi cattura un reparto di cavalleria: una cinquantina di greci e altrettanti cavallini dal pelo lungo e ispido. Venivano su in fila indiana per un sentiero verso le nostre linee; li hanno lasciati passare e poi, al momento giusto, accerchiati intimando la resa a bombe a mano. Anche loro sono messi male, nelle tasche delle selle non si è trovato nulla di commestibile. Ma quelli della 57 un cavallino se lo saranno mangiato di certo; non è tipo il capitano Bracchi da far penare gli alpini oltre ogni ragione.
Radio Scarpa dice che il bollettino di Roma ha riportato l’azione dei cavallini, parlando di reparti di cavalleria greca accerchiati e fatti prigionieri dagli alpini. Ma a noi non importa niente delle citazioni del bollettino: ci dessero almeno da mangiare e da coprirci. Ma ben peggio di noi e del Verona si trovano quelli del Vestone sulla cima del Valamare, a piú di duemila metri. Lassú per chi non ha niente per riparo, niente per mangiare, né armi e munizioni per difendersi, c’è solo neve e tormenta. Nemmeno hanno la possibilità di accendere il fuoco: scavano una tana nella neve alta metri e vanno dentro a morirci congelati.
Mi mandano sul Valamare a portare un ordine, anzi a farmi dare la situazione, e parto con Marco che di neve e di montagna se ne intende. La pista appena segnata si confonde sempre piú finché la tormenta la cancella. Camminiamo dentro una nuvola di neve che ci sferza e ci aggrappiamo alle mantelline che il vento vorrebbe strapparci; si vede a pochi metri e quando ci giriamo contro vento per respirare le nostre tracce sono già scomparse. Tra la bufera vediamo delle masse scure, quasi le calpestiamo: sono uomini immobili come pietre levigate dalla neve e dal vento; gli occhi aperti brinati dal ghiaccio, le barbe lunghe. Uno ha il braccio alzato come volesse afferrare qualcosa e tento di abbassarglielo lungo il corpo; ma il braccio è rigido e sento che a sforzarlo si spezzerebbe come vetro. Questi sono gli alpini del Vestone.
Camminiamo nella tormenta senza aver conoscenza del tempo e con dentro l’immagine di quegli occhi congelati e del braccio teso al cielo; finalmente incontriamo alpini che sono ancora vivi. Ci indicano dove forse troveremo il maggiore e quando arriviamo al comando è buio. Il comandante del battaglione è dentro una tenda sepolta sotto metri di neve, in una gola. Non si distinguono i gradi o i visi; sono lí ammucchiati uno addosso all’altro per ripararsi e riscaldarsi. Accendono una candela; il maggiore è giallo per l’itterizia e la dissenteria. Al motivo della nostra venuta risponde che non sa quanti alpini ha, che non sa quante armi ha, quanti sono i morti, che non sa dove sono i greci e che lui sta impazzendo e che il battaglione muore se non è già morto. E che di queste montagne maledette ne ha abbastanza.
Ritornare nella notte e nella tormenta è impossibile. Sarebbe morire e basta, cosí rimango con Marco tutta la notte dentro la tenda del maggiore; siamo in sette o otto e la tenda è per quattro. Uno addosso all’altro, rannicchiati, aspettiamo che torni il giorno. È molto freddo, tentiamo di battere i piedi e muovere le dita dentro le scarpe dure e risonanti. A volte la puzza rende soffocante l’aria: sono quelli della dissenteria che non se la sentono di uscire per scaricare nella tormenta.
Alla mattina affrontiamo nuovamente la montagna per ritornare dal colonnello e riferire. Chissà dove abbiamo camminato, e per quante ore, ma per chissà quale senso di orientamento riusciamo a trovare la strada giusta. Siamo sfiniti, ci sdraiamo sotto il telo, vicino al fuoco, e piombiamo in un sonno profondo.
Oggi il cielo sembra schiarirsi e sentiamo un aeroplano volare sopra di noi. Esce di tra le montagne e le nuvole, esponiamo i tre teli dalla parte rossa e lui si abbassa quasi a incontrarsi con le rocce; vediamo che nella fusoliera si apre una botola e che cadono giú delle casse: rotolano, rimbalzano, si sfasciano dentro per un calanco. Corriamo a vedere cosa c’è in quelle casse. Gallette e scatolette di carne. Ma tutto è frantumato; le scatolette si sono aperte sugli speroni di roccia e lecchiamo i sassi dove sono rimaste tracce di carne; nei cespugli raccogliamo briciole di galletta. L’aiutante maggiore impugna la pistola e ci dice di portare tutto da lui. Sulle mantelline stese sono ammucchiate le gallette frantumate e le scatolette di carne recuperabili; di dieci quintali di viveri forse siamo riusciti a recuperarne due. Si fanno le parti: toccherà un elmetto di galletta frantumata e due scatolette per ogni plotone.
Dei piccoli gruppi di alpini ogni tanto abbandonano le postazioni e scendono verso le case degli albanesi per cercare qualcosa da mangiare o per riposare qualche ora al riparo dalla tormenta, ma i carabinieri del comando hanno l’ordine di arrestarli e portarli su a morire. Questa sera una quarantina di alpini del Vestone, circondati dai carabinieri armati, sono qui vicino ai nostri ricoveri. I carabinieri hanno l’ordine di sparare a chi esce dal cerchio. Senza alcun riparo, accucciati uno addosso all’altro sotto la neve che li sferza: il vento si porta via il loro lamento e le loro maledizioni che nessuno può ascoltare. Cosí avevo visto una mandria sulle mie montagne durante una bufera. Ma questi sono uomini! Mi avvicino per non so che dire o che fare ma un appuntato mi allontana spingendomi con il moschetto. Mi metto in disparte sotto un albero, aderente al tronco come volessi entrare dentro il legno e non vedere e non sentire niente. Ma loro, con il loro lamento, sono lí anche se non voglio. Un’ombra entra nel cerchio e parla. È il colonnello comandante del reggimento. Minaccia, sferza, ironizza, implora e poi sta in silenzio, immobile in mezzo a loro per tutta la notte.
