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Stories by mario rigoni stern

un picolit per ricordare

italian

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In quel 22 marzo del 1942 ci furono trenta e piú gradi sotto zero di freddo e il battaglione sciatori Monte Cervino ebbe in Russia il primo combattimento; fu un’azione bizzarra e sbagliata, voluta dal generale Messe, sostenuta dal comandante di battaglione e contestata dal capitano Lamberti che allora comandava la 1ª compagnia. Lamberti, prima di agire, voleva conoscere bene il terreno e aveva chiesto la proroga di una notte per poterlo fare: per questa sua insubordinazione venne minacciato di «corte marziale». Al posto della 1ª fu comandata la 2ª compagnia, rafforzata dai Centri addestramento sciatori.
Dopo una marcia di avvicinamento fatta con gli sci, a notte fonda uscimmo dalle prime linee, camminammo silenziosi come ombre in un piccolo avvallamento della steppa con l’intenzione di aggirare e attaccare il caposaldo russo attestato nel villaggio di Olchovatka. Il terreno era sconosciuto a noi e anche a chi ci guidava; la notte era buia e senza luna. Di quel momento ricordo il sussurro dei fanti della Pasubio che ci avevano augurato buona fortuna nell’aprirci i varchi dei reticolati davanti alle loro postazioni.
Quando venne l’alba ci trovammo dove non si doveva: invece che alle spalle dei russi ci trovavamo di fronte, in contropendenza alle loro postazioni. Mimetizzati dalle tute bianche stavamo rannicchiati dentro la neve. Ogni tanto una raffica di mitragliatrice sopra le nostre teste ci faceva ancora piú piccoli.
Non avevamo le ali delle pernici bianche per volare via, ma almeno in noi c’era l’istinto dell’ermellino per nasconderci nella neve. Ma erano anche una tortura il freddo e il dover restare immobili. Forse pochi di noi avrebbero resistito fino alla notte per poter rientrare nelle nostre linee, e i fatti stavano dando ragione al capitano Lamberti.
Dopo qualche ora una decisione la presero il maresciallo Gualdi, quello che nel 1928 era stato nell’Artico con il capitano Sora alla ricerca della «tenda rossa» di Nobile, e il sergente Bonomi, cacciatore di camosci e contrabbandiere, che strisciarono e poi corsero fino dai fanti della Pasubio per farsi prestare una mitragliatrice. Piazzarono l’arma dietro di noi che stavamo congelando e aprirono il fuoco contro le feritoie dei russi, sparando un caricatore dietro l’altro senza interruzione. E cosí potemmo ritornare sui nostri passi.
Ma l’alpino Guido Berton era stato gravemente ferito per cercare di soccorrere il tenente Baisi, e anche il sottotenente Carboni cadde colpito a morte mentre cercava di soccorrere un suo soldato; ci furono una quindicina di feriti e oltre trenta congelati. Un brutto inizio di primavera e il giorno dopo seppellimmo il nostro primo morto alpino nel cimitero di Gorlovka.
La relazione ufficiale dell’Ufficio storico dell’esercito scrive:
L’operazione si svolse secondo le modalità e nei tempi previsti. Nonostante l’asprezza della temperatura i reparti superarono di slancio la zona di sicurezza avversaria, costringendo gli elementi avanzati nemici a ripiegare; affacciandosi da due direzioni convergenti sulla conca di Olchovatka, impegnavano decisamente la linea di resistenza nemica, sistemata in contropendenza…
Mah! Molte volte le vicende sono viste sotto aspetti diversi, e molte volte chi sta al di fuori dai fatti li descrive come vorrebbe fossero successi.
L’altro giorno, a ricordarmi questo lontano episodio di quarantacinque anni fa, è stato un compagno d’armi che è venuto a trovarmi. Il tempo e le vicende della vita hanno mutato i nostri volti e anche il nostro fisico, ho stentato a riconoscere in lui il porta-arma tiratore della mia squadra; ma dopo, i ricordi di uno integravano quelli dell’altro sebbene ancora quel gelo, quella notte, quelle ore interminabili nel biancore della neve, quelle raffiche di mitragliatrice sopra le nostre teste fossero avvolte dalla nebbia. Solo di alcuni commilitoni riuscivamo a ricordare i nomi e i visi; ma anche questi erano forse confusi l’uno con l’altro ed era come se tutti loro, i morti nella neve, avessero un solo viso: quello di un ragazzo di vent’anni, allegro e pieno di vita, che una patria matrigna aveva mandato a combattere lontano lontano, in terre sconosciute. Anche noi eravamo stati cosí.
Come se d’improvviso si fosse ricordato di qualcosa, il mio vecchio compagno si alzò dalla sedia per uscire: – Mi ero dimenticato, – disse. – Vengo subito –. Ma forse non si era dimenticato; forse era una scusa, prima di portarmi le due bottiglie voleva accertarsi se ero proprio io quello che cercava.
– Ti ho portato due bottiglie di Picolit, – disse. – Una ce la beviamo subito e l’altra l’aprirai in qualche particolare occasione –. Le due bottiglie non avevano etichette con date, numeri, DOC O DOCG, controetichette, copritappo, ma solamente un pezzetto di carta attaccato in malo modo dove con la matita copiativa il mio amico aveva scritto «Picolit». Da come lo aveva portato, da come l’aveva aperto e versato nei bicchieri capivo con che amore l’avesse fatto e curato. Ed era davvero il migliore e il piú buon prodotto della terra; non c’erano tokai o champagne da mettere a confronto; e un bicchiere, e ancora un bicchiere, e uno ancora. Per noi non ci fu piú il freddo della Russia e di quel 22 marzo 1942. Il sole rinchiuso nel Picolit aveva sciolto ogni inverno; cosí, invece di ricordare le canzoni della naia gli recitai alcuni versi di Giacomo Noventa: «Un fià de vin bevúo tra amiçi, | Un fià de vin, | E ancora un fià de vin, amiçi, | No’ xé miga massa».
L’amico se ne andò quando venne la sera e pochi giorni dopo mi vidi recapitare dal postino una grossa busta gialla. No, non era un «Diario di guerra» ma la fotocopia di un fascicolo stampato a Udine nel 1906 dall’Associazione agraria friulana; l’autore era un certo G. Perosini e come titolo aveva Il Picolit.
Incomincia come una favola: «Molti ricordano con onore in Friuli, e nelle province vicine, il vino Picolit, mentre pochissimi sono coloro che oggi ne coltivano il vitigno, e piú rari ancora quelli che lo vinificano da solo». Racconta poi la storia di questo vino per le corti d’Europa, i poeti e i prosatori che lo hanno elogiato, la maniera di coltivare il vitigno, il modo di fare il vino, come devono essere le bottiglie per conservarlo, bottiglie la cui «sagoma o campione stava sigillata nella vetreria “Alla vera amicizia”, dove si fabbricavano, di cui era proprietario Antonio Seguso di Murano ed erano di vetro verde ricotto e preso a mezzo vaso, e netto, e soffiato in vigilia di festa».
La bottiglia che mi è rimasta la porterò un giorno a La Magdaleine, in Valtournanche, dove vive libero il signor Giuseppe Lamberti, uno tra i migliori ufficiali dell’esercito italiano e che l’esercito non volle tra le sue file, e ce la berremo guardando il Cervino.
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