Korimba

Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

un natale del 1945

italian

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Piú che la neve che doveva calpestare durante il giorno, era il freddo della notte che gli rendeva duro quel tempo. Partiva quando il chiarore dell’alba compariva sulle rocce dell’alta montagna dal bel nome che gli stava di fronte: l’ondata del sole toccava poi via via tutte le montagne intorno. Restavano, però, sempre in ombra alcuni versanti, il fondovalle, e i boschi in basso dove il sole sarebbe arrivato solo a marzo. Lí la neve rimaneva sempre appesa alle rocce e agli alberi dando una sensazione di freddo fossile.
Camminava su per l’erta fin dove il grande bosco confinava con i pascoli delle malghe piú alte e dove il debole sole di dicembre dolcemente lo riscaldava. Era questo il posto dove l’anno prima i tedeschi della Todt avevano fatto tagliare gli alberi piú alti e piú belli per rifare i ponti sul Po che ogni volta venivano distrutti dai bombardamenti degli Alleati o dai partigiani. Ora erano rimasti i grossi ceppi ultracentenari, pesanti e compatti, abbarbicati alla montagna e cementati dal gelo.
Vi saliva portando sulle spalle la slitta leggera e solida, il cibo per un pasto, una borraccia d’acqua, il badile, il piccone, le scuri e gli altri attrezzi li lasciava lassú ai piedi di un abete che aveva i rami fitti e larghi che formavano una capanna sotto il livello della neve.
Un’ora e mezza di salita al mattino, mezz’ora di discesa nel pomeriggio con tre quintali di ceppi sulla slitta. Gli scarponi e le gambe sino alle ginocchia erano protetti con teli di sacco.
Quando arrivava in quell’ultimo bosco, con un ramo di citiso lungo e appuntito forava lo strato di neve per saggiare se sotto il rialzo c’era un ceppo oppure un sasso; con il badile spalava la neve per denudare il terreno e con il piccone scavava per liberare le radici; con le scuri le tagliava e, infine, con la leva di ferro rovesciava il ceppo. I ceppi troppo grandi, prima di sradicarli, li spaccava in quarti o in ottavi con i cunei e la mazza. A volte faticava molto con poco risultato, altre volte con poca fatica riusciva anche a fare due carichi con la slitta sino in fondo alla valle dove in primavera avrebbe potuto vendere mille quintali di legna, o forse piú, per le fornaci e le vetrerie. E con il ricavo pagare il debito e il viaggio per l’Australia.
Era ritornato in ottobre dopo aver fatto un lungo giro per l’Europa orientale. L’avevano preso i fascisti durante un rastrellamento nel settembre del ’44. Processato, l’avevano condannato a morte per «banditismo» e la condanna cambiata poi con la deportazione a vita in Germania. In qualche modo se l’era cavata, ma ritornato a casa troppe cose trovò cambiate nel giro di un anno; sua madre non c’era piú, e non se la sentiva di vivere in quella casa. Ma intanto vivere doveva. Decise allora di andare dal santolo Toni che aveva bottega di alimentari. – Santolo, – disse, – voi sapete come mi è andata; non ho che poche lire che mi hanno dato al Distretto militare ma ho tanta voglia di lavorare. Se mi fate credito in primavera pagherò tutto.
Ebbe lardo, farina da polenta, fagioli, formaggio tarato, orzo, pasta e conserva di pomodoro. Un po’ di patate le ebbe in carità da una famiglia della contrada; barattando due lepri prese con i lacci riuscí ad avere tre chili di sale. Prima delle nevicate caricò tutto il suo avere sul carro di un amico che andava a sboscare, per conto del comune, l’ultimo legname abbandonato dai tedeschi.
Nella vecchia osteria semidistrutta, sotto un tetto riparato alla meno peggio sopra le travi bruciacchiate, in quell’autunno del 1945 trovavano ricovero boscaioli, bracconieri, cavallari, reduci allo sbando. Ma dopo le prime nevicate se ne andarono tutti per non restare bloccati un lungo inverno. Lui si ritrovò solo. Ma non gli dispiaceva: poteva parlare con le cose che gli stavano intorno, e lavorare come gli pareva, e pensare e meditare su quanto gli era capitato in quegli anni, da soldato in Albania, da partigiano sulle montagne, da condannato a morte, da deportato, da vagabondo dopo che il Lager era stato liberato dai soldati russi.