All’alba i carabinieri li riaccompagnano sulla montagna maledetta: una lunga fila grigia; curvi per affrontare il vento e la neve; spettrali.
Il colonnello è spietato come un prussiano e forse queste sono necessità di guerra. Ma che c’entriamo noi con i greci? E con queste montagne che non sono le nostre? Gli alpini non hanno gridato sulle piazze; se il duce vuole la guerra che mandi a farla i suoi spazzacamini, se Vittorio Emanuele vuole fare anche il re d’Albania che si arrangi. Questa non è patria.
Anche il colonnello è rimasto congelato quella notte e senza dire niente a nessuno si è fatto cavare due unghie dei piedi dal capitano medico. Me lo disse un mese dopo, quando entrò un po’ in confidenza con me: andavamo per i camminamenti del Guri i Topit e gli chiesi perché zoppicava.
Sembra si debba ripiegare anche da qui per rettificare la linea di resistenza. Alla destra il Quinto si assesta combattendo sulle pendici del Tomori; il Vestone, a sinistra, va estinguendosi tra la tormenta che imperversa e i resti si ritirano sul Guri i Topit e lo Shkalles. Ora siamo i piú avanzati di tutti, come su un promontorio. Oggi dovrebbe essere qualche solennità, in Italia la gente si vestirà a festa, andrà a messa; in qualche parte sfileranno i battaglioni di spazzacamini. Qui le giornate non hanno data: è un tribolare continuo: smontiamo le tende e ripieghiamo anche da questo luogo senza nome. Scendiamo dove non c’è neve ma solo fango, un fango vischioso che trattiene il piede e cava i chiodi dalle scarpe screpolate. Non ci fermiamo nelle case degli albanesi fatte con muri a secco e tetti di paglia ma pernottiamo all’aperto sul fianco di una montagna, sul terreno nudo, uno vicino all’altro per stare un poco piú caldi, e c’è da fare il turno di vedetta e di pattuglia per dare sicurezza a chi riposa. All’alba si riparte, si sale ancora per montagne deserte; costeggiamo un laghetto paludoso e gelato per fermarci aldilà di questo dove sono quattro costruzioni basse. La compagnia va dietro un dosso, il Verona si schiera davanti di noi un centinaio di metri. Queste costruzioni a quadrilatero aperto agli angoli sono un convento musulmano; nelle abitazioni, poche stanze, prendono posto gli ufficiali del comando tattico e del gruppo di artiglieria, nella stalla noi portaordini con un monaco che è rimasto qui a salvaguardia dei beni. Nel mezzo del cortile campeggia un bucranio infisso sopra un palo.
Nel deposito dei frati musulmani abbiamo trovato della legna secca e accendiamo il fuoco: siamo finalmente al coperto, c’è paglia nella lettiera e ci sembra di essere nel paradiso di Maometto anche se il vento scuote il tetto e la neve entra tra le fessure del muro a secco. Il fuoco dà un tepore che quasi fa mancare la vita per la sua dolcezza. Marco Dalle Nogare è steso sotto la paglia e sembra come morto: per due o tre giorni ha vagato nella tormenta trascinandosi dietro un tenente: erano andati al Vestone con l’ordine del ripiegamento; ora dovrebbe avere un principio di assideramento ma è talmente stanco che l’unica cosa è lasciarlo dormire. Gli stendo sopra anche la mia coperta.
È affascinante guardare il fuoco, ma ecco che la porta si apre e con una raffica di vento entra l’attendente del colonnello: – Rigoni, – dice in bresciano, – ti vuole il mio colonnello. È importante, prendi uno con te.
Tocca a Menini venire. Ma staccarsi da questo fuoco e affrontare la notte è come uscire dalla madre.
Dobbiamo andare al comando di divisione per consegnare i dati del nuovo schieramento tenuto dai battaglioni. Il colonnello non sa dove sia esattamente il comando di divisione e dalla porta del convento ci indica una direzione approssimativa. – C’è una valle e un fiume, – dice, – seguite il corso, poi dovreste trovare un fiume piú grosso e un paese che si chiama Gramsh. Chiedete lí; ma attenti a non annegare nei fiumi: sono in piena –. Richiude la porta augurandoci buona fortuna e restiamo soli nella tormenta.
La cinghia sul petto e il moschetto di traverso alla schiena ci servono a tenere attorno al corpo il telo tenda; nella tasca interna della giacca ho il plico del colonnello. Subito non ci rendiamo conto quanto nera sia la notte, ma quando entriamo nel bosco ogni tanto sbattiamo la testa contro i tronchi o ci impigliamo nei rami bassi; camminiamo vicini l’uno all’altro e dove il terreno è incerto ci teniamo per mano come due ciechi. La discesa si fa ripida e la neve si tramuta in pioggia; una pioggia oleosa e densa, sí che ci sembra d’andare su un fondo marino dove tutto è nero e aggrovigliato e non serve tenere aperti gli occhi. Tra la pioggia e il vento che fanno unico rumore ci sembra d’un tratto distinguere un rumore nuovo e piú profondo: che sia il fiume che diceva il colonnello?
