tre uomini nella bufera
italian
Sul finire dello scorso inverno l’«Alto Adige», giornale bilingue di Bolzano, pubblicò una fotografia ritratta a Lillaz, nei pressi di Cogne, nel 1939. Erano in posa quattordici alpini di una squadra e l’aspetto giovanile, quasi fanciullesco, il bosco di larici e i ghiacciai di Monveso di Forzo sullo sfondo, la mancanza di anni davano al gruppetto una sembianza amichevole e serena, piú da escursionisti o di una squadra di atleti che di soldati.
Tutti costoro, tranne due dei quattordici, erano sudtirolesi di lingua madre tedesca e nel tiro al bersaglio, in palestra di roccia, nelle scalate e nelle marce erano forse i migliori di tutta la compagnia. Per non dire della solidarietà che tra loro avevano, cosa che consentiva di svolgere i servizi a cui erano comandati con solerzia e bravura.
Nelle ore di riposo, al sabato pomeriggio o alla domenica, dopo aver lavato la biancheria nelle fredde acque del Grand Eyvia che scorreva poco lontano dalle tende e dopo la Messa nella chiesa di Cogne a cui non mancavano mai, i sudtirolesi si esibivano nella lotta rusticana. I pusteresi erano i piú forti ma un ragazzo della Venosta, il piú piccolo della squadra, riusciva a battere il campione della Pusteria perché un maestro elementare emiliano gli aveva insegnato la lotta greco-romana.
Tra di loro, questi dodici alpini, parlavano sempre la lingua materna anche se una legge fascista l’aveva proibito e il comandante di plotone, un sottotenente torinese, tollerava bonariamente questa infrazione. Ma tra di loro non parlavano patois anche i valdostani? In servizio e nei rapporti con gli altri commilitoni veneti, lombardi, piemontesi e abruzzesi si sforzavano di parlare in corretto italiano.
In quell’anno, a seguito di un accordo tra Mussolini e Hitler, gli abitanti del Sud Tirolo potevano scegliere di optare per il Grande Reich. La propaganda, le lusinghe, le promesse (che poi non furono mantenute!), le vessazioni a cui erano stati sottoposti dalle autorità italiane del tempo e di cui ancora oggi ci sono i segni, convinsero la maggioranza degli allogeni di passare il Brennero.
Anche i dodici ragazzi della mia squadra fecero questa scelta, forse perché cosí avevano deciso nelle loro famiglie e sul finire del 1939 e nei primi mesi del 1940 lasciarono il nostro reparto. Partirono da Courmayeur e di loro non ebbi piú notizia. Delle nostre escursioni sul Gran Paradiso e sul Monte Bianco rimanevano alcune foto che il nostro ex comandante di plotone mi fece vedere una sera. Una di queste è quella pubblicata sull’«Alto Adige» come richiamo alla memoria. Si sono fatti vivi in tre: Josef, Heinrich e Rudolf, e sono andato alla ricerca per sentire le loro storie.
Josef è ritornato a Corvara in Badia dove da sempre c’era ad aspettarlo la sua casa sulle pendici del Sassongher. Ha un’officina meccanica nel centro del paese, indossa una tuta turchina e mi fa una grande festa. Ci sediamo al bar che sta di fronte e subito leva dalla tasca il portafogli per farmi vedere le fotografie che conserva e da come sono tenute capisco che sempre ha portate con sé. Guardiamo e ci riscopriamo ragazzi; chiedo degli altri. Non ci sono piú. Sono morti nella guerra di Hitler. Un altro era ritornato, era della Val Marebbe, ma è morto poco dopo.
Josef mi porta a casa sua e qui lo invito a raccontarmi la sua storia. Era partito da Courmayeur nel febbraio o nel marzo del 1940, era rimasto l’ultimo dei dodici. Lo lasciarono a casa per qualche mese, lavorava nel suo maso e sperava si fossero dimenticati di lui; un giorno gli arrivò l’ordine di presentarsi a Innsbruck.
Lo vestirono da Gebirgsjäger, fece la recluta, lo trasferirono a Salisburgo per dei corsi speciali di meccanica e un giorno si ritrovò su un treno che lo portava lontano, verso il nord. Attraversarono la Danimarca occupata, nella Svezia li fecero viaggiare disarmati, ma in Norvegia ritrovarono le loro armi. Arrivano a Narvik distrutta dai bombardamenti e con tante navi affondate nel porto.