I giorni di sole con il freddo intenso, i giorni di neve uniformi e come sommersi fuori dal tempo, il suo fuoco, il silenzio. E la sua fatica e il sonno profondo sullo strame di paglia accanto al fuoco che si spegneva sulle pietre del focolare dove, per secoli, avevano trovato compagnia i viandanti e i contrabbandieri. Non sapeva il trascorrere dei giorni; aveva sí, con il coltello, incisa una tacca sul ramo di un abete ogni mattina che risaliva il sentiero pestato nella neve come una trincea, ma non ricordava piú il giorno che era rimasto solo, e forse non sempre aveva inciso la tacca. Avrebbe potuto essere la fine di dicembre, o anche il principio dell’anno nuovo. Ma che importanza aveva? I viveri, a dosarli bene, potevano bastare ancora un paio di mesi, se poi riusciva a prendere con i lacci qualche lepre o magari un capriolo poteva arricchire la razione. – Magari un giorno, – disse al fuoco, – dopo una nevicata, invece di cavar ceppi vado a seguire le tracce.
Anche quella sera aveva ravvivato il fuoco scoprendo dalla cenere la bracia del mattino. E ora, dopo aver appeso alla catena il paiolo con l’acqua per fare la polenta, si era arrotolato la sigaretta di trinciato, l’unica che poteva permettersi e sempre in quel momento della giornata. Guardava le fiamme salire sul fondo nero della fuliggine depositata sulle pareti del camino, le faville che si rincorrevano, e si sentiva appagato della giornata trascorsa. Fuori il cielo si era abbassato e lentamente aveva incominciato a nevicare. Unico rumore era quello del fuoco e del suo respiro.
Sentí avvicinarsi un frusciare di sci, un respiro affaticato, poi lo sbattere dei legni per staccare la neve, chiamare il suo nome.
Riconobbe subito la voce ma non si scostò dal fuoco. Sentí battere con forza sulla porta e ancora ripetere il suo nome. Si alzò dalla panca, levò il paletto che teneva chiusa la porta, l’aperse e chiese: – Cosa vuoi?
– Oggi è Natale, – gli rispose l’uomo. – Ho saputo che sei qui. Posso entrare?
– Meglio di no.
– Ascoltami almeno.
– Vieni avanti.
L’uomo si pulí dalla neve, sí avvicinò al fuoco e dopo disse: – Quando ti abbiamo preso e condannato non ho fatto che eseguire gli ordini. E poi era quello il mio dovere verso la patria. Non era colpa mia.
Non rispose, non fece nessun gesto. Guardava il fuoco ed era come rivivere tutto. Le donne e i ragazzi uccisi dai soldati tedeschi, i compagni morti di freddo sulle montagne dell’Albania, gli ebrei di Leopoli. Il Lager. Il Lager dove era morto quel ragazzo di città che era stato preso e condannato assieme a lui. Poi lo avevano spogliato e buttato nudo nella grande fossa oltre i reticolati dove c’erano jugoslavi, greci, polacchi, russi, italiani. Era stato proprio l’anno prima, di questo tempo, perché assieme alla fame c’era anche tanto freddo. Forse era Natale quel giorno di dicembre quando morí il ragazzo.
Non ascoltava quello che gli diceva il suo maestro della Scuola elementare, che aveva ritrovato in divisa della brigata nera. L’acqua nel paiolo stava per alzare il bollore e andò a prendere il sale e la farina.
– Oggi è la Natività del Signore, – riprese il maestro, – ho saputo che eri qui da solo e sono venuto a trovarti. Ti chiedo scusa per quello che ti ho fatto. Ho qui nello zaino un panettone e una bottiglia di spumante.
Non poteva perdonarlo, no. Non per quanto lo riguardava direttamente, ma per gli altri che non avevano nemmeno piú un fuoco da guardare. Si avvicinò alla porta e la spalancò.
Là fuori era buio e la neve che mulinava dal cielo veniva a posarsi fin sulla soglia di pietra della vecchia osteria di confine. – Va’ via! – gli disse sottovoce.
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