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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

un ragazzo delle nostre contrade

italian

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Il suo mestiere era quello di passare a raccogliere il latte nelle stalle sparse per le contrade e portarlo al caseificio sociale; mattina e sera per tutti i giorni dell’anno e alle ore stabilite, perché mattina e sera le vacche vengono munte e ogni giorno il Silvio casaro mette il latte nelle caldaie per fare il formaggio d’allievo: quello che stagionando per tre anni acquista il sapore dei pascoli esposti al sole.
Quando usciva dal letto, subito guardava dalla finestra per vedere il tempo; dopo, bevuto il caffè d’orzo, andava in stalla a prendere la Linda, la sua cavalla saura, per attaccarla alla slitta o al baroccio, secondo la stagione. Sul veicolo erano già pronti e ben lavati dalla sera precedente i bidoni per la raccolta e quello per la misurazione con l’asta galleggiante.
D’inverno era dura perché, oltre al freddo e alle nevicate, qualche volta il vento ammucchiava la neve a dune tra la Costa e Èbene, e la Linda per aprirsi la strada sprofondava fino al petto. Ma era brava la Linda; non era necessario che dicesse «iii» oppure «ooo» perché lei sapeva quando doveva riprendere o quando doveva fermarsi, o quando svoltare. E poi, loro due si capivano bene e nei tratti di strada deserta le raccontava le sue cose. La cavalla rispondeva muovendo le orecchie o girando la testa a guardarlo.
D’inverno, anche, non veniva mai giorno, e quando aveva finito il giro era ancora buio.
Avvicinandosi alle case suonava il corno e la gente usciva in fretta con i secchi di latte che fumavano nell’aria fredda. Avevano anche poca voglia di parlare; tutt’al piú annunciavano: – Stanotte la Tombola ha fatto un vitello –. Oppure chiedevano: – Hai sentito come sta il Cristiano dei Rodighieri? – E dopo che il latte era stato misurato e versato nei bidoni, dopo che con le mani gelate aveva scritto sul suo registro e sul libretto dei contadini il numero dei litri, riprendeva in fretta la strada come in fretta gli altri rientravano nel caldo delle stalle per governare le bestie.
Erano lunghe quelle mattine d’inverno; non veniva mai giorno! Quando arrivava al caseificio la Lupa gli correva incontro festosa e, mentre lei e la Linda si facevano le feste, Silvio, Massimo il contabile e suo padre Giovanni, che lí faceva l’aiuto casaro, venivano fuori nel freddo a dargli una mano per scaricare i bidoni del latte. Lui, dopo, si fermava a crogiolarsi al fuoco che riscaldava il latte nelle caldaie; intanto Silvio controllava il termometro per fare la cagliata al momento giusto, suo padre preparava sul tavolaccio le fasce di legno per le forme e Massimo girava la panna nella zangola per fare il burro.
– Dài, Moretto, – gli diceva qualche volta Massimo, – raccontaci come va con le morose –. Già, perché oltre a essere un bel ragazzo, era sempre allegro e gentile e tutte le ragazze delle contrade erano innamorate di lui.
Nel pomeriggio rifaceva il giro del mattino e veniva subito notte. Insomma per la neve che copriva boschi, pascoli e montagne c’era poco da fare; cosí ogni sabato mattina scendeva in paese per incontrarsi con gli amici a bere un vino caldo dal Toni della Torre.
Quello che gli seccava, e dove gli pareva di perdere tempo, erano i corsi premilitari: il ragionier Schiavazzi li faceva marciare avanti e indietro obbligandoli a cantare Fuoco di Vesta per le strade del paese; se poi il tempo era brutto, entravano nei corridoi delle Scuole elementari dove facevano ginnastica oppure il podestà illustrava la situazione dei fronti di guerra.
Ma il Moretto la situazione dei fronti la sentiva facendo il giro del latte perché quasi in ogni casa c’era via qualcuno: o nei Balcani, o in Francia, o in Russia; erano quasi tutti suoi amici e si faceva dire dai familiari cosa scrivevano.
In marzo le giornate arrivano al galoppo, vedi la neve sciogliersi nelle ore meridiane e l’acqua correre dalle rive, senti cantare le allodole sopra le chiazze brune dei solivi. Il Moretto, appena finito il giro del mattino e scaricati in fretta i bidoni ricolmi, non si fermava a parlare accanto al fuoco delle caldaie ma andava via subito. A casa si caricava sulle spalle la slitta e saliva nel bosco per tirare giú la legna che aveva preparato nell’autunno.