Scendiamo aggrappandoci ai rami e ai sassi. Un appiglio si stacca e precipito nel buio, senza aria nei polmoni. Quando sento la voce di Menini che mi chiama sono dentro una voragine. Nel cadere sbattevo contro i cespugli, i sassi, gli alberi. Forse sono anche svenuto; mi alzo lentamente e con prudenza, mi tasto per sentire se ho qualcosa di rotto; i cespugli e i rami mi hanno graffiato ma anche salvato dal peggio. Grido a Menini che sono ancora vivo e lo guido dalla mia parte chiamandolo ogni tanto. Riesce a raggiungermi con difficoltà e impiegando molto tempo.
Non è possibile proseguire e decidiamo di aspettare l’alba rannicchiati nella terra come due chiocciole. Continuando cosí alla cieca si potrebbe finire nelle mani dei greci, e non sarà il plico che ho dentro la tasca a decidere la guerra in Albania. L’acqua batte sulla schiena, penetra, corre sulla pelle e sin dentro le scarpe; stiamo curvi controvento ma rigagnoli freddi arrivano anche al ventre e agli inguini. Dopo tempo incalcolabile un grigiore freddo e latteo sale dal bosco. La pioggia diminuisce e lentamente riusciamo a distinguere gli alberi e un monte davanti a noi, e giú una valle profonda dove sentiamo scorrere il fiume; il mio compagno è una maschera di fango e di graffi dove il sangue è raggrumato con la terra; e io sarò peggio. Ci alziamo senza parlare e riprendiamo il cammino a mezza costa: in qualche parte ci sarà pure un sentiero. Troviamo l’affluente e quattro alpini vestiti di fango come noi: sono conducenti del Morbegno che rientrano dopo una corvè; incontriamo altri alpini che salgono portando bombe per mortaio. Sul fiume i genieri stanno consolidando una passerella; ci dicono che piú volte è stata portata via e che alpini e muli sono annegati. Aldilà del fiume vi sono tende e baracche e chiediamo del comando tattico della Tridentina.
Consegno all’aiutante maggiore la busta gualcita e bagnata che levo dalla giacca; legge, ci guarda tentennando il capo e ci accompagna dal generale. Ci domanda qualcosa di lassú e anche lui ci fissa tentennando il capo; rispondiamo alle sue domande come sonnambuli: sembra che anche la bocca sia piena di fango. L’aiutante maggiore ci prende per un braccio e ci accompagna in una tenda per ufficiali: forse è la sua. Ci dice di riposare e dormire, manderà lui altri portaordini lassú per dire quello che deve. Ci sediamo sulla paglia asciutta per levarci le scarpe dopo un mese ed ecco arrivare un maresciallo con una gavetta di rancio bollente e un gavettino di cognac; quando dice che è per noi quasi non crediamo.
I giorni si susseguono con corse notturne e diurne a portar ordini alle compagnie in linea o verso le retrovie per chiedere munizioni, viveri, materiali. Ma cammino volentieri e vado agile: piuttosto che stare chiuso dentro un ricovero o una trincea preferisco camminare per sentieri appena tracciati o per montagne sconosciute; mi sembra di essere piú libero. Ho imparato strade nuove, scorciatoie e angoli remoti dove la guerra non arriva e mi capita di sorprendere il volo di un uccello o il fuggire della lepre; nel settore tenuto dal reggimento tutti mi conoscono, anche gli artiglieri delle due batterie e quando passo mi salutano e chiedono le novità: – Sono arrivate le sigarette? Vengono i complementi? Arriva il cambio? – Alla sera accendiamo il fuoco dietro il muro del piccolo convento; la legna di ginepro fa una fiamma chiara e non fuma molto. Stiamo tutti lí attorno e un metro piú in là è freddo e buio; i sassi sui quali sediamo sono stati riscaldati dalla fiamma e la neve si è liquefatta. Dapprima si parla della legna, dei turni di guardia, poi i discorsi scivolano sulla posta, su come sarà quando si ritornerà a casa e che cosa si farà: chi dice di voler affogare nel vino, chi nella pastasciutta, chi nelle donne; altri sogna di mettere una camicia pulita e la cravatta della festa. Ma le fiamme davanti agli occhi e il buio dietro la schiena fanno un poco alla volta morire tutte le parole e si sta in silenzio per delle ore finché sottovoce, quasi sussurrando, uno intona la canzone: «Sul ponte di Bassano bandiera nera…» Le fiamme si spengono e rimangono le braci ravvivate ogni tanto da un soffio di vento. Chi non è di turno va a dormire vestito e con le scarpe e con le giberne, si corica sulla paglia sbriciolata e brulicante di pidocchi sperando che nel corso della notte una voce non chiami per portare un ordine su al Guri i Topit nella neve alta metri, o giú al Devoli dove scorre il fango.
Sono incaricato di accompagnare una piccola colonna di muli al comando del Vestone cercando un passaggio al di fuori della solita mulattiera che incomincia a essere battuta dai mortai. Il colonnello pensa che i greci abbiano un osservatorio su un punto elevato, forse sul Valamare, da dove possono seguire tutti i nostri movimenti. – Si tratta, – mi dice il colonnello, – di trovare una pista nuova e defilata, le carte sono imprecise e tu dovresti conoscere bene tutta la zona.
Incontro i quattro muli giú nella valle dove non c’è neve; hanno poco carico sul basto per rendere il passo piú spedito e sicuro. Camminiamo nel bosco aggrovigliato senza salire di quota e quando vedo sopra di noi alte e bianche nel cielo lattiginoso le cime del Komianit, dello Shkalles, del Guri i Topit prendo a salire deciso per un ripido sentiero. Resta da attraversare un canalone ampio e nudo, oltre questo si vede una mulattiera buona che sale a serpentina: sotto la coperta della neve si può distinguere bene il segno. – Forse l’hanno fatta i turchi durante la guerra del 1914-18 perché, – spiegava il colonnello al maggiore dell’artiglieria, – queste posizioni che teniamo c’erano anche allora: turchi e imperi centrali da una parte e montenegrini, greci, inglesi e chissà chi ancora, dall’altra. La guerra, – diceva il colonnello, – ha delle regole che si ripetono, e il terreno le determina.