Rimase lí a riparare camion e poi lo mandarono ancora piú su, oltre il 70° parallelo e gli fanno doppiare il Capo Nord. Per quattro lunghi anni prova la notte polare, il freddo, l’isolamento. Aveva il compito di riparare le trattrici delle slitte che trasportavano materiali e uomini il cui scopo mai raggiunto era quello di interrompere la ferrovia che da Murmansk scende a Leningrado, la vitale via per i rifornimenti che gli Stati Uniti inviavano all’Urss attraverso il Mar Glaciale Artico.
Nell’estate del 1944 piccoli reparti russi mettono piede a Kirkenes, cittadina della Norvegia sul Mare di Barents. Josef in un gruppo con trattrici e slitte cariche di esplosivi vagabonda per mesi nei deserti di neve tra Lapponia e Norvegia; la Finlandia capitola, gli inglesi sbarcano nei porti norvegesi; lui passa ancora un inverno nel buio, nel freddo, nell’isolamento oltre il circolo polare.
Finalmente nella primavera del 1945 può consegnarsi agli inglesi. Lo concentrano con altri soldati tedeschi al sud della Norvegia, poi lo trasferiscono in Danimarca, in Germania. Nell’autunno del 1945, dopo aver passato l’interrogatorio che lo discrimina, viene considerato apolide. Ancora qualche traversia ma è finalmente a casa; sul maso sotto il Sassongher. Negli anni passati vicino al Polo Nord ha imparato molto bene la meccanica e cosí ora può dar mano alla costruzione della prima sciovia d’Europa tra i monti della sua Val Badia.
Il giorno dopo vado a trovare Heinrich e Rudolf, in Val Venosta. Heinrich, il campione di lotta greco-romana, fa ora il tassista e vive a Laces. È fuori per servizio e l’aspetto passeggiando nel cimiterino pieno di fiori, raccolto tutto intorno alla chiesa gotica. Quando arriva mi racconta anche lui la sua storia.
Non aveva famiglia e da bambino era stato accolto da un fornaio; a dieci anni aveva lavorato a fare il pane; cosí quando ritornò in Venosta da Courmayeur riprese il suo mestiere e continuò a farlo in pace fino al 1943. – Tutti gli uomini erano via, soldati con la Wehrmacht, e un brutto giorno si accorsero che esistevo anch’io. Mi vestirono da Gebirgsjäger e dopo quattro mesi mi promossero caporale. Per fortuna non mi mandarono al fronte ma siccome sapevo l’italiano mi misero a fare l’istruttore ai soldati della Repubblica sociale che venivano addestrati in Germania. Rimasi lí finché vennero gli americani; mi passarono per suddito italiano e nell’estate del 1945 ero di nuovo a casa a fare il panettiere.
Anche lui aveva in tasca le fotografie fatte in Val d’Aosta nel 1939; ricordava fatti e nomi, concordammo che di quei quattordici eravamo rimasti solo in quattro. Mi restava ancora da incontrare Rudolf. – So solo che abita a Rabland, vicino a Merano, – mi disse Heinrich.
Anche lui aveva avuto un’infanzia singolare (era nato povero nel piú remoto villaggio tra le montagne) ma ancora piú singolare fu la sua avventura. Dopo aver fatto l’alpino con l’esercito italiano e optato per la Germania, fu subito arruolato nella Wehrmacht. Partecipò ai combattimenti sul fronte orientale e venne promosso sergente; arrivò sino al Caucaso dove per poco non venne fatto prigioniero; ferito viene evacuato con l’ultimo aereo, fa lunghi mesi d’ospedale, ritorna al reparto. Partecipa a tutte le ritirate dell’esercito tedesco dall’Ucraina alla Romania alla Bulgaria alla Jugoslavia.
Partecipa anche all’ultima difesa del territorio contro l’Armata Rossa con la speranza che gli alleati facciano fronte comune contro i sovietici. I resti del grande esercito fanno caposaldo in Cecoslovacchia dove, finalmente, nel maggio del 1945 sono costretti ad arrendersi. Gli alleati non li vogliono, li lasciano ai russi. Rudolf viene portato oltre gli Urali; per cinque anni lavora nelle miniere di carbone, carponi dentro la terra; dopo lo processano come criminale di guerra e viene condannato a venticinque anni di lavori forzati. Infine, nel 1954, giacché il Sud Tirolo è dentro i confini dell’Italia, rimpatria con l’ultimo gruppo di prigionieri italiani.
La storia degli altri dieci ragazzi che sono ripresi in quella fotografia fatta a Lillaz, Cogne, nel giugno del 1939, forse non la sa nessuno.