Ma ora che le giornate si erano allungate e l’aria intiepidita e le api uscivano a bottinare sulle eriche, anche i contadini si fermavano volentieri a scambiare due parole; molte volte non era necessario che il Moretto suonasse il corno per avvisarli del suo passaggio perché già erano ad attenderlo in piccoli crocchi sulla strada con accanto i secchi di latte. Alla sera ad aspettarlo erano le donne che parlavano di chi era in guerra. Ma qualche ragazza veniva per lui, per vederlo e ridere con lui.
Quando la neve aveva liberato le montagne, il lavoro nelle ore senza l’impegno del latte era un altro: come molti compaesani andava a recupero. Ossia scavava bombe e metalli dai campi di battaglia della guerra mondiale.
Cosí era la sua vita da quando aveva smesso di andare a scuola giú in paese. Giornate a volte dure, a volte lievi; ma mai cattive perché era sempre allegro e gentile. Finché un giorno lo chiamarono coscritto per la visita militare e poco tempo dopo arrivò la cartolina rosa.
Arrivò in anticipo perché le cose sui fronti andavano male. Cosí era il destino; come un giorno fu per suo padre, per i suoi zii, i compaesani; per quelli di cui trovava le ossa scavando a recuperare.
Era verso la fine della primavera del 1943 e i contadini avevano già incominciato la fienagione. Una sera fece l’ultimo giro con la Linda; salutò tutti, giovani e vecchi, uomini e donne; ma le ragazze si lasciavano sfuggire un sospiro e molte vollero dargli di nascosto la fotografia perché le ricordasse.
Al caseificio salutò suo padre, Massimo e Silvio. Tutti gli dicevano che stesse sempre allegro, che presto sarebbe finita e lui ritornato a raccogliere il latte con la Linda. A casa salutò la madre, i fratelli, le sorelle, la cavalla, il gatto, il ciuffolotto nella gabbia e andò a prendere il trenino a cremagliera per la pianura.
Poiché aveva un fisico forte ed era alto e ben fatto, lo assegnarono all’artiglieria alpina, a Belluno.
Il 26 luglio ero in licenza e quel giorno andai a far legna per casa nei boschi di Sotto. Il podestà mi aveva fatto assegnare dalla guardia una partita comoda da lavorare perché in Russia ero stato decorato. Era un giorno caldo, ricordo, e un temporale vagava sulle montagne a nord; sull’ora del mezzogiorno, quando avevo acceso il fuoco per abbrustolire la polenta, sentii giú nella Barental mio fratello Ilario che mi chiamava. Mi gridava di andare a casa perché era arrivato un telegramma dai carabinieri e dovevo ritornare al reggimento.
Sul treno che mi riportava in pianura incontrai anche il Moretto; stavamo silenziosi a guardare dai finestrini perché tutto ci sembrava nuovo e leggero. E ci pareva impossibile che questo era perché in Italia non c’era piú un governo fascista.
Un giorno di fine settembre Massimo stava levando le patate dal campo della Corda e alzando la testa vide uno uscire guardingo dal bosco: era il Moretto che ritornava a casa. – Ehi, Massimo! – gli gridò da lontano. – Come sono le patate?
– Guarda chi si vede, – gli rispose Massimo appoggiandosi alla zappa. – Allora ce l’hai fatta.
Si salutarono allegri e il Moretto chiese se nei dintorni si erano visti i tedeschi. – Qui non ancora, – gli rispose Massimo. – Ma in paese sí, pare.
Arrivò a casa e la contrada si animò come ci fosse la fanfara. – È arrivato il Moretto! – gridavano i ragazzi per le stalle e i cortili.
Si cambiò in fretta di quello che di militare gli era rimasto ancora addosso e la sera stessa, dopo cena, andò dal presidente del caseificio per sentire se poteva riprendere il suo lavoro. Certo che lo poteva, lo rassicurò: quel posto era sempre suo.
Il mattino dopo era già seduto sul baroccio con le gambe a penzoloni e raccontava alla sua cavalla come gli era andata in quei giorni dopo l’8 settembre. Anche i contadini volevano sentire come, mentre le ragazze erano semplicemente felici di rivederlo.