Incomincio ad attraversare l’ampio canalone e osservo come qui siamo del tutto defilati da ogni possibile vista dei greci; penso anche ai turchi che hanno fatto quella mulattiera che ci aspetta aldilà. Ma dove metto i piedi è appiccicoso, sembra di camminare su della gomma fusa, si sprofonda sino alla caviglia e per levare il piede e metterlo avanti un altro passo devo tirar fuori la gamba a tutta forza con le mani: non vedo sassi dove appoggiarmi. I muli seguono a fatica tra i continui incitamenti dei conducenti che implorano, bestemmiano, gridano con voci gutturali; tirano per la cavezza o spingono per la braga e sembriamo tutti fatti di questa terra gialla e vischiosa. Un mulo, il primo, quello che mi segue, non è capace di tirar fuori le gambe: sprofonda lentamente sempre piú. Anche gli altri non vogliono proseguire e ora vedendo il terrore negli occhi rotondi dei muli mi rendo conto dove ci siamo cacciati. Mi afferro al collo del mulo e mi sollevo sulle braccia per non essere inghiottito da quel serpente che vuole tirarmi dentro il suo corpo viscido. Cerco di impormi la calma e di ragionare ma egualmente un profondo senso di paura mi invade. Strisciando sul ventre, tutti distesi per distribuire il peso su una superficie piú vasta possibile, torniamo indietro con molta fatica e pena. Solo un mulo, l’ultimo, riesce a liberarsi e seguirci. Quando raggiungiamo il terreno solido assistiamo in silenzio alla fine dei tre muli che lentamente vengono inghiottiti: le gambe, il petto, il dorso; poi sollevano verso di noi la testa protendendo il collo e ci guardano come per chiederci aiuto, aprono la bocca come volessero chiamare e mostrano i denti gialli e grandi: ma non esce nessun suono. Ora davanti a noi non c’è alcun segno, anche le orecchie sono sparite dentro la terra gelatinosa e tutto è come prima: liscio, immobile; e aldilà del canalone la mulattiera dei turchi, sotto la coperta della neve, sale a serpentina verso le montagne grigie e immutabili.
Il colonnello mi manda a cercare collegamento con il settore che sta alla nostra destra; c’è un bel sole e la neve riverbera altrettanti piccoli soli per ogni cristallo. Cammino allegro: ho ricevuto una lettera cara e mi ripeto le parole di felicità. Passando accanto alla batteria che sta dietro il Komianit gli artiglieri mi salutano allegri; sono trentini delle Giudicarie, con le barbe lunghe e folte e rosse; i cannoni da 75 sono appostati e ben ingrassati, i ricoveri solidi e bene ordinati, le bombe accatastate nelle riservette. Qui da loro c’è un senso di pulizia e di ordine che non deriva dalla disciplina militare ma da una maniera di vivere. Lascio il bosco dove ogni tanto arriva una bomba di mortaio: esplodono in alto appena toccano i rami e quando le sento arrivare mi butto lestamente per terra. Forse cercano la batteria. Proseguo tra due pareti di neve a ridosso delle trincee del Verona; anche qui mi salutano allegramente: chi sta spidocchiandosi, chi arriva con la corvè della legna per la cucina, chi pulisce le armi: c’è un bel sole, ecco. Il capitano che comanda la compagnia, un richiamato con gli occhiali, mi viene incontro chiedendomi se ho qualcosa di nuovo per lui.
Passo dal comando del Vestone; è sotto a dei roccioni coperti di ghiaccio, alcuni teli da tenda coprono un buco scavato nella neve; il maggiore magro e lungo, in maglione e passamontagna sta uscendo dalla tana, sale le scalette e mi chiede: – Abbiamo novità? – Saluto allegro e proseguo oltre, in posti dove finora non mi sono mai inoltrato. Scendendo la montagna la neve diminuisce ogni cento metri; dovrei passare per un gruppo di case che già vedo confuse con le pietre: case e pietre hanno lo stesso colore e bisogna guardare attentamente per distinguere le une dalle altre.
Improvvisamente, passando sotto uno sperone di roccia, sento di dover alzare gli occhi: non per un sussurro o un richiamo o altro fattore meccanico, ma per un qualcosa di misterioso e oscuro che mi sento salire da dentro. Con mia sorpresa vedo che la roccia continua con una costruzione quadrilatera di blocchi di pietra: lo sguardo corre di pietra in pietra sino a una piccola finestra rettangolare chiusa da un’inferriata, come di castello medioevale, e dietro questa inferriata due occhi oscuri di donna mi fissano misteriosi e carichi di voluttà: per un lungo attimo. Subito la finestra rimane vuota e tetra piú del muro di blocchi di pietra. E lí dove è buio c’erano due occhi giovani di donna, in un volto coperto da un velo di seta bianca. Resto turbato e perplesso, non vedo porte e attorno a me sono tutte queste rocce nude. Riprendo il cammino e le gambe non sono piú sicure come prima, e pensieri strani mi turbano la mente: «Un harem? Un rifugio di qualche capo montanaro? Un convento? Una segregata? Ma che montagne misteriose sono queste?»
Sono arrivati i complementi per riempire i vuoti del Vestone e anche un battaglione di camicie nere per rinforzare il nostro settore. Ho l’incarico di accompagnarli sulle posizioni e cammino lento in testa alla colonna seguito da un capitano richiamato e da un seniore della milizia. Procediamo nella pista battuta tra la neve alta; gli alpini, carichi come muli, stanno serrati e silenziosi nella fila. Agli alt posano gli zaini sulla neve, si siedono sopra e guardano senza alcun commento queste montagne cupe. Sono gli ultimi richiamati delle classi anziane e qui, tra i superstiti delle compagnie, ritroveranno i paesani e i parenti che partirono dall’Italia quaranta giorni fa. Il capitano e il tenente parlano in bresciano; chiamano per nome i loro soldati: sono gli stessi con cui erano assieme durante il servizio di leva. – Ndòm s’cet. Zaino in spâla, ndòm su.
Le camicie nere sono invece seminate lungo tutti i chilometri della mulattiera; malgrado la buona volontà e benché non siano caricati come gli alpini, non riescono a tenere il passo. Il loro comandante è indispettito e li incita con voce tonante; gli faccio osservare che i greci potrebbero sentirlo e subito ammutolisce guardandomi come un arrabbiato. Il capitano mi ammicca: – Ndòm s’cet, slônga el pâso.
Questi «spazzacamini» provengono dalla bassa novarese e le montagne le avranno viste da lontano quando il vento portava via la nebbia condensata sopra i loro paesi da rane, o quando andavano a fare le gite con il dopolavoro. Al vederli fanno pena, e la loro montura cosí irrazionale e apparentemente ardita è qui ridicola: il pugnale di traverso dalla parte della milza, la camicia nera, i fasci sul bavero, il fez con il fiocco nero, gli stivaletti da marciapiede. I capimanipoli sono sparpagliati tra i piccoli gruppetti che arrancano con fatica; i loro visi sono glabri, tossiscono e hanno il fiato pesante. Mah! vedremo se sono gente da sabato fascista o se si adatteranno a questa vita.
Arriviamo tra i due roccioni del Papallazit, dove è il comando del Vestone; il nuovo comandante del battaglione esce dal ricovero e ci viene incontro. Un uomo che dà fiducia solo a vederlo; è un valligiano del Trentino: il viso magro, il corpo asciutto, il passo elastico e preciso dello scalatore; non è uno che sta nella tana a farsi mangiare dai pidocchi o consumare dalla dissenteria, ma cammina per le postazioni, le trincee; controlla le cucine, i muli, le armi; sta con i soldati e vive con loro. Ci aspetta sorridendo e saluta amichevolmente tutti.
Il mio compito è finito e ritorno indietro; lungo tutta la pista e sino alle batterie incontro militi sperduti. Ultimo è un caposquadra anziano con tanti nastrini sul petto, tenta di proseguire appoggiandosi a un ramo che gli fa da bastone; mi chiede quanta strada c’è ancora per arrivare al comando del Vestone, se i greci sono vicini e se c’è pericolo che sparino. Gli faccio coraggio e lo tranquillizzo: prima di notte, se si sbriga, ci arriverà e poi, quando è buio, di solito i greci non sparano.
Ma fu il giorno dopo che i greci attaccarono. Era il 22 dicembre 1940; durante la notte il battaglione di camicie nere si era inserito tra il Verona e il Vestone e doveva tenere il tratto di linea che va dal Pupatit allo Shkalles. All’alba i greci spararono con i mortai, poi con le artiglierie; risposero subito i nostri 75/13 e gli 81 di Baroni. I greci uscirono allo scoperto suonando le trombe e vennero avanti. Il fuoco si faceva sempre piú intenso, senza soste; i muli portavano casse di bombe alle batterie e gli alpini della compagnia comando salivano in corvè con sulle spalle casse di cartucce. Quasi tutte le linee telefoniche che collegavano le compagnie erano state interrotte dal bombardamento ed eravamo noi portaordini a raccogliere le notizie della battaglia. Il colonnello era calmo ma preoccupato; temeva che in breve tempo si esaurissero le nostre munizioni e non era certo del settore tenuto dalle camicie nere. Ogni tanto telefonava al comando divisionale per chiedere munizioni e rinforzi.
I greci tiravano anche sulla pista immediatamente dietro le posizioni del Verona e che dovevo percorrere per arrivare al Vestone; sentivo le pallottole passarmi sopra la testa, il continuo tiro delle nostre armi automatiche e i colpi da 81 mi cadevano attorno come volessero sbrindellarmi. E io correvo, correvo come un segugio, guardandomi attorno e tendendo le orecchie per individuare l’avvicinarsi delle bombe.
Ero appena passato quando i greci arrivarono sotto le postazioni delle camicie nere, e queste, senza sparare un colpo o tirare una bomba a mano, abbandonarono tutto e fuggirono verso il fondo della valle del Verces, e poi giú, lungo il fiume, sino al comando della divisione dove, vedendole in quello stato, quelli delle retrovie caricarono i muli e le carrette per ritirarsi verso Elbasan.
La situazione dopo il cedimento, anzi l’abbandono delle trincee da parte delle camicie nere, si era fatta preoccupante, ma gli alpini tenevano con accanimento; le due batterie del gruppo Vicenza sparavano senza interruzione, ma ormai le canne arroventate e dilatate non davano piú precisione al tiro e certi colpi li sentivo rotolare via nell’aria e scoppiare prima che passassero il crinale tenuto dalle nostre compagnie. Quando venne sera i greci smisero di attaccare e invece di proseguire per il varco lasciato libero dagli «spazzacamini» si fermarono su quelle trincee e girarono verso il vuoto le armi che questi avevano abbandonato.
Prima dell’alba due plotoni del Vestone e uno del Verona piombarono dall’alto e sorpresero i greci facendoli tutti prigionieri, riprendendo le armi che erano state abbandonate. Sul venire del giorno la situazione era cosí ristabilita, ma loro ripresero ad attaccare in massa, con insistenza. Smisero nelle prime ore del pomeriggio, quando le nostre munizioni erano ormai esaurite: gli ultimi colpi dei mortai di Baroni e dei 75/13 riaccompagnarono i greci superstiti alle posizioni di partenza.
Ero appena tornato dal comando della 57 di Bracchi, anche dalle altre compagnie avevo portato la situazione delle nostre perdite e delle munizioni; il colonnello stava telefonando alla divisione che l’attacco era stato definitivamente respinto. – Bene, – si sentí la voce dall’altra parte, – inseguiteli! Scacciateli, vai al contrattacco!
Il colonnello diventò terreo, bestemmiò in piemontese e con voce sarcastica rispose: – Certo, li inseguo io, con il mio attendente! – e strappò il filo. Fece una smorfia che lo rese piú brutto di quello che era, afferrò un bastone, il cappello: – Vieni! – mi disse. E uscí. Passammo lungo tutta la nostra linea e camminava nervoso, cattivo, duro piú di sempre. Nel bosco, prima di arrivare alle batterie, incontrammo due camicie nere disperse: le bastonò. – Vi faccio fucilare, – diceva sordo tra i denti. E le riaccompagnammo su tra gli alpini.
Quando ritornammo era notte fonda; il camminare sulla neve e il freddo lo avevano un poco placato. Prima di arrivare al convento mi offrí una sigaretta, me l’accese anche, e disse: – Mio figlio si chiama come te, ha la tua stessa età e frequenta l’ultimo anno di liceo. A Torino. Vai a dormire, ora, all’alba potrebbero ricominciare.
Il giorno di Natale mangiammo la carne di un mulo che era precipitato in un burrone. La notte del 31 dicembre il Vestone ebbe il cambio: accompagnai in linea il battaglione Val Leogra; tutto di richiamati che venivano dalla mia provincia, gente tranquilla e pacifica, di fondovalle. Il Vestone venne ad accamparsi vicino a noi; le compagnie erano piú che dimezzate, l’equipaggiamento era a brandelli, tanti senza scarpe, molti i congelati; e tutti irsuti, sporchi, di pochissime parole e tetri: nauseati di una lercia patria fascista che li faceva combattere tra le tormente balcaniche oltre i duemila metri, senza munizioni, senza viveri, senza indumenti. Andai a trovarli il giorno dopo: Capodanno 1941. La 55 era la compagnia in cui ero in forza e con la quale feci poi tutta la campagna di Russia. Stavano attorno ai fuochi in assoluto silenzio; bollivano nei barattoli stracci di camicie, di mutande, di maglie, e l’acqua alzava una schiuma oleosa e grigia dove affioravano migliaia di pidocchi. I piú fortunati erano riusciti a rubare il mangime ai muli e dentro le gavette mescolavano una polenta nera e dolciastra; dissi dove erano i resti del mulo morto e li accompagnai giú nel burrone. In breve tempo rimasero solamente le ossa scarnite.
Come i giorni passavano la tormenta infuriava sempre di piú, nelle gole la neve si ammucchiava a dune; i muli morivano di stenti o precipitavano dalle mulattiere; le compagnie in posizione sulle quote piú alte venivano rifornite a spalla d’uomo e il Vestone – a riposo! – e la compagnia Comando molte volte partivano tra l’imperversare della bufera con carichi di reticolati, munizioni, viveri. Sempre, ogni giorno, nelle mie sgaloppate di portaordini, incontravo gruppetti di congelati che scendevano verso i posti di medicazione. Nella valle, giú in basso, era solamente fango; i fiumi ingrossati trascinavano via passerelle e ponti provvisori, qualche volta travolgendo anche chi si trovava sopra: muli e alpini. Cosí passò il gennaio: nemici erano le bufere, il freddo, i metri di neve, le cose necessarie che non ci mandavano.
Il 10 febbraio incominciò la battaglia per il Guri i Topit. C’era il Val Leogra, lassú. Poi salí anche il Vestone. Quota 1840, 2110, 2120: per tutto il mese bombardamenti, assalti, colpi di mano, pattuglie, contrassalti e bufere. Sempre bufere; e per giorni impossibilità di rifornimenti. Vi salii un giorno e sembrava un mondo irreale: gallerie nel ghiaccio, trincee come cunicoli bianchi, reticolati sepolti, membra umane che spuntavano tra la neve. E gli alpini neri come carbonai sopra un monte di vento e neve oltre il quale, e sopra, non c’era niente.
Dal Tomori vennero il Morbegno e l’Edolo del 5° a dare il cambio al Val Leogra e al Vestone, e ancora mi toccava fare da guida per le pendici del Pupatit e del Papallazit e verso quota 1840. Anche in marzo e ai primi d’aprile lassú vi furono battaglie, e sempre tra tormente e gelo: su quella montagna stramaledetta da tutti gli alpini della Tridentina.
Era la mattina di Pasqua. Il giorno prima avevo ricevuto da casa un pacco con della farina per polenta e formaggio vecchio di malga. Accesi il fuoco in un luogo riparato e quando la neve si liquefò, e l’acqua bollí, sciolsi la farina nella gavetta rimestando con uno stecco. Era quasi pronta, gli amici aspettavano con occhi avidi e venne uno gridando: – Allarmi! Si va avanti, i greci sono in ritirata! – Raccogliemmo le poche robe negli zaini, scodellai la polenta nell’elmetto e attingendo con le mani e mordendo il formaggio uscimmo allo scoperto per avanzare.
Passammo le trincee della 57, risalimmo dove eravamo ai primi di dicembre, passammo le postazioni che i greci avevano abbandonato: non avevano lasciato niente, tranne merde granulose in ogni buco. Riscendemmo nella valle della ritirata e non c’era piú neve, il bosco incominciava a rinverdire ma il caldo inusitato e il camminare sotto il peso delle armi risvegliava i sintomi dei congelamenti: molti andavano zoppicando dolorosamente.
Il colonnello mi chiamò, mi fece liberare dallo zaino e da ogni altra cosa che mi impediva di camminare spedito, mi guardò le scarpe: – Tieni solamente la carabina, – mi disse, – quattro caricatori e tre bombe a mano –. Mi diede il suo binocolo e la borsa con le carte topografiche e passammo in testa al reggimento.
Montava un cavallino grigio a macchie scure di preda bellica e lo faceva camminare lesto avanti e indietro lungo la colonna in marcia; io lo seguivo quasi di corsa e magro e allenato come ero mi sembrava di essere leggero come un uccello.
Il giorno dopo incominciò a piovere a dirotto, le nostre divise sbrindellate si sfacevano come carta macerata; il fango legava le scarpe al terreno vischioso: continuò cosí per piú giorni: si dormiva all’addiaccio sotto l’acqua che diluviava; non era possibile piantare le tende né c’erano luoghi per ripararsi. Incontrammo un fiume non molto ampio ma vorticoso e le compagnie si fermarono. Il colonnello fece trottare il cavallo ma questo non voleva saperne di entrare nell’acqua; si arrabbiò, imprecò in piemontese contro un capitano e contro il cavallo, scese da sella e camminò deciso dentro il fiume con l’acqua che gli arrivava al petto. Quando fu sull’altra sponda gridò: – Avanti! muovetevi, soldati del papa!
A volte i greci tentavano di rallentare la nostra marcia con tiri d’artiglieria e di mortai; allora bisognava sparpagliarsi come branchi di passeri sorpresi alla pastura e aspettare il tiro di controbatteria delle nostre artiglierie che ci seguivano a qualche ora di marcia.
Un giorno eravamo con le pattuglie d’avanscoperta; c’era da attraversare un bel tratto spoglio dopo un bosco e risalire una collina nuda. Incominciarono a cadere delle bombe intorno e in mezzo a noi con intensità crescente; il mulo che portava le due mitragliatrici venne colpito e stramazzò, quello che aveva sul basto le cassette delle munizioni venne ferito al collo ma continuò egualmente tranquillo la sua strada seguendo il conducente come se la cosa non lo riguardasse: era un mulo vecchio che aveva fatto altre battaglie e il conducente un richiamato fatalista che era stato in Africa. Io correvo chinato in avanti, buttandomi lestamente per terra ogni qualvolta sentivo avvicinarsi il ronzare delle bombe: erano di calibro piuttosto grosso. Mi trovai accanto a un alpino della pattuglia del Verona che era stato colpito da una scheggia al ventre; il suo compagno gli aveva abbassato i pantaloni: la ferita, appena sotto il fegato, era un piccolo foro da dove non usciva sangue ma solamente alcune gocce di liquido giallastro. Il suo viso era pallido, gli occhi immobili: sospirò, mosse le labbra e rovesciò il capo. Era morto, e io in piedi tra lo scoppiare delle bombe fissavo con stupore il corpo di quell’uomo che due minuti prima correva davanti a me e non mi rendevo conto come si potesse morire cosí sull’erba, in un pomeriggio di primavera.
Il colonnello mi vide immerso in quello stupore, mi galoppò vicino, mi scosse con il frustino, gridò qualcosa e mi fece correre via.
Avevamo raggiunto il dosso della collina; la colonna era ferma dentro il bosco, oltre il tratto che i mortai e l’artiglieria continuavano a battere; e lí dove i colpi scoppiavano e dove eravamo passati di corsa ora c’erano i feriti che chiamavano i compagni, e altri alpini immobili per sempre stesi sull’erba. Dal bosco uscirono i portaferiti e raccolsero anche uno che urlava piú forte di tutti: in maniera bestiale urlava e lo si distingueva tra le esplosioni. Il colonnello guardò con il binocolo e disse: – È stato colpito ai testicoli –. Lo disse in maniera accorata e con un accento che non gli avevo mai sentito, e non rivolgendosi a noi che eravamo vicini ma come lo volesse dire alla donna che in Italia aspettava quell’uomo. Poi si alzò in piedi, ritto contro il cielo sul culmine della collina; guardava con il binoccolo per scoprire le batterie che ci sparavano addosso. – Signor colonnello, – dissi tenendo giú la testa, – si abbassi –. Mi guardò allora con aria di compatimento, rispondendo: – Quello del diciassette, sul Monte Fior, era un bombardamento –. E continuò ad osservare tranquillo. Dopo un po’ vennero tre aeroplani tedeschi, bombardarono in picchiata le batterie dei greci e noi riprendemmo la marcia.
Il Verona aveva subito perdite e il procedere a marce forzate sotto la pioggia e con pochi viveri – barili di olive in salamoia e poche gallette ammuffite abbandonate dai greci – avevano ridotto gli alpini allo stremo della resistenza; passò in testa il Vestone.
Lateralmente a noi dovevano procedere altri reparti e una mattina il colonnello mi ordinò di cercare il collegamento sulla destra dandomi delle indicazioni sommarie: – Dovresti trovare due battaglioni della Pusteria. Vai da solo perché se incontri i greci è piú facile che te la cavi; ma stai con gli occhi bene aperti; e fai presto –. Camminai per alcuni chilometri addentrandomi per montagne sassose, dove non si vedeva nessuna cosa muoversi e non si udiva nessun rumore. Andavo circospetto e guardingo, cercando di non farmi vedere e scegliendo attentamente la strada davanti a me. In una piccola e stretta valle improvvisamente apparvero oggetti scuri tra i sassi bianchi come calcina: osservai attentamente appiattendomi contro la terra; poi uscii strisciando. Era stato un campo di battaglia e soldati italiani e greci erano in avanzata decomposizione. C’erano sparsi fucili, zaini, buffetterie, munizioni, elmetti: forse risaliva al mese del nostro ripiegamento e durante l’inverno la neve aveva coperto tutto. Mi sentii smarrito e pauroso in quell’aria greve: mi sembrava d’essere l’unico uomo vivente su un deserto devastato che era stato il mondo; non sapevo dove andare, né cosa fare. Finalmente corsi via, per cercare qualcosa di vivo; magari un uccello, un animale, una belva, o anche i soldati greci, i «nemici». Non importava chi. Ma non c’era nessuno: solo pietre senz’alberi e senz’acqua. Mi sedetti credendo di essere lontano da quell’orrore e mi veniva da piangere per compassione di me stesso, per la mia vita che sentivo correre giovane con il sangue nelle vene. Mi parve allora sentire il correre di un cavallo che mi veniva incontro, i quattro zoccoli che ritmavano sulle pietre. Ritornai in me, il rumore era reale; mi nascosi dietro una roccia, levai la sicurezza alla carabina e mi misi in posizione di sparo. Dalla montagna desolata uscí il colonnello e lo vidi davanti al mirino: il mio indice era sul grilletto. Mi feci forza per comandare al tendine del dito. Il colonnello si fermò e gridò il mio nome. Non il cognome: il mio nome per la prima volta: – Mario! Mario! – chiamava il colonnello.
Staccai il dito dal grilletto, rimisi la sicurezza e uscii alla sua vista. Mi corse incontro: – Che cosa hai? – chiese vedendomi da vicino. – Laggiú, – dissi sottovoce, – c’è un campo di battaglia con soldati greci e italiani che marciscono al sole. E io, ora, volevo spararle.
Mi penetrò con gli occhi e forse capí quello che c’era dentro di me; fece una smorfia e disse brusco: – Seguimi!
Era sul cavallo e gli camminavo al fianco, ogni tanto mi guardava e non riuscivo a capire, muoveva le guance rugose e gonfiava l’aria dentro la bocca. Poi si decise: – Non ti ho visto ritornare e ho pensato che mandarti cosí da solo era una imprudenza. Ci potrebbe essere qualche pattuglia nemica.
Continuavo a camminare in silenzio alla sinistra del cavallo e incominciai a provare tenerezza per il colonnello vecchio, brutto e bastonatore.
– E lei non è venuto da solo a cercarmi?
Frustò il cavallo per fargli allungare il passo e io quasi correvo. – Io, ormai, sono vecchio, – sibilò stizzito, – e tu sei giovane e devi vivere.
Le marce in avanti si fanno sempre piú faticose, dure; i trenta chilometri giornalieri diventano sessanta o centoventi a causa della nostra stanchezza. Da giorni erano rimasti alla nostra sinistra i monti Morava dove avevamo subíto i primi scontri al principio del novembre; la piana con la città dei minareti era alle nostre spalle; ogni tanto, non so come, arrivava qualche rifornimento di viveri; venne anche la sete. Allora non sapevo spiegarmi il perché di quelle marce forzate e con gli alpini in simili condizioni: era per i tedeschi che stavano scendendo dalla Tracia, volevano farci arrivare al Pindo prima di loro. Come se la guerra fosse una gara di marcia o ambizione di conquista e non sofferenza e morte per la povera gente. Eravamo ormai vicini ai confini della Grecia: restava di risalire una china; aldilà si vedevano spuntare tetti di case e un campanile ortodosso, ai lati del paese si alzavano due montagne: quella a destra era tozza e con la parete nord incombente sopra le case, quella a sinistra tondeggiante e ampia. Le pattuglie del Vestone erano in avanscoperta; come sempre il colonnello seguiva a cavallo e io gli camminavo accanto, dietro venivano le compagnie e i cannoni.
Dalle due montagne incominciarono a sparare le mitragliatrici e, da oltre, le artiglierie e i mortai. Il colonnello mi mandò a chiamare i maggiori e i capitani. Disse: – Quel paese è Leskovika e lí finisce il compito del nostro reggimento. Poi si riposerà. È l’ultimo sforzo che dobbiamo chiedere agli uomini; vedo e conosco le condizioni di tutti, ma per quello che abbiamo fatto dobbiamo arrivare per primi –. Poi diede al comandante del Vestone le disposizioni per l’ultimo attacco.
Le compagnie si mossero per l’accerchiamento; il colonnello scese dal cavallo e chiamò l’attendente che gli portasse il bastone. Il sentiero saliva tra bassi cespugli e sul fondo, nelle impronte lasciate dai cavalli greci, si era raccolta un’acqua melmosa e gialla; mi chinai a bere quell’acqua e mi sentii battere sulla schiena con il bastone: – Vuoi ammalarti proprio ora che la guerra sta per finire? – Mi passò la sua borraccia dicendo: – Bevi un sorso e preparati a fare le ultime corse.
Il combattimento fu rapido. I greci, per non restare accerchiati, si dileguarono per le loro montagne: in breve tempo sarebbero arrivati alle loro case. Fui tra i primi a entrare in paese; dai balconi pendevano bandiere greche: bianche a strisce azzurre e con la croce di sant’Andrea. Ne presi una per ricordo e due bottiglie di liquore inglese dove ce n’era un magazzino.
Era la sera del 22 aprile e venne annunciato l’armistizio. Il tromba del Vestone suonò il «cessate il fuoco» come fosse alle manovre. Fu la prima pace per noi, ed era potersi levare le scarpe e le calze e le giberne e l’elmetto e la giacca; piantare le tende. E attorno alle tende accendere tanti fuochi, giocare alla morra, bere i liquori inglesi trovati nel paese, e cantare. E gridare forte che lo sentisse pure il signor colonnello e tutti, anche, lo sentissero: – l’È FHINIT!
… se veramente fosse stata finita.