Intanto, in quei giorni, altri soldati ritornavano a casa alla spicciolata e alcuni paesani pensarono di nascondere nelle gallerie della Val Lunga le armi e le munizioni del battaglione guastatori, che si era liquefatto come la neve di maggio.
L’autunno pareva scivolar via limpido con le vacche al pascolo sui prati falciati, ma qualcosa diceva che invece era torbido. E nero si sarebbe presentato l’inverno.
Un giorno il Moretto stava lavando i bidoni del latte e sentí Massimo fischiettare soprapensiero un motivo che gli sembrava nuovo e anche no. Gli chiese cosa fosse. Massimo lo guardò un poco in silenzio e infine si decise a rispondergli che era l’Internazionale, l’inno dei socialisti che aveva imparato in Francia, e riprese a zangolare la panna. Ma subito smise e avvicinandosi gli disse: – Ma se lo fai sentire in piazza ti mettono dentro.
Volle ricordare il motivo per fischiettarlo alla cavalla nei tratti di strada deserta, e pensò: – Ma perché ti devono imprigionare per una canzone?
Prima dell’inverno uscirono i bandi di chiamata per l’esercito di Graziani e il maestro Alfredo, figlio del Toni fornaro, e qualche altro andarono in bosco, sopra le contrade. In paese arrivarono stabili i tedeschi e un battaglione di brigate nere che incominciarono a gironzolare in cerca dei renitenti; insomma non era sano farsi vedere in giro, e alla sera, quando uno andava nelle stalle a far filò, doveva prima guardarsi intorno.
Il Moretto si trovava volentieri a passare le ore nella stalla del Nin Sech, a cento metri da casa sua. Nin gli raccontava della vita e del mondo.
Nin era un uomo sereno al quale esperienze e traversie avevano insegnato a prendere le cose in maniera saggiamente ironica. A cinque anni, orfano di madre, era stato abbandonato al suo destino da un padre ubriacone e vagabondo, e aveva vissuto l’infanzia con la carità dei poveri che gli davano ogni tanto una patata lessa. A sette andò servo pastore per le montagne dietro le greggi e a quindici a piedi in Germania, come facevano tanti, a lavorare da manovale. Trovò occupazione in una fornace e un compaesano, Toni Pûn, gli fece da fratello maggiore. E se facendo il servo pastore aveva imparato per conto suo a leggere e a scrivere, in Germania imparò presto il tedesco. Entrò anche in contatto con i comunisti che gli fecero leggere Il manifesto.
Nel 1914 scoppiò la guerra e ritornò in Italia dove lo chiamarono negli alpini. Sul monte Fior, da dove vedeva la casa in cui era nato, al finire del 1917 venne fatto prigioniero dagli austriaci e portato a Mauthausen. Sotto la giubba militare aveva annodato al collo un fazzoletto rosso con su stampato il ritratto di Lenin e la scritta in giallo «Vive Lénine».
Ritornò dalla prigionia patito e smunto e, dopo aver lavorato alla ricostruzione del nostro paese distrutto, si mise a fare il recuperante. E si sposò con Maria Costa, la Mora.
Andavano loro due, sposi novelli, fin dentro al monte Colombara o al monte Forno a scavare lungo le trincee, e Nin diceva ai recuperanti: – Vedete come è la società borghese: prima ci faceva ammazzare e distruggere e adesso per vivere ci fa arrischiare ancora la vita con questo lavoro.
Scavando nella terra sconvolta dai bombardamenti molte volte uscivano i resti dei soldati uccisi; allora lo prendeva una rabbia malinconica perché quello era stato un uomo come lui, come i compagni che aveva conosciuto lavorando per il mondo: un proletario.
Con due amici, Piero Parlio e Valentino Nappa, decise di costruirsi la casa poiché ogni uomo deve averne una, e dopo, per pagare il debito rimasto, lasciò lí la sua Mora e andò in America.
Per sei anni si fermò a lavorare duro nella mina.
Questa sua vita raccontava Nin al Moretto nelle veglie del coprifuoco, e una sera il Moretto gli chiese che gli facesse vedere il fazzoletto con la scritta «Vive Lénine». Lui si sbottonò la camicia e sopra la maglia felpata apparve il rosso ormai sbiadito dal sudore e dagli anni.
Un giorno di quell’inverno venne di corsa uno dal paese per avvisare che le brigate nere si preparavano per una sortita verso le contrade. Il Moretto e qualche altro presero la strada del bosco cercando di confondere le tracce sulla neve.
I brigatisti vennero, perquisirono le case dalle cantine alle soffitte, e le stalle, i fienili e le barchesse. A casa di Nin rovesciarono una catasta di legna e con la baionetta si misero a dar filzate sulle patate nel ripostiglio invernale. Maria urlava e bestemmiava che erano maleducati e senza rispetto. Perché dovevano rovinare in quella maniera le patate che erano costate tanto lavoro? E perché buttare all’aria il fieno minacciando di incendiare tutto? Nin, in silenzio e senza battere ciglio, seguiva in ogni movimento quel gruppo di scalmanati, ma dentro trepidava per i due soldati inglesi che da una settimana teneva nascosti in una nicchia tra la catasta della legna e la parete della stalla. Nessuno sapeva che erano nascosti là dietro, nemmeno sua moglie e suo figlio. Il Moro della Costa li aveva accompagnati da lui una notte che nevicava forte. E adesso le brigate nere invece di tirare la catasta in fuori l’avevano ribaltata contro il muro e i due inglesi erano restati sotto. E non parlavano di certo.
Quando le brigate nere se ne andarono a rovistare nella casa del Moretto, un ufficiale, dopo aver controllato il numero civico sopra la porta, lesse forte il suo nome. Nemmeno i ragazzi dissero che c’era, nemmeno la sorella Nelda, e la madre confermò che dopo l’8 settembre non avevano avuto piú notizia di lui. Nella stalla slegarono la Linda, l’ufficiale ci salí sopra a cavalcarla e ritornarono in paese.
Alla sera il Moretto uscí dal bosco e s’avviò verso casa. La madre gli raccontò come quelli del Fascio l’avessero cercato e che, anche, avevano portato via la cavalla. Rimase male a sentire della Linda e subito, attraversando per i prati coperti di neve, quasi corse al caseificio per sentire cosa si potesse fare.
Suo padre, Silvio e Massimo quando lo videro comparire cosí eccitato e ansante pensarono subito a qualcosa di grave perché anche loro avevano visto passare le brigate nere. – La Linda, – disse. – La mia cavalla. Mi hanno portato via la Linda –. E si mise a piangere come un bambino. – Come faccio adesso a raccogliere il latte senza la Linda?
– Ma che non si possa fare qualcosa? Magari parlando al vecchio podestà, – disse Silvio. Massimo scrollò la testa e si grattò sotto il cappello: – Quelli non capiscono nessuna ragione, – disse.
Il Moretto, invece di ritornare a casa, andò da Nin per consigliarsi. Quando bussò alla porta sentí dentro in cucina confusione di passi e di voci; dopo un bel poco Maria aprí la finestra della camera di sopra e guardò giú: – Ah, sei tu, Moretto, – disse. – Aspetta che vengo ad aprirti».
I due inglesi stavano seduti sulla paglia, pronti magari a nascondersi dentro la greppia, sotto il fieno. Al vedere quei due stranieri al Moretto passò anche la disperazione per la cavalla. Salutò timido e sedette anche lui ad ascoltare Nin che parlava inglese con loro.
– Vedi, – disse poi Nin a lui, – questi due sono fuggiti da un campo di concentramento. Dovevano stare qui nascosti fino a primavera e nessuno sapeva niente; invece le brigate nere sono venuti a cercarli. È andata bene questa volta, ma certamente ritorneranno; se li trovano, come minimo mi bruciano la casa, ma loro vanno a finire in Germania. Capisci che questo è piú importante della tua cavalla? Qui si tratta di uomini e non di cavalli. Ascoltami bene: sai che in bosco c’è un gruppo di nostri ragazzi, questi due bisognerebbe accompagnarli da loro; il mio Errante è troppo ragazzo per farlo, io sono tenuto d’occhio. Vuoi accompagnarli tu?
Il Moretto andò ad accompagnare i due soldati inglesi e rimase lassú con gli altri. Aveva ritrovato quelli delle contrade di qualche anno piú anziani di lui: Alfredo, Bepín, Giacomo, Nico, Albino, Milio e altri ancora che non conosceva e che parlavano in lingua.
Le brigate nere intanto, assieme a tedeschi e russi, passarono ancora a mettere paura nelle contrade; cercavano soldati inglesi, ebrei e renitenti ai bandi di chiamata alle armi, ma mai riuscirono a trovare qualcuno.
Un giorno di maggio il Moretto venne giú dalla montagna per arrivare sino a casa per salutare i suoi e cambiarsi. Uscí dal bosco e si avvicinò cautamente alla casa di Nin camminando rasente le lastre di pietra che confinano i campi. Maria era nell’orto a innaffiare, e alzando la testa lo vide ridere dietro le rame dei piselli. – Moretto! – esclamò sottovoce Maria. – Vai subito dentro in stalla e non muoverti. I fascisti sono appena andati via e adesso sono fermi a casa tua!
Rimase a cenare con loro; Maria gli diede da cambiarsi con la biancheria del Nin e un paio di pantaloni di fustagno perché quelli che aveva indosso erano tenuti insieme con filo di ferro. Quando venne buio ritornò in bosco senza passare per casa perché le brigate nere, accompagnate dal Vacca, ancora gironzolavano per la contrada.
Lassú, intanto, si erano organizzati; gli Alleati avevano fatto un paio di lanci dagli aerei nella zona di Campo Gallina ed ora avevano armi ed esplosivo. In paese si era costituito il Comitato di Liberazione e anche Massimo, il contabile del caseificio, ne faceva parte. Si erano stabiliti i collegamenti con le città in pianura e con altre zone di montagna, anche lontane. Per il nostro Altipiano passava gente che andava dalla Svizzera ai Balcani o viceversa. Incominciarono anche atti di sabotaggio.
A Malga Fossetta si era costituito un gruppo dove la maggior parte dei componenti erano laureati o studenti di città. C’erano anche i due inglesi. Questo gruppo era comandato da Toni Giuriolo, un famoso antifascista di Vicenza, e il Moretto, perché conosceva bene le montagne, era lí come guida.
La notte tra il 4 e il 5 giugno vennero in tanti. Per ogni strada che portava alla montagna salivano file di camion con su tedeschi, fascisti e russi. Circondarono delle zone ben delimitate da strade o crinali, stabilirono dei posti fissi da dove era facile controllare ogni movimento e poi rastrellarono camminando a contatto con le armi spianate. Spararono; bruciarono malghe e pastorili.
Al tramonto ritornarono in paese e quella stessa sera, al bivio di una contrada, un uomo dai capelli grigi lasciava che l’acqua della fontana traboccasse dai secchi e pallido e immoto guardava i camion che scendevano dalla strada di Sant’Antonio. Con gli occhi pareva frugasse sotto i teloni dei camion e fin dentro il cuore di quelli che erano nascosti dentro. Era Giovanni, l’aiuto casaro e padre del Moretto.
Dopo un anno la guerra era finita e anch’io ero ritornato a casa. Stavo solitario come un animale ferito che si lecca le ferite nella tana; avevo anche sentito della guerra partigiana sulle mie montagne e della fame che c’era stata anche qui, ma ora le feste, i discorsi, i racconti di azioni o di paure passate mi cagionavano insofferenza. Dovevo anche cercare un lavoro ma non ne sapevo uno e pensavo di emigrare. Un pomeriggio venne a cercarmi Sandro.
Con don Angelo, zia Corinna ed altri era stato incaricato dal Comando partigiano di raccogliere i corpi dei caduti in combattimento e dei fucilati; ma non era sempre facile localizzare il luogo preciso dove la terra e l’erba e i muschi del bosco li coprivano. Già molti erano stati riesumati e riconosciuti, e il pavimento della chiesa di San Rocco era coperto dalle bare. C’erano quelli di Granezza, del Bosco Nero, del Colombara, di Malga Fossetta, ma ancora altri ne mancavano. Anche il Moretto.
Da come avevano ricostruito il combattimento del 5 giugno, risultava che il Moretto e qualche altro si erano ritirati sparando e facendosi seguire da un grande numero di tedeschi e russi fino sull’orlo dei Castelloni di San Marco, che precipitano sulla Valsugana. Lí si erano difesi all’ultima cartuccia; cosa era avvenuto dopo non si sapeva. Bruno Parent aveva interrogato un fascista che aveva partecipato al rastrellamento e sembrava che il Moretto, per non farsi prendere vivo, fosse saltato dalle rocce. Insomma, per la mia esperienza di alpinista, Sandro mi chiedeva se ero disposto ad aiutarli ad esplorare le pareti dei Castelloni per cercare il Moretto e gli altri che mancavano.
Erano quattro anni che non andavo in roccia, e la steppa e i Lager non avevano certo contribuito a tenermi in allenamento. Mi ricordai anche di quel luglio quando sul trenino avevo incontrato il Moretto nella divisa di recluta imberbe, e dell’aria nuova di quel giorno.
– Avete corde? – chiesi a Sandro. – Ce ne vogliono almeno centocinquanta metri. Ma io non ho forza per calarmi giú e poi risalire.
– Lo faremo noi, – mi rispose. – Tu basta che ci insegni come fare.
Trovarono le corde: due delle campane e quella della carrucola dell’impresa edile Masain.
Partimmo di buonora con il camioncino del Rosso della verdura. Eravamo un bel gruppo, ricordo. C’erano Massimo, Silvio, Moro, Danilo, Fernando, Bruno, Barba, il russo Vassilij, che era stato nella banda del Moretto, e un ex soldato tedesco che chiamavano Mario berlinese, già condannato a morte dai suoi perché comunista e disertore e che da piú di un anno era con i nostri partigiani.
Il camion saliva fumando dal radiatore per strade di montagna tra una primavera esplodente; i miei compagni erano quasi tutti allegri per la giovinezza e la vita che erano riusciti a conservare intatte dopo la lotta partigiana. Io, invece, sentivo dentro una stanchezza mortale e un grigiore cupo, come se il tempo dei campi di concentramento mi si fosse tutto condensato addosso ora che ero ritornato a casa, a contatto con la libertà, e la forza che avevo avuto un tempo fosse rimasta impigliata nei reticolati.
Arrivammo a Malga Fossetta, lasciammo il camion, prendemmo le corde e ci inoltrammo per la mulattiera di Porta Incudine. Camminando parlavano del combattimento che si era svolto nella zona un anno prima e Vassilij e Bruno Parent non si trovavano d’accordo su certi particolari. Giungemmo sul ciglione che precipita per quasi mille metri e ci mettemmo a cercare qualche oggetto o segno tra i mughi e i crepacci.
In un cespuglio di rododendri Danilo raccolse una manciata di bossoli del 9 lungo e ci chiamò. Giú, la roccia scendeva a picco per un bel po’ e dopo si vedevano ghiaioni, calanchi, nevai, torrioni, cespugli. Saldammo bene una corda a un larice che sfidava i secoli e i temporali, e la calai; ma nessuno sapeva fare la discesa a corda doppia e quindi con un’altra corda feci sicurezza, e uno si calò. Dopo scese un altro, e Silvio da una scaffa li guidava con la voce. Sotto, con cautela, incominciarono a esplorare i piccoli ripiani e i cespugli.
In un canalone dove un mugo spuntava tra la neve di una slavina trovarono un corpo. Chiamarono. Altri due scesero portando un telo e un sacco; poi lentamente e con fatica risalirono.
Sandro mi aiutava nella manovra delle corde e altri tiravano a tutta forza.
Non era il Moretto. Vassilij e Bruno riconobbero in quel corpo sfatto un partigiano della Pedemontana. Ora parlavamo tutti sottovoce, ma nessuno cercava di ricostruire l’ultimo atto di quella vita che si era spenta in un canalone dei Castelloni, perché tutto era chiaro.
Moro e Danilo si appartarono ad accendere il fuoco per riscaldare qualcosa da mangiare; intanto noi ritiravamo le corde. Quando ci riunimmo attorno al fuoco, presi dalla tasca un pezzo di pane biotto e mi misi a mangiare in silenzio. Moro mi guardò e poi disse: – Ma guarda, Mario, che qui ci dovrebbe essere anche la tua razione –. – Non avete prelevato la razione per Mario? – chiese a Sandro.
Avevano portato fin lassú uno scatolone di viveri americani e Fernando mi porse una razione sigillata. Non mangiai tutto perché il contenuto era sorprendente; c’erano persino tre stuzzicadenti, foglietti di carta morbida, gomma da masticare e dieci sigarette molto profumate. Con uno stizzo accesi una sigaretta e subito mi venne il capogiro.
Era pomeriggio inoltrato; con dei rami improvvisammo una portantina e con quel corpo leggero ritornammo al camion. Moro raccolse dei grandi mazzi di rododendri appena fioriti e con questi coprí il telo.
Dentro il camion scoperto eravamo tutti in silenzio e quando giungemmo in paese ci alzammo in piedi. La gente, al nostro passaggio, si scopriva il capo.
Lo portammo nella chiesa di San Rocco dove c’erano tutti gli altri.
Ancora altre volte ritornammo sui Castelloni di San Marco, trovammo altri corpi di partigiani, ma il Moretto non si trovava. In quei giorni fecero i funerali; venne tutto l’Altipiano e le bare erano tante che occupavano tutta la piazza davanti alla chiesa. Furono seppelliti nel nostro cimitero sotto un unico nome: «Caduti per la Libertà»; alcuni, anche, ritornarono ai loro paesi dove erano nati.
Massimo e Silvio, intanto, non volevano rinunciare alla ricerca del Moretto; troppo caro era stato per abbandonarlo cosí alla natura e agli animali rapaci. Dovevano trovarlo; per suo padre, e per metterlo accanto agli altri compagni.
Quel giorno vennero anche suo cugino Mario e sua sorella Nelda. Cercammo ancora tra quel terreno accidentato piú di ogni altro delle nostre montagne. Cercammo con pazienza, con ostinazione, perché nessuno poteva averlo portato via; e i piú ostinati erano sempre Massimo e Silvio.
Esaminammo la stretta gola dove erano saltati i partigiani di Roana (dopo il volo si salvarono perché sotto, quell’anno, c’era tanta neve e scivolarono via), rivedemmo i cespugli dove avevamo raccolto gli altri corpi. Assieme ai bossoli dei parabellum trovavamo anche quelli dei 91 degli alpini e dei mauser austriaci che risalivano ai combattimenti del 1916, e bombe inesplose nelle fenditure della roccia.
Fu Bruno che trovò un fazzoletto all’imboccatura di un vaio. Ci chiamò. Riconobbero che era stato suo, del Moretto. Uno si calò con la corda e sulla prima scaffa trovò il parabellum senza piú un colpo. Guardando giú per i precipizi della Valsugana a qualcuno sembrava di vedere una macchia piú scura dentro un mugo isolato sopra altri precipizi.
Tentammo di calare con le corde, ma non arrivavano fin là; e le rocce, in quel punto, erano molto friabili. Silvio disse: – Faccio io il giro per Porta Moline e vado per sotto.
Noi aspettammo sopra e quando lo vedemmo comparire piccolo e solo, Massimo, tenendosi con una mano a un ramo che sporgeva sul burrone, lo guidò con la voce tra i pinnacoli e i canaloni.
Quando raggiunse il punto, Silvio non ci gridò niente; stette curvo un bel poco e poi cercò di avvicinarsi fin sotto la parete: – Calate giú le corde, – ci gridò da sotto, – e un telo.
Due si calarono per tutta la lunghezza della corda; giunti su un ripiano la ritirarono e la fissarono in qualche modo per ritornare a calarla. Dai piedi della parete procedettero con cautela sul pendio ripidissimo fino a raggiungere Silvio.
Quando Silvio stava risalendo, portando sulle spalle il telo con dentro il corpo, ci investí un temporale che non avevamo avvertito in tempo. A metà strada non ce la faceva piú a risalire perché le mani gelate non facevano presa sulla corda; allora altri due di noi scesero ad aiutarlo.
Il telo con dentro il corpo stava ora su un ripiano di pietra e pioveva gelido. Mario e Nelda erano qualche metro in disparte; Silvio era sfinito e pallido, Massimo non parlava e fissava il telo. Vassilij e Bruno svolsero il corpo; Vassilij sbottonò la giacca e levò il portafogli; l’aperse. Apparvero delle fotografie stinte e bagnate ma dove si potevano ancora ricostruire visi di ragazze sorridenti o sognanti. Dietro a una c’era una parola ancora decifrabile. – Questo stare Moretto, – disse Vassilij.
Lo portammo giú tra la pioggia gelida e la grandine; alla chiesetta degli alpini del Bassano ci fermammo per ripararci dal temporale. Sul camion lo coprimmo di fiori gocciolanti e due giorni dopo ebbe un funerale che nemmeno un re avrà mai.